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Dopo l’annuncio dei licenziamenti Facebook, parte a Milano la trattativa

 

di Dario De Lucia
da Collettiva del 30.11.22

Entra nel vivo la vertenza Facebook, dopo l’annuncio del gigante digitale di licenziare 11 mila lavoratori in tutto il mondo [Vedi qui]. Tra questi, ci sono 22 dipendenti italiani della sede milanese del colosso di Mark Zuckerberg. [Vedi qui]

Il vertice tra azienda e sindacati si è tenuto giovedì 17 novembre, e per ora non ha prodotto novità.

Il country manager di Facebook per l’Italia Luca Colombo ha illustrato le posizioni già pubbliche sui licenziamenti, mentre i sindacati hanno avanzato la richiesta di ritiro dei tagli al personale o almeno di una drastica riduzione dei licenziamenti.

“L’incontro – ha spiegato il funzionario Filcams Cgil Milano Roberto Brambilla – si è aperto con i dirigenti Facebook che ci hanno illustrato le nuove funzionalità del visore del metaverso, tutto molto interessante. Però poco dopo abbiamo ricordato che eravamo lì per salvare dei posti di lavoro”.

Il quadro emerso ha confermato le preoccupazioni dei sindacati: non siamo in presenza di una crisi aziendale, ma della necessità di contenere i costi su dipartimenti ritenuti meno profittevoli, spostando i futuri investimenti a favore di altri ritenuti strategici (su tutti, il metaverso).

Una strategia che si intende realizzare attraverso la riduzione delle spese, ma soprattutto abbattendo il costo del lavoro: in Italia sarà del 17%, una quota di esuberi più alta della media europea, che invece si assesta al 13%. Molti servizi di Facebook saranno esternalizzati presso altre aziende sempre del gruppo Meta. L’unico dipartimento che non verrà tagliato è quello dell’infrastruttura tecnologica.

Parliamo di lavoratrici e lavoratori con professionalità alte, ‘acquisite’ da altre grandi multinazionali attraverso costosi percorsi di recruiting, in molti casi con richiesta di rientro in Italia dall’estero. Dipendenti che ora si vedono, in un momento di forte crisi del comparto dell’economia digitale e immateriale, a forte rischio di perdita del proprio posto di lavoro, con la difficoltà di potersi ricollocare. In alcuni casi parliamo anche di dipendenti con anzianità aziendali ridottissime, di pochi mesi. Dal 2021 a oggi sono state una cinquantina le nuove assunzioni in Facebook, di cui una quarantina nel 2022. La domanda è: perché fare assunzioni quando già da inizio anno si sapeva della situazione di crisi?

La posizione dei sindacati

“Ci chiediamo come sia possibile che un’azienda come Meta-Facebook possa non avere una capacità di pianificazione delle proprie attività su un medio-lungo periodo”, argomentano Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil: “Non ci possono bastare le questioni portate al tavolo che vedono l’agguerrita competizione nel mercato delle ‘piattaforme’, il calo dei proventi pubblicitari, la scelta legittima degli utenti di limitare la tracciabilità dei loro dati, come motivazioni per i licenziamenti”.

I sindacati rilevano che “un’azienda, ancor più una multinazionale delle dimensioni di Meta, abbia un obbligo sociale nei confronti di quelle che loro chiamano ‘risorse’. Non riteniamo accettabile sentirci dire che l’azienda guarda al futuro e alla sua sostenibilità, e che questo futuro venga pagato dalle famiglie dei lavoratori. Nelle prossime settimane si terranno altri incontri, oltre ad assemblee sindacali, per decidere quali strategie mettere in campo”.

E i lavoratori? “In assemblea – conclude Brambilla della Filcams Cgil – abbiamo avuto la partecipazione di 50 lavoratori, sui 130 totali dell’azienda in Italia, Tutti stanno vivendo la situazione con grande amarezza, ma sono molto determinati. E abbiamo già deciso i delegati che ci accompagneranno ai tavoli di trattativa con l’azienda”.

Croce Bianca Uncinata

 

Mentire a se stessi è una delle principali forme di menzogna, e il periodo cui fare riferimento per legittimare l’origine di un simbolo può essere un buon lavacro per la coscienza. Così, un combattente del battaglione Azov può dire che la croce uncinata è un simbolo religioso eurasiatico, niente a che vedere con Hitler. Così una leader post fascista può dire che la Fiamma non è quella che arde sulla tomba di Mussolini, ma il richiamo all’esperienza della Repubblica Sociale Italiana – come se quello fosse un fatto di cui vantarsi: però può essere un fatto di cui non vergognarsi troppo, al confronto.

La croce è un simbolo ambivalente. In effetti non è nata con Cristo: se ne rinvengono origini precristiane nella mitologia nordica, la croce celtica.
La Croce Bianca Emilia Romagna è una associazione privata che presta soccorso attraverso un servizio di ambulanze. Ad imbrattare di cacca il suo candore ci ha pensato il suo “coordinatore”, tal Alberti Donatello, che ha pensato bene di commentare su Facebook l’assassinio di una ragazza ad opera del suo ex con la seguente frase: “comunque anche lei come andava conciata, ovvio che il ragazzo era geloso”.

Il figuro non corrisponderà allo stereotipo del soccorritore, però corrisponde al profilo del seguace della croce. Potrebbe ri-denominare la ditta “Croce bianca uncinata”, visto che ha augurato al giornalista “bastardo” David Parenzo  che la sua famiglia di “sporchi ebrei” fosse rapita e uccisa dai rom. Il tutto sempre in modalità social.

Avete presente ‘al mat dal paes’? Si dava la colpa agli incroci dello stesso sangue: nei paesini della bassa da mille anime, erano sempre membri di quelle tre famiglie che, da generazioni, si accoppiavano tra loro. Così ogni tanto nascevano degli incalmati strani, con qualche rotella fuori posto, che però non facevano male a nessuno.

Il figuro in questione è ferrarese, grande sostenitore del vicesindaco (ciacaràd). Per Ferrara come potremmo spiegare i fenomeni Alberti, Naomo, Solaroli? E’ vero che siamo un paesone, ma siamo in troppi per giustificare incalmi del genere. Sarà l’aria troppo umida, sarà che viviamo in una buca.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.”
Umberto Eco

Quando Babbo Natale non ti piace, anzi, lo odi, ma non riesci a farne a meno.

 

Sarebbe proprio questa la notte. Una notte speciale.
E un lavoraccio per Lui. Centinaia di migliaia di chilometri, senza fermarsi un attimo. Senza sbagliare un numero civico. D’accordo, Lui è un tipo straordinario, fantastico direi, ma onestamente l’impresa è davvero smisurata, talmente incredibile che – i bambini sono piccoli ma tutt’altro che stupidi – apposta, sulla soglia dei sei anni, anche i più irriducibili mangiano la foglia.

Oggi. Sono le cinque e ormai è buio. Cammino sul marciapiede per la mia via, mi sorpassa sparato un furgone bianco, ghiaccia improvvisamente davanti al numero 18. Invade il marciapiede appena davanti a me, lascia il motore acceso e dal posto di guida salta giù un folletto verde, un campanellino in testa e un pacchetto in mano. Suona nervosamente il campanello, deve avere una gran fretta. Appena la porta si apre, il folletto verde butta dentro il pacchetto, sbatte la porta, salta sul furgone e riparte a razzo.

Ci metto qualche secondo per tornare in me. Allora faccio, in rapida successione, i due pensieri che faccio sempre. Maledetto Mark ZuckerbergAmazon, Facebook, Whatsapp e tutto il suo enorme impero. E poveretti le decine di migliaia di folletti che lavorano per lui: senza orario, una paga da fame e ritmi di lavoro asfissianti.

Devo dire che, nell’ultima settimana, il mio odio per quel ragazzone multi-mega-miliardario ha toccato un nuovo record. Per una serie di sms non richiesti che il suo staff mi ha inviato. Con ogni probabilità sono arrivati anche a voi, ma vale la pena rileggerli: AMAZON sta crescendo del 40% nel 2021! Investi 200€ e guadagna uno stipendio extra! Il giorno dopo: AMAZON sta volando in borsa è cresciuta del 100%! Investi 200€ e guadagna uno stipendio extra, Rispondi SI’ per scoprire di più. Il giorno successivo: AMAZON è sempre una garanzia. Chi ha investito online 200€ ha ottenuto fino a 3.200 € in pochi mesi, cosa aspetti? Rispondi SI’ per info.

Domani è Natale e magari non è fine parlare di politica. Quindi tralascio i noti argomenti. La pandemia che ha allargato la forbice sociale, “i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”, i giganti dell’hightech e i big pharma che si sono ingrassati a dismisura sulle disgrazie del mondo.

Dico solo che, se è vero come è vero che Mark Zuckerberg è il nuovo Babbo Natale. Che questo Babbo Natale senza barba ci porta pacchetti e pacchettini non solo a Natale, ma tutti i giorni a ogni ora del giorno e della notte. Che, dall’alto della sua montagna di dollari, ha anche il cattivo gusto di importunarci per farci investire nelle sue aziende. Allora io – che da qualche tempo ho smesso di credere nell’esistenza del vecchio Babbo Natale con barba slitta e renne – questo nuovo Babbo Natale vero, reale, falso simpatico e miliardario non lo reggo, non riesco a sopportarlo. Non ce la faccio a sentirlo mentre ci spiega le meraviglie del suo Metaverso. Non riesco a guardare la sua faccia. Non riesco a non odiarlo.

“Io se fossi Dio” (Giorgio Gaber) lo spazzerei via con un soffio.

Invece me lo tengo. Apro il pc e ordino un libro, un disco, una sciarpa, una paio di cuffie. A prezzo scontato. Il giorno dopo mi arriva il mio pacchetto. Poi rispondo ai miei gruppi in Whatsapp e consulto il mio profilo Facebook. Ci metto un attimo.

A volte l’odio non basta. La coscienza politica? Neppure quella. È difficile non credere a Babbo Natale. Non cedere alla tentazione. Per questo, e per tutto il resto: “Maledetto Zuckerberg”.

Cover: Mark Zuckerberg (Wikimedia Commons)

Il terribile disastro

Siamo ancora tutti sconvolti, spaventati e disorientati dal terrificante down di Facebook, Instagram e Whatsapp di questo lunedì.
Adesso possiamo dire che conosciamo un nuovo tipo di dolore.
Non mi vergogno ad ammettere che personalmente, appena mi sono accorto che era tutto bloccato, ho iniziato a tirare delle testate contro il muro del bagno.
Dopo circa mezz’ora di testate mi sono quindi rannicchiato in posizione fetale ai piedi del letto mentre il gatto mi guardava strano.
Circa un’ora dopo mi sono risvegliato e mi sono accorto che il gatto saggiamente dormiva.
Mi aspettavo un minimo cenno di empatia da parte del gatto ma è proprio vero: le bestie non conoscono il profondo dolore che conosciamo noi umani.
A quel punto mi sono diretto verso la cucina a bere dell’acqua ma non sapevo più come si tiene in mano un bicchiere.
Sono dunque andato a sedermi sul divano a cazzeggiare un po’ con una vecchia tastiera Casio.
Ho suonato per un buon 45′ due sole note con sotto un accordo.
Poi mi sono alzato nuovamente per andare a prendere tutti i pedali che avevo in casa, sono tornato al divano e ho attaccato tutto alla tastiera.
Ho regolato distorsore, riverbero, delay, flanger e pure un overdrive per basso e ho seguitato a suonare ancora quelle due note con sotto quell’accordo fino a quando il tutto è diventato un pastone senza forma che si suonava da solo.
Ho lasciato allora che quel loop infernale e risonante rimbombasse autonomamente per tutta la casa, poi mi sono alzato per vedere se nel frattempo avevo reimparato a tenere in mano un bicchiere e no, niente.
Mi sono accorto però che vicino al fornello era rimasta mezza bottiglia di pastis ed è lì che ho avuto l’illuminazione: ho quindi riempito un bicchiere di ghiaccio, ci ho versato del pastis fino a quando ho potuto vedere il bicchiere mezzo pieno e ho completato il tutto riempiendolo poi di acqua fino all’orlo.
Ho atteso allora 10″ e ho provato a sollevare il bicchiere e – sorpresa – ero di nuovo capace di svolgere questa basilare attività: sapevo ancora tenere in mano un bicchiere.
Spero che nessuno abbia mai provato un dolore anche solo lontanamente paragonabile a quel che è stato il dolore di quella giornata che ricorderemo tutti come il giorno in cui saltarono per così tante ore Facebook, Instagram e Whatsapp.
Buona settimana a tuttə e soprattutto: speriamo che non succeda più!
Cordiali saluti e via col pezzo della settimana.

Der räuber und der prinz (DAF, 1981)

Google, Facebook e Amazon pagheranno le tasse: poche, ma meglio di niente.

