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Parole a capo
“Poesia e Intelligenza Artificiale. Nuovi contributi di approfondimento”

Parole a capo <br>”Poesia e Intelligenza Artificiale. Nuovi contributi di approfondimento”

In questo numero di “Parole a Capo” proseguiamo un piccolo lavoro di approfondimento sulla tematica che definiamo, schematizzando senza alcuna intenzione di banalizzazione, rapporto tra poesia ed Intelligenza Artificiale (IA oppure AI). Oltre ad un nuovo intervento di Zairo Ferrante, pubblichiamo due articoli di Raul Gabriel usciti nella rubrica “Chatpoint Charlie” del quotidiano “Avvenire“. Tutti gli articoli sono stati corredati da una  preventiva autorizzazione ricevuta.

Ebbene sì, l’intelligenza artificiale è poesia

L’operare dell’IA è un calcolo tra probabilità e contesto, ma nel momento in cui si fa “gesto”, cioè atto unico e irripetibile, allora la sintassi sfiora la natura “necessaria” del verso poetico. I nuclei di poesia e dispositivi IA condividono molto più di ciò che si può pensare. Constatazione concepibile solo attraverso la rinuncia alla nozione di poetica come campionario di clichè neoromantici e lirica cosmetica contrabbandati da molti commentatori come coraggiosi sussulti ideali
https://www.avvenire.it/rubriche/chatpoint-charlie/ebbene-si-lintelligenza-artificiale-e-poesia_104399

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Come nasce il senso per una macchina, tra le parole e gli algoritmi 

Un confronto serrato tra essere umano e IA sul funzionamento dei modelli linguistici: il significato emerge dalla distanza tra parole e dalla misura delle relazioni.
https://www.avvenire.it/rubriche/chatpoint-charlie/come-nasce-il-senso-per-una-macchina-tra-le-parole-e-gli-algoritmi_105630

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Dal produttore al prodotto: quando la parola accade. AI tra poesia e medicina

di Zairo Ferrante

Accetto con molto piacere l’invito di Pier Luigi Guerrini a contribuire al confronto sull’AI e la parola poetica, aperto sulle pagine di Periscopio Online.

Negli interventi recenti sul rapporto tra lingua e intelligenza artificiale emerge un punto decisivo: ciò che distingue l’umano non è semplicemente la capacità di produrre linguaggio, ma il fatto di essere esposto a un reale che non si lascia ridurre completamente a sistema. Se questo è vero, allora una parte del problema cambia radicalmente. Non si tratta più soltanto di distinguere tra umano e artificiale, ma di capire quando – e se – questa esposizione riesce davvero a passare nella parola.

In questa direzione si muovono, con metodi diversi, anche le riflessioni di Alessandra Corbetta e Alessandro Canzian pubblicate su Pordenonelegge, che hanno il merito di riportare il discorso sul rapporto tra linguaggio e reale, sottraendolo tanto alla semplificazione quanto alla contrapposizione ideologica.

In effetti, non è più possibile parlare di letteratura, cinema, musica o arte senza tenere conto degli impatti, positivi o negativi, dei rischi e delle opportunità che l’IA e i suoi utilizzi stanno portando con sé anche in questi ambiti, rendendo necessari nuovi paradigmi interpretativi e un affinato pensiero critico, indispensabile per districare e valutare un ecosistema ad alto grado di complessità, completamente interconnesso e sempre più lontano dal potere essere analizzato mediante formule semplificatrici e banalizzanti (Alessandra Corbetta).

[…] la soluzione non è nemmeno così impensabile come si può ipotizzare e non passa attraverso un’anacronistica opposizione all’IA. Leggo infatti da Mafe de Baggis una riflessione centrale e umanocentrica che ricorda che il problema decisivo non sembra essere l’IA in sé quanto i soggetti che la usano e le logiche in cui la usano. […] (Alessandro Canzian)

E tuttavia, proprio qui, si apre un punto ulteriore.

Negli ultimi tempi si assiste a una sorta di nuova “caccia alle streghe” contro la scrittura con intelligenza artificiale. Interventi come quello di Francesco D’Isa pubblicato sulla sua pagina Facebook orientano la discussione su un piano meno ideologico:

[…] A mio gusto valuto i testi solo dalla loro qualità, non mi interessa da dove provengono, ma rispettando chi la pensa diversamente: davanti alla comprovata impossibilità di stabilirlo con certezza e alla comprovata diffusione dello strumento in tutti gli ambiti, l’appello è alla buona fede di chi scrive? E se sì, perché io che scrivo con AI dovrei dirvelo, se poi per questa mia scelta vengo ostracizzato? Con la caccia alle streghe, non stiamo forse implorando alle persone di non dirlo? Il fenomeno è noto e si chiama “Shadow AI“.

Se questo è vero, allora la questione dell’origine smette di essere decisiva.

Ma è proprio qui che si apre un’ulteriore questione necessaria. Oggi nessuno si chiede se l’ingegnere che ha progettato la casa abbia utilizzato o meno l’intelligenza artificiale per fare i calcoli. E allo stesso modo non ci chiediamo se un medico, per arrivare a una diagnosi, o un chirurgo, per programmare un intervento, si siano serviti di sistemi di intelligenza artificiale.

Anzi, in quest’ultimo caso, considerata la mia posizione sul campo, stresso l’esempio e aggiungo che se un medico non si serve dell’AI a sua disposizione e sbaglia una diagnosi, molto probabilmente, tale comportamento verrà giudicato come un’aggravante in sede di processo.

Quello che facciamo, in entrambe le situazioni, è valutare il risultato: la casa regge? La cura funziona? L’intervento è riuscito? Forse è da qui che bisogna ripartire anche per la poesia. Non dall’origine del testo, ma da ciò che quella parola è in grado di fare. Ma con una differenza decisiva: una casa sta in piedi o crolla. Una cura funziona o fallisce. La poesia no.

La poesia non si misura per funzionalità, ma per incidenza. Per la sua capacità di entrare nel reale, di produrre attrito, di modificare – anche impercettibilmente – l’esperienza umana di chi legge. Un accadimento che non si può decidere a monte, ma che si verifica, oppure no, nell’esperienza. Tuttavia, in questo senso, se i sistemi di intelligenza artificiale, gli LLM, operano per probabilità statistiche, risulta anche possibile – almeno in linea teorica – che da quel calcolo emerga qualcosa che assomiglia a un verso di Leopardi, o persino un “nuovo infinito”. La domanda, allora, non è più se sia stato scritto da una macchina o da un uomo. La domanda è un’altra: saremmo in grado di riconoscerlo? E soprattutto: accadrebbe davvero qualcosa leggendo quel verso, oppure no? E qui, forse, la risposta non è né tanto scontata né così rassicurante. Per questo oggi non basta più chiedersi chi scrive. Occorre chiedersi quando una parola diventa necessaria, quando incontra attrito, quando trasforma, quando rischia, quando resta.

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Foto di Iris,Helen,silvy da Pixabay

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Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata daPier Luigi Guerriniesce regolarmente ogni giovedì mattina suPeriscopioQuesto che leggete è il 333° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

 

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Pierluigi Guerrini

Pier Luigi Guerrini è nato in una terra di confine e nel suo DNA ha molte affinità romagnole. Sperimenta percorsi poetici dalla metà degli anni ’70. Ha lavorato nelle professioni d’aiuto. La politica e l’impegno sono amori non ancora sopiti. E’ presidente della Associazione Culturale Ultimo Rosso. Dal 2020 cura su Periscopio la rubrica di poesia “Parole a capo”.

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