L’INASPETTATO PRESENTE
Quel dono che viaggia dal Senegal a Jesolo
L’INASPETTATO PRESENTE
Quel dono che viaggia dal Senegal a Jesolo
Ci sono persone che entrano nella geografia della nostra vita quasi senza che ce ne accorgiamo. Non perché le abbiamo cercate, ma perché qualcosa, tra noi e loro, accade.
Lei la incontro a Jesolo da sei anni.
Viene dal Senegal e trascorre qui i mesi estivi, da giugno a settembre. Lavora sulla spiaggia, fa le trecce. All’inizio le faceva alle mie bambine. Tre anni fa le ha fatte anche a me. È cominciata così, dentro uno di quei gesti ordinari che sembrano destinati a esaurirsi nel momento in cui avvengono.
E invece no.
Da allora, ogni estate, ci ritroviamo. Ci riconosciamo, parliamo, ci raccontiamo qualcosa del tempo trascorso dall’ultima volta. Piccoli frammenti di vita che, anno dopo anno, hanno trasformato una casualità in qualcosa che assomiglia a un legame.
Ma una consuetudine non è una certezza.
Quest’anno lei è partita dal Senegal portando con sé un regalo per me, senza sapere se mi avrebbe trovata ancora qui.
Forse immaginava che sarei tornata. Forse lo sperava. Ma non poteva saperlo, perché non me lo aveva chiesto.
Ed è proprio questo particolare ad avermi colpita più di ogni altro.
Significa che io ero già nel suo pensiero. Che da qualche parte, lontano da Jesolo e da quella spiaggia sulla quale ogni estate ci ritroviamo, dentro un’altra quotidianità, lei si è ricordata di me.
Il regalo è un portaoggetti intrecciato a mano da sua sorella, coloratissimo, con i colori della sua terra.
Per me ha un valore enorme.
Il suo valore sta nella storia che porta con sé e soprattutto nel gesto che lo precede. È qualcosa che appartiene al suo mondo, alla sua famiglia, alla sua terra, e che lei ha scelto di consegnare a me. Quasi a lasciare qui una parte di sé perché io possa averla accanto durante l’anno e, guardandola, pensare a lei. Come se già non lo facessi.
Un dono non è mai soltanto ciò che abbiamo tra le mani.
Qualcuno lo ha intrecciato in Senegal. Lei lo ha scelto per me e gli ha fatto attraversare migliaia di chilometri senza avere la certezza che avrebbe raggiunto la sua destinataria.
Quando me lo ha consegnato mi sono commossa.
Perché il valore di un dono autentico non si misura con il suo prezzo. Si misura con il posto che abbiamo occupato nella mente di qualcuno prima ancora di riceverlo.
Un regalo, quando è davvero un regalo, dice qualcosa di molto semplice: ti ho pensata quando non c’eri.
E forse non esiste definizione più essenziale del legame.
Mi sono chiesta allora che cosa, in questi sei anni, avesse costruito tutto questo.
Non c’è stato un momento preciso. Nessun evento straordinario. Ci sono stati tanti piccoli gesti.
Tra questi ce n’è uno al quale ho pensato subito: ogni anno le faccio gli auguri per il suo compleanno.
Può sembrare poco. Per me non lo è.
Al compleanno ho sempre attribuito un significato particolare. È la data nella quale qualcuno è venuto al mondo e ricordarla significa, almeno per me, qualcosa che va oltre una formula di cortesia. Significa dire all’altro: mi ricordo di te. La tua esistenza non è passata inosservata. Hai occupato un posto nella mia memoria anche mentre eravamo lontani.
Non posso sapere quanto abbia contato né voglio costruire una spiegazione certa per un gesto che è bello proprio perché non ha bisogno di essere spiegato. Ma mi piace pensare che anche questo sia entrato, insieme alle parole, ai sorrisi e a ciò che negli anni ci siamo raccontate, nella trama silenziosa di questa relazione.
Perché i legami spesso si costruiscono esattamente lì: nelle cose apparentemente minime.
Nel ricordarsi. Nel riconoscersi. Nel prestare attenzione. Nel vedere una persona anziché semplicemente incrociarla.
C’è una differenza enorme tra guardare qualcuno e vederlo. Possiamo incrociare molte persone senza che lascino alcun segno e possiamo trascorrere poco tempo con qualcuno per accorgerci, magari molto dopo, che qualcosa è rimasto.
Non sempre ciò che diamo viene raccolto. Possiamo offrire attenzione, presenza, parole e non ricevere alcuna restituzione. E possiamo invece compiere un gesto che a noi sembra minuscolo e scoprire, molto tempo dopo, che qualcuno lo aveva custodito.
Perché alcune persone sanno raccogliere.
Raccolgono una parola, un’attenzione, un compleanno ricordato, un sorriso. Ma soprattutto raccolgono qualcosa di molto più difficile da definire: l’essere state viste.
Lei avrebbe potuto restare, per me, “la signora che fa le trecce sulla spiaggia”.
Io avrei potuto restare, per lei, una delle tante persone conosciute durante una stagione di lavoro.
Invece siamo diventate qualcosa di diverso: due persone che si riconoscono.
E quando qualcuno si sente visto, qualche volta qualcosa di quel riconoscimento ritorna.
Non nello stesso modo e non nello stesso momento. La restituzione autentica non è un conto da pareggiare: nasce perché ciò che abbiamo ricevuto ha prodotto in noi il desiderio di rispondere.
Quest’anno quella risposta, per me, ha preso la forma di un contenitore coloratissimo arrivato dal Senegal.
Guardandolo vedo un viaggio, delle mani che lo hanno intrecciato, una donna che ha deciso di metterlo in valigia per me.
E vedo soprattutto quel margine di incertezza che rende il gesto ancora più prezioso: non sapeva se mi avrebbe trovata.
Sei anni fa c’erano semplicemente una donna che faceva le trecce su una spiaggia di Jesolo e un’altra donna che portava lì le proprie bambine.
Oggi c’è qualcosa fatto dalle mani di una sorella che non conosco, scelto per me dall’altra parte del mare e arrivato fino a qui nell’incertezza persino di poter essere consegnato.
In mezzo ci sono sei estati.
Parole, sorrisi, racconti, compleanni, partenze e ritorni. C’è memoria.
E c’è quella cosa impalpabile che chiamiamo legame e che spesso continuiamo a cercare nei grandi gesti mentre nasce, quasi sempre, dall’accumularsi di quelli piccoli.
Forse è proprio questo che rende preziose alcune relazioni: non quanto tempo trascorriamo con qualcuno, non quanto siano formalmente definite, neppure quanto le nostre vite si assomiglino.
Conta ciò che riusciamo a lasciare l’uno nell’altro.
Qualcosa può essere prezioso perché è raro o costoso. Oppure può diventare inestimabile perché qualcuno, a migliaia di chilometri di distanza, lo ha guardato e ha pensato proprio a noi.
E allora non possediamo semplicemente ciò che abbiamo ricevuto.
Custodiamo il pensiero che lo ha accompagnato.
Possiamo attraversare luoghi meravigliosi, collezionare fotografie, riempire la vita di esperienze.
Ma alla fine, quando qualcosa riesce davvero a raggiungerci, quasi sempre c’è un volto.
Forse perché i luoghi diventano importanti per chi vi abbiamo incontrato. Le cose per chi ce le ha donate. I ricordi per chi li ha abitati insieme a noi.
Cover: Un incontro in spiaggia a Jesolo.
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