Google, Facebook, Amazon, Microsoft finalmente pagheranno le tasse. Almeno, un po’ di tasse, perchè attualmente il loro contributo alla fiscalità dei paesi nei quali vendono i loro beni è praticamente pari a zero. Tra i vari articoli usciti in questi giorni sulle nuove regole di tassazione minima per i colossi del web, citiamo questo di Open:

https://www.open.online/2021/06/05/g7-tassa-minima-globale-colossi-web/

I due colossi del web (Google e Facebook) si sono detti a favore dell’accordo del G7, riunitosi a Londra, sulla tassazione globale delle multinazionali, che tocca direttamente i loro interessi. La misura che è stata introdotta prevede una tassazione minima del 15%, da pagare in quei paesi dove le multinazionali vendono i loro beni e servizi, e non, come possono fare adesso in maniera legale, spostando i proventi su filiali aventi sede legale (spesso, una semplice casella postale) in paesi “paradiso” in cui pagare poi aliquote minime. Il presidente degli affari globali di Facebook afferma: «vogliamo che la riforma della tassazione internazionale abbia successo, e riconosciamo che potrebbe significare un carico fiscale maggiore per Facebook, e in diversi Paesi». Un portavoce di Google, secondo Sky News, dichiara: “il gruppo è fortemente a favore dell’iniziativa e spera in un accordo finale «bilanciato e durevole»”. Tutti filantropi? No di certo: anzi, le azioni di filantropia e beneficenza privata di questi giganti sono tanto più possibili quanto più ingenti sono i fondi sottratti alla tassazione pubblica. Il fatto che si dichiarino prontamente favorevoli ad una misura che li obbligherebbe ad eludere meno e a pagare di più potrebbe quindi far sorgere il sospetto che si tratti di uno specchietto per le allodole.

Eppure non credo che sia questa la ragione delle loro dichiarazioni di favore. Si tratta, probabilmente, di una mossa di immagine dietro la quale si può facilmente immaginare una accorta azione di lobbying nei confronti delle istituzioni politiche che al G7 hanno raggiunto questo accordo. Infatti una tassazione del 15 per cento è largamente inferiore alle aliquote applicate sia alle imprese “tradizionali”, sia ai redditi da lavoro. Un imprenditore italiano non avvezzo ai magheggi della fiscalità creativa (che, attenzione, non è affatto una pratica semplice: necessita di una accurata e specialistica conoscenza dei meccanismi dell’elusione) può confrontare la tassazione complessiva che grava sulla sua azienda rispetto a quella che graverà su questi giganti: rimane sempre un delta a suo sfavore, che può andare dal 20 al 30%.Un lavoratore dipendente può agevolmente controllare la tassazione che grava sulla sua busta paga: il 15% non lo paga nessuno. Si va dal 23 al 40% circa. E’ per questo che il noto economista progressista francese Thomas Piketty si è affrettato a definire questa riforma “scandalosa”, affermando “anche a me piacerebbe pagare il 15% sui miei guadagni” e facendo i conti su quanti sono i miliardi di maggiori entrate fiscali cui i paesi europei rinunciano(120 miliardi di euro) per non aver deliberato una tassazione minima al 25%, anzichè concentrarsi su quelli che guadagneranno (50 miliardi) rispetto alla situazione attuale (stime dell’Osservatorio europeo sulla tassazione). E’ per questo che Gabriela Bucher, direttore esecutivo di Oxfam International, dichiara che il G7 “aveva la possibilità di mettersi al fianco dei contribuenti, invece ha scelto di stare al fianco dei paradisi fiscali”. In effetti, per rendere la proposta digeribile per quei Paesi industrializzati, anche membri della UE, che prosperano grazie ai trattamenti di favore riservati alle multinazionali (Cipro, Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo), l’asticella è stata abbassata dall’ipotesi iniziale del 21% all’attuale 15%.

Certe affermazioni sulla inadeguatezza delle nuove misure, tuttavia, puzzano molto di naftalina, quella abitudine accademica a discettare con tono professorale del “meglio”, senza considerare che in molti casi il “meglio” è nemico del “bene”. Per fare un solo esempio: il ministro delle Finanze cipriota Constantinos Petrides ha preannunciato l’intenzione di porre il veto su questa proposta di riforma al Consiglio Ue, dove le decisioni in materia fiscale vanno prese all’unanimità. Certo, si potrebbe dire che sarebbe opportuno cambiare la norma e stabilire che certe decisioni vanno approvate a maggioranza. In attesa che questo avvenga, bisogna fare i conti con le regole vigenti, che non consentono di fare rivoluzioni proletarie, e farsi una semplice domanda da uomo della strada (che spesso ha torto, ma a volte esercita un elementare buon senso): ma attualmente le cose vanno bene? Attualmente i nostri Stati quanto ricevono da questi colossi per finanziare le loro scuole e i loro ospedali, che sono le nostre scuole e i nostri ospedali? Zero. E allora per quale ragione, in nome di una ortodossia del pensiero redistributivo, dovremmo considerare un male questa riforma? Perchè si poteva far meglio? E con quale consenso, ammesso che questa misura riesca a passare il vaglio del Consiglio europeo?

Ho più stima di chi si sporca le mani con le difficoltà di una politica che provi a spostare certi equilibri (e questa è comunque alta politica, perchè combattere lo strapotere di multinazionali che sono diventate più potenti di uno Stato non è una passeggiata), rispetto a chi si limita a criticare la timidezza di certe novità dall’alto del suo Aventino di purezza dottrinale. Naturalmente spero di non essere smentito da una versione finale ulteriormente annacquata di questa riforma.

 

 

 

 

FANTASMI
Ghostbook o I fantasmi della Rete

 

C’è un posto che pullula davvero di fantasmi, ma non è un maniero spettrale in una landa mitteleuropea. Non è neanche Al-Qarafa, nel cuore del Cairo. È Facebook.
Infatti, molti milioni di profili attivi nella sfera virtuale di Facebook corrispondono ormai a persone defunte in quella reale. Si tratta, evidentemente, di un effetto indesiderato della combinazione di due fattori: l’enormità del numero dei fruitori del network e la persistenza della sua popolarità, ragguardevole se rapportata alla volubilità dell’epoca.

A oltre quindici anni dalla sua nascita, e benché ormai démodé soprattutto tra i più giovani, Facebook conta infatti circa due miliardi e mezzo di utenti in tutto il mondo. I dati quantitativi più attendibili sull’ordine di grandezza percentuale del fenomeno dei profili fantasma sono stati elaborati già alcuni anni fa in una ricerca promossa dall’Università di Oxford, il che già di per sé sottolinea il rilievo del fenomeno.
Tale ricerca aveva dimostrato che il numero dei defunti su Facebook cresceva al ritmo di circa ottomila al giorno, ma ormai questa stima è da considerarsi insufficiente. In ogni caso, prima della fine del XXI secolo i fantasmi su Facebook saranno miliardi e il loro numero avrà superato quello dei viventi.

Di fronte alle insidie di questa prospettiva, il social ha tentato di mettere in campo delle specifiche strategie. Sono nate, infatti, le ‘pagine commemorative’, e da tempo agli utenti è data – anzi: suggerita – la possibilità di nominare un curatore che possa, a suo tempo, occuparsi della trasformazione del profilo del caro estinto in quella direzione.
Al momento, tuttavia, questa possibilità non sembra incontrare particolarmente il gradimento degli utenti. È ancora molto difficile, girovagando per Facebook, imbattersi in una qualsiasi di queste pagine.
Potrebbe certo trattarsi di un disinteresse provvisorio, dovuto al fatto che la pratica non si è ancora diffusa e non è entrata nella consapevolezza dei fruitori.

Tuttavia, vogliamo qui prendere in considerazione un’ipotesi diversa, secondo la quale tale renitenza potrebbe derivare da qualcosa di più essenziale, qualcosa di connaturato all’essenza stessa di Facebook.
Bisogna, intanto, cominciare a notare che il tentativo di demarcazione dei vivi dai morti nel milieu di Facebook appare piuttosto debole: non vi è infatti, almeno per il momento, alcuna separazione rigida – come quella fondativa dello spazio urbano contemporaneo stabilita a Saint Cloud – tra lo spazio dei vivi e quello dei trapassati.
Profili normali e pagine commemorative non sono, infatti, divisi da alcun confine virtuale, sì che i morti – anche quando distinti dall’etichetta ‘in memoria’ – popolano la stessa sfera dei vivi e circolano lungo le medesime arterie virtuali.

È ampiamente dimostrato dall’esperienza che gli architetti di Facebook sanno quel che fanno, sì che dietro una scelta come questa si presume vi siano ragioni pregnanti.
Ma quali? L’ipotesi che qui tentiamo di argomentare è la seguente: la pagina di Facebook è, per essenza, un luogo nel quale la differenza reale tra vivo e defunto tende a livellarsi, non certo a strutturarsi.
Una prima indicazione in questa direzione, forse, ce la può fornire quel che succede sui profili dei nostri contatti purtroppo non più in vita.

Per quanto riguarda i miei, nessun profilo è stato ‘volturato’ in commemorativo (e io stesso non ho nemmeno considerato questa possibilità). In alcuni, la situazione si è di fatto congelata con la scomparsa dell’intestatario, ma è interessante che, in tale blocco, siano rimaste attive tutte le ‘amicizie’, come se la rete social alimentasse i suoi nodi a prescindere dal predicato dell’esistenza in vita.
Negli altri, questo alimentazione si manifesta in modo ancora più pregnante: i profili continuano, nell’ovvio silenzio dell’intestatario, a essere frequentati negli anni. Oltre agli auguri di compleanno (una funzione di Facebook sulla quale torneremo tra non molto), gli amici usano la bacheca del defunto per inviargli delle comunicazioni colloquiali, in genere ovviamente affettuose, come se il post fosse una finestra medianica – priva tuttavia di qualunque risvolto parapsicologico – attraverso la quale contattare ordinariamente chi non c’è più.
Infatti, se si capita per caso su una delle pagine di cui poco sopra, il più delle volte non è affatto immediato rendersi conto che l’intestatario è trapassato, e anzi bisogna farsi strada verso questa verità decifrando il senso dei vari post.
Insomma, nello spazio abitativo di Facebook, la discriminazione del vivo dal defunto non è affatto un’operazione intuitiva; al contrario, essa richiede un’attivazione ermeneutica che trova degli analoghi solo nella dimensione letteraria e cinematografica, ad esempio in pellicole come Sixth Sense e Una pura formalità.

Ed eccoci alla domanda decisiva: perché accade questo? Perché nella dimensione di Facebook la differenza di vivente e defunto tende, essenzialmente, a livellarsi?
C’è una risposta abbastanza scontata, ma non per questo superficiale: proprio perché siamo in un mondo nel quale la morte viene il più possibile occultata, si procede alla sua abolizione là dove possibile, ovvero nella sfera disincarnata della rete.
Tuttavia, vorremmo qui avanzare un’ulteriore e diversa ipotesi: e se il problema fosse rovesciato? Se la matrice immaginativa di Facebook non fosse la polis dei vivi, ma il cimitero? Se, in essenza, non fossero i defunti gli intrusi, bensì i vivi accorsi ad abitare una dimensione strutturalmente funebre?

Non credo si possa qui dare una risposta definitiva alla questione, ma se ne può senz’altro saggiare la consistenza attraverso una collezione di indizi.
Facebook è un libro di facce: un’impaginazione di fotografie di volti con sottostante il relativo nome (anche se poi è lecito divagare). Da qualche anno, poi, si è sentita l’esigenza di aggiungere una ‘immagine di copertina’, ovvero uno sfondo orizzontale rettangolare che incornicia e dà risalto alla foto. Tutto questo non riflette esattamente il canone formale della lapide? Provate a guardare un qualsiasi profilo alla luce di questa analogia e poi ditemi se non è inquietante.
D’altra parte, l’invenzione del dagherrotipo è di pochi anni successiva proprio all’editto di Saint Cloud. Non sarà che da questo incontro predestinato è nata una nuova matrice identitaria della quale oggi vediamo dispiegarsi gli effetti planetari?

Continuando nelle analogie, Facebook offre poi l’opzione ‘Aggiungi una biografia‘. Chi la utilizza, crea una finestra di testo che s’impagina proprio sotto il nome, ai piedi del blocco immagine di copertina-foto. Ora, personalmente non ho mai visto questa funzione utilizzata davvero in chiave biografica. Perlopiù, le persone inseriscono una frase evocativa, o allusiva, o anche una citazione, in calce alla lapide. Insomma, “Aggiungi un epitaffio”.

E cosa dire di quando fai una ricerca per nome e cognome, magari nel tentativo di ritrovare qualcuno del quale non hai notizie da tempo? Ecco che tutti gli omonimi ti appaiono con la rispettiva foto e il nome uno sopra l’altro, proprio come in una delle file verticali di loculi sovrapposti caratteristiche dei contemporanei condomini cimiteriali.

