Perché ho scelto di insegnare in carcere
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Le voci da dentro /
Perché ho scelto di insegnare in carcere
di insegnanti vari del Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti
I CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti) sono scuole statali pubbliche e gratuite che offrono la possibilità a tutte le persone con più di 16 anni di età (o anche 15enni se stranieri e non accompagnati) di ottenere il diploma di “terza media”, la certificazione delle competenze relative all’obbligo di istruzione che corrisponde al “biennio delle superiori”, corsi di italiano L2 per stranieri e corsi di lingue, informatica e ampliamento culturale.
Presso il CPIA si svolgono diversi corsi che permettono a tutte le persone maggiorenni di essere cittadini “attivi” e di apprendere in modo permanente e attuale. Al CPIA di Ferrara compete l’istruzione carceraria presso la Casa Circondariale di Ferrara.
Ho chiesto a diverse insegnanti che lavorano presso il carcere di Ferrara di spiegare alla cittadinanza il motivo della propria scelta professionale. Queste le risposte di Ilaria, Elena, Caterina ed Irene che qui ringrazio ancora per la loro preziosa testimonianza.
(Mauro Presini)
Ho scelto di insegnare in carcere perché sentivo il bisogno di dare un senso più concreto al mio lavoro. Insegnare lingue, per me, non significa solo trasmettere regole grammaticali, ma offrire strumenti per aprirsi al mondo e immaginare possibilità diverse. In un contesto come il carcere, questo assume un valore ancora più forte.
Ho scelto di esserci, perché credo profondamente nel potere dell’educazione come occasione di riscatto e di crescita personale. In aula non vedo detenuti, ma persone con storie complesse, che attraverso lo studio cercano uno spazio di dignità e di futuro.
Questa esperienza mi sta dando molto più di quanto io riesca a dare. Mi mette continuamente alla prova, mi costringe a rivedere i miei schemi e ad ascoltare davvero. Ogni piccolo progresso, ogni parola imparata, ogni momento di attenzione condivisa ha un peso diverso, più intenso.
È un’esperienza impegnativa ma profondamente umana. Mi ricorda ogni giorno perché ho scelto di insegnare.
Ilaria Chiccoli
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Ho iniziato quasi per caso, perché, dopo tanti anni di lavoro in altri contesti, mi si è presentata l’opportunità di entrare in carcere come insegnante ed ho accettato, senza consapevolezza di ciò che avrei trovato e forse con un po’ di timore.
Il mio coinvolgimento è stato fin da subito pieno ed autentico. Immergersi in questo contesto significa entrare in una dimensione più vera, quasi senza filtri, gestire relazioni complesse ed ascoltare frammenti di storie difficili da raccontare; ma anche ricevere grande attenzione e rispetto, da parte di chi è in classe per scelta, per ricevere ascolto, per impiegare bene il tempo rimasto, o per una grande voglia di riscatto.
In breve tempo, ho realizzato che avrei imparato molto di più di quanto insegnato, che entrare in un contesto in cui il tempo non passa mai e lasciare l’orologio fuori dall’aula voleva dire, attribuire alle ore un significato nuovo, senza una netta separazione tra lezioni didattiche e di vita, in cui tutti potevamo metterci in gioco.
Dopo aver ricevuto tantissimo, rimanere in questo ambiente è diventata una scelta per continuare a crescere professionalmente, ma soprattutto umanamente e, ringrazio ancora chi, mi ha offerto questa opportunità.
Elena Zerbini
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Non ho scelto volontariamente di lavorare in carcere. Il carcere mi è stato assegnato come prima sede durante l’anno di prova. Non avevo alcuna esperienza né in ambito carcerario né nell’istruzione per adulti e, nonostante gli anni di insegnamento nella “scuola del mattino” con i ragazzi, durante i quali avevo maturato una buona esperienza nell’insegnamento dell’arte, ho avuto fin da subito la sensazione di dover ricominciare da zero.
All’inizio è stato destabilizzante, ma proprio questa difficoltà mi ha costretta a rimettermi in discussione, a cambiare prospettiva, a imparare un modo nuovo di insegnare e di relazionarmi. Alla fine del primo anno avrei potuto chiedere il trasferimento per tornare a insegnare ai ragazzi e soprattutto in una scuola più vicina a casa mia, perché vivo a Bologna. Invece ho scelto di restare.
