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Alberto Melandri, O capitano! Mio Capitano!

Alberto Melandri, O capitano! Mio Capitano

O Capitano! Mio Capitano! Il nostro duro viaggio è finito,
la nave ha scapolato ogni tempesta, il premio che cercavamo ottenuto,
il porto è vicino, sento le campane, la gente esulta,
mentre gli occhi seguono la solida chiglia, il vascello severo e audace:
ma, o cuore, cuore, cuore!
gocce rosse di sangue
dove sul ponte il mio Capitano
giace caduto freddo morto.

(scritta da Walt Whitman dopo l’assassinio di Abraham Lincoln)

 

Ci ha lasciati il 10 giugno 2019.

 

A lui devo letteralmente la vita perchè mi ha salvata.

Mi ha permesso di non abbandonare la scuola che mi provocava così tanta sofferenza, vergogna e sentimenti di inadeguatezza da voler scomparire e mi ha indicato la strada per il mio futuro che, adesso è, per davvero, il mio presente.

Alberto è stato mio insegnante in prima al Liceo Classico, avevo16 anni, ed è in quell’anno che sono rinata. E’ tornata la passione per lo studio e la consapevolezza di essere un individuo degno e di valore.

Il prof. Melandri ha portato alla maturità, nel 1978, la III D del Liceo Ariosto che era la mia sezione.
La III D era una sezione sui generis. Intanto era tutta femminile: per le femmine, allora, se proprio amavano studiare ma erano, come dire, modeste e non si accontentavano di scuole pensate per trovare un lavoro, era preferibile mandarle alle magistrali, percorso rispettabile e molto più adatto a quello delle “prescelte” ritenute migliori per dato di fatto!

La sezione concentrava appartenenze sociali “anomale” per un liceo: mio padre ad esempio era un operaio metalmeccanico, il padre della Maddy faceva l’infermiere generico, Barbara era figlia di un bidello, molte non erano neanche della città, figlie di agricoltori, magari danarosi ma un po’ fuori contesto per figurare nei salotti buoni.

Già! Ancora nel 1978 il Liceo Ariosto manteneva il suo orgoglio di scuola d’élite, le sezioni erano rigorosamente gerarchiche: la sezione A era l’eccellenza, la B ottima, via via a scendere fino alla E, più giù era assolutamente improponibile calare.

L’inserimento in una sezione, al momento dell’iscrizione, non dipendeva dal merito, non solo, ma dalla classe sociale di provenienza e dalla qualità presunta delle scuole frequentate precedentemente.

In III D c’erano studentesse che provenivano da scuole di periferia poco rinomate e tuttavia con la velleità di ambire a pari possibilità e sogni delle ragazze “bene”.

Al suo interno c’era qualche eccezione, compagne di classe ben agiate e di buona famiglia ma senza un grande curriculum scolastico, però loro dovevano, per un indiscutibile imperativo, frequentare niente altro che il Liceo. Per queste compagne erano già all’orrizzonte laurea e professione, spesso figlie d’arte (medici,avvocati, farmacisti, famiglie importanti…), il rendimento scolastico un fastidioso obbligo da tollerare.

La gerarchia governava anche l’attribuzione degli insegnanti. La sez A aveva gli insegnanti più quotati, stimati, socialmente riconosciuti e riveriti, la B, la C, le altre a seguire.

Ovviamente per noi della D c’era un’abbondanza di precari, prof. alle prime armi, prof. poco “amati” dall’establishment storico governato dal Preside Modestino.

Abbiamo avuto per tutta la durata degli studi superiori, per “tenerci ferme al nostro posto”, due mastini, due insegnanti uscite dalla penna di un racconto di Dickens; una che ci guardava con la freddezza di un basilisco e il disgusto aristocratico per l’ignoranza e la povertà, l’altra che non ha mai perso occasione per dirci che eravamo braccia rubate alla terra.

E io ci credevo, invece di ribellarmi mi annichilivo sempre di più. Nella mia insignificanza speravo di diventare invisibile; timida e intimidita dai compagni del liceo, per lo più, così brillanti, estroversi, alla moda. Ero veramente convinta di essere fuori posto e di essere stata presuntuosa, di aver messo i miei genitori in difficoltà per un peccato di orgoglio e di vanità. Hybris l’avrebbero definita i graci antichi.

Ma nell’anno 1978 è arrivato da noi il prof. Melandri Alberto, profe di Italiano e Storia. Un profe giovane, con i capelli lunghi, sorridente, che portava i jeans, una giacca a vento blu e lo zaino rigonfio di libri. È rimasto così, identico, inconfondibile per tutti gli anni a venire, non è mai invecchiato. Questo giovane insegnante, intelligente, coltissimo e brillante, qualità che gli permettevano di dover essere tenuto in conto dal corpo docente tradizionale, credeva che il diritto all’istruzione fosse per tutti, che la cultura fosse una occasione di emancipazione e non di esclusione. In classe ci guardava cordialmente e sentivamo di essere viste per davvero, ognuna di noi era riconosciuta e rispettata nella sua individualità, nella sua dignità, nella sua potenzialità.