Parliamo infine, come anticipato, dei compleanni. Per chi abita un po’ su Facebook, è prassi considerare le notifiche quotidiane dei compleanni dei propri contatti, decidendo di volta in volta presso quali manifestarsi con formule augurali. È anche prassi dedicare una certa parte del proprio compleanno a considerare gli auguri ricevuti e ad articolare una qualche risposta.
Ebbene, in questa seconda incombenza l’insieme degli auguranti appare sempre un po’ incongruo: arrivano auguri, a volte anche pensati, da contatti dai quali mai ce li saremmo aspettati, e al contrario fanno difetto quelli attesi da altri in teoria più ravvicinati.
In breve, la compagine augurante che si raduna su Facebook lo fa in risposta a un annuncio pubblico – la notifica – e in base a una serie di variabili piuttosto eterogenee: gli impegni di giornata, la propensione a presenziare, il tempo libero, la permeabilità alle informazioni, e così via.

Queste, però, non sono le variabili in base alle quali si partecipa a una riunione di compleanno nella vita reale. Sembrano, piuttosto, quelle che regolano l’affluenza ai funerali, nei quali le frasi certamente più bisbigliate sono: “Certo che X sarebbe dovuto venire…”; “Ma che ci fa qui Y? Si conoscevano?”.

Ecco, dunque, che le analogie paiono molteplici e, soprattutto, dense quasi come le omologie.
Facebook si avvia a diventare, se sopravviverà abbastanza a lungo, il più grande cimitero della storia, e questo è un fatto. Ma è solo un’ipotesi che quel fatto non farebbe altro che amplificare la forma, l’eidos, che lo ha caratterizzato fin dall’origine?
Se non lo è, sarà allora il caso di domandarsi: A egregie cose il forte animo accendono i libri di facce? Peccato solo che Pindemonte non sia online.

TASSARE L’ECONOMIA DEL DISTANZIAMENTO:
un appello per un mondo d’incontri

Testo della mozione appello

La crisi economica, conseguente alla pandemia, sta favorendo lo sviluppo di aziende come Google, Amazon e Netflix, che si avvantaggiano del distanziamento sociale e ne traggono enormi profitti, su cui per legge non pagano le tasse, mentre i negozi, le aziende e i luoghi d’incontro chiudono per doverle pagare.
Tutte le situazioni reali che sceglievamo liberamente di frequentare e che avevano una grande importanza per la nostra vita sociale sono necessariamente state ridotte: incontrare gli amici, un negoziante o un conoscente durante un acquisto, uno sconosciuto al cinema o in piazza.
Così le grandi imprese economiche di intrattenimento, commercio e comunicazione a distanza (on-line), che già prima erano in enorme crescita e godevano di scandalose agevolazioni fiscali, stanno facendo i loro migliori affari di sempre grazie alla crisi che soffoca noi ed i nostri territori.

Rischia così di “fallire” un’idea di società e di territorio fatta di individualità, relazioni sociali, solidarietà, proprietà e responsabilità diffuse e locali: chiude il negozio, scompare il contatto umano, viene meno la competenza distribuita, svaniscono la gestione e le diversità, aumenta la disoccupazione.
Stiamo inoltre assistendo ad un impoverimento sempre più tangibile e ad un aumento delle distanze tra “chi non ce la fa”, “chi sopravvive nonostante tutto” e “chi trae grande vantaggio da questa situazione”.
E’ necessario intraprendere una seria politica di equità fiscale abbassando la tassazione delle aziende locali (in particolar modo quelle piccole e medie), recuperando gettito fiscale dall’industria dell’intrattenimento, della comunicazione e del commercio a distanza.

Netflix, Google, Amazon, Facebook, saranno pure comodi, ma si combinano perfettamente con l’esistenza di una società distanziata, dalla quale traggono enorme giovamento economico e nella quale non vogliamo vivere.
Queste aziende e le regole che oggi, iniquamente, gli permettono di non pagare quasi nulla, minacciano l’esistenza della nostra società dell’incontro a favore di quella dell’isolamento e del distanziamento.

Scegliamo una società di incontri reali, più solidale, gestita dalle persone che ne fanno parte. Chiediamo al Governo Italiano e al Parlamento Europeo di abbassare la tassazione delle aziende locali e di alzare, almeno al loro livello, quella sui colossi del web e sull’industria della comunicazione, intrattenimento e commercio a distanza.

Firma e condividi la petizione: LE COSE DEVONO CAMBIARE.
Ferraraitalia aderisce e diffonde il presente appello. Per firmare 
clicca [Qui] 

In copertina: vignetta di Riccardo Francaviglia

FacebooK: Servizio pubblico o Hackeraggio sociale?
Minimalismo digitale e Free/Open Source

 

Come sia stato possibile che l’espansione planetaria di Facebook abbia coinvolto tutte le fasce di popolazione non lo sanno solo Dio e Zuckerberg, come provocatoriamente suggerito da Nicola Cavallini nel suo interessante articolo del 24 Gennaio su Ferraraitalia [Qui]  .
La costruzione di un social network come Facebook richiede il contributo di fior fior di psicologi e sociologi, impiegati a costruire algoritmi adatti a parlare alla psiche umana e studiati per sfruttarne le fragilità. Lo scopo è quello di ottenere che gli utenti lo utilizzino in un modo specifico e prevedibile (ad esempio, farci restare il più a lungo possibile sulla piattaforma, proponendoci una serie di contenuti verso i quali abbiamo una reazione di “click” compulsivo). In altri parole, nella costruzione di un Facebook servono elevate  professionalità impegnate per hackerare – trovare e sfruttare delle falle di sistema- i nostri comportamenti normali e funzionali: renderli cioè disfunzionali per noi, ma vantaggiosi per altri.
Questo problema, e alcune strategie per venirne a capo, sono trattate da Cal Newport nell’ottimo Minimalismo digitale (ROI EDIZIONI, 2019). Di fronte alle società della Silicon Valley che hanno sfruttato le più avanzate scoperte della psicologia e delle neuroscienze per tenerci incollati ai loro dispositivi. dando vita alla cosiddetta ‘economia dell’attenzione’, il minimalismo digitale di Newport, professore di Computer science, ci propone di fare un passo indietro e ripensare il nostro rapporto con la tecnologia in maniera attiva, assieme a diverse tecniche per riprenderne il controllo.

Facebook (tra gli altri), benché architettato da un’azienda privata, è diventato così diffuso e funzionale (anche se solo per una frazione degli scopi per cui viene propagandato), tanto da esserci presentato alla stregua di un servizio pubblico. Con qualche fondamentale differenza, perché, essendo un software ‘proprietario’, il pubblico non può esercitare nessun controllo (se non molto in superficie) né sul modo in cui tale strumento funziona (come è scelto davvero ciò che vedrete) né sulla qualità dei prodotti che fornisce.
Un po’ come se il gestore dell’acqua potabile non rendesse pubblici i risultati delle analisi dell’acqua che arriva ai rubinetti di casa, né li trasmettesse all’Azienda Sanitaria Locale. Ciò permette l’introduzione di dis-funzionamenti sociali molto discutibili dal punto di vista etico, sociale e politico, con impatti di larga scala. A titolo esemplificativo, può sorprendere sapere che gli stessi progettisti di questo tipo di strumenti, tendono ad imporre a se stessi e ai propri familiari (a partire dai bambini) una sostanziale distanza da questi strumenti ‘social’. E’ questione di autoconservazione.

Certo, non è facile capire quanto uno strumento che siamo abituati ad usare di continuo sia disfunzionale per la nostra vita. Rendersene conto è appunto una questione di autoconservazione e può rendere la nostra vita molto più funzionale a ciò che ci interessa veramente. Usare software di tipo Free/Open Source è un modo per voltare pagina, riprendere controllo su questo interazioni: ristabilire chi è che controlla e chi è controllato (il social Mastodon [qui e qui]è un notevole esempio di questo tipo). Ma anche confinare Facebook e consimili in uno ‘spazio sotto maggiore controllo’ può essere rendervi un grande servizio. E Newport vi suggerisce una serie di metodi per riuscirvi e sentirvi presto più liberi e padroni della vostra vita.

Ad ogni modo, se un servizio è davvero un bene di prima necessità, indubbiamente il modo e la qualità con cui questo viene fornito dovrebbero essere sottoposti al controllo del pubblico, seguendo il principio di trasparenza. In altre parole, per l’autoconservazione individuale e sociale, la richiesta più giusta e più ovvia è quella che i codici alla base dei servizi internet – oggi di fatto considerati essenziali  – siano forniti come Free/Open Source. Solo così il pubblico potrà controllarli e renderli innocui per individui e società.

SCHEI
Io ti banno (come la censura privata orienta il pubblico consenso)

Quando CNN e MSNBC hanno deciso di togliere la parola (staccando il collegamento) a Donald Trump, presidente Usa in carica ma perdente, che il 6 novembre 2020 farneticava in diretta televisiva degli inesistenti brogli di cui sarebbe stato vittima, di primo acchito ho esultato: ecco l’informazione libera che si ribella alle fake news, anche se è il tuo Capo di Stato a diffonderle. Poi, a botta fredda, ho iniziato a pensare a come fosse stato possibile che Trump, un uomo che aveva costruito tutta la sua comunicazione sulle fake news diffuse in buona parte attraverso i media, fosse riuscito a diventare il Presidente degli Stati Uniti a dispetto di tutta la “informazione libera”, in primis quella del suo paese. Meglio tardi che mai, si potrebbe dire, se lo scopo è smascherare le falsità di un potente. Temo però che sia legittima anche un’ altra lettura di questo evento: il potente viene bannato, ridicolizzato, censurato solo quando il suo potere sta crollando. Fino a quando è stabilmente sul trono, il teatro della comunicazione ammette il dissenso, ma non discute le fondamenta di cartapesta del Truman Show costruito dal potente. Invece, quando il potente annaspa, abbarbicato al trono che scricchiola, solo allora il mondo della comunicazione fa cadere i proiettori dal soffitto e fa sbrecciare il fondale del finto panorama marino, gli elementi della storia farlocca che il potente ha raccontato ai sudditi per diventare il sovrano. E allora però la sensazione di essere manipolati non diminuisce, ma aumenta.

Nemmeno George Orwell immaginava che alcune sue intuizioni sarebbero state tanto profetiche. Le sue simpatie socialiste e democratiche gli fecero scrivere, sia in termini giornalistici che letterari, parole seminali contro il totalitarismo di Stato, incarnato storicamente da quella Unione Sovietica parodiata ne “La fattoria degli animali”. Eppure, nemmeno il visionario Orwell di “1984” e del “Grande Fratello”  poteva immaginare che il controllo sociale e l’orientamento del consenso sarebbero passati nelle mani di privati, e che quei privati sarebbero diventati più potenti degli Stati sovrani.

Facebook è nato come una piazza virtuale tra universitari per dare i voti alle ragazze. Progressivamente è diventato il social media più influente e capillare del pianeta, e alla fine del giro è diventato il posto nel quale l’ analfabeta funzionale si forma la sua opinione e poi vota Trump, o Salvini o Meloni o Le Pen (sillogismo aristotelico: non tutti coloro che votano questi signori/e sono analfabeti funzionali, sia chiaro; però gli analfabeti funzionali che votano, votano questi signori/e). Come sia stato possibile che l’espansione planetaria di questo strumento abbia disegnato una parabola circolare, che sia stato utilizzato da tutti, compresi gli intellettuali e i geni del pianeta, per poi tornare come in un gioco dell’oca alla casella di partenza dell’ignoranza, Dio solo lo sa (oltre a Zuckerberg). Con la differenza che un social “ignorante” usato da studenti universitari potrebbe essere inteso come una operazione con un senso, seppur frivolo e goliardico, mentre quello che accade adesso sul social network più mainstream fa venire i brividi per l’assoluta inconsapevolezza della propria buaggine da parte di certi leoni da tastiera. Questo non significa che non eserciti un potere immenso sulla mente delle persone: tutto il contrario. Pensate a quanto tempo della vostra giornata “cazzeggiate” su Facebook, e pensate alla genialità totale, perversa, di chi ha intraveduto le potenzialità commerciali di questo strumento: una piazza in cui ognuno può dire la propria opinione, anche se “la propria opinione” non esiste, perchè l’organismo mononeuronale di turno non si è mai messo nelle condizioni di potersi formare una opinione, nonostante le illimitate possibilità attuali, se confrontate con l’analfabetismo di necessità dei nostri nonni o bisnonni. E questa è una responsabilità gravissima sia del soggetto, sia della scuola, sia della società della intermediazione culturale, risultata talmente irrilevante da consentire la proliferazione di questi ultracorpi, dei baccelli che anzichè provenire da un altro pianeta si autoreplicano in casa, doppiando idioti a ripetizione.

