Passa al contenuto principale

Passione musica

Tempo di lettura: 7 minuti

Ascolta l'articolo
10:10
00:00 10:10

Passione musica

Solo pochi anni fa, nel 2023, si è celebrato il centenario della nascita di Maria Callas, un’artista che nel pieno della carriera era già un mito che, a quasi cinquanta anni dalla sua scomparsa, continua a durare. Un mito legato a interpretazioni straordinarie, a una voce inconfondibile, a una personalità fuori del comune.

Ma anche soprattutto alla musica (Bellini, Verdi…),  a parole che continuiamo a sentire con/nella sua voce, e a una diffusa, immediata melomania che era tipica, senza distinzione di età e di censo, fino a qualche decennio fa di tanta parte degli italiani.

Mitomane, cleptomane, oppiomane, morfinomane, cocainomane, eroinomane, tossicomane, piromane, erotomane… Non c’è dubbio che le parole appena elencate indicano una mania (dal greco μανής, ‘pazzo’, ‘invasato’…) che rimanda a temibili eccessi, non solo per la salute personale ma, sia pure in gradi ben diversi, per la pericolosità sociale.

Si registrano solo poche ma significative eccezioni – e la melomania è proprio una di queste – che alludono a passioni culturali che, a dire il vero, vorremmo vedere più diffuse soprattutto tra i giovani.

Ad affiancarla si può ricordare il culto per un paese democratico ed i suoi usi (penso all’anglomania, nata nell’Italia del Settecento che ha avuto punte significative nella cultura di fine Ottocento, basti citare il nome di Arturo Graf) e la bibliomania, la strenua, inarrestabile ricerca da parte di collezionisti librari di edizioni rare ed autografi.

Ma queste ultime passioni, mi riferisco in particolare alla bibliomania e alla melomania (tanti di noi ne sono colpiti), sono affezioni innocue o quasi (portafoglio a parte), che riguardano soprattutto gli intellettuali (ma non solo), contribuendo a creare perduranti consonanze, solide amicizie, favorendo la nascita di collaborazioni e progetti comuni.

Ne è luminoso esempio, quanto a melomania, l’attività a cui ha dato vita, ormai da anni, Camillo Faverzani, professore di Letteratura italiana all’Università di Paris 8 – Vincennes-Saint-Denis, non solo autore di importanti studi sull’opera italiana del Sette-Ottocento, ma curatore di decine di volumi nati da seminari da lui organizzati dedicati alla librettistica.

I testi degli spettacoli operistici sono ogni volta oggetto di uno studio che pone al centro dell’indagine autori e temi ricorrenti che permettono di approfondire e rintracciare le fonti, i rapporti con la tradizione, le novità, la complessità e la ricchezza del teatro in musica soprattutto italiano e francese.

Il volume più recente, edito nella bella collana da lui diretta per la lucchese Libreria Musicale Italiana (Sediziose voci. Studi sul melodramma, già giunta alla diciassettesima pubblicazione), lo vede al lavoro con due colleghi parimenti competenti e melomani che insegnano nelle università italiane, Andrea Gialloreto e Michela Landi, che con lui firmano la cura del primo di due tomi dedicati agli Scrittori melomani.

Il libro riunisce quindici saggi (10 in italiano, 5 in francese) dedicati ad autori dell’Ottocento che hanno scritto sul repertorio operistico o con una costante attività recensiva o con interventi specificatamente dedicati. Si comincia con Heine (autore in soli quattro anni di un’ottantina di pezzi sull’opera francese e italiana) e con Kierkegaard (e la sua lettura dei libretti di Da Ponte che culmina nel Don Giovanni mozartiano) per arrivare a Gauthier, ai suoi ben 1400 scritti d’argomento teatrale al suo wagnerismo, che tanta fortuna avrebbe avuto in Francia a scapito dell’opera italiana.

