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Storie di donne e di fili che non si sono mai fatti addomesticare

Storie di donne e di fili che non si sono mai fatti addomesticare

Se pensiamo al ricamo, probabilmente ci viene in mente una nonna seduta in poltrona, un gatto tigrato che rincorre un gomitolo e un silenzio interrotto solo dai rumori ovattati che provengono dalla strada. Eppure, dietro a quella che per secoli è stata liquidata come un’innocua “attività domestica per signore perbene”, si nasconde uno dei più potenti e sovversivi strumenti di comunicazione e lotta politica della storia umana.

Il filato non è mai stato un semplice insieme di fili colorati, ma un vero e proprio codice segreto per stampare significati sociali, marcare differenze di classe e, quando necessario, fare la rivoluzione. Nelle società preindustriali, il ricamo era il corrispettivo medievale di un feed Instagram pieno di auto di lusso e loghi dell’alta moda.

Il filato scelto diceva chi eri e, soprattutto, quanti soldi avevi. Se eri un nobile o un alto prelato, i tuoi abiti erano ricoperti di fili di seta pura tinti con pigmenti rari come la porpora o l’indaco, per non parlare dei filati metallici in oro e argento zecchino. Materiali non solo costosissimi, ma che richiedevano una complessa catena di approvvigionamento globale attraverso la leggendaria Via della Seta.

Ricamare con l’oro significava esibire la propria ricchezza sulla superficie dei vestiti. Il sociologo Pierre Bourdieu, secoli dopo, avrebbe definito tutto questo capitale culturale” e “gusto di distinzione”. Il ricamo tracciava un confine visibile e insuperabile tra le classi dominanti e quelle subalterne. Se eri una contadina, potevi scordarti l’oro. A tua disposizione c’erano solo filati in lana grezza, canapa o lino cardato in casa, tinti con erbe locali dai toni opachi. In quel caso non si cercava la “distinzione”, ma la pura resistenza e funzionalità. Il filo decideva chi potesse consumare risorse globali per puro ornamento e chi doveva limitarsi a sopravvivere.

Facendo un salto in avanti nel tempo fino al XVIII e XIX secolo si assiste all’entrata in scena della borghesia e, con lei, una nuova missione attribuita ai filati che consisteva nell’usare il ricamo per la costruzione sociale del genere. Il sociologo Thorstein Veblen ha coniato due concetti per descrivere la vita delle donne della buona società dell’epoca: consumo vistoso” e “ozio vistoso.

Per una donna borghese, passare le giornate a ricamare con finissimi filati di cotone mercerizzato non era un lavoro produttivo, ma la dimostrazione vivente che la sua famiglia era così ricca da potersi permettere di mantenere una persona in totale inattività economica.

In quel periodo il ricamo divenne la metafora di una domesticità coatta, veniva infatti utilizzato come strumento sociale per confinare e controllare le donne all’interno delle mura di casa. Alle bambine veniva insegnato l’uso del filo fin dalla tenera età attraverso i sampler (i paramenti d’imparaticcio). Imparare a gestire il filo significava assimilare pazienza, obbedienza, precisione e silenzio, le quattro virtù fondamentali della perfetta donna borghese. L’ago e il filo confinavano la donna nella sfera privata (la casa), mentre l’uomo operava indisturbato nella sfera pubblica (la politica, l’industria, le decisioni che contano).

A fine Ottocento succede qualcosa che cambia le regole del gioco, la rivoluzione industriale democratizza il filato. La nascita di grandi industrie tessili — una su tutte la francese DMC (Dollfus-Mieg & Compagnie) — lancia sul mercato filati standardizzati, economici e di altissima qualità.

È l’alba del celebre cotone Mouliné a sei capi lucidi, reso splendente dal processo di mercerizzazione. Il nome deriva dal francese moulinet (mulinello) e ne indica la struttura. La sua particolarità risiede nella composizione, una matassina racchiude un unico filo composto da sei piccoli capi facilmente separabili (o “divisibili”). Questo permette di dosare lo spessore a piacimento in base al tessuto o al tipo di disegno.

Un cambiamento tecnico che scardina le barriere sociali, il filato colorato e lucido smette di essere un lusso per pochi eletti. Anche le donne della classe operaia possono finalmente acquistare matassine a basso costo per abbellire le proprie case.

La lucentezza eccezionale di questo filato è dovuta alla mercerizzazione (scoperta dal chimico John Mercer), il trattamento consiste nell’immergere il filato di cotone in un bagno di soda caustica sotto tensione. Il processo modifica la struttura della fibra: rigonfia le pareti cellulari del cotone, rendendolo liscio e teso come la seta, aumenta drasticamente la lucentezza e la rifrazione della luce, rende il filo molto più resistente alla trazione e all’usura del tempo, migliora la ricettività del cotone ai coloranti, garantendo tinte brillanti che resistono ai lavaggi (fino a 60°C) e alla luce solare senza sbiadire.

