Dall’Egemonia al Dominio:
ma Trump e il vecchio capitalismo americano sono al capolinea
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Dall’Egemonia al Dominio:
ma Trump e il vecchio capitalismo americano sono al capolinea
E’ sempre più evidente che la strategia MAGA ( Make America Great Again) di Trump non funziona, non solo per il mondo, ma neanche per gli stessi Stati Uniti. A distanza di più di un anno dalla sua elezione, il bilancio delle politiche di Trump non può che dirsi decisamente deludente.
Sul piano politico, non si ricorda una fase in cui gli Stati Uniti siano stati così isolati nel contesto internazionale e incapaci di costruire o, semplicemente, di mantenere alleanze con altri Stati. Basta pensare al fatto che anche l’UE, nonostante un atteggiamento iniziale di subalternità a Trump, ha dovuto prendere atto che ci sono ben pochi margini di collaborazione con Washington, che la stessa Meloni è stata costretta – non l’ha certo scelto lei- a smarcarsi dal Presidente americano, dopo il risultato referendario a l’attacco al Papa, che persino un alleato storico per gli USA come l’Arabia Saudita ha compreso che non può appiattirsi sulle scelte trumpiane.
Il punto è che Trump, con la sua logica basata esclusivamente sui rapporti di forza, pensa che gli “alleati” debbano semplicemente essere obbedienti e vassalli, non certamente soggetti con cui intrattenere, se non relazioni paritarie, perlomeno discussioni in cui possono essere presenti diversi punti di vista.
Sul piano economico per gli Stati Uniti le cose vanno ancora peggio: non solo i fenomeni congiunturali danno segnali negativi, con l’inflazione interna che ad aprile arriva ad aprile al 3,8%, il livello più alto degli ultimi 3 anni, e la benzina si attesta a 4,50 dollari al gallone, sopra la soglia dei 4 dollari che viene considerata psicologicamente poco tollerabile dai consumatori americani.
Soprattutto, dal punto di vista strutturale, si assiste ad un aggravamento dei già seri problemi che da diverso tempo attagliano la situazione economica americana: la politica dei dazi non funziona; il deficit pubblico peggiora.
A partire proprio dall’ultimo bilancio approvato che stanzia circa 1000 miliardi di dollari per la “difesa” senza coperture adeguate nonostante i tagli alle spese sociali, e con stime che parlano di una sua crescita nei prossimi 10 anni di quasi 7000 mld di dollari, di cui circa 5800 dovuti alle spese militari; persiste il forte disavanzo commerciale, su cui si innesta l’innalzamento dei rendimenti per collocare i titoli di stato americani; persino il dollaro viene messo in discussione come unica moneta internazionalmente riconosciuta negli scambi commerciali.
Gli unici fattori “positivi” sembrano essere l’andamento di Borsa, che continua a lievitare, e gli investimenti nell’Intelligenza Artificiale, che però rischiano di essere poggiati su una grande “bolla finanziaria” e con ritorni economici assai incerti. Insomma, è la finanza che la fa da padrona e che è la vera leva su cui scommette Trump.
Poi, anche sul piano militare, non si può dire che la strategia trumpiana vada da molte parti: da questo punto di vista, è emblematica la guerra con l’Iran, che, al di là del fatto si possa realizzare una fragile tregua o che essa possa riprendere, non solo non ha fiaccato il regime iraniano, ma ha messo in luce che non potrà portare ad una situazione stabilizzata e favorevole agli USA, né in Medio Oriente, né nel mondo. Soprattutto perché, come è stato acutamente osservato da Ugo Tramballi sul Sole 24 Ore, a proposito dei conflitti in Ucraina e in Iran, “ i più forti non riescono a battere i più deboli. Per i primi l’obiettivo è la conquista totale; ai secondi basta sopravvivere”. In questo aiutati, quasi paradossalmente, dal nuovo corso della guerra del XXI secolo basata sull’utilizzo delle tecnologie più avanzate, in particolare quella del drone supportato dall’IA, per cui il loro basso costo annullano la differenza di potere militare.
Lo Shaled 136 iraniano vola per 1200 miglia al prezzo di 50.000 dollari, mentre il Patriot Usa che dovrebbe abbatterlo costa 3 milioni di dollari e ha riserve limitate. Il tutto costruisce una situazione per cui, al dunque, non c’è alternativa tra diplomazia o guerra senza fine e senza sbocchi.
Occorre, però, andare più a fondo per capire come si è arrivati a questo stato di cose.
Il punto decisivo è che gli Stati Uniti non sono più in grado di svolgere il ruolo di Stato guida del mondo e di centro fondamentale del capitalismo, esprimendo una reale egemonia nei confronti degli altri Paesi, intendendo questo concetto in senso gramsciamo, cioè l’esercizio del potere attraverso il consenso e il riconoscimento della propria funzione come “universale” e “naturale”.