Come se, all’improvviso, questi gestori-loro-malgrado della democrazia diretta fossero stati travolti dal senso di colpa per aver consentito ai mostri di moltiplicarsi e diventare anche famosi (a mezzo di manifestazioni di odio razziale, sessuale, religioso, sociale, civile nonché idiozie terrapiattiste et simlia), Facebook Twitter e Instagram hanno iniziato a censurare contenuti e bannare pagine. Il risultato è talvolta paradossale (persino la pagina Facebook di Ferraraitalia è stata mandata negli spogliatoi per diverse settimane a causa di alcuni vocaboli, non offensivi nè turpi, contenuti in un articolo satirico su Sgarbi), talvolta inquietante. L’inquietudine nasce dal fatto che questi social network privati, che hanno raggiunto una diffusione enorme e veicolano “informazione” disintermediata a miliardi di esseri umani, moltissimi dei quali li utilizzano per formare lì la propria (sub)cultura, decidono ormai senza appello a chi dare e togliere la parola. L’autorevolezza e la pericolosità di questa facoltà dipendono entrambe dalla rilevanza sociale e mediatica di questi mezzi, che è divenuta smisurata. L’autorevolezza è, in qualche modo, autoconferita ma anche guadagnata “sul campo”: se un mezzo diventa così potente, il merito è di chi lo ha creato e gestito. La pericolosità è altissima: una società per azioni di private persone decide se dare, togliere o amplificare la voce di un pazzo o di un genio, di un fanatico o di un Nobel, di un genocida o di un Gandhi. Si dirà: è un mezzo privato, potranno decidere quello che può passare o non passare sui loro canali. Se non ti piace, esci e “cambia canale”. Inoltre: tanto lamentarsi dell’odio e dell’ignoranza che viaggiano sul web non può diventare lamentarsi anche del fatto che l’odio e l’ignoranza vengano rimossi dal web. Altrimenti siamo gente che si lamenta di tutto. Anche questo è un ragionamento con una sua coerenza. Tuttavia…

Tuttavia: adesso la censura su Facebook e Twitter sta attraversando un momento di popolarità politically correct, perchè la vittima è Trump (un Trump che ha perso le elezioni, e quindi il potere). Io però mi faccio una domanda: se domani l’algoritmo di Facebook diventasse razzista, come la metteremmo? Se la sua policy prevedesse all’improvviso che si può inneggiare alla mafia o addirittura veicolarne i messaggi e i contenuti, come la metteremmo? Se da domani fosse consentito ridicolizzare e bannare Trump, ma fosse vietato criticare Putin? A nessuno viene il sospetto che il neoprogressismo di queste policy private colpisca i potenti solo quando sono decaduti, finiti, detronizzati?

Trovo molto pericoloso che un Elon Musk o un Mark Zuckerberg possano decidere quali informazioni e opinioni possano circolare, e quali no. Intanto questi media sono diventati mille volte più influenti di una testata editoriale, ma a differenza di questa non sono imputabili per diffamazione, anche se intermediano calunnie – il che fa il paio con il fatto che fatturano mille volte il fatturato di un editore “tradizionale”, ma attualmente si possono permettere, con semplici escamotage, di non pagare le tasse. Ma soprattutto: e se la macchina del consenso e della censura spostasse la sua banda di oscillazione sulla base di impulsi squisitamente “commerciali”? Finché il cavallo è vincente, può dire qualunque enormità suprematista, nazionalista e razzista. Quando il cavallo è perdente, si chiudono quei profili che fino al giorno prima propagandavano teorie complottiste e folli nella più totale libertà.

Questo tipo di atteggiamento al mio naso non profuma di libertà e democrazia, ma puzza di opportunismo. Certo, nel mondo c’è un problema altrettanto grande, enorme e contrario: il fatto che in molti paesi retti da regimi totalitari (Turchia, Cina, Iran) l’accesso ai social network è pesantemente limitato, e i contenuti vengono impediti spesso ben prima di accedere all’analisi delle policy dei social. Tuttavia una questione ugualmente importante rimane aperta: se sia giusto lasciare la valutazione dei contenuti solo ed esclusivamente nelle mani di questi potentissimi neo-capitalisti della comunicazione liquida, che detengono oggi un potere di orientamento del consenso superiore a quello di uno Stato di stampo orwelliano.

 

Cosa c’è (e cosa manca)
nel “pacco regalo” del recovery plan

Dentro una delle crisi di governo più “incomprensibili” da molti anni in qua, però il Recovery plan, il progetto nazionale per arrivare ad avere le risorse europee di Next Generation UE, dopo l’approvazione nel Consiglio dei Ministri del 12 gennaio, appare in dirittura d’arrivo. Vale allora la pena spendere alcune parole per capire meglio quali sono gli obiettivi lì contenuti e l’orizzonte lungo il quale si muove. Lo si deve fare al di fuori della retorica sulla “svolta” europea, sul suo valore di appuntamento con la Storia, sulle ingenti risorse a disposizione e via dicendo, ma guardando bene contenuti e profilo lì presenti.

La prima considerazione che si può avanzare riguarda l’utilizzo dei 209 mld di € ( 65,4 mld. di sussidi a fondo perduto e 127,6 mld. di prestiti dal Recovery Fund europeo), lievitati nell’ultima versione a 222 mld con l’incorporazione di ulteriori risorse europee. Nell’ultima versione nota, essi sono distribuiti su 6 missioni fondamentali: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,1 miliardi); Rivoluzione verde e transizione ecologica (68,9 miliardi); Infrastrutture per una mobilità sostenibile (32 miliardi); Istruzione e ricerca (28,5 miliardi); Inclusione e coesione (27,6 miliardi); Salute (19,7 miliardi). Si potrebbe disquisire a lungo se non si poteva trovare un equilibrio più utile tra queste voci, spingere maggiormente in direzione degli investimenti piuttosto che degli incentivi, destinare maggiori risorse ai nuovi progetti rispetto a quelli già esistenti, superare una decisa frammentazione degli interventi previsti nelle singoli missioni.Non c’è dubbio, però, che alcune siano decisamente sottovalutate. Solo per esemplificare, basta pensare a quanto destinato alla salute, che non ripaga neanche l’insieme dei tagli prodotti negli ultimi 10-15 anni. Ragionamento analogo vale per la scuola e l’istruzione.

Al di là di questo, però, ciò che emerge con ancora più forza e, purtroppo, inadeguatezza, sono le finalità cui vengono indirizzate le risorse dei vari capitoli.  Anche qui, senza poter entrare in una disamina più approfondita, non si sfugge alla constatazione che non si affrontano le questioni di fondo che i vari temi propongono, continuando a seguire un pensiero debole e subalterno alle narrazioni mainstream.
Se guardiamo al tema della digitalizzazione, ormai assunto come un mantra in qualunque discussione che dovrebbe portarci nel futuro, non si va al di là delle politiche già avviate in questi anni, con un loro potenziamento, o di buoni, quanto scontati, propositi: incentivi a Industria 4.0, che notoriamente non sono in grado di guidare una reale ricollocazione dell’apparato industriale, e innovazione nella Pubblica Amministrazione.
Su quest’ultima questione, non si può evitare di notare che degli 11,45 mld, ad essa dedicati, ben 4,75 se ne vanno per il progetto Cashless, meglio noto coma Cashback, ossia per l’ incentivo all’utilizzo di mezzi di pagamento elettronici sia per i consumatori sia per gli esercenti. Insomma, si evita di misurarsi con le novità emerse in questi anni, e cioè il dominio delle grandi aziende multinazionali hi-tech made in USA – in primis le famose FAANG, Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google– che hanno dato vita ad un modello costruito sul fatto di produrre profitti mediante le inserzioni pubblicitarie e la pratica strutturale dell’elusione fiscale, utilizzare i dati degli utenti come nuova materia prima e ridurre l’esperienza umana a merce da collocare sui mercati. Fino alla conseguenza di aver privatizzato l’informazione, la comunicazione e la loro produzione, come emerso in questi giorni con la vicenda dell’esclusione di Trump da Facebook e Twitter. Decisione condivisibile, ma, come evidenziato da molti commentatori, che evidenzia il grande potere di soggetti privati nel disporre chi può intervenire o meno in quello che è diventato spazio e discussione pubblica. Questa è diventata la vera questione: ricondurre a bene comune e servizio pubblico informazione, comunicazione e conoscenza e impedire la loro appropriazione privata, su cui la stessa Unione Europea fatica a misurarsi e il Recovery Plan dimostra grande cecità.
Allo stesso modo, si possono avanzare obiezioni forti in tema di quanto previsto sulla cosiddetta “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, che non assume fino in fondo l’obiettivo europeo della riduzione del 55% al 2030 delle emissioni da gas climalteranti e tantomeno quella di una fuoriuscita in tempi rapidi dall’utilizzo delle risorse fossili. Per non parlare, per usare un eufemismo, del rischio di supportare interventi di vero e proprio “green-washing”, in gran parte ispirati da ENEL e ENI.
A questo proposito, sembra sia rientrata l’intenzione di erogare risorse per il progetto sbagliato di realizzare a Ravenna il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 nel sottosuolo, che comunque rimane obiettivo dell’ azienda energetica nostrana, ma viene confermata l’idea di ricorrere ad un uso massiccio del gas per la riconversione delle centrali a carbone.
Ancora in questa missione, si può leggere quanto emerge sulla tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica, dove sono individuate risorse aggiuntive assai scarse e, soprattutto, viene incentivata una nuova spinta per la privatizzazione del servizio idrico, con l’obiettivo di consegnare alle grandi multiutilities quotate in Borsa – Iren, Hera, A2A, Acea– gli affidamenti anche nel Mezzogiorno, dopo che esse sono saldamento insediate in tutto il Centro Nord.
Sulla salute, non si assume con chiarezza  la centralità del ruolo della sanità pubblica, dopo la stagione della privatizzazione strisciante cui abbiamo assistito anche in questo settore, mentre per scuola e istruzione ciò che emerge è che una parte consistente delle risorse stanziate ( 11,7 mld. sul totale di 28,5 mld.) va sotto l’intervento “Dalla ricerca all’impresa”, ribadendo che scuola e istruzione sono subordinate alle esigenze del mercato e del sistema delle imprese.

Quello che, alla fine, emerge dal Recovery Plan, insomma, è un’idea di “ammodernamento” del Paese, fondato sui nuovi “driver” della digitalizzazione e della green economy, senza però mettere in discussione il paradigma della crescita trainata dal mercato e dalla finanza, anzi provando a dargli basi rinnovate e costruendo su queste una lettura ideologica della prossima fase di uscita dalla crisi e del nuovo sviluppo. Un tentativo che va visto anche nei suoi tratti di “novità”, non indulgendo ad un approccio per cui esso sarebbe una pura riproposizione del passato, ma, nello stesso tempo, senza occultare che non basterà la propaganda delle ingenti risorse a disposizioni per mettere tra parentesi che è destinato a non funzionare a quei fini.
Probabilmente ne sono consapevoli anche gli attori più avvertiti delle classi “dirigenti”, a partire dagli estensori del Recovery Plan, nel momento in cui indicano che nel 2023 il PIL crescerà tra il 2,5% e il 3% e il tasso di disoccupazione attestarsi dall’attuale 9,5% all’8,7% nel 2023.
Non grandi dati, in realtà, senza dimenticare che, dopo il forte ricorso all’indebitamento pubblico conseguente alla pandemia, il rapporto debito/PIL passerà, secondo la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, dal 134,6% del 2019 al 158% del 2020, per “rientrare” ad un livello del 143,7% nel 2026. Con tutte le incognite che ciò comporterà in una situazione nella quale si riaprirà, probabilmente nel 2022, la discussione sui vincoli di bilancio in sede europea, dopo la loro sospensione decisa nel corso del 2020. Nonché il rischio, tutt’altro che remoto, che la crisi economica e sociale possa conoscere un ulteriore aggravamento nei prossimi mesise non verrà attivata la proroga del blocco dei licenziamenti, misura osteggiata sempre dagli apologeti del mercato, che non sanno e non vogliono prendere atto che è finita da un pezzo – in realtà mai esistita – la stagione della sua capacità di autoregolazione e, ancor più, di generare ricchezza sociale e sviluppo di qualità.
E’ invece proprio da questa consapevolezza che bisognerebbe ripartire, per riscrivere da capo il Recovery Plan, per prospettare viceversa un reale Piano per il lavoro e i beni comuni, assumendoli come misura e obiettivo di una nuova traiettoria per il Paese

BUFALE & BUGIE Fake news di Trump, o fake news su Trump?

Non è mai terminata la campagna denigratoria contro Donald Trump iniziata oramai in vista delle elezioni statunitensi del 2016, è anzi sempre più accesa e mistificatoria in questi ultimi mesi. Per evitare di assistere a una riconferma del presidente concentrato sulla federazione che governa, si arriva spesso a negare la stessa evidenza dei fatti.

