Elezioni 2027: cosa serve per vincere la destra
Elezioni 2027: cosa serve per vincere la destra
Manca ormai un anno alla scadenza elettorale nazionale e la stella del governo Meloni e della destra sta imboccando una prospettiva calante.
La sconfitta al referendum contro i giudici, che ha trovato un’importante conferma con la straordinaria partecipazione alle manifestazioni del 25 aprile, e la stretta derivante dalla guerra e dalla crisi energetica mondiale ne sono i segnali più significativi.
La prima ha fatto emergere che il suo consenso nel Paese non esiste più, con il corollario inevitabile – quello che che segue alle sconfitte – di una divaricazione tra le forze politiche che la sostengono, mentre la seconda evidenzia la condizione per cui non ci sono margini per una politica economica e sociale in grado di dare impulso alla propria iniziativa. Anzi, su questo secondo punto, il combinato disposto di accrescere la spesa militare, sulla base delle intese raggiunte in sede Nato, e di sottostare al Patto di stabilità europeo, per cui nel prossimo anno bisognerà tagliare la spesa pubblica primaria di almeno 3,2 miliardi di € prefigurano un vicolo cieco dal quale il governo difficilmente riuscirà a districarsi.
Per quanto riguarda la spesa per la difesa, dopo la figuraccia di non aver centrato per poche centinaia di milioni l’obiettivo di stare entro il 3% del rapporto deficit/PIL, sarà molto più complicato destinare ad essa risorse aggiuntive e, contemporaneamente, il vincolo della spesa primaria porterà inevitabilmente a tagli dello Stato sociale.
Era già chiaro sin dall’inizio, ma ora, con la guerra mondiale a pezzi e la crisi energetica che ne deriva, con una crescita economica in diminuzione e l’inflazione che aumenta, è assolutamente fuori di discussione che aumento della spesa militare e tenuta della spesa sociale possano stare insieme, e che assecondare Trump, ma anche l’Unione Europea, sia pure in prospettive differenti, e non peggiorare le condizioni di vita e reddito delle persone diventano obiettivi inconciliabili.
Tuttavia, in questo scenario, non si può pensare che la strada per l’opposizione politica per pensare alla vittoria elettorale nel 2027 sia spianata. Ci sono diversi errori da evitare, che mi pare non siano ben presenti all’interno del cosiddetto “campo largo”.
Oltre ad evitare quelli più semplici – il fatto di presentarsi divisi, come successe con la sciagurata scelta di Draghi e Letta nel 2022 o di limitarsi ad aspettare lungo la riva del fiume che passi il cadavere della Meloni-, soprattutto due questioni dovrebbero costituire altrettanti punti di riferimento per sconfiggere la destra.
Il primo è che la vittoria referendaria non si tramuta automaticamente in consenso elettorale.
Non solo per la diversità dello strumento di pronunciamento, ma soprattutto se si guarda ai fattori che hanno portato alla grande affermazione nel referendum contro i giudici. Ormai, analizzando quel voto, tutti sono concordi nel dire che la differenza tra il No e il Sì è stata dovuta principalmente al voto giovanile, al recupero del No nella fascia dell’astensionismo e, invece, in specifico nel Mezzogiorno, ad una minore partecipazione al voto degli elettori della destra.
Tutti elementi che non è per nulla detto che si ripropongano nella futura competizione elettorale. Se guardiamo nel sostegno al No in particolare al voto dei giovani e degli astensionisti “cronici”, è evidente che lì ha giocato, da una parte, un risveglio sociale che è stato messo in moto dalla fase autunnale delle grandi mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese e contro le pulsioni di guerra di Trump e Netanyahu, e, dall’altra, la consapevolezza che entravano in gioco elementi fondamentali della tenuta democratica e della salvaguardia della Costituzione. Temi che, peraltro, sono stati veicolati nella campagna referendaria ben più dalla vasta galassia di movimenti e Associazioni che si sono mobilitati in proposito piuttosto che dalle forze politiche di centrosinistra.
Nello stesso tempo, a me sembra lampante – e questo è il secondo punto di fondo- che queste motivazioni alludono alla necessità di mettere in campo un’opzione di trasformazione sociale e politica ben più forte e radicale da quanto sinora avanzata dall’insieme del campo della rappresentanza politica del Centrosinistra.
