Per certi versi /
Usiamo parole troppo grandi
Usiamo parole troppo grandi
Usiamo parole troppo grandi.
Forse perché ci servono grandi scudi.
Ma le parole troppo grandi fanno troppa ombra.
Oscurano il resto. Il vero.
Occupano un sacco di spazio nella mente e poi non c’è più posto per accorgersi del piccolo.
Cancellano il dettaglio, che forse è ciò che poi ci salva, perché è più facile appiglio.
Unicità. Rivelazione.
Così, per me, amore è nel dono di un cespo d’insalata appena colto.
Bellezza è nella bambola goffa che abbracciavo da bambina.
Pace è nella grazia del perdono di chi ha alzato la sua mano su di me,
per sua diversa sofferenza.
Dolore è nel belato dell’agnello allontanato dalla madre.
Dio è nella candela accesa davanti alle assenze.
Non raccogliamo parole troppo grandi.
Solo quelle che possiamo portare nel palmo della mano.
Con cura. Con responsabilità.
Senza farle cadere.
Piccole e preziose. Come una lacrima o un fiore di zafferano.
[Da “Lavanda per l’orco”, Ed. Secop 2023]
In copertina: Foto di Leopictures da Pixabay
Per l’anno 2026 la storica rubrica domenicale di poesia Per certi versi è affidata a Roberta Lipparini

















Una poesia che sceglie la misura contro l’enfasi. Qui le “parole troppo grandi” non vengono negate, ma ricondotte alla loro responsabilità. Devono poter stare nel palmo di una mano, senza schiacciare il vero. Il testo lavora per sottrazione, cercando il sacro nel minimo — una lacrima, un fiore di zafferano, una candela accesa davanti alle assenze. È una piccola dichiarazione di poetica: meno proclami, più attenzione; meno grandezza, più cura.