Sul carrozzone della disinformazione si vedono salire anche testate pronte a evadere dal proprio campo di attività pur di sposare un ideale più alto. E’ il caso de Il Sole 24 Ore, specializzato in economia, che il 6 agosto scorso si è avventurato in considerazioni scientifiche: “Facebook rimuove e Twitter blocca video di Trump con false informazioni sul virus”. La notizia, in questo caso, è l’azione portata avanti dai due colossi della comunicazione, ma il giornalista Riccardo Barlaam – i cui argomenti di interesse sono l’economia, la finanza e la politica internazionale, e gli Stati Uniti – ha deciso autonomamente che i materiali incriminati contenessero informazioni errate sull’agente microbico. Di più, perché la teoria del corrispondente è illustrata nel sommario, secondo il quale “il fatto che i bambini sarebbero immuni dal coronavirus” è una “tesi senza fondamento scientifico”. Non si sta parlando, tuttavia, né di una tesi personale né di una posizione controversa, ma dei risultati raccolti nei numerosi mesi toccati dalla diffusione del SarsCov-2: secondo la letteratura scientifica attuale [vedi qui], gli individui con età inferiore ai diciotto anni, in condizioni di normalità, sono praticamente incolumi rispetto alla Covid-19, e pertanto non contribuiscono quasi in alcun modo al contagio, non possedendo abbastanza carica virale. La chiusura dell’articolo, inoltre, marca l’accento sui mancati interventi del passato rispetto a due affermazioni false che avrebbero visto il presidente americano come protagonista. Si tira in ballo il presunto suggerimento alla popolazione di ingerire candeggina contro la malattia, ma ciò non è mai avvenuto, nonostante l’avvenimento sia presentato senza alcuna ombra di dubbio. Per di più, si aggiunge la dichiarazione secondo cui l’esposizione alle luci ultraviolette sia in grado di contrastare il virus in questione; ebbene, anche stavolta non si tratta di una strana convinzione appartenente a una minoranza, ma di una scoperta scientifica nota e acclarata da diverso tempo.

Se anche le linee editoriali condotte dalla maggior parte dei media non combaciano esattamente con le politiche di un esponente al governo, l’inganno e la falsificazione dei dati scientifici condivisi a livello internazionale non dovrebbero in alcun caso essere consentite. Donald Trump si appropria di evidenze scientifiche utili alla propria agenda? Libero di farlo, ma questo non comporta la libertà che si arrogano i mezzi di informazione nel confondere le carte in tavola e comunicare visioni prive di fondamenta al pubblico lettore.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

GLI SPARI SOPRA
Ulisse non aveva Facebook

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, questo dice Ulisse al canto XXVI° dell’inferno ai suoi prodi titubanti nell’attraversare le colonne d’Ercole, fine del mondo e inizio del precipizio verso il nulla in una terra piatta, sospesa nell’aere a due dimensioni. Dante (forse con rammarico), mette Odisseo nell’ottavo cerchio infernale, quello riservato ai consiglieri di frode.

Ne è passato di tempo da allora. L’uomo si sarebbe dovuto evolvere, avrebbe dovuto seguire i consigli del prode scettico, ma non è andata così. Decisamente, non tutta la specie umana ha seguito i dettami del re di Itaca.

Certo i dogmi, le religioni, le ideologie, le intemperie, lo smog, non ci hanno facilitato.

Ma come è possibile avere imboccato il secondo millennio già da una ventina d’anni ed avere alla guida di nazioni che occupano posizioni di prestigio personaggi degni della fattoria degli animali, dove, tra gli uguali, i maiali sono più uguali degli altri? Come è possibile sentire storie di complotti che negano i fondamenti della scienza, della storia, persino della geografia e doverle mettere sullo stesso piano della scienza, della storia, della geografia? Dell’antropologia? Come può Darwin non avere lasciato nemmeno una traccia?

I negazionisti, i creazionisti, i terrapiattisti, i revisionisti, i complottisti, sono tra noi, votano come noi, sono eletti, governano parti di mondo. Aiuto!

Mi sembra di soffocare stando a galla su questa sfera, sempre più piccola e sempre più affogata nella melma delle scorie dell’analfabetismo di ritorno.
Già mi immagino le schiere di adepti additarmi come sapientino, radical chic, buonista, piddino, sinistro, zecca, eccetera (a me, che mi sono diplomato al liceo, con l’aiuto degli amici dell’ultimo banco, con un misero trentacinque e due figure). Non importa: devo per forza esprimere il mio disagio nei confronti un mondo che non mi appartiene.

Non vorrei parlare troppo della pandemia e del virus in corso, per non passare, pure io, per virologo da facebook. Nel corso di questo fetido 2020 abbiamo avuto una esplosione di sapienti, informati dal cuggino, studiati su youtube, analisti da wikipedia, o profondi conoscitori delle teorie dell’esimio professor Cazzetti, luminare dei luminari boicottato dagli energumeni di Big Pharma e dai prezzolati della scienza ufficiale.

Mi chiedo (e non ho risposte), perché? Cosa spinge una parte dell’opinione pubblica ad avere per forza delle certezze su tutto, dai fatti di cronaca nera, ai virus, alla geologia, alla politica, all’ economia, alla scienza, alla cucina? Che sia un virus?

La curiosità, e la voglia di imparare e dire la nostra non fanno di noi degli esperti in ogni settore dello scibile umano. Io potrei parlarvi di Spal e di pesca con profonda cognizione di causa.

Mi sento un socratico, sono curioso e mi piace leggere, non mi piace studiare e questo è stato un limite, ai tempi della scuola tendevo a galleggiare sul pelo della sufficienza, a volte finendo sott’acqua, ma amo la lettura, sono onnivoro con una predilezione per i classici, poi politica, biografie, poesia, una volta leggevo saggi ora preferisco i romanzi. Non tutto ciò che leggo mi piace, non tutto lo capisco, poco mi ricordo, per quello cerco di leggere molto (almeno per un italiano), questo fa di me un ordinary man, parafrasando Ozzy Osbourne.

Provo fastidio nei confronti di chi copia e incolla pensieri altrui. Credo sarebbe più dignitoso per tutti noi leggere, verificare una notizia e poi magari farci un’opinione.

“Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri” diceva Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali italiani. Mi permetto di aggiungere, per gli ignoranti come me, che la cultura è pure conoscere i propri limiti, averne consapevolezza. Voler per forza dibattere su tutto e tutti, negando spesso le evidenze, fa di noi i giudici di Ulisse, senza averne la benché minima competenza.

Per leggere le altre ‘esternazioni’ di Cristiano Mazzoni nella rubrica Gli spari sopra [Vedi qui]

The Real Thing
(di Facebook, Coca-cola e altri accidenti)

Davide contro Golia? Quella è roba vecchia, un bluff al confronto. Qui signori si fa sul serio, e la sfida è assai più ardua, impari, impossibile. Una canoa indiana contro una corazzata, una pulce dell’informazione contro un dinosauro fatto e finito, antico ma sempre in ottima salute. I gladiatori in campo: Ferraraitalia.it contro Coca-cola Company: “Non si accettano scommesse”. Nelle righe seguenti, il nostro autorevole quanto scatenato columnist Radio Strike lancia il guanto di sfida: da leggere e ascoltare. A proposito, voi da che parte state?
(Effe Emme)

Sono riusciti a far smettere di bere acqua a tutto il centro/sud America, si prendono tutta l’acqua ovunque mettono piede ma adesso smettono di fare pubblicità su internet – troppo odio su Facebook – per un mese e niente: la notizia è solo quella.
Ma chi saranno mai?
Ma ovviamente i sempre mostruosissimi – e sempre più paraculi – ometti della sempre mostruosissima Coca-Cola Company.
Mi sembra ieri quando in quasi tutte le librerie era presente l’espositore dei cari vecchi Millelire di Stampa Alternativa.
Mi sembra ieri se penso alla volta in cui sganciai le mie mille lire per portarmi a casa quel loro librino che elencava minuziosamente lo schifo perpetrato da anni dagli uomini della Coca-Cola nel mondo.
È passato del tempo e tutto è come prima, i Millelire di Stampa Alternativa sono ormai solo su internet (scaricabili gratis) ma evidentemente – visto che nessun giornalista/commentatore ha tacciato di ipocrisia “il marchio più famoso del mondo” – scaricare quel librino sulla Coca-Cola è troppo faticoso.
Mi ricordo però anche una puntata di Report di qualche anno fa, ovviamente disponibile su RaiPlay, in cui si racconta per filo e per segno come si è evoluto il comportamento del “marchio più famoso del mondo” in Messico e – sorpresona – anche nel nostro bel paese.
Evidentemente, dato che il fatturato di quell’azienda maledetta cala giusto un po’ ma non arriva mai a crollare davvero, molta gente continua a bere quella roba buona giusto per sturare i lavandini.
Ad ogni modo le porcate della Coca-Cola le conoscono anche i sassi, c’è poco da girarci attorno.
Ogni volta che qualcuno che conosco – generalmente una persona intelligente e sempre informata che magari considera Bolsonaro un cretino – si apre una di quelle lattine o bottiglie mi scatta sempre quella domanda nel cervello e a volte dal cervello mi casca in bocca: ma ancora i soldi a quelli?
La metà delle volte mi si risponde con un generico “è buona”, risposta che trovo quasi rispettabile.
L’altra metà delle volte invece mi guardano un po’ così, tipo un pollo di Tijuana che ha respirato troppo fumo passivo e restano zitti.
È un silenzio molto esplicativo, è il silenzio dello schifo che stiamo facendo tutti quanti da ormai troppi anni qua, su questo sassolone su cui siamo capitati.
La chiudo qui prima di trasformarmi in un Gianni Minà dei poveri ma aggiungo una cosa ancora: magari provate a non dare soldi a quei bastardi.
Buona settimana.

Coca Cola Douche (The Fugs, 1970)

IMMUNI?
Cosa c’è sotto il dibattito sulla nuova App proposta dal governo

di Francesco Reyes

Si è innescato un discreto dibattito sulla nuova App proposta dal governo per monitorare i contagi da coronavirus.
Finalmente, anche in Italia, la questione della raccolta dei dati personali dei cittadini viene a galla, con domande lecite del tipo: “Come funzionerà, cosa produrrà davvero questa app”, “Può essere verificato grazie a un codice open source”, “Quali dati verranno raccolti”, “Dove e da chi verranno immagazzinati”, “Chi e per quanto tempo potrà avervi accesso”?

Sorprendentemente, da ciò che leggo sui giornali, il governo italiano sembra che stia considerando con attenzione queste criticità. Ciò che sembra invece fuori dal tempo è la reazione scandalizzata di molte persone di fronte a questa ipotesi di raccolta di dati personali.

Nell’Italia che sentiamo alla radio, in Tivù e sui social, si dà per scontato che non solo si possa, ma si debba avere uno smartphone Google-Android o Apple o un computer rigorosamente Windows. E su questo hardware, tutti abbiano installate una serie di applicazioni proprietarie (con il codice che le anima non verificabile da altri informatici). Queste applicazioni le conosciamo bene, si chiamano Google, WhatsApp, Instagram, Snapchat, Facebook, eccetera. Queste, sono tutte App voraci di informazioni personali, di ogni tipo: dal luogo in cui ci troviamo, alla lista dei nostri contatti, fino al movimento del nostro dito sullo schermo. Tutte queste informazioni sono raccolte allo scopo di predire e anticipare i nostri comportamenti.

Inoltre, è pluri-documentata la vendita dei dati raccolti, sia legale che illegale, così come la cessione ad aziende private e ad altri governi (anche quelli abituati a sostenere colpi di stato, come gli USA) con finalità tutt’altro che democratiche: manipolazione economica e politica delle masse, controllo e repressione degli individui più intraprendenti/pericolosi.

Adesso, facciamoci un esame di coscienza: abbiamo davvero a cuore le libertà guadagnate dai partigiani, dai nostri, padri, nonni e bisnonni? Tra queste libertà c’è il diritto inalienabile a una vita privata (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Articolo 12) e il diritto alla autodeterminazione. Questi diritti ci vengono silenziosamente sottratti ogni giorno. Davvero non ci sono alternative?

Su internet, in realtà, si trovano molte guide utili alla protezione dei dati personali: per fare un solo esempio miniguide.minifox.fr  [qui puoi consultarla]  Allora agiamo di conseguenza. Possiamo scegliere, possiamo sostituire WhatsApp, Google, Facebook con alternative free/open source, rispettose della privacy.

Forse è venuto il momento di metterci in testa che la tecnologia non è solo un bene, è anche una responsabilità. Oppure continuiamo pure a fare orecchie da mercante. Raccontiamoci pure che si tratta di semplici scambi commerciali, senza rischi sociopolitici e conseguenze macroeconomiche, senza un impatto grave e di lungo sulla vita quotidiana di ognuno di noi.