Non è stata una decisione immediata o scontata, è maturata giorno dopo giorno, entrando in contatto con le persone, osservando i piccoli cambiamenti, riconoscendo il valore di quello che accadeva in classe. Ho capito che il carcere, per quanto possa sembrare un luogo chiuso e limitante, è per me uno spazio di apprendimento continuo, non solo come insegnante ma anche come persona.
È proprio da questa esperienza che nasce il senso del progetto “Immagini e parole”, che porto avanti da quattro anni nelle diverse classi della scuola CPIA. Ho sentito il bisogno di trovare strumenti che permettessero agli studenti di esprimersi anche quando le parole non sono sufficienti, o quando la lingua rappresenta una barriera, e di consolidare o acquisire le competenze linguistiche attraverso il confronto e la relazione dei due linguaggi: quello verbale e quello visivo.
Lavorare sul rapporto tra linguaggio dell’arte e quello verbale attraverso la poesia visiva, il fumetto, la narrazione significa offrire possibilità diverse di accesso alla comunicazione. Credo che abbia profondamente senso proporre questo tipo di attività in carcere, perché qui il bisogno di esprimersi e di essere riconosciuti è fortissimo. Mi è capitato molte volte di vedere studenti inizialmente distaccati o disinteressati trasformarsi, poco alla volta, in persone curiose e partecipi. Sono trasformazioni silenziose, fatte di piccoli gesti, ma estremamente significative.
In questa direzione si inserisce anche il lavoro, ancora in via sperimentale, sul Dizionario multilinguistico illustrato. La varietà di lingue e culture presenti in carcere è una ricchezza, ma anche una sfida. Costruire insieme uno strumento che unisca immagini e parole significa facilitare la comprensione, ma anche valorizzare le identità di ciascuno, rendendo tutti partecipi.
Ho scelto di esserci perché sento che qui il mio lavoro ha un senso profondo e questa sensazione si rinnova tutte le mattine quando con la mia bicicletta salgo sul treno per raggiungere Ferrara ed entrare in classe. Ogni giorno è una sfida, ma anche un’occasione per crescere insieme agli studenti. Insegnare in carcere, per me, significa proprio questo, sentire che il mio lavoro ha un senso profondo, perché mi permette di crescere come persona, di continuare a imparare ogni giorno e, allo stesso tempo, di creare spazi di relazione, di fiducia e, quando possibile, di trasformazione.
Caterina Morelli
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Presente
Insegnare in carcere per me è vivere l’intensità di un presente, prezioso sempre e comunque, quello che abbiamo, che arriva da lontano e apre al futuro. Il lavoro che si crea nelle relazioni di insegnamento-apprendimento è qui, nel presente, ma si allaccia continuamente all’altrove, all’umanità che si racconta nei secoli e accoglie le nostre voci. Nel mare della storia, negli oceani della letteratura, ciò che abita la classe è un’essenza, porta con sé il senso del possibile, che già si apre in tempo di chiusura:
un’ora, per qualcuno un quarto d’ora
si ferma o scorre, prima o dopo
il carrello, l’avvocato, il colloquio
la palestra, il lavoro, il teatro e
lascia appena da parte il chiasso
i cancelli e le televisioni
tempo ritagliato
per un’attenzione, un silenzio, un sapere
una parola sospesa
il nuovo
che entra nelle menti, talvolta
nei cuori e non lo sappiamo
e non lo sapremo.
Irene Fioresi
Le immagini della cover e del testo provengono dalla pubblicazione del garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive e limitative della libertà personale: “Repertorio di immagini degli spazi trattamentali delle carceri dell’Emilia-Romagna” con foto realizzate dal fotografo Francesco Cocco nel periodo che va dal dicembre 2022 al giugno 2023 – Si ringrazia Roberto Cavalieri, Garante regionale delle persone sottoposte a misure limitative o restrittive della libertà personale per averci autorizzato all’utilizzo delle immagini.
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