Questi punti dovrebbero essere assodati, ma bisogna ripartire da lì e tenerli ben fermi, perché possono aiutare nel rifuggire dagli altri due errori fondamentali da cui il Centrosinistra è tutt’altro che immune.
Il primo è considerare che il tema della leadership sia quello decisivo da affrontare, con lo strumento delle primarie. In molti l’hanno già spiegato, argomentando giustamente che il programma viene prima della guida personale, ma le pulsioni autolesionistiche che albergano nel campo del centrosinistra sono tutt’altro che sopite.
Accanto a ciò, però, è necessario far seguire un programma di governo che non può che avere, o perlomeno iniziare a tratteggiare, come sta facendo Sanchez in Spagna, un’impronta alternativa non solo alla destra politica, ma anche al modello di tecnocapitalismo neofeudale, nazionalista e guerrafondaio che sta dominando l’Occidente, sia pure in forme diverse, dopo la fine della globalizzazione neoliberista.
Si badi bene: la scelta di un programma di trasformazione radicale non sta solo nel fatto, pur essenziale, di raccordarsi con le soggettività importanti che sono state protagoniste delle mobilitazioni di questi ultimi mesi, ma anche nell’aver presente che la profondità delle crisi che attraversano il mondo rendono proprio ineludibile quest’approccio. Del resto, non è difficile individuare i nodi e le proposte di fondo su cui esso dovrebbe incardinarsi: basta parlare con un “elettore medio di sinistra” per rendersi conto che si è sedimentato un sapere e un sentimento diffuso rispetto a cosa vuol dire lavorare per una politica di sinistra.
Prima di tutto la pace, che, lungi dall’essere puramente un’aspirazione ideale, significa mettere da parte gli 800 miliardi di € previsti dalla UE per il riarmo e rilancio della diplomazia, cosa cui l’ UE ha clamorosamente abdicato;
poi, un’idea di diverso modello produttivo e sociale, fondato sulla redistribuzione del reddito con una politica fiscale che introduca una seria imposizione patrimoniale, ripristini la progressività, assieme alla lotta reale all’evasione;
sulla tutela del lavoro, superando quello povero e precario, e la crescita dell’occupazione;
sulla conversione produttiva finalizzata alla sostituzione totale delle energie fossili con quelle rinnovabili, con un’impostazione che riesca a mettere insieme nuova politica industriale, sua pianificazione e partecipazione dei lavoratori e dei cittadini. Ancora, si tratta di costruire una proposta forte per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti, strettamente collegata ad un progetto importante di integrazione e riconoscimento della cittadinanza, ribaltando la tossica narrazione della destra in proposito; di dar vita ad un rilancio e ad una riqualificazione dello Stato sociale, dalla sanità all’istruzione, e di pubblicizzazione dei beni comuni, invertendo la tendenza più che ventennale che li ha sostanzialmente consegnati al mercato;
infine, di collegare a tutto ciò una nuova fase di espansione della democrazia, fondata sulla possibilità reale dei cittadini di intervenire in modo strutturato nei processi decisionali della politica rappresentativa.
Il secondo errore di fondo da cui guardarsi è quello di pensare che un programma di questa natura possa naturalmente discendere per linee interne dai partiti di centrosinistra e da una logica di pura mediazione tra di loro. Bisognerebbe, intanto, che di questo fossero consapevoli prima di tutto i suddetti soggetti, lasciando da parte non solo le primarie per la leadership, almeno come passo iniziale, ma anche percorsi pseudo partecipativi ( vedi l’iniziativa Nova lanciata dal M5S), che sembrano più ispirati da una logica concorrenziale tra gli stessi partiti di centrosinistra che da una reale volontà di coinvolgimento del “popolo di sinistra”.
Occorrerebbe, invece, aprire una grande fase di ascolto e intervento decisionale da parte dello stesso, individuando le 4-5 grandi questioni su cui produrre attivazione, proposta e protagonismo sociale. Ci si può legittimamente interrogare se questa sia una prospettiva realistica, ma, in assenza di ciò, diventa difficile pensare che le forze e le energie che si sono rimesse in moto in questi mesi possano inerzialmente costituire la base per costruire una reale alternativa di governo e di sistema nei confronti della destra. In ogni caso, è da lì che non si può che ripartire, e diventerà essenziale trovare il modo di farlo.
In copertina: foto di mobilitazionesociale.it
Per leggere gli articoli di Corrado Oddi su Periscopio clicca sul nome dell’autore
Lascia un commento