La sindrome di Zuckerberg

All Night (Parov Stelar, 2012)

Brimful Of Asha (Cornershop, 1997)

In questi giorni di rigido isolamento domestico, messo in atto per scongiurare il più possibile la diffusione del virus, corriamo tuttavia il rischio d’incorrere in una patologia non pericolosa come il covid19, ci mancherebbe, ma certamente invalidante e di non facile guarigione: la cosiddetta febbre di feisbuc, o sindrome di Zuckerberg.
Dunque, come possiamo tutelarci dalla sindrome di Zuckerberg?
Si tratta di una malattia altamente contagiosa, si trasmette via web e non esistono difese autoimmuni. La sintomatologia è nota: voglia irrefrenabile di controllare la propria pagina facebook ad ogni ora della giornata; leggere ogni stronzata venga pubblicata e pubblicarne di proprie; ciondolare su e giù col cursore per vedere se qualche preziosa stronzata ci sia eventualmente sfuggita; commentare su ogni argomento da grandi esperti e con perfetti sconosciuti; litigare con questi perfetti sconosciuti come se non ci fosse un domani; chiedere l’amicizia ad altri perfetti sconosciuti che rimarranno tali anche dopo anni; masturbarsi coi like ricevuti; eccetera.
Le conseguenze della malattia sono abbastanza serie: fancazzismo cronico generalizzato, inconcludenza, apatia, atrofia muscolare, stitichezza, atonia sessuale e, nei casi più gravi, principi di autismo e inedia.
Esistono in circolazione vaccini da somministrarsi tutti i giorni nel tempo libero, che però spesso vengono purtroppo ignorati: libri, bricolage, collezionismo, ballare i brani dei due video, un buon film, autoerotismo, lavare i piatti…
Passeggiate all’aperto, uscite con amici, sport e giochi erotici col partner sono per ora vietati. Ma saranno, una volta cessata l’emergenza, valide alternative in grado di creare gli anticorpi necessari a difesa da eventuali ricadute.
Comunque, nei casi più gravi esiste un’infallibile terapia d’urto che è la seguente: mandare tutti gli amici di facebook a cagare e lanciare il portatile dalla finestra!

DIMISSIONI SUBITO!
Centomila firme per liberarci di Vittorio Sgarbi

Dalla Associazione PiazzaVerdi – recentemente protagonista della pubblica denuncia del danaroso accordo tra Comune di Ferrara e Famiglia Sgarbi per lo ‘sfruttamento economico’ della Collezione Cavallini Sgarbi mediante la collocazione della stessa in Castello – viene ora un pressante appello al Sindaco di Ferrara perché tolga immediatamente all’Onorevole Vittorio Sgarbi la carica di Presidente di Ferrara Arte.

Come redazione di Ferraritalia facciamo nostro questo appello. Ma siamo convinti che si possa e si debba fare di più. Vittorio Sgarbi ha da tempo passato il segno – gli esempi sarebbero millanta – e rappresenta per la nostra città (che vorrebbe ‘sua’, in tutti i sensi) una vergogna. Una vergogna che Ferrara non si merita. I ferraresi non si meritano Sgarbi, Il Sindaco Alan Fabbri, lo stesso che lo ha investito della carica di Presidente di Ferrara Arte, deve immediatamente dimissionarlo. Invitiamo i lettori a guardare il suo video: irresponsabile, anti-istituzionale, anti-costituzionale. Il video è di due giorni fa, quando era già chiara l’entità della tragedia che ci aveva investito ed era già stato emanato il Decreto del Governo. Si intitola, noblesse oblige: “#coromavirus il virus del buco del culo. Vi spiego il perché”. E non lo spiega a quattro amici al bar ma ai suoi followers su Facebook, che sono (vi do il dato aggiornato al minuto/secondo) poco meno di due milioni, 1.992.384 per l’esattezza. Perché, dice sgarbi: “Non riesco a capire come si vogliano convincere gli italiani che esiste un pericolo che non c’è“. E scandisce, rivolgendosi agli abitanti di Codogno: “Non c’è nessun pericolo, di nessun tipo. Se andate in giro non vi capita un cazzo!. Vi risparmio il resto. Anzi, non ve lo risparmio. Se avete stomaco, guardate il video [video del 9 marzo].Giudicate voi se un uomo simile può ancora rappresentare Ferrara e i suoi cittadini..

Ferraraitalia è un piccolo quotidiano online, il nostro mestiere è fare informazione, formazione, riflessione. Come meglio riusciamo. Non spetta a noi intestarci pubbliche campagne o raccogliere firme. Ma questa è una questione di SALUTE PUBBLICA. Ci rivolgiamo a tutta la società civile ferrarese, alla Ferrara antifascista, alla Ferrara perbene. Chiediamo alle tantissime associazioni, ai gruppi, alle forze sociali e culturali, alle realtà del volontariato di Ferrara di rompere gli steccati e di abbassare le rispettive bandierine. Mettetevi (mettiamoci) insieme per raccogliere CENTOMILA firme per liberare dal drago la città di San Giorgio. Come si chiama questo flagello? Come fa di nome e cognome? Questo lo avete capito.

Francesco Monini

 

Il Comunicato della Associazione PiazzaVerdi di Ferrara
Vittorio Sgarbi non ci rappresenta. Non può rappresentare in alcun modo Ferrara né Ferrara Arte, di cui è, purtroppo, ancora Presidente. Il video nel quale afferma che il Coronavirus è una bufala e, con la consueta volgarità, invita le persone ad uscire, ad aggregarsi, a non seguire le indicazioni del Governo e delle massime autorità sanitarie, è di una gravità assoluta. In queste ore molti, a partire dai dipendenti del Mart – Museo di Arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, del quale è pure Presidente – stanno chiedendo le sue dimissioni da quel ruolo.
Sono tanti i ruoli e le cariche che l’on.Sgarbi seguita a mantenere, una sorta di shopping compulsivo, e ugualmente compulsivo sembra il suo bisogno di intervenire a sproposito su tutto. Ci vergogniamo del suo essere ferrarese. A lui interessa solo essere una notizia, ha bisogno di apparire più di ogni altra cosa anche perché solo così riesce a garantirsi le comparsate televisive e i proventi economici che ne derivano. E’ imbarazzante e, nel caso specifico, allarmante. Istigare la popolazione a non rispettare una legge dello Stato, essenziale in tempo di epidemia, è, specie da parte di un Deputato della Repubblica, un atto che deve essere sanzionato a livello nazionale. E a livello locale Sgarbi non può continuare a ricoprire il ruolo di Presidente di FerrarArte e a svolgere i compiti di rappresentanza che questa carica impone. Al Presidente di un’Istituzione culturale, oltretutto pubblica, è richiesto rispetto delle regole, decoro, sobrietà. L’opposto di ciò che Sgarbi rappresenta. Non darà mai le dimissioni da alcuna carica, è evidente. Spetta al Sindaco di Ferrara, che l’ha nominato, far sì che Ferrara non debba vergognarsi. Spetta al Sindaco di Ferrara, che, giustamente, sta diffondendo in città l’appello a rispettare il Decreto del Governo per arrestare l’epidemia, assumere comportamenti coerenti. Sta ad Alan Fabbri revocare a Vittorio Sgarbi l’incarico di Presidente di Ferrara Arte.

Stop all’odio: ricostruiamo un fronte di civiltà

da: Alessandra Tuffanelli

Non posso che condividere il contributo di Sergio Gessi. Nei contenuti e nei toni. Durissimi, quanto necessari. Da tempo sono sempre più disgustata dal livelli infimi raggiunti dal dibattito politico nel nostro paese e nella nostra città. E questo recente episodio è solo l’ultimo, orribile, raccapricciante, intollerabile atto di una commedia dell’assurdo che mai mi sarei aspettata di vivere fino ad una manciata di anni fa.

“Più giù di così / Non si poteva andare / Più in basso di così / C’è solo da scavare / Per riprendermi / Per riprenderti / Ci vuole un argano a motore” (Daniele Silvestri, Salirò)

Parole, quelle scritte da Giangi Franz, inaccettabili, intollerabili. Che mi fanno domandare da chissà quale remoto anfratto della mente umana può scaturire un così profondo e ingiustificato livore nei confronti di perfetti sconosciuti, colpevoli solamente di essere state vittime di una tragedia. “Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale” ha affermato, scrivendolo sul suo profilo Facebook. Ma siamo proprio sicuri che le persone decedute per il maltempo in Veneto, così come i loro familiari che ora li stanno piangendo, fossero degli evasori? Dei delinquenti? E anche lo fossero state, quale enorme somma dovrebbero aver occultato per meritarsi di pagare con la vita? Che responsabilità hanno avuto nel processo di cambiamento climatico imputabile del fortunale scatenatosi contro migliaia di persone che, in una manciata di minuti, han visto spazzare via tutto quanto avevano realizzato in una vita di sacrifici e di lavoro. Case, attività. I ricordi più cari. Io che mi ritengo una persona assolutamente normale, non particolarmente nota come campionessa di bontà, non posso che provare tanta tristezza ed empatia per i fratelli veneti, così per tutti gli altri italiani colpiti, da nord a sud, da questi eventi disgraziati. Le responsabilità? Certo che esistono. Andranno individuate e i responsabili, in caso di colpe accertate, duramente perseguiti e condannati. Ma non ora. Ci sarà un tempo e un modo anche per questo. Ora è il momento della solidarietà, di un unico forte abbraccio che ci unisca tutti. Dell’aiuto disinteressato e delle manifestazioni di affetto sincero.

Se c’è un aspetto positivo in tutta questa triste vicenda, se ci sono degli eroi veri e vincenti, questi sono gli studenti che da tutta Italia si sono mobilitati per portare aiuto alle persone in difficoltà, donando tutto ciò che hanno a disposizione: la loro presenza materiale, la forza delle loro braccia, la loro volontà e instancabile determinazione. Una meravigliosa catena umana che si è costituita spontaneamente e che mostra quanta bellezza ci sia nei nostri giovani: sarà solo grazie a loro se ci sarà un futuro e che loro potranno fare bene laddove noi abbiamo fallito. Davanti a questo esempio di generosa umanità noi abbiamo solo da tacere rispettosamente, guardare e imparare la lezione.

Alla luce di queste riflessioni le parole del professor Franz appaiono ancora più fastidiose. Ingiustificatamente crudeli. Così come sarebbero fastidiosi quei due euro che ha promesso di donare utilizzando un tono talmente irriverente. Per cortesia, se li tenga. Chiunque li dovesse ricevere non potrebbe che sentirsi insultato ed umiliato e sono convinta che preferirebbe farne a meno. Ma, se mi han tanto deluso le sue esternazioni, ancora più doloroso è stato leggere le tante manifestazioni a difesa delle sue crudeli parole, provenienti da tanti amici e conoscenti, persone appartenenti a quella fetta di società che si definisce sinistra progressista e che ogni giorno si batte contro la presenza dei cosiddetti haters in rete. Signori, oggi che gli haters siete voi, in virtù di un odioso e ingiustificabile campanilismo senza senso, come la mettiamo? L’odio, gli insulti, le minacce, la mancanza di pietà e di empatia fanno schifo, vengano queste da sinistra come da destra, dal basso o dall’alto, da nord o da sud. Facciamo tutti un passo indietro per favore. Moderiamo i termini, abbassiamo i toni. Scusiamoci – sinceramente – laddove abbiamo consapevolmente ferito qualcuno. E contiamo fino a 10, 100, 1000 la prossima volta, prima di colpire. Impegniamoci tutti facendo un passo verso la direzione della civiltà. E firmando la petizione “Basta odio in Rete – #ODIARETICOSTA” (vai al link) che ha già raccolto quasi 50mila adesioni. Ma facciamola crescere ancora. È estremamente importante, perché più siamo, meglio è. Costruiamo insieme un enorme fronte enorme di civiltà e di umanità. In modo che possa essere abbattuto mai più.

E quindi ritorniamo da dove eravamo partiti, dal buon Daniele Silvestri: “E resto qui distrutto / Disperato ancora un po’ / Ma prima o poi ripartirò / E salirò …”

L’odio

Restiamo umani. Il primo pensiero è questo. L’abbiamo ripetuto mille volte, spesso guardando i migranti che in mare cercano salvezza. Non vale solo per loro, ovviamente… è un atteggiamento che si dovrebbe mantenere sempre. Appare incomprensibile, quindi, il comportamento del professor Giangi Franz, docente dell’Università di Ferrara, travolto dalle polemiche per avere manifestato, attraverso i suoi profili Twitter e Facebook, totale indifferenza e nessuna comprensione del dramma che ha sconvolto Venezia e per i toni sprezzanti usati nei confronti della popolazione:

“Sarò duro. Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale. In Veneto la Lega governa da trent’anni rubando o permettendo la corruzione mostruosa praticata da Galan e da Forza Italia. Proprio nessunissima solidarietà. Anche perché vogliono l’autonomia. Vero? E allora che se la cavino da soli”. (Giangi Franz)

I fatti sono noti: c’è una città – Venezia – flagellata da un’alta marea di proporzioni spaventose. Le cause – locali e globali – sono risapute. Noti sono pure i ritardi nel completamento del Mose, l’opera progettata 30 anni fa per il contenimento delle mareggiate, e acclarati sono gli scandali che hanno accompagnato progettazione e realizzazione dell’opera. Di sfondo si sono poi aggiunti l’allarme sul clima e gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature…
Ma questo è il momento dell’emergenza e del sostegno.

“Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame…”
(Fabrizio De André, Il pescatore)

C’è poi una popolazione piegata, ma non doma, che resiste e fa quel che è possibile per fronteggiare l’emergenza. E c’è lo sgomento del mondo che riconosce in Venezia uno dei sommi simboli della bellezza.
Ed ecco che, in questa temperie, sui social s’affaccia il leone da tastiera di turno, che sbotta: “Ben gli sta”. A Unife Franz insegna ‘Politiche urbane e territoriali’ ed ‘Economia urbana e territoriale’. Un professore universitario dovrebbe essere d’esempio. E,  l’uomo di cultura, della bellezza dovrebbe essere ossequioso. Invece, eccola qua l’empatia: “Nessuna compassione, nessunissima solidarietà”, bercia il prof: e si rivolge a tutti, indistintamente…

Certo, lo ribadiamo: ci sono ragioni e responsabilità che andranno affrontate, ma non è questo il momento. Ora è il tempo del ‘fare’, dell’abbraccio solidale, del conforto. Per ragionare di cause, di soluzioni, di comportamenti virtuosi e pelosi, di chi subisce e di chi fa il furbo c’è tempo. Non ora, però, non ora!

Lo ribadisco: lamentiamo in tanti la disumanità di chi abbandona alla propria sorte i migranti del mare, soli con la loro disperazione. Eppure – lo sappiamo bene – non mancano responsabilità, speculazioni, interessi luridi anche in questi casi… Ma nel momento del dramma, quando in gioco ci sono le vite di donne, uomini e bambini conta quello e solo quello. Chi sprofonda va aiutato, senza se e senza ma: non gli si chiedono prima i documenti o la cartella delle tasse. A Lampedusa come a Venezia.

E questa evidenza dovrebbe valere per tutti, anche per coloro – amici o parenti – che hanno vincoli di affetto per chi si lascia trascinare nel gorgo dell’odio. Il giustificazionismo non è una buona medicina. Richiamare gli odiatori a un senso di umanità è dovere anche (e forse prima di tutto) di chi gli sta accanto…

Ora il profilo Facebook di Giangi Franz è oscurato (non quello Twitter, però). Lo ha deciso lui stesso, salutando il popolo del web con un post titolato ‘Mille scuse a tutti’, in cui scrive: “Basta, troppa pressione. Chiedo scusa a tutti per lo sconsiderato post su Venezia, i Veneti, il Mose, la Lega. Non pensavo che si potesse scatenare una reazione di questo tipo. Mille scuse a tutti. Se tornerò su facebook sarà tra un bel po’”.
Ma poco prima ne aveva scritto un altro, riportato dal quotidiano online Estense.com, che ora non appare più sulla bacheca del docente, nel quale, in tipico stile ‘salviniano’, Franz scrive: “Vi voglio bene a tutti”. E aggiunge: “Poi faccio un versamento di due euro a favore di Venezia”, un’affermazione che ha tutto il sapore della presa per i fondelli, senza neppure l’ombra d’un minimo di resipiscenza…

APPUNTI SUI POLSINI
La tempesta perfetta

Ho fatto una prova. Mi sono iscritto ad alcuni gruppi facebook promossi da questo a quel militante di questa o quella corrente del PD. Impressioni? Molto peggio di una Curva Sud: non ho mai letto tanti insulti incrociati verso i compagni di banco: contro Zingaretti, contro Renzi, contro Emiliano, contro Calenda, contro Martina… Confido nella vostra immaginazione ed evito il copia-incolla, sarebbe una inutile cattiveria.
Non sono mai stato iscritto al Partito, né prima, quando c’era ancora il Grande Partito Comunista Italiano, né dopo, quando è iniziata la sua fase transformer: PdS…DS…PD. Ammetto, tanto tempo fa mi piaceva Berlinguer – come facevi a non volergli bene? – ma non aderivo né simpatizzavo per le sue scelte politiche. Molta meno simpatia ho provato per la lunga sfilza di segretari e reggenti che, di sconfitta in sconfitta, si sono passati il testimone negli ultimi decenni. Così sto alla finestra: guardo, ascolto, leggo, e mi assale una gran tristezza. Con in tasca la mia tessera di non-simpatizzante, assisto allibito a una scena apocalittica. Un quadretto dantesco. All’interno c’è una lotta confusa e furibonda che impegna tanti diavoletti: ex segretari, capicorrente, padri nobili, ex volti nuovi, candidati o quasi candidati. Alle loro spalle, attivissime sui social, le sparute truppe dei rispettivi tifosi un contro l’altro armati. Intanto, sopra il girone infernale, sulla testa dei rissosi diavoletti, piove una grandinata incessante (da Destra ma anche da Sinistra) di articoli, commenti, lezioncine, appelli, de profundis, lazzi, ingiurie.
E’ vero, Tutto al mondo ha una fine, anche un partito naturalmente, ma l’implosione del Partito Democratico ha qualcosa di astronomico. E’ come essere a due passi da un buco nero che si mangia tutto quello che gli sta intorno. O assistere a una reazione nucleare a catena che nessuno è più in grado di fermare. O – terza metafora, tanto per farmi capire – stare nel mezzo di una prateria americana e vedere arrivare il vortice nero del ciclone che spazzerà via ogni cosa o persona. Te compreso. Anche se non c’entri nulla e passavi di lì per caso.
Insomma, c’è qualcosa di “grandioso” nell’agonia in diretta di quello che fu il più grande partito comunista d’Europa. E come tutte le cose grandiose fai davvero fatica a capirla fino in fondo. Continui a farti delle domande e a non trovare le risposte. Possibile che i leader (di prima, seconda e terza fascia) non sappiano che giocare al massacro porta inevitabilmente… al massacro? Possibile che nessuno si impegni in una vera autocritica? Che nessuno comprenda che occorre invertire di 180 gradi la linea politica, culturale, economica degli ultimi vent’anni? Che nessuno pensi di abbandonare le vecchie ricette neoliberiste per proporre qualcosa di nuovo e di diverso ai disoccupati, ai precari, ai poveri, ai vecchi pensionati e ai nuovi arrivati? Che a nessuno venga in mente di “ribaltare la piramide”, di chiedere le dimissioni non della Segreteria, ma di tutta la Direzione Nazionale?
Ma è come essere in alto mare mentre infuria una tempesta conradiana. La linea che divide il cielo minaccioso dalle onde di schiuma è scomparsa. Nessuno vede niente. Né il capitano, né l’ultimo dei marinai. La nave è ingovernabile e ha scelto da sola la sua rotta, corre verso gli scogli delle prossime elezioni europee.

Eppure lo sapevamo

La fine dell’innocenza dei social network, potrebbe essere definito lo scandalo scoppiato nei giorni scorsi sui legami tra Facebook e la società di analisi dei dati Cambridge Analytica. La vicenda, come è noto, riguarda la cessione da parte del più frequentato social network del mondo di dettagli personali su oltre 50 milioni di utenti, che sarebbero stati sfruttati per la campagna elettorale alle ultime presidenziali americane di Donald Trump. Cambridge Analytica si dichiara indignata e ha sospeso il potente amministratore delegato Alexander Nix.
Ora i responsabili di questa imponente macchina dei social network si dichiarano tutti indignati.

Della questione sollevata dallo scandalo in realtà si parlava da tempo sui giornali americani, per esempio era noto il ruolo di Steve Bannon, ex stratega di Donal Trump, e l’ambizioso programma di costruire profili dettagliati di milioni di elettori americani su cui testare l’efficacia di molti dei messaggi populisti alla base della campagna elettorale.
Sappiamo, peraltro, che il modo in cui il sistema funziona, dai like alle fan page sino alla geolocalizzazione è globale, è lo stesso in tutti i paesi, non vi è un approccio nazionale nella strategia di Facebook, non vi è quindi ragione per credere che l’uso dei nostri profili e dei nostri commenti in Italia abbia utilizzi diversi da quelli che vengono fatti in altri paesi.
Sapevamo che gli algoritmi hanno il compito di tracciare profili psicologici. Ogni volta che consentivamo il trattamento dei nostri dati personali questi servivano a costruire profili. La conoscenza dei nostri comportamenti privati permetteva di suggerirci prodotti e servizi e anche di plasmare i nostri modi di vedere il mondo, rafforzando i messaggi che potevano essere in sintonia con le nostre conversazioni. In questo ultimo anno numerosi contributi hanno sottolineato il funzionamento e gli effetti dei big data sulle nostre decisioni.

Sapevamo da tempo che le immagini dei tramonti, i ricordi delle le feste di compleanno, i commenti sui locali frequentati, tutto questo e molto altro, andava a comporre profili che ci consentivano (si fa per dire) di ricevere pubblicità in linea con le nostre preferenze e i nostri stili di vita. Alcuni di noi queste tecniche le spiegavano nei numerosi corsi sul marketing digitale.
I social hanno progressivamente costruito un mondo fatto di luoghi comuni, di consolanti affinità e di stereotipate sintonie, di illusioni di condivisione. Nei social si è costruito buona parte di quel sentimento populista che parte dalla distinzione tra un ‘noi’ e un ‘loro’ e che ben prima che una scelta di voto è una cultura diffusa.
Sapevamo anche che il nostro confronto quotidiano si svolgeva all’interno di piazze virtuali che tendevano a separare in modo radicale posizioni e sensibilità, sapevamo che le appassionate discussioni che impegnavano alcuni restavano un esercizio totalmente sterile.
Sapevamo che i social erano testimoni di numerosi episodi di violenza becera. Un recente esempio è accaduto su Snapchat: il social network ha pubblicato un annuncio per un gioco che incitava a schiaffeggiare Rihanna, la cantante che è stata vittima di un episodio di violenza subita dalla cantante dal suo ex compagno, il cantante Chris Brown, alcuni anni fa. Snapchat ha cancellato la pubblicità e ha chiesto scusa agli utenti e ha dichiarando di voler indagare su come sia potuto accadere. Intanto ha perso in borsa più del 4% del suo valore. Resta sconcertante che qualcuno abbia trovato divertente il gioco. Ma non è che un esempio che indica le dinamiche psicologiche che influenzano i comportamenti nelle reti. I social per loro natura tendono a mettere in campo le emozioni più viscerali con tutto il carico di aggressività che alle emozioni è correlato.
Vi è ormai molta letteratura che sottolinea come nei social vincano dinamiche polarizzanti. In sostanza nei social si creano delle “camere eco” in cui le persone ricevono conferma delle proprie opinioni e non si confrontano mai con quelle con cui sarebbero in potenziale dissenso.

E ora che tutto ciò che già sapevamo ci viene confermato da questa drammatica notizia sui rischi che i social network diano vita ad una società sorvegliata, cosa cambierà nella nostra consapevolezza circa l’uso di questi surrogati di amicizia?

Off o online?

Dipendenza dai social, sì o no? Dai telefonini? Dai videogiochi? Dalla rete? In un’era di connessione precoce e continua, ecco un’esilarante, ma molto reale, riflessione sulla dipendenza da chat, facebook, twitter e computer. Un film, ‘Beata ignoranza’, che sorride (e fa ridere a crepapelle) su una dipendenza che coinvolge sempre più. Basti guardarsi in giro, sugli autobus o le metro, oltre che per le strade e lungo le vie affollate, dove schiere di individui attaccati a lucidi e scintillanti schermi di telefonini non alzano più lo sguardo per vedere cosa capita intorno. Uomini dalle dita veloci non vedono l’altro, non si accorgono della bellezza di un paesaggio o di un monumento, non sentono il profumo dei fiori, non colgono il bisogno di sguardi, parole e gesti di solidarietà. Una connessione che disconnette. In questo quadretto, Ernesto (Marco Giallini) e Filippo (Alessandro Gassman), che non si vedono da oltre 25 anni pur avendo in comune una figlia, Nina (Teresa Romagnoli), nata dall’amore per la stessa donna, Marianna (Carolina Crescentini) scomparsa prematuramente, si ritrovano a insegnare nello stesso liceo. Ernesto, professore all’antica innamorato dei libri, insegna italiano, Filippo, moderno e tecnologico, in segna matematica. Gli antipodi, sia per carattere che per dimestichezza con il mondo dei computer e della rete. Ernesto ha un vecchio e grande Nokia del 1995, non possiede un computer ed è orripilato dai social media; Filippo vive di selfie, chat, giochi e incontri in rete. Le rispettive preferenze influiscono sullo stile accademico di ciascuno oltre che sulle loro relazioni personali e l’attrito inevitabile esplode proprio in classe, filmato e condiviso su Internet dagli alunni un po’ sbigottiti ma anche divertiti. E’ l’inizio dello scambio esilarante di battute e malintesi. Nina intercetta quel video diventato virale e decide di girare un documentario creando un esperimento antropologico di due mesi: Ernesto dovrà imparare a usare computer, smartphone e social mentre Filippo dovrà disintossicarsi da ogni comunicazione virtuale, con l’aiuto di un simpatico, originale ed eccentrico gruppo di sostegno per la dipendenza online.

Complicazioni e situazioni tragicomiche saranno la conseguenza immediata. Una bella lezione su tutto: è necessario mettere da parte i pregiudizi per arrivare a una vera educazione delle emozioni, dentro e fuori dal web. Perché la comunicazione non è vera comunicazione senza le emozioni. Dandosi anche un bell’appuntamento con sé stessi, per (re)imparare proprio a riconoscerle e a non dimenticarle. Spesso disconnessi vale la pena.

Beata ignoranza di Massimiliano Bruno, con Alessandro Gassman, Marco Giallini, Valeria Bilello, Carolina Crescentini, Teresa Romagnoli, Guglielmo Poggi, Italia, 2017, 102 mn.