E allora, sempre seguendo Gramsci, all’egemonia si sostituisce il dominio, l’idea di affermare il proprio potere semplicemente con la forza e la coercizione, da cui deriva strutturalmente la spinta guerrafondaia di Trump.
Peraltro, questa perdita di egemonia è una vicenda complessa e si snoda ormai da lungo tempo: in realtà, essa inizia a manifestarsi già nel corso degli anni ‘70 del secolo scorso, quando il modello di capitalismo fordista-keynesiano inizia ad entrare in crisi, quando la produzione di beni di consumo di massa, con la crescita salariale e lo sviluppo del Welfare, non riesce più a garantire margini di profitto adeguati all’accumulazione capitalistica. Da qui prende corpo la risposta neoliberista, inaugurata dalla Thatcher e da Reagan negli anni ‘80, per cui si tratta di diminuire i costi di produzione, riducendo il reddito che va al lavoro e inaugurando la globalizzazione per andare a produrre dove è maggiormente conveniente, aumentare a dismisura la mercificazione di tutte le attività umane, soprattutto ricorrere alla finanza per produrre profitti.
La finanziarizzazione diventa progressivamente il baricentro con cui si produce la ricchezza. Come ha spiegato l’economista marxista Giovanni Arrighi, autore troppo sottovalutato, nel libro quasi profetico, che risale al 1994, “ Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo”, quando la finanziarizzazione prende il sopravvento sulla produzione materiale, è un segnale dell’inizio del declino della potenza dominante di quella fase capitalistica e del passaggio ad un’altra economia capitalistica emergente.
E quello che è successo nei secoli passati per i cicli sistemici di accumulazione incentrati dapprima da Genova, poi dai Paesi Bassi e infine dalla Gran Bretagna, per poi approdare agli Stati Uniti con il XX secolo. La finanziarizzazione dell’economia, ben lungi dal risolvere alla radice i problemi dell’accumulazione capitalistica, nel medio periodo genera instabilità e poi una vera e propria “crisi terminale”, quella cui abbiamo assistito nel 2007-2008.
Contemporaneamente, la globalizzazione ha fatto diventare la Cina dapprima “la fabbrica del mondo” e ora anche la potenza tendenzialmente all’avanguardia (e in aperto conflitto con gli USA. Al di là della rappresentazione ammaestrata dell’incontro tra Xi Jinping e Trump delle settimane scorse). La Cina incarna
La Cina rappresenta una nuova e peculiare fase dello sviluppo capitalistico, in un inedito intreccio tra ruolo dello Stato e mercato.
Questa globalizzazione, sia detto per inciso, anziché produrre ricchezza diffusa, opportunità per tutti ed espansione della democrazia, come era stato favoleggiato, ha prodotto in tutto l’Occidente “avanzato” nuove disuguaglianze, peggioramento delle condizioni dei ceti più deboli e anche regimi che assomigliano, a partire dagli Stati Uniti, alle autocrazie, sorretti anche da spinte reazionarie da parti consistenti della popolazione.
Ora, di fronte a questo scenario, rimane da chiedersi se e come si può contrastare la deriva regressiva che è sotto gli occhi di tutti, che, in questa fase, produce guerre e disordine mondiale. Il ragionamento, anche qui, sarebbe lungo e complesso e, dunque, mi limito ad avanzare alcune suggestioni.
La prima è che, comunque, viviamo in un mondo multipolare, che non può essere ridotto al ruolo delle 2 grandi superpotenze, USA e Cina. Il mondo, per fortuna, pullula anche di medie potenze, tra cui possiamo iscrivere la stessa Europa, il Brasile, l’India, nonché, soprattutto nel prossimo futuro, Stati importanti in Asia, come l’Indonesia, e in Africa, dal Sudafrica alla Nigeria.
Forse la costruzione di un’alleanza tra le “medie potenze”, come suggerito ultimamente dal premier canadese Carney, potrebbe rappresentare un’utile indicazione per modificare l’attuale deriva del mondo. A patto, però, che si decida di non inseguire la logica dei rapporti di forza, dando priorità al riarmo e alla “difesa”.
Si dovrebbe, invece, avere la consapevolezza che solo la centralità della diplomazia e della risoluzione pacifica dei conflitti, assieme al fatto di tratteggiare una traiettoria di modello sociale e produttivo imperniato su priorità non segnate dalla centralità del profitto, può consentire un’inversione di rotta. Ma anche per questo, non si sfugge alla constatazione che solo una forte mobilitazione sociale e popolare, come ha evidenziato la Global Sumud Flottilla, in primis in Europa, capace di opporsi al riarmo, all’autoritarismo e, invece, di affermare l’idea della “società della cura”, può rendere credibile tale possibilità. Segnali che si può percorrere questa strada ce ne sono, a noi la capacità di rafforzarli e renderli concreti.ù
In copertina: il sogno di Donald Trump – Foto di Igor Omilaev su Unsplash
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