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Se Mario Draghi cambia idea: ma sarà vero? 

 

A Mario Draghi l’Unione Europea ha dato l’incarico di rappresentare uno scenario sul futuro dell’Europa, e le conseguenti scelte. Da alcune sue conferenze possiamo desumere il succo del rapporto che verrà presentato.

Su alcune impostazioni strategiche Draghi dice che ha “cambiato radicalmente idea”. La realtà si è incaricata di fiaccare la visione liberista del mercato come generatore di benessere condiviso degli ultimi 20 anni, a cui lo stesso Draghi ha partecipato da grande protagonista. Dice ora Draghi, in quella che suona come una sorta di autocritica: “Abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e, combinando ciò con una politica fiscale pro-ciclica, l’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda interna e minare il nostro modello sociale. Ci siamo rivolti verso l’interno, vedendo i nostri concorrenti tra di noi. Ma ora il mondo sta cambiando…altre regioni non rispettano più le regole e stanno elaborando politiche per migliorare la loro posizione competitiva”.

In sostanza Draghi vuole creare nuovi “campioni europei”, cioè grandi imprese che contrastino quelle americane e cinesi e quindi rafforzare politiche di concentrazione industriale e accordi tra imprese europee di diversi Paesi. A tutta prima sembra una buona idea: pensiamo che oggi l’europea Airbus negli aerei è diventata leader mondiale battendo l’americana Boeing. Occorre sapere però che, in questo modo, verrà dato un ulteriore colpo a quella miriade di piccole imprese (specie italiane) e di piccoli artigiani che piuttosto che “finire sotto padrone”, fanno un sacco di ore di lavoro con cui compensano la loro bassa produttività, ma garantendo alle medie e grandi imprese quella flessibilità che Germania e Francia non hanno (e che spiega, in parte, il grande successo dell’export della manifattura italiana). Ci sarebbe quindi bisogno, se passa l’idea della ulteriore concentrazione, di una qualche forma di aiuto a questi “piccoli” che sono da sempre il “tesoro” dell’Italia, anche se sono i “grandi” e i “cavalieri del lavoro” a prendere i titoli dei giornali (e a pagare la pubblicità dei grandi media, da cui sono ricambiati). Inoltre, se ciò fosse fatto senza ridurre salari e occupazione nulla da obiettare: altrimenti, sarebbe una ulteriore forma di distruzione del modello sociale europeo, che coniugava alta produttività con (mediamente) alti salari e welfare, un unicum nel mondo.

Draghi spiega che dopo la crisi del 2009, che lui chiama del “debito sovrano”, ma che è stata innescata in Europa dalla speculazione finanziaria americana dei subprime, è stato un errore svalutare il lavoro e avviare una politica di austerità. In realtà più che “errori” sono state scelte deliberate: come quelle di allargare la UE nel 2004 a 100 milioni di lavoratori dell’Est che avevano un salario pari a un terzo o un quarto degli italiani, spagnoli, portoghesi, greci (per non parlare dei nordici e tedeschi); come approvare una direttiva sui “lavoratori dislocati” che consentiva ai Paesi di provenienza (dell’Est) di poter usare la loro legislazione e i loro contratti di lavoro anche nei paesi di destinazione (la “vecchia Europa”, Germania, Italia,…), facendo fallire decine di imprese sotto la pressione del dumping salariale dell’Est Europa. E’ questa, peraltro, una delle ragioni principali per cui i salari italiani non crescono da 15 anni. Situazione poi aggravata da un’altra direttiva (Bolkestein): tutte scelte pensate attentamente e deliberate, altro che “errori”.

Articolo 41 della nostra Costituzione: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Si potrà notare che il mercato unico europeo non si muove affatto nella logica dei fini sociali. Anzi, con l’ipotesi di allargamento a 36 Stati, si persevera nell’errore di far entrare altre decine di milioni di lavoratori (in un mercato unico senza politica) che hanno un salario medio di 300 euro al mese. Ciò ovviamente, come avvenuto dopo il 2004, accentuerà le delocalizzazioni e la pressione per tenere bassi i salari nella “vecchia Europa”. Se si vuole aiutare l’Ucraina si crei un “Piano Marshall”, senza farla entrare in Europa (come gli altri 8 candidati).

Che sia necessario passare attraverso una competizione “gli uni contro gli altri” in cui uno è l’Europa siamo d’accordo: ma ciò implica accordi comuni sulla difesa, sulla politica estera, su politiche industriali comuni che presuppongono, più che un libero mercato ancora più esteso ad altri nove Stati, una politica europea che non c’è.

La costruzione di imprese che possano essere “campioni europei” deve avvenire nella difesa degli attuali livelli salariali e introducendo più welfare. Se invece è un modo per concentrare la conoscenza in poche mani e quindi favorire pochi grandi oligopolisti europei, non ci siamo. Una spia in tal senso è la bocciatura da parte della Commissione europea della proposta di costruire una infrastruttura pubblica comune per farmaci et similia, come avrebbe consigliato il dopo Covid. Anzi l’idea è usare i dati dei pazienti UE per accelerare gli extra profitti delle grandi imprese private.

Siamo invece ancora succubi degli Usa, senza capire che siamo entrati in un nuovo secolo che non sarà più quello “americano”. Si ignora l’importanza di costruire un rapporto paritario con l’Africa, costruendo filiere che riducano la dipendenza da materie prime possedute dai Cinesi, Asiatici o Russi; una follia isolazionista, quell’isolazionismo di cui si accusa Trump senza vedere il nostro. Poi c’è il riarmo europeo: come se dovessimo necessariamente andare verso nuove guerre. Un conto è infatti una difesa europea, che può costare molto meno della somma dell’attuale budget dei 27 Stati e che si basi più sulla diplomazia che sulla forza militare, un altro conto è stare dentro un riarmo deciso dalla Nato (con un mix letale tra segreti militari e proprietà intellettuale) in cui spendiamo un sacco di soldi per seguire le follie degli Stati Uniti. 

Bisognerebbe anche decidere se i fondi pubblici (e l’eventuale debito comune) devono servire per allargare il Welfare o per essere usati da privati; se la rete pubblica dei computer debba servire a supportare start-up private sull’AI oppure a favorire una prosperità diffusa a tutti i cittadini. La fine dell’interconnessione delle reti energetiche europee è servita (lo abbiamo visto con la fine del mercato tutelato di gas e luce in Italia, voluto proprio da Draghi) più per favorire il libero mercato che i cittadini.

Draghi non fa mai cenno al vantaggio comparato che abbiamo invece sulle filiere verdi europee.

In futuro ci sarà un enorme problema per le imprese di carenza di lavoratori che implicherebbe l’organizzazione europea di una immigrazione legale programmata: di questo non si fa cenno nel Rapporto. Così come sbagliata è l’idea della iper specializzazione nell’istruzione, che rischia di essere la più grande topica del futuro, in quanto specializzeremo diplomati e laureati per qualcosa, che andranno a fare in massima parte qualcos’altro. Ciò che servirebbe è invece una forte preparazione culturale di base, tecnica ed umanistica, che consenta adattabilità e libertà.

Draghi fa cenno anche all’importanza di “dare più potere ai lavoratori”, ma rimane un afflato che non si traduce in indicazioni pratiche (per es. con le compartecipazioni ai profitti delle imprese). E ciò appare in grave distonia con l’intero impianto, che è in realtà una forma nuova di rilancio del cosiddetto “libero mercato”. 

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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