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L’intelligenza artificiale non è rosa

L’Intelligenza Artificiale e l’uguaglianza di genere

In molti settori professionali, si registra attualmente una numerosità di maschi e femmine quasi uguale (medici, avvocati e insegnanti, per fare un esempio). Tale appartenenza professionale, anche se spesso accompagnata da un gender pay gap negativo per le donne, sta cambiando alcune abitudini e ridefinendo degli stili di relazione atavici.

Ciò non si può dire per l’intelligenza artificiale (IA). Il numero di donne che lavorano in questo settore è decisamente più basso di quello degli uomini. Secondo il World Economic Forum, le donne rappresentano solo il 22% dei professionisti dell’IA a livello globale; il 13,83% degli autori di pubblicazioni sul tema e solo il 18% degli autori delle principali conferenze sull’intelligenza artificiale.

Non solo questi numeri sono un affronto ai principi chiave di diversità e inclusione, ma attestano una mancanza di partecipazione femminile che si tramuta in un forte danno ideativo e produttivo. Si sa che tutti i settori produttivi sono tanto più efficaci quanto più diversificati in termini di genere.

Su richiesta dei suoi membri, l’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, la Comunicazione e l’Informazione) ha redatto una Raccomandazione sull’etica dell’intelligenza artificiale, che rappresenta il primo strumento di definizione di standard globali per l’IA. Tale raccomandazione è stata adottata da tutti i 193 Stati membri nel novembre 2021.

Il documento pone le basi per una trasformazione digitale che rispetti i diritti umani, la dignità umana, l’uguaglianza di genere e la sostenibilità ambientale. Promuove il raggiungimento di questi obiettivi attraverso un insieme interconnesso di valori, principi, azioni e politiche per guidare lo sviluppo e l’uso etico dell’IA.

La raccomandazione indirizza i governi a promuovere l’uguaglianza di genere, a garantire “diversità e inclusività” e a tutelare il principio di “equità e non discriminazione”, delimitando il framework etico per un imperativo di uguaglianza di genere nell’era digitale.

Le azioni concrete contenute nella raccomandazione includono:

  • destinare fondi al finanziamento di programmi legati al genere per la promozione del lavoro delle donne nell’IA;
  • garantire che le politiche digitali nazionali abbiano un piano d’azione di genere;
  • affrontare la questione dei divari salariali e di pari opportunità sul posto di lavoro, che da decenni rappresentano un grave ostacolo all’emancipazione economica delle donne;
  • incoraggiare l’imprenditorialità, la partecipazione e l’impegno femminile in tutte le fasi del ciclo di vita dell’IA;
  • investire in programmi mirati per aumentare le opportunità di partecipazione delle ragazze e delle donne nelle discipline STEM e ICT;
  • sradicare gli stereotipi di genere e garantire che i pregiudizi discriminatori non si traducano nei sistemi di intelligenza artificiale.

L’UNESCO sta inoltre sviluppando due strumenti innovativi – la metodologia di valutazione ex ante e la valutazione dell’impatto etico – per garantire che l’intelligenza artificiale venga utilizzata per promuovere i diritti di tutti gli individui, comprese donne e ragazze.

Così scrive il www.weforum:

“Oggi ci troviamo di fronte a un bivio: la scelta tra il progresso e la replica delle disuguaglianze e delle discriminazioni del “mondo fisico” nel “mondo digitale”. Anche se la tecnologia digitale diventerà sempre più disponibile sul mercato, il divario digitale di genere è sempre esistito e continuerà ad esistere, a meno che non modifichiamo le norme sociali di genere.”

… e in Italia? Storie di donne

La situazione italiana rispecchia quella europea e i dati non sono confortanti per le donne. Eppure, una tradizione di grandi menti matematiche l’abbiamo proprio noi. Un esempio è Maria Gaetana Agnesi, la prima donna a cui fu offerta una cattedra onoraria in un’università italiana nel 1750.

Il suo lavoro più importante è Istituzioni Analitiche, un testo pensato come manuale di studio che trattava in maniera chiara e concisa le diverse aree della matematica: l’algebra, la geometria e i neonati calcolo differenziale e integrale. Era il primo lavoro sistematico di questo genere ad ottenne un notevole successo, non solo per la chiarezza e l’originalità di molte argomentazioni, ma anche perché aggiornava le teorie seicentesche con le nuove teorie elaborate nel XVIII secolo. Esso inoltre contiene nuovi procedimenti per la risoluzione delle equazioni differenziali.

Maria Gaetana Agnesi fu una donna straordinaria il cui lavoro attesta quanto il genere femminile abbia sempre portato contributi innovativi e originali anche nel settore STEM e nella delimitazione della strada che ha portato allo sviluppo dell’IA.

Attualmente il lavoro di Sarah Bird, Chief Product Officer di Microsoft, consiste nell’evitare che l’intelligenza artificiale generativa, che l’azienda sta integrando nelle sue applicazioni per l’ufficio e in altri prodotti, vada fuori controllo. Osservando i generatori di testo, come quello che alimenta la chatbot di Bing, diventare sempre più evoluti, si è resa conto che questi sistemi si stanno efficientando anche sul fronte della produzione di contenuti fuorvianti e di codici dannosi.

