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“Gioverà ricordare. Meminisse iuvabit”.
Lettera aperta a Daniele Olschki.

Caro Daniele,

ho trovato con tanto ritardo (sono stata quasi un mese a Parigi) il tuo Meminisse iuvabit. Stampa raffinata, come si addice alla casa fondata dal grande Leo Samuele Olschki; scrittura, la tua, misurata ed intensa. Bella anche la prefazione di Liliana Segre.
Un piccolo gioiello, insomma, che turba per l’inadeguata risposta che la “dolce terra latina” dette a un colto poliglotta di origine tedesca spinto in Italia dal culto di Dante e dalla passione per gli studi, la cultura, i libri. Si soffermano, le tue pagine, sulla germanofobia del primo dopoguerra che già utilizzava accuse razziste, e sui danni, forieri di ben più gravi disgrazie, inscritti nel nazionalismo e nella difesa della “cultura nazionale” (sintagma che si sente tristemente risuonare anche oggi).

Tu accenni alle ‘delazioni’ a cui Leo fu costretto da richieste ministeriali: in realtà non avrebbe potuto cavarsela con maggiore reticenza e eleganza, richiamando, a giustificazione delle sue parziali risposte, l’unico criterio di conoscenza che aveva dei suoi autori. Anche oggi a colpire è l’assoluta eccellenza dei nomi che avrebbero dovuto essere oggetto di censura/persecuzione: Oskar Kristeller, Paolo D’Ancona, Leo Spitzer, Santorre Debenedetti… Nomi mito per ognuno di noi.  Meminisse iuvabit. Giova davvero ricordarlo.

A Parigi ho visto un film perturbante, uno dei più forti che si possano ormai vedere sulla Shoah: Zona d’interesse. Un quadro vero e agghiacciante sulla vita di una famiglia tedesca (quella del comandante Rudolf Höss) in una bella dimora al confine del campo di concentramento di Auschwitz di cui non si vedono altro che fumo, e fiamme, la notte.

A Villa Seurat (una bella strada del XIV nota per i suoi atelier d’artista in stile modernista dove hanno abitato, per fare solo qualche nome famoso, Henri Miller, Anaïs Nin, Antonin Artaud, Alberto Magnelli…) ho visitato il museo di Chana Orloff, un’ebrea ucraina diventata francese a cui furono ritirati nazionalità e Legion d’onore per il suo essere ebrea. Disperse o distrutte le sue sculture, si possono vedere, a Villa Seurat, appunto, e in una mostra al Museo Zadkine, quelle che sono state avventurosamente recuperate.
Al Museo Picasso invece, sempre in questi giorni, la mostra su Leonce Rosemberg ricostruisce l’interno della casa che il grande gallerista aveva decorato con i quadri della grande pittura cubista e moderna: Picasso, Savinio, Max Ernest, Léger, Picabia… Leonce, fratello d’ancor più grande gallerista, scopritore di talenti Leon, costretto a fuggire mentre le sue collezioni, accusate di rappresentare l’arte degenerata, venivano sequestrate e disperse…

Chiudo ricordandoti una delle mostre più commoventi che ho visto nel 2021 al MahJ (Musée d’Art et d’Histoire du Judaïsme): quella, sempre parigina, sull’École de Paris. Tanti artisti, per lo più stranieri ed ebrei che si trovarono nella ville lumière nei primi decenni del Novecento. Tra loro Marc Chagall, Sonia Delaunay, Amedeo Modigliani, Chaïm Soutine…
Quelli che non aveva ucciso la miseria, li uccisero l’intolleranza e la guerra.

Caro Daniele, come recita la tua dedica: in ricordo di giorni che ci auguriamo di non rivivere più, ti saluta con affetto
Anna

Il Volume:
Daniele Olschki, Gioverà ricordare, Meminisse iuvabit, prefazione di Liliana Segre, Firenze, Olschki, 2024, €10.

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Anna Dolfi

Anna Dolfi, professore emerito dell’Università di Firenze (dove ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana moderna e contemporanea), è Socio Nazionale dell’Accademia dei Lincei. Tra i maggiori studiosi di Leopardi, di leopardismo, di ermetismo, di narrativa e poesia del Novecento, ha progettato e curato volumi di taglio comparatistico dedicati alle “Forme della soggettività” sulle tematiche del journal intime, della scrittura epistolare, di malinconia e malattia malinconica, di nevrosi e follia, di alterità e doppio nelle letterature moderne, e raccolte sul tema dello stabat mater, sulla saggistica degli scrittori, la riflessione filosofica nella narrativa, il non finito, il mito proustiano, le biblioteche reali e immaginarie, il rapporto tra notturni e musica, letteratura e fotografia, ebraismo e testimonianza. Dopo due libri su Tabucchi (“Antonio Tabucchi, la specularità, il rimorso”, 2006; “Gli oggetti e il tempo della saudade. Le storie inafferrabili di Antonio Tabucchi”, 2010), ha curato per la Feltrinelli l’ultimo, postumo libro di saggi dello scrittore (“Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema”, 2013). Su Bassani imprescindibili i suoi libri che ne leggono l’intera opera alla luce della malinconia e delle strutture e proiezioni dello sguardo (“Giorgio Bassani. Una scrittura della malinconia”, 2003; “Dopo la morte dell’io. percorsi bassaniani ‘di là dal cuore'”, 2017). A sua cura l’edizione critica e commentata delle “Poesie complete” di Bassani (Feltrinelli, 2021).

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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