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Ci interessa sapere cosa accade dopo il click con cui avviamo il nostro ordine ad Amazon? Valentina e Stefano ci accompagnano per più di due ore a visitare il magazzino Amazon che da Castel San Giovanni, vicino a Piacenza, smista in tutta Italia gli ordini dei clienti. Tempi di consegna: due giorni garantiti in ogni punto della penisola, un solo giorno a Milano. Il magazzino è disposto su quattro piani, misura 86 mila mq di superficie, come 16 campi di calcio, tanto per avere un’idea concreta dell’estensione: da lì vengono smistati 46 milioni di prodotti, non tutti in magazzino, ma reperiti dai diversi fornitori.
All’inizio in Italia Amazon era solo un portale e le merci arrivavano dall’Inghilterra. Nel 2011 viene creato il primo magazzino, inizialmente con poche categorie merceologiche (elettronica, informatica media), una cinquantina di dipendenti che facevano formazione in Francia, dove l’esperienza era già consolidata. Il commercio on line si sviluppa in Italia con qualche ritardo e interessa oggi il 7% delle transazioni, una percentuale modesta se paragonata a quella americana, ma l’acquisto su Amazon è divenuto per la larga maggioranza delle generazioni digitali, una pratica comune e quotidiana. Tutti conoscono, per esempio, la straordinaria flessibilità nel ritiro del reso che può essere basato semplicemente sul fatto che abbiamo cambiato idea.
Il magazzino di Castel San Giovanni, aperto nel 2013, ha 900 dipendenti, 300 persone lavorano a Milano (seguono gli aspetti strategici e il marketing) e 300 operano nel call center a Cagliari.
Amazon rappresenta uno straordinario caso di successo: un modello di distribuzione destinato a incidere in modo radicale sulle forme della distribuzione organizzata che, con molto ritardo cerca di fare i conti con una realtà che ha conosciuto uno sviluppo imponente in direzioni diverse: dai libri al cibo fresco, consentendo ai consumatori prezzi migliori e, soprattutto, una straordinaria diversificazione. Le nostre guide ci spiegano che la parola Amazon evoca il Rio delle Amazzoni, il fiume più grande del mondo: “volevamo che un fiume di prodotti potesse andare verso i clienti”. Il logo – la freccia dalla A alla Z – indica che ogni bisogno può essere evaso.
Da circa un anno apre a Milano Amazon Prime Now: dal magazzino di Affori i prodotti alimentari freschi e anche surgelati vengono consegnati in un’ora. Il prodotto che sta andando di più nell’ambito del food? L’acqua. Comodo averla davanti alla porta di casa, senza dovere portare peso. Comodità e personalizzazione dunque, se persino nell’ordinare l’acqua le persone indicano diverse marche, come se proprio la possibilità di averla recapitata sollecitasse preferenze individuali.
Ma non solo. Vi siete dimenticati di comprare il regalo per la vostra ragazza nel giorno del suo compleanno? La dimenticanza potrà essere trasformata in una divertente sorpresa: basterà scegliere il ristorante, scrivere ad Amazon ed entro un’ora, il regalo verrà recapitato al ristorante.
C’è anche una casa editrice, Amazon publishing, per persone che ritengono di avere qualcosa da dire: il libro viene prodotto in formato Kindle e se va bene può finire sul mercato. In sostanza i prodotti coprono ormai l’intera gamma delle merci: dagli elettrodomestici alla frutta fresca. C’è anche una convenzione con le scuole “15 e lode” che consente di ordinare i libri adottati a prezzi scontati del 15%.
La cosa più inattesa nella visita al magazzino è il processo di lavoro che dall’ingresso delle merci porta alla confezione e alla spedizione. La nostra attesa di trovarci di fronte ad una ampia sostituzione di persone a opera di robot viene immediatamente smentita: dalla ricezione dei beni al loro stoccaggio, dal pick up per evadere gli ordini, all’imballaggio, ogni fase è fatta manualmente, anche se con l’aiuto di tecnologie che leggono codici, controllano le dimensioni dei pacchi, incollano etichette. “Il criterio che ci guida – racconta Valentina – è il caos organizzato: la disposizione differenziata consente un migliore riconoscimento visivo. Se un operatore preleva un oggetto da uno scaffale in cui non ce ne sono di simili corre minori rischi di errore”.
Così nello stoccaggio delle merci, queste non sono mai divise per categorie, ma disposte mescolando le referenze più diverse: scarpe, piccoli elettrodomestici, gadget, ecc. Solo i libri sono disposti in scaffali ordinati perché non si sciupino, ma anche in quel caso senza nessuna distinzione di autore, genere e così via. Ci sono indicatori di area, su ogni scaffale vi è una sigla di stoccaggio, con l’obiettivo di favorire il picker, l’operatore che deve prelevare l’oggetto ordinato e disporlo per il processo che lo condurrà fino alla spedizione. In ogni turno ci sono circa 150 picker. Anche i pallet delle spedizioni non sono monotematici e possono comprendere, per esempio, vestiti, oggetti e cibo a lunga conservazione. Il controllo della qualità avviene su ogni singolo pezzo e in diverse fasi, compreso quella sul packaging.
Gli operatori sono reclutati da una società interinale e dopo tre mesi i giovani (le donne sono il 35%) sono assunti con un contratto a tempo indeterminato (nessuno è iscritto al sindacato). Tutti sanno fare più mansioni per effetto della job rotation. Tutto il processo è compiuto manualmente, con il supporto di nastri trasportatori e dei computer che registrano i codici ordine. L’innovazione di processo è affidata in gran parte agli operatori che quando lo ritengono opportuno mettono in appositi cestini le loro osservazioni. Queste vengono settimanalmente riassunte su una lavagna all’ingresso, se funzionano sono standardizzate nel magazzino e anche all’estero. Migliorare il processo è uno stimolo per i dipendenti. “Assumiamo e sviluppiamo persone di talento” è lo slogan che campeggia all’ingresso.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

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Maura Franchi

È laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato 10 anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato Periscopio e naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale.  Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 

Oggi Periscopio conta oltre 320.000 lettori, ma vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

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Francesco Monini
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