L’invidia: questa illustre ‘cononosciuta’

di Marcella Mascellani

E’ uno dei sentimenti più diffusi e più ribelli. Non risponde a regole, non conosce limiti. E’ nato con l’uomo.
Moliere scriveva che la virtù è sempre perseguitata: gli invidiosi muoiono, l’invidia mai.
Ci accompagna per tutta la vita e nessuno ne è privo. Sostiene l’impeto con il quale, da bambini, strappiamo dalle braccia il gioco al nostro amico felice di possederlo e il risentimento che proviamo per il nostro compagno di classe premiato con un bel voto in materia.
Serpeggia in ogni ambiente sociale e non fa distinzione di grado culturale. Va dall’indifferenza forzata con la quale evitiamo di salutare il nostro collega lungo il corridoio del comune luogo di lavoro, al gusto del pettegolezzo che sicuramente aiuterà a mettere in cattiva luce la nostra vittima.
E soprattutto avrà un effetto catartico per noi. Aiuterà a liberarci di quella tristezza o di quel dolore rispetto all’evidenza del bene altrui.
Sin da bambini, a scuola, in famiglia e in altri contesti comunitari, ci insegnano a non invidiare l’altro.
Il difficile è metterlo in pratica.

A proposito del pettegolezzo il Papa, in un’omelia del gennaio 2016, ha affermato: “L’invidia uccide e non tollera che un altro abbia qualcosa che io non ho”. E ancora: “E’ una sofferenza che desidera la morte degli altri. Ma quante volte nelle nostre comunità non dobbiamo andare troppo lontano per vedere questo? Per gelosia si uccide con la lingua. Uno ha invidia di questo, di quell’altro e incominciano le chiacchere: e le chiacchere uccidono.”
Non a caso nella religione cattolica l’invidia è considerata il peggiore dei sette vizi capitali perché include in se l’odio e il tradimento, fino a sfociare nell’omicidio.
Nella religione ebraica tutta la comunità religiosa è impegnata a prevenire il sorgere di tale sentimento anche perché la colpa di questo peccato potrebbe ricadere su di un altro. Il credo religioso ebraico è basato sull’idea che ogni individuo è responsabile di un altro individuo.
La religione islamica ne prevede una manifestazione unidirezionale: chi abbraccia la religione islamica non invidia, può essere solo invidiato. L’individuo viene religiosamente istruito ad accettare i suoi limiti e le possibili disuguaglianze che si manifestano nella vita terrena.
Nel buddismo dell’invidia emerge il sentimento e la filosofia buddista invita ad esplorare il sintomo che ce lo rivela. Analizzando noi stessi, ci renderemo conto che tale sintomo nasce nella mente e nella mente finisce.
L’invidia ci può far perdere il nostro controllo. Nel XIII canto della Divina Commedia gli invidiosi di Dante hanno gli occhi cuciti, con il fil di ferro, come si fa con gli sparvieri non ancora addomesticati.
Non vedere, non sapere, non conoscere la felicità dell’altro aiuta a non invidiare.
Diversamente è quasi fisiologico che il sentimento compaia se non si è formati a non esserlo.

Il gruppo Gemelli Diversi, nel 1998, cantando l’invidia, addirittura la definì un virus: “Cercando di stare dove non è possibile ammalarsi di sto virus inguaribile come primo sintomo sa cattiveria non c’è malattia mortale più letale dell’invidia”.
Un sintomo virale che ci porta così a pensare che c’è un’invidia individuale, ma ce n’è anche una collettiva.
Nel mondo del cinema il film che in maniera chiara rappresenta la ritorsione di un rancore sociale è ‘Malena’ di Giuseppe Tornatore. La protagonista è costretta ad arrendersi alla rabbia collettiva rinunciando a se stessa e schierandosi con gli invidiosi.
Ecco, per esempio, cosa consente di liberarsi dell’invidia altrui: allinearsi, o fingere di allinearsi, agli altri può aiutare, ad esempio, a sopravvivere in un contesto scolastico, lavorativo o di comunità in generale.
E’ possibile guarire dall’invidia? Non credo. In alcune persone il sentimento dell’invidia è presente per tutta la vita e, a mio avviso, non ha nulla a che a che vedere con il sentimento competitivo che può far raggiungere dei traguardi e delle vittorie personali e collettive.
L’invidia annebbia la vista, spegne le parole buone e accende quelle cattive.
Francois-Renè de Chateaubriand asseriva che “Ci conciliamo con un nemico che ci è inferiore per qualità o di cuore o di spirito. Ma non perdoniamo mai a chi ci supera nell’anima e nel genio”.
L’invidia è recidiva; quando una persona è invidiosa il sentimento prima o poi torna a manifestarsi.
Lascia un oggetto, o meglio un soggetto, per poi passare immediatamente a un altro.
L’invidia può essere anche la cartina tornasole che ci aiuta a distinguere un amico.
Un amico gioisce sinceramente ai meriti a noi riconosciuti. Il rancoroso che ci vede, quindi, come un nemico, no.

Un esempio di invidia moderna, invece, è quella che si manifesta su Facebook, uno dei social che raccoglie utenti di tutte le età e di tutti i ruoli sociali e dove il manifestarsi della rabbia dà il massimo di se: “Io non vedo i tuoi post” in realtà corrisponde ad un “Faccio finta di non vedere i tuoi post, per invidia, perché mi sembri troppo felice”.
Basta che qualcuno dichiari un proprio disagio, immediatamente si scatena il popolo del web in suo sostegno.
Più difficile avere il riconoscimento per un traguardo “postato” raggiunto.
Gli ambienti lavorativi, poi, sono un buon terreno di coltura di questo sentimento.
L’altro, l’avversario, è contro di noi, o almeno è considerato tale. L’avversario è nemico, rivale, antagonista. Stimola odio, antipatia, ostilità. Liberarsi della sindrome dell’avversario è un esercizio complicato.
Ambrose Bierce, giornalista e scrittore statunitense che visse a cavallo tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento, lo definiva “Un essere deprecabile che si permette di avere le nostre stesse aspirazioni”.
Ed è così che guardandomi attorno, osservando e ascoltando, ho capito che aveva ragione Cartesio sostenendo che: “Alla resa dei conti non c’è vizio che nuoccia tanto alla felicità dell’uomo come l’invidia”.

Dalle arene alla tv: a ogni epoca il proprio spettacolo

C’è un’insana pulsione che induce molta gente a ‘spiare’ la vita degli altri, come se da questa deprecabile azione dipendesse la propria stessa vita. Un’odiosa propensione che alimenta se stessa, fino a diventare quasi una dipendenza con una forte necessità di continuità. I social sono diventati vie preferenziali per accedere alla sfera privata di ciascuno e subdolo territorio che permette, favorisce e incrementa l’invasione della privacy altrui, con una naturalezza e una leggerezza preoccupanti. Se poi consideriamo anche la tv, allora il fenomeno acquista un’eco enorme, diventiamo tutti insaziabili guardoni, pronti a negare pubblicamente il nostro morboso interesse per l’intimità degli altri.

Sono mediamente 12 milioni i nostri connazionali che hanno seguito e seguono ‘Il Grande Fratello’: non si può ignorare questo dato che, se da un lato ha reso trionfante la produzione del programma, dall’altro fa riflettere seriamente dal punto di vista antropologico e sociale. Stiamo davanti allo schermo fino alle ore piccole, con lo sguardo incollato ai protagonisti della scena tutti più o meno vip che, convinti di offrire grandi lezioni di vita, invidiabili modelli comportamentali e immagini di alta cultura, bellezza e divertimento si muovono h24 sotto telecamere e riflettori per essere ammirati come pesci esotici in un prestigioso acquario, se non idolatrati da una massa che interagisce attraverso i social, proclama consensi o dinieghi, trae conclusioni e spara sentenze. E siccome, in fondo in fondo – ma neanche tanto in fondo – rimaniamo un popolo di moralisti, non ci pare vero poter dichiarare guerra al fedifrago di turno, l’omofobo, l’omosessuale, il bestemmiatore, l’asociale, il fanfarone, il furbastro, lo straniero in suolo italiano, l’italiano con simpatie esterofile, il finto acculturato, il vanesio millantatore, e molte altre categorie su cui sbizzarrirsi ed appiccicare etichette, trasformando il tutto in un grande tiro al bersaglio nel nome di un’etica di cui ciascuno si ritiene sano detentore. Ci identifichiamo o ci dissociamo davanti a questi personaggi, ci infervoriamo, partecipiamo emotivamente a ciò che accade con esultanza o rabbia, spendiamo il nostro tempo a guardare, scrivere i commenti su facebook o twitter, parlarne nella nostra quotidianità come se coloro aldilà dello schermo fossero realmente compagni di vita, guru, persone carismatiche ed esempi da imitare o rifiutare, premiare o condannare attraverso una selezione al televoto.

Cambiano i tempi e a ogni epoca il proprio spettacolo.
Nell’antica Roma lo spettacolo in cui la sovranità del pubblico decretava il diritto di vita o di morte aveva luogo nelle arene e negli anfiteatri. Protagonisti osannati o destinati a morire erano i gladiatori, solitamente prigionieri di guerra, schiavi o condannati a morte, talvolta uomini liberi oberati dai debiti o attratti dalla ricompensa e dalla gloria. Da testimonianze pervenuteci (decreto Tabula Larinas), esistevano anche donne combattenti, le amazzoni, ammesse alla sfida con l’unico vincolo del superamento dei 20 anni di età, ma erano rare. Tutti i gladiatori pronunciavano un solenne e terribile giuramento prima di combattere tra loro o contro tigri, leoni, orsi e perfino coccodrilli e rinoceronti: “Sopporterò di essere bruciato, di essere legato, di essere morso, di essere ucciso per questo giuramento”. Paradossale che attraverso questa promessa il gladiatore potesse trasformare in volontario quello che in origine era un atto coercitivo, imposto, diventando per un attimo un uomo che combatteva per propria volontà. Resta il fatto che chiunque scegliesse di diventare gladiatore veniva automaticamente considerato ‘infamis’ per la legge, perché associato al mondo dei bassifondi e reietti, con la possibilità di diventare però un eroe, lautamente ricompensato, in caso di successo nei combattimenti.
L’esaltazione della massa durante la Rivoluzione Francese raggiunge l’apice dell’intensità durante le esecuzioni di piazza: la morbosa curiosità, l’eccitazione dell’attesa, il brivido del momento in cui cade la testa del condannato rendono animalesche le reazioni, proprio come una belva alla vista del sangue. Una folla urlante in preda al delirio che si accalcava attorno al patibolo accompagnava il macabro spettacolo nel periodo in cui a Parigi si respirava aria di spaventosi massacri. Una scena diventata quotidiana, talmente calata in una costruita normalità che le donne sferruzzavano e cucivano in attesa del momento con una familiarità a-normale. Lo spettacolo pubblico delle ‘messe rosse’ era celebrato su quello che veniva definito l’’altare della patria’ sotto gli occhi avidi di tutti, e non venivano risparmiati neanche i più piccoli. La ghigliottina cessò la sua funzione in Francia solo il 10 settembre 1977 a Marsiglia con l’ultima esecuzione, quella del tunisino Hamida Djanboubi, reo di aver ucciso la sua compagna.

“Che fine ha fatto la semplicità? Sembriamo tutti messi su un palcoscenico e ci sentiamo tutti in dovere di dare spettacolo”, si interrogava Charles Bukowski e, detto da uno scrittore dissacrante, disincantato e implacabile come lo è stato, rappresentante di quello che in letteratura viene definito ‘realismo sporco’, contiene una tensione inequivocabile. Torniamo alle nostre poltrone da cui continuare a seguire gli ‘eroi’ di cartapesta del momento, perché tra luci, riflettori, telecamere, microspie, rilevatori e microfoni “the show must go on…”

L’arte… bellezza eterna e incomprensibile!

di Federica Mammina

Si dice, delle grandi opere d’arte, che siano eterne e che abbiano la capacità di comunicare il proprio messaggio senza tempo a tutti gli uomini. Ma in un periodo storico in cui siamo sempre più abituati a vedere il nostro patrimonio artistico svilito piuttosto che valorizzato, può persino capitare che il significato di una magnifica scultura venga scioccamene sminuito. La statua, che ritrae il bacio appassionato di Paolo e Francesca, è stata valutata, più di cent’anni dopo, troppo esplicita. E si può arrivare al paradosso per cui, in un mondo tempestato di messaggi dal contenuto sessuale più o meno manifesto, un colosso di nome Facebook si rifiuti di pubblicizzare una mostra dell’autore, Rodin, perché l’opera in questione, che campeggia sulla locandina, venga considerata “un’immagine che mostra eccessivamente il corpo o presenta contenuti allusivi”, suggerendo piuttosto di “utilizzare contenuti che si concentrano sul prodotto o servizio, evitando allusioni di natura sessuale”.
E così si resta basiti di fronte ad un nonsenso tanto evidente da non sapere se ridere o piangere.

“Ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l’eternità”
Daniel Barenboim

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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