Il suo gruppo professionale lavora proprio per contenere questo lato pericoloso della tecnologia. Secondo la Bird, l’IA potrebbe cambiare molte vite in meglio, ma “nulla di tutto ciò è possibile se le persone sono preoccupate che la tecnologia produca risultati intaccati da stereotipi“.

A partire dagli anni ’90 in Italia il numero delle studentesse universitarie ha superato quello dei ragazzi in ogni settore, anche in matematica e in ogni campo scientifico, eccetto nell’informatica dove sono il 14,5% del totale. Proprio poche.
Ma che fare?

Così sostiene Paola Govoni, storica della scienza dell’università di Bologna: “Dovremmo puntare a una scienza che sia al di sopra dei pregiudizi, sostenibile, rispettosa di ambiente, minoranze e diversità. E questo si raggiunge solo con la presenza delle donne. Donne che vogliono occuparsi di scienza per cambiarla

“La scienza: un gioco da ragazze!” 

Non si può che essere d’accordo con affermazioni di principio di tale levatura, anche se poi concretamente si fa fatica a trovare una strada per invertire la rotta. Far sì che le ragazze si appassionino alle materie STEM e trovino lì un percorso di realizzazione professionale soddisfacente.

Alcune indicazioni europee consigliano di:

  • Suggerire alle ragazze il test promosso dalla Commissione Europea “La scienza: un gioco da ragazze!”. Con questo test le ragazze possono scoprire il lavoro più affine alle loro attitudini e passioni e scoprire professioni di cui forse non conoscevano nemmeno l’esistenza come l’immunologa, la neuroscienziata, l’ingegnere del software, l’ingegnere oceanografico, la biologa marina, l’ingegnere aerospaziale.
  • Suggerire la conoscenza delle associazioni che promuovono le materie STEM. Ogni giorno nascono nuove associazioni, laboratori o camp pensati appositamente per avvicinare le ragazze alle STEM. Per esempio, la Scuola di robotica, Stem Innovation Camp, La nuvola Rosa, CoderKids, etc.
  • Trovare professioniste con esperienza in ambito STEM che possano essere testimoni attendibili e autorevoli della carriera che una donna può fare in questo settore.
  • Mostrare quanto possono essere interessanti e internazionali le materie STEM.

Non so se questi consigli siano davvero utili, di certo possono fornire indicazioni e aumentare la conoscenza del settore, anche se poi i veri problemi riemergono come lapilli di un’eruzione vulcanica e galleggiano minacciosi come isole di lava nel mare.

Mi riferisco alla responsabilità del lavoro di cura, che grava prevalentemente sulle donne, alla scarsità di servizi di accudimento per i più piccoli e per gli anziani, allo sbilanciamento delle possibilità di carriera legata alle interruzioni per maternità, che impediscono alle donne di accedere ai ruoli apicali, alla presenza di una costante segregazione verticale (tetto di cristallo) e anche di stereotipi, che portano a ritenere le donne più adatte ai lavori di accudimento e meno a quelli tecnici.

Tutti questi fenomeni sono in attenuamento e quindi forse aumenteranno anche le ragazze che intraprendono carriere legate alle STEM. Mi auguro che il loro percorso non sia troppo accidentato e che non le faccia pentire, ad un certo punto della loro carriera professionale, della scelta fatta. Se così fosse non avremmo fatto dei gran passi avanti ma solo “incastrato” delle donne in carriere professionali che alla fine risulteranno, per loro stesse, non soddisfacenti.

Penso anche che le libertà di scelta individuale vadano rispettate e se, vivere in certi contesti ambientali e lavorativi, facilita la serenità lavorativa e la progressione di carriera, magari attenzionando la conciliazione che resta un problema femminile, allora questi vadano sponsorizzati e consigliati.

Alla fine, conta di più la qualità della vita, che la missione “impossibile” di cambiare il mondo in poco tempo. Dipende dalle convinzioni personali, dalle scelte di vita, dall’ambiente in cui le donne sono cresciute, dalla consapevolezza che certi percorsi impongono. Non tutte sono delle novelle Giovanna D’Arco.

Anche di tutto questo si deve tener conto quando si consiglia a una donna una carriera professionale. Il mondo si può cambiare nelle piccole cose, come nelle grandi. Ad ognuno la sua missione, tenendo anche conto della fattibilità e dell’attenzione ad una possibile qualità della vita.

Mi rivolgo infine agli uomini: quanto siete davvero disposti a volere come compagna un ingegnere aerospaziale che dedica al suo lavoro tutte le sue migliori risorse ed è disposta per questo a delegare i lavori di cura? Credo che la risposta a questa domanda possa fare la differenza.

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Catina Balotta

Sociologa e valutatrice indipendente. Si occupa di politiche di welfare con una particolare attenzione al tema delle Pari Opportunità. Ha lavorato per alcuni dei più importanti enti pubblici italiani.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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