Il primo giorno Alberto ha fatto l’appello nominando a memoria ogni studentessa e il nome era accompagnato da un sorriso e uno sguardo caldo, interessato e diretto. Ho pensato: allora esisto!

E così arriviamo alla III D che, a parte le solite snob, beate nella loro vacuità, comincia a non sentirsi più la classe dei paria, non abbiamo più soggezione e facciamo sentire la nostra voce, ritroviamo coraggio e orgoglio da esibire dentro e fuori dalla classe. Impariamo a contestare la logica classista che non era più un dato scontato e a difendere i nostri diritti di studentesse, di donne, di cittadine.

Siamo tutte arrivate a conseguire la Maturità liceale, poche di noi, successivamente, hanno fatto parte “della classe dirigente”, quella che il preside Modestino ci aveva indicato già in quarta ginnasio come unico traguardo imprescindibile.

Molte di noi non hanno perseguito carriera, potere e prestigio sociale, abbiamo invece indirizzato la nostra vita verso altri valori che pensavamo prioritari: coltivare lo studio per avere voce e pensiero critico, contribuire al benessere della società, realizzarci senza ingaggiare lotte, competizioni, gare che stabiliscono i primi e gli ultimi, non inseguire il prestigio, il successo.

Ciò che abbiamo imparato da Alberto Melandri è divenuto per me la base culturale ed esistenziale per essere al servizio delle persone che amo (il riscatto e il rispetto per mamma, papà ,gli amici del quartiere), per le mie scelte politiche, attenta al mondo, per contagiare la passione per la vita, la certezza di una emancipazione.

Durante una lezione sul ‘900, Il prof. Melandri ci ha parlato di Freud e della psicoanalisi. Il suo scopo era mostrarci come questa prospettiva rivoluzionaria, per alcuni aspetti, aveva permeato e trasformato la letteratura e la percezione del mondo. Le sue lezioni, come sempre appassionate e vive, mi hanno catturato, le sue spiegazioni mi hanno aperto un orrizzonte affascinante e magico che andava oltre la letteratura. Questo Sigmund mi intrigava con la sua filosofia che spiegava tanti segreti della psiche e dell’essenza dell’uomo.

Così, dopo la mia rinascita, ho anche trovato il mio progetto di vita. Oggi, grazie a lui, sono psicologa e psicoterapeuta.

Il mio lavoro lo considero in continuità con gli insegnamenti di Alberto: ridare dignità e senso al dolore e al disagio, accogliere le fragilità, riscoprire le proprie resilienze, giocare per crescere, farsi domande per capire, sorridere.

Ci siamo persi di vista per alcuni anni, ho saputo che aveva scelto di insegnare alle Magistrali e ne sono stata contenta perché i bravi maestri devono essere là dove sono meno scontati e dove c’è più libertà per sperimentare cose nuove. Ci siamo riavvicinati un po’ di tempo dopo, io già grande. Ovviamente di me, come della mia classe, ricordava tutto nei minimi particolari.

Nel corso del tempo Alberto è divenuto mio amico, lui sempre geniale, appassionato, intelligentemente spiritoso, leggero, capace di spendersi con grande generosità in tutto ciò che faceva. Ci siamo ritrovati dalla stessa parte, quella della pace, della nonviolenza, della educazione multiculturale, contro il razzismo, in favore dell’equità sociale, dei diritti, senza dimenticare però di sorridere e mantenersi curiosi del mondo.

Alberto, un eroe improbabile a vederlo, ma senza macchia e paura a conoscerlo, nella mia vita non è stato più solo il prof della mia adolescenza ma è diventato una presenza, un riferimento, uno dei miei indimenticabili buoni maestri. O capitano! Mio Capitano

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Giovanna Tonioli

Giovanna Tonioli da molto tempo si occupa di Dipendenze Patologiche nel servizio pubblico. A lungo, come educatrice, ha pensato di fare uno dei mestieri più belli perchè coraggioso, avventuroso, “stupefacente” come le storie delle persone. Il battesimo lo deve a Marco Cavallo e, sull’onda del pensiero della Psichiatria Democratica, le piace abbattere le porte chiuse e lottare contro tutte le forme di stigma; è testimone delle più svariate umanità. Si è laureata in Psicologia clinica, si è specializzata presso l’Istituto di Psicoterapia Espressiva di Bologna ed è socia di Art Therapy italiana. Lavora a Ferrara. L’incontro con l’arte terapia è stata una svolta importante sia personale che professionale – ma Marco Cavallo lo sapeva già – e così come libero professionista svolge l’attività di Psicoterapeuta Espressiva, dove l’arte, la creatività e l’estetica si sposano con la psicoanalisi, le neuroscienze, la mente con il cuore delle persone. Una terra di mezzo, uno spazio transizionale in cui le parole possono incontrarsi con tutte le forme espressive, il rigore con la curiosità e il gioco, la disciplina con l’immaginazione. Giovanna è anche un mezzo (e sottolinea “mezzo”) soprano, una sfocata fotografa, un’artista naif. Vive in provincia di Ferrara, precisamente alla Cuccia, una piccola casa in uno sperduto borgo di campagna, con i suoi cani che nel tempo si avvicendano, ma che, sempre, sono a loro modo grandi maestri di vita.

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