LA GUERRA A CASA NOSTRA
La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna
LA GUERRA A CASA NOSTRA
La riconversione bellica nell’Emilia-Romagna
In un recente convegno regionale promosso da RECA (Rete Emergenza Climatica Ambientale ER) e AMAS (Assemblea Movimenti Ambientalisti e Sociali ER), la giornalista freelance Linda Maggiori ha presentato una relazione molto interessante sulla riconversione bellica nell’Emilia-Romagna. Il quadro che ne emerge forse non è del tutto esaustivo, ma certamente delinea una situazione già di per sé assolutamente inquietante.
Si parte dalla costituzione di consorzi/progetti che vedono la presenza di diverse aziende, come ANSER Srl (AeroNautics and Space in Emilia-Romagna) ed ERIS (Emilia Romagna In Space). Le aziende principali che li compongono sono Curti, Bucci Composites, Bercella, Poggipolini, NPC SpaceMind e altre ancora, orientate nella produzione di componenti per l’industria meccanica (in particolare per l’automotive e il packaging) e che, negli ultimi anni, si sono orientate verso la “difesa” e l’aerospazio.
Sono aziende di dimensioni medio-piccole, ma a forte specializzazione e proprio per questo rappresentative delle caratteristiche del tessuto produttivo emiliano-romagnolo. Diverse di loro sono fornitrici dei grandi soggetti dell’industria per la guerra, come Leonardo, Thales, MBDA, e si avvalgono di un ruolo importante della Regione Emilia-Romagna e delle strutture universitarie, in primis l’Università di Bologna.
Siamo in presenza, dunque, di una realtà significativa e, soprattutto, di una linea di tendenza che va compresa e indagata per bene.
La spinta per la conversione verso l’industria bellica è molto forte nel mondo, in Europa e anche nel nostro Paese. Dovrebbe essere abbastanza chiaro che le politiche europee si stanno orientando in quella direzione, a partire dallo stanziamento di 900 mld. di € messi a disposizione per il riarmo.
Per certi versi, dovrebbe far riflettere ancor più il fatto che la Germania sta investendo in modo massiccio nell’industria della “difesa” e nel riarmo: parliamo di risorse che, nelle sue varie forme, potrebbero arrivare attorno ai 900-1000 mld. da qui al 2030.
Le aziende tedesche impegnato nel settore bellico stanno registrando impennate molto forti nel loro fatturato, mediamente attorno al 30%. Le stesse Volkswagen, Mercedes e Bwm stanno considerando, magari in via indiretta, di entrare in questo redditizio segmento produttivo.
Il punto di fondo è che l’industria tedesca, attraversata da una grave crisi dovuta, da una parte, all’incremento dei costi energetici e, dall’altra, in particolare nel settore automobilistico, a una perdita forte di competitività e di restringimento dei mercati di sbocco, vede nella riconversione dell’industria bellica un’opportunità forte per uscire da una difficoltà strutturale del proprio modello produttivo.
E’ evidente che l’apparato produttivo dell’ Emilia-Romagna, che da sempre costituisce un elemento importante nella subfornitura del ciclo industriale tedesco, possa essere oggetto di una sorta di attrazione fatale in quella direzione. Un processo che deve essere contrastato. Quello che poi dovrebbe essere escluso è che questa prospettiva possa diventare una scelta consapevole e strutturata da parte delle politiche pubbliche.
Non faccio quest’affermazione casualmente, ma a fronte del fatto che sembra emergere un vero e proprio sistema, guidato e orientato dalla Regione e da altre istituzioni pubbliche, che pare andare in quella direzione. Andando, infatti, più a fondo della filiera delle aziende impegnate nel settore bellico e dell’aerospazio, ci si trova di fronte ad un vero e proprio progetto di politica industriale traguardato a quell’opzione.
Si parte dal fatto che la Regione Emilia-Romagna si è assunta il ruolo di definizione di strategie e finanziamento delle politiche industriali – e fin qui tutto bene- a cui corrisponde, come braccio operativo, ART-ER (Attrattività Ricerca Territorio), società consortile per azioni, partecipata al 65% dalla Regione stessa e, per le restanti quote, da varie Università e altri Enti pubblici, che ha il compito di coordinare e favorire i processi di innovazione del tessuto industriale. A suo volta, ART-ER si articola in associazioni di carattere settoriale, tra cui la fa da padrona Cluster-ER Mech, che ha il compito di mettere in rete imprese e ricerca che intervengono nella meccatronica, comprendendo anche materiali avanzati e aerospazio.