Insomma, una vera innovazione nel silente mondo delle rappresentazioni sociali attraverso il filato. Le multinazionali tessili iniziano a pubblicare enciclopedie di ricamo, schemi e riviste. Il “gusto” non è più qualcosa di tramandato localmente o deciso dalle corti reali, ma viene centralizzato, impacchettato e venduto su scala globale nel primo vero mercato di massa dell’artigianato.

Se i patriarchi dell’Ottocento pensavano di aver addomesticato le donne chiudendole in casa a ricamare, si sono sbagliati. Proprio perché il ricamo era considerato un passatempo innocuo e prettamente domestico, i regimi oppressivi e i dominatori lo sorvegliavano raramente. Questo enorme cono d’ombra ha permesso alle donne di usare ago e filo per tessere e tramandare messaggi sovversivi in codice, invisibili agli occhi della censura.

Le prime a portare il ricamo in piazza in modo monumentale sono state le Suffragette nei primi del Novecento. Per i loro movimenti di protesta per il voto alle donne, scelsero tre colori precisi: filati viola (giustizia), bianchi (purità) e verdi (speranza). Con questi cucirono striscioni enormi, trasformando un’attività domestica in una rivendicazione politica sbandierata per le strade.

Qualche decennio dopo, questa stessa forza silenziosa è riemersa in modo drammatico e potente in Cile, durante la feroce dittatura di Pinochet, con le arpilleras. Le donne cilene, rimaste sole, iniziarono a usare fili di recupero e ritagli di stoffa per ricamare sui sacchi di juta storie di denuncia sulle sparizioni dei loro mariti e figli (i desaparecidos).

La polizia cercava armi e volantini, ma ignorava quei pezzi di stoffa colorati. Quei ricami venivano contrabbandati all’estero, aggirando completamente la censura del regime e mostrando al mondo intero gli orrori della dittatura cilena. Un vero e proprio giornalismo d’assalto fatto a mano.

Arrivando agli anni duemila, il filo non ha perso un briciolo della sua carica rivoluzionaria. I sociologi della cultura studiano con attenzione il fenomeno del craftivismo contemporaneo (craft, artigianato + activism, attivismo) che usa il filo per sovvertire i tradizionali ruoli di potere attraverso la Fiber Art utile a tappezzare le città di slogan politici e sociali, rivestendo arredi urbani, alberi e cartelli con lavori a maglia e ricami.

Letteralmente “bombardamento di filato”, lo yarn bombing è una forma di street art o graffiti urbani che utilizza tessuti colorati, lavori a maglia o all’uncinetto anziché vernici e bombolette spray.  Gli/le artisti/e rivestono tronchi d’albero, pali della luce, corrimano, panchine, biciclette e persino intere statue o autobus. A differenza dei graffiti tradizionali, lo yarn bombing è temporaneo e reversibile. I pezzi di tessuto vengono cuciti intorno agli oggetti e possono essere rimossi facilmente tagliando il filo, senza danneggiare le superfici.

Il movimento è nato nei primi anni 2000 negli Stati Uniti, guidato dall’artista Magda Sayeg, che per prima rivestì la maniglia della porta del suo negozio di abbigliamento a Houston (Texas). Nel 2005, Magda decise di rivestire la maniglia perché era annoiata dal paesaggio urbano circostante, che percepiva come freddo, grigio e privo di personalità. Come lei stessa ha raccontato, si trattò inizialmente di un “impulso egoistico” dettato dal bisogno di vedere qualcosa di colorato, caldo e fatto a mano in contrasto con il metallo e il cemento della strada.

L’installazione era mossa da una dinamica ben precisa quella di umanizzare l’ordinario. L’obiettivo era “vestire” un oggetto quotidiano e sterile per trasformarlo in qualcosa di accogliente e invitante per i clienti, senza comprometterne la funzione originaria. I passanti e i clienti rimasero talmente incuriositi ed entusiasti da entrare nel negozio solo per chiederle chi fosse l’artista dietro a quel piccolo “coprimaniglia” di lana.

Questa risposta inaspettata spinse Magda Sayeg a fondare il collettivo Knitta Please e a spostare la sua arte a maglia direttamente nel dominio pubblico, dando vita al fenomeno globale dello yarn bombing che, a livello visivo, scardina la percezione stessa della città introducendo una rottura cromatica e materica improvvisa.

Il paesaggio urbano moderno è dominato da materiali rigidi, freddi e spigolosi come il cemento, l’asfalto, il ferro e il vetro. L’inserimento del filato introduce una dimensione di morbidezza, calore e tridimensionalità che invita al contatto fisico. Rivestire un corrimano di metallo o una panchina di pietra non è solo un atto decorativo, ma un modo per modificare l’esperienza sensoriale del passante, stimolando la vista e il tatto in un contesto solitamente sterile.