Ma non manca l’attenzione per i gusti di melomani classicisti critici nei confronti di Verdi o la corrosiva satira di Belli sui cantanti e le rappresentazioni musicali nei teatri romani del suo tempo, compreso il riutilizzo popolare della musica sacra.

Si pone l’accento sula melomania di Collodi, critico musicale appassionato di Rossini; vengono rivelate le diatribe legali tra Verga a Mascagni per Cavalleria rusticana, compresa la storia del libretto che lo scrittore predispose (nell’accoppiata con Monteleone) per una diversa  e non felice trasposizione musicale della sua novella; l’amarezza di Felice Romani (librettista di Bellini) che sarebbe diventato un aspro recensore del melodramma di metà Ottocento.

Non manca neppure uno studio su audaci proposte di fine secolo sulla fine del libretto o sull’impegno da librettisti e recensori teatrali di scrittori di grande di spicco nella narrativa e società francese quali Zola e Colette. Tutti i saggi sono ben documentati, ricchi di rimandi bibliografici, e offrono uno spaccato davvero prezioso del secolo del melodramma.

Nell’impossibilità di soffermarmi su ognuno degli interventi ed autori (e tutti lo meriterebbero) mi limito a segnalarne alcuni che intrigano anche per l’impianto teorico che li sottende. Penso in particolare a quelli firmati da una grande studiosa del Settecento e Ottocento francese come Béatrice Didier che ci parla di due dei suoi autori: Stendhal e George Sand problematizzando e approfondendo il rapporto che esiste tra giornalismo (nel caso di Stendhal esercitato soprattutto su giornali inglesi, con il problema del rapporto con un pubblico straniero e la conseguente necessità della divulgazione), scrittura narrativa, biografia, autobiografia, linguaggio musicale e strutture romanzesche.

O a un saggio di Claudia Colombati che, interrogandosi sul rapporto tra note e parole, ricostruisce i rapporti di amicizia tra un pittore, un compositore e una scrittrice (Delacroix, Chopin,  George Sand) uniti all’inizio, e il nome non è causale, dalla comune passione per Rossini.

Celda Chopin n. 4 (Valdemossa, nell’isola di Maiorca – Baleari. Foto di Anna Dolfi)

Già, Rossini. Non posso non ricordare che è l’unico, tra i grandi musicisti di primo Ottocento, a figurare davvero nelle lettere di Leopardi e nel suo Zibaldone (giacché è fugace la citazione di Bellini e  frettolosamente negativo, anche se soltanto per l’abnorme lunghezza dello spettacolo, un giudizio su Verdi). Al fratello Carlo, che nel gennaio del 1823 gli aveva scritto dell’emozione provata nell’ascolto della Cenerentola, Giacomo, che a Roma frequentava l’Argentina ed il Valle, avrebbe infatti risposto solo pochi giorni dopo, il 5 febbraio:

“Mi congratulo con te dell’impressione e delle lagrime che t’ha cagionato la musica di Rossini, ma tu hai torto di credere che a noi non tocchi niente di simile. Abbiamo in Argentina La donna del lago, la qual musica eseguita da voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere anch’io, se il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso”.

Anche se la sua passione non uguagliava certo quella dei fratelli (in particolare di Carlo e Paolina, amica, quest’ultima, della soprano Marianna Brighenti che, nell’aprile del ’32 – ne scriveva il padre Pietro a Leopardi – sembrava dovesse debuttare nella belliniana Straniera).

Mi torna a mente anche – su memoria di Zibaldone 3208-3209 – il legame stabilito da Leopardi, a sostegno della teoria dell’assuefazione sulla quale continuava a riflettere, tra il gradimento della musica rossiniana e la sua dimensione ‘popolare’, cantabile, o l’importanza attribuita dal giovane poeta alla Corinne di Madame de Staël e alla sua storia di musica e malinconia.