All’interno di quest’ambito, un ruolo decisamente importante lo svolge il CIRI (Centri Interdipartimentali Ricerca Industriale) dell’Università di Bologna, che può essere considerato il motore scientifico di tutta quest’operazione. A valle di questo complesso meccanismo si situano ERIS e ANSER Srl:
il primo che si occupa prevalentemente di organizzare lo sviluppo del settore aerospaziale,
il secondo, che è un consorzio di imprese che aggrega la filiera aerospaziale, in cui entrano come protagoniste le aziende cui ho fatto riferimento sopra.
Insomma, viene fuori un quadro per cui la Regione Emilia-Romagna e altri Enti pubblici sono attivamente impegnati nel promuovere lo sviluppo di attività imprenditoriali fortemente connesse con l’industria di guerra.
Immagino che a questa lettura si possa avanzare l’obiezione che questo collegamento non è così automatico e che, invece, si pensa semplicemente di favorire lo sviluppo di un settore altamente innovativo. O, ancora, che, in realtà, queste iniziative sono volte a costruire una capacità autonoma del nostro Paese e dell’Europa in settori dominati dalle grandi superpotenze, Stati Uniti e Cina in primo luogo.
Rimane, però, il fatto che, da una parte, le imprese che operano, direttamente o con produzioni dual-use ( civili e militari), hanno molto a che fare con l’industria bellica e che purtroppo la tendenza prevalente in Europa è quella di intrecciare in modo pressoché indissolubile innovazione produttiva e riarmo. Bisognerebbe perlomeno spezzare questo binomio, decidendo che le imprese che hanno a che fare con l’industria bellica non possono partecipare a programmi pubblici volti a produrre innovazioni nel sistema produttivo.
Il tutto è poi aggravato dalla totale mancanza di trasparenza e informazione ai cittadini delle scelte che si stanno mettendo in campo: per una Regione che si vanta di promuovere la partecipazione, questo sarebbe il “minimo sindacale”. A maggior ragione, visto che, per esempio, siamo in presenza del tentativo di tenere nascosti gli atti relativi all’insediamento del Tecnopolo di Forlì, dove dovrebbe sorgere l’hub aereospaziale collegato a Eris, o, addirittura al fatto di allontanare giornalisti (tra cui la stessa Linda Maggiori) da sedi pubbliche dove si discute di queste tematiche, com’è successo lo scorso 12 giugno a Reggio Emilia durante un convegno organizzato dalla Confindustria locale proprio su aeronautica, difesa e aerospace.
Infine, il ragionamento decisivo è che sarebbe necessario pensare ad un modello produttivo e sociale alternativo a quello dominante, al quale sembra accodarsi anche la Regione. Anzichè l’innovazione nel settore della “difesa”, non occorrerebbe invece sostenere una politica industriale che promuova innanzitutto la transizione ecologica ed energetica? Anche qui c’è molto spazio per l’innovazione e per la costruzione di un’importante filiera industriale e, soprattutto, si potrebbe prefigurare un’idea ben diversa rispetto a quella che sta venendo avanti, ispirata all’affermazione dell’utilità sociale e dei beni comuni, capace di contrastare la logica di guerra cui troppi si stanno rassegnando.
Una scelta di questa natura può, se praticata sul serio, evitare la deriva della riconversione bellica e orientare il sistema e la conversione produttiva verso un’economia di pace, che rifugge dalla logica predatoria dell’accaparramento delle risorse energetiche e naturali, anche questa connaturata all’economia di guerra. Ovviamente, però, per arrivare lì, occorre che le istituzioni e i soggetti pubblici si attivino consapevolmente in questa prospettiva e anche una mobilitazione sociale e politica in grado di promuoverla e sostenerla. Un bel compito per chi ha a cuore un futuro diverso e possibile.
In copertina: Foto di Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio
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Bellissimo articolo che condivido in toto.
Grande profondità precisione in contestazione al modello di sviluppo attuale….Bravo!!!!