Quando vedo mia cugina G. fare pupazzetti all’uncinetto che poi diventano divertenti portachiavi, mi viene in mente che anche lei nel suo piccolo sta contribuendo ad una rivoluzione che dura da secoli, quella di rivendicare un ruolo, di mandare un messaggio, di riaffermare un’identità.  

E così di nuovo oggi, nelle mani di mia cugina, il filo cambia completamente di segno. Diventa, prima di tutto, un atto di libertà assoluta. Scegliere di dedicare il proprio tempo libero alla creazione di piccoli portachiavi significa sottrarre l’arte tessile a qualsiasi obbligo sociale, trasformandola in uno spazio intimo di decompressione, relax e pura espressione personale.

Allo stesso tempo, la decisione di non vendere queste creazioni, ma di farne dono alle persone che le sono vicine, scardina la logica puramente commerciale del nostro presente. In un’epoca dominata dalla produzione industriale di massa, dove ogni oggetto è identico a un altro e privo di anima, i manufatti di G. riacquistano quel “capitale culturale” e quel valore simbolico di cui parla la sociologia, ma lo fanno in chiave affettiva.

Regalare un portachiavi significa fare dono di qualcosa che non si può comprare, le ore di pazienza necessarie per realizzarlo, l’attenzione millimetrica per ogni singolo punto e la concentrazione silenziosa della mente, fanno parte del dono.

In questo modo, l’accessorio quotidiano si trasforma in un vero e proprio legame invisibile. Chi riceve il portachiavi non porterà con sé un semplice oggetto per le chiavi di casa, ma un pezzo unico, un’opera in miniatura che custodisce un pensiero affettuoso.

Ogni volta che quelle chiavi verranno prese in mano, il filato ricorderà a chi lo possiede l’esistenza di una rete comunitaria e di un legame umano. Lontano dalle imposizioni del passato e dalle logiche del mercato globale, questo passatempo dimostra che il filo, dopotutto, non si è mai fatto addomesticare, continua a connettere le persone, nei modi più diversi e curiosi che si possano immaginare.

Così alla fine, un semplice filo di cotone (o lana, o seta, o juta, o….) ha fatto più rivoluzioni di quante i patriarchi dell’Ottocento avrebbero mai potuto tollerare. Quello che era nato come il “social network” medievale per ostentare ricchezza, e che poi era diventato una sorta di arresto domiciliare dorato per le donne borghesi, ha finito per ribaltare il tavolo.

Grazie alla democratizzazione della matassina, ago e filo hanno smesso di essere un passatempo silenzioso per “signore perbene” e si sono trasformati in armi di distrazione di massa contro il cemento delle città e gli stereotipi di genere.

A ricordarci che oggi lavorare a maglia è l’esatto contrario di fare la calzetta ci pensa la sociologa moderna Joanne Turney nel suo libro dal titolo The Culture of Knitting, dove sostiene che sferruzzare e ricamare non sono più sinonimi di noia casalinga, ma veri e propri atti di guerriglia culturale e resistenza identitaria col sorriso sulle labbra. The Culture of Knitting è uno dei testi più importanti dei Fashion Studies e della sociologia della cultura materiale, poiché analizza per la prima volta il lavoro a maglia non come un semplice hobby domestico, ma come un complesso fenomeno sociale, politico e identitario.

Nelle mani di chi oggi ne raccoglie l’eredità, il filo smette così di ricamare destini imposti e binari sociali già tracciati, per farsi disegno autonomo di libertà, manifesto visivo di un’identità che si riappropria dei propri spazi e della propria voce. Questa metamorfosi trasforma un gesto un tempo confinato nel silenzio domestico in un atto di pacifica e dirompente ribellione grafica, capace di portare la vivacità cromatica dei filati a ingentilire la pietra fredda e il cemento geometrico delle nostre città, quasi a voler riscaldare la spersonalizzazione dell’arredo urbano.

In un presente frammentato e iper-connesso eppure profondamente isolato, la trama condivisa dell’usare filati diventa un’azione terapeutica e sociale, un modo per ricucire i legami recisi di una comunità smarrita che ritrova il senso della vicinanza attraverso la lentezza millimetrica del fare a mano.

Nel suo continuo e instancabile dipanarsi tra la memoria storica del passato e le urgenze espressive del presente, il filato ci sussurra che nessuna mano è mai davvero sola o impotente finché conserva in sé la pazienza e la forza di intrecciare un sogno, trasformando l’antico e universale rito del ricamare nell’arte più nobile, politica e poetica di tutte: quella di abitare il mondo e lo spazio pubblico, secondo le proprie e irriducibili condizioni.

Cover: Foto di PixelLabs da Pixabay

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Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

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