Fatalmente personali intermittences mi portano come d’uso ad allontanarmi dal libro di cui intendevo parlare. In realtà vorrei sottolineare, tramite gli articoli che figurano in Écrivains melomanes/Scrittori melomani, l’importanza dei grandi cantanti dell’epoca (la Pasta, la Malibran…), o la commozione di Chopin all’ascolto della Norma, il suo amore per le opere italiane di Mozart, più volte citate anche nei romanzi di George Sand.

Béatrice Didier, che tanto ha lavorato sulle scritture del privato, analizza il rapporto tra un articolo divulgativo su Rossini e la biografia musicale (Vie de Rossini) che Stendhal ne avrebbe ricavato introducendo in Francia un genere avviato con le sue vite di Haydn e di Mozart: il portrait musical, un genere ricco di aneddoti e dal taglio marcatamente personale.

Per non dire dei numerosissimi riferimenti musicali presenti nelle opere della Sand capillarmente individuati, o della struttura mimetica con il teatro d’opera realizzata dalla scrittrice in particolare nella costruzione di Consuelo, della presenza nei suoi romanzi di città per eccellenza musicali quali Vienna e Venezia…

Città di teatri ricchi di storia oggi frequentati assiduamente da Camillo Faverzani (sì che anche per lui si potrebbe sottolineare la veracità della testimonianza: “J’étais là”), oltre tutto instancabile recensore su Prèmiere Loge. “L’art lyrique dans un fauteuil” (si veda: www.premiereloge-opera.com) delle prime all’opera e loro successive rappresentazioni in Francia (in primis Parigi), Italia, Belgio, Svizzera…

A spingerlo quella passione che lo fa tornare a pochi giorni di distanza anche alle repliche, munito di un quaderno di appunti, spartiti alla mano, per continuare a discutere regie e messe in scena, verificando e confrontando le voci, la musica, il canto, da vero studioso melomane, insomma da critique mélomane al quadrato quale indubbiamente è.

In copertina: Dal testo di Felice Romani per La sonnambula di Bellini (sulla tomba del musicista nel Duomo di Catania – foto di Anna Dolfi)

In copertina e nel testo foto dell’autrice.

Per leggere gli articoli di Anna Dolfi su Periscopio clicca sul nome dell’autrice

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Anna Dolfi

Anna Dolfi, professore emerito dell’Università di Firenze (dove ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana moderna e contemporanea), è Socio Nazionale dell’Accademia dei Lincei. Tra i maggiori studiosi di Leopardi, leopardismo, ermetismo, narrativa e poesia del Novecento, ha progettato e curato volumi di taglio comparatistico dedicati alle “Forme della soggettività” sulle tematiche del journal intime, della scrittura epistolare, di malinconia e malattia malinconica, di nevrosi e follia, di alterità e doppio nelle letterature moderne, e raccolte sul tema dello ‘stabat mater’, sulla saggistica degli scrittori, la riflessione filosofica nella narrativa, il non finito, il mito proustiano, le biblioteche reali e immaginarie, il rapporto tra notturni e musica, letteratura e fotografia, ebraismo e testimonianza. Dopo due libri su Tabucchi (“Antonio Tabucchi, la specularità, il rimorso”, 2006; “Gli oggetti e il tempo della saudade. Le storie inafferrabili di Antonio Tabucchi”, 2010), ha curato per la Feltrinelli l’ultimo, postumo libro di saggi dello scrittore (“Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema”, 2013). Su Bassani imprescindibili i suoi libri che ne leggono l’intera opera alla luce della malinconia e delle strutture e proiezioni dello sguardo (“Giorgio Bassani. Una scrittura della malinconia”, 2003; “Dopo la morte dell’io. percorsi bassaniani ‘di là dal cuore’”, 2017). A sua cura l’edizione critica e commentata delle “Poesie complete” di Bassani (Feltrinelli, 2021). Recenti i suoi “Declinazioni della voce e forme dell’io nella letteratura moderna” (Vallecchi, 2024) e “Il paesaggio fra le righe. Percorsi con gli scrittori della modernità” (Olschki, 2026).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *