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Parole a capo
Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili”. Alcune poesie

Parole a capo <br> Carolina Anna Falbo: “La distrazione che ci rende dissimili”. Alcune poesie

 

Natale
Non ho voglia di tuffarmi/ in un gomitolo di strade./ Ho tanta stanchezza/ sulle spalle./ Lasciatemi così/ come una cosa posata/ in un angolo/ e dimenticata./  Qui non si sente altro/  che il caldo buono./  Sto con le quattro capriole /  di fumo del focolare.
(Giuseppe Ungaretti)

Ringrazio la poetessa Carolina Anna Falbo di avermi autorizzato la pubblicazione di alcune Sue poesie.

 

Col nostro senso della perdita

 

Tutto un contrattempo.
Decidere di incontrarsi e mantenere la distanza.
Distrarre il desiderio.
La piena retorica degli incontri.
Vengo dal passato o da un’anima che non consente volontà.
Infanzia delle azioni.
Retorica denudata.
Respirare è un compromesso.
Buffo muoversi,
siamo sempre guardati.
Occhi di rapace.
È questa la conoscenza?
Forse è di polvere di galassia la materia corporea pesante
che non decifro, perché è un prodigio e io no.
Un blu, un pianto, una fortissima purezza bambina.
Non si vorrebbe (mai) perdere l’immagine
così tante volte percepita.
Necessariamente amara nella posa del mio aspetto
a pazientare
per imperfezione di pianto.

 

*

 

A Filosofia, un giorno, un tavolo

 

Le parole per esautorare le persone:
per noia di replicazione
è previsto non levarci le gambe dal prossimo giro.
Scrivere non evoca
nel tempo dei gigli di clausura.
Il sapore del rovescio dell’evidenza.
Carezze e pugni senza differenza nella fatica di tenere lo iato.
Gli oblii profondi divengon mutazioni (due volte).
Il giardino bagnato si stende in sillaba di silenzio,
colpito da tutte le apparenze.
Troppo il dolore tra le parti.
La colpa a non parlare d’amore.
La struttura del discorso ha sparpagliato ogni cosa,
resto sola a spaventarmi di occhi.
Non immetto entro parola alcun altro,
né io.
Sto ad appiattire sul tavolo la colpa del disagio,
il torpido tempo
per orrore di scadute cose.
Colmo di fine,
già trascorsa paura.

 

*

 

Complicazione

 

C’è un certo disagio nell’orrore lampante che precede l’inchiostro.
Una complicazione in slabbrata impasse.
L’ansia di tempo.
L’affanno degli occhi,
che ci scappi di mano l’istante perplesso,
che è quando posso comprendere.
Non mi ritrovo nemmeno un pronome
per l’evidenza del sonno degli altri.
L’arroganza di me che sfinisce,
e sfinisce il sopruso
che è sottotitolo ad ogni particola
di tempo che arriva,
quando non c’è sogno di me,
incorrotta e riflessa.
Aspetto dunque la prossima replicazione,
ma per metafisica di variazione
mi concentro sullo sbuffo del caffè
alle ore 3.
E risento di maniera
a tener la bocca d’altri chiusa,
nel segreto del dispetto
che io sento nell’udire
il tuo sonno disconnesso
dalla veglia che si secca
nelle rughe dell’aspetto,
che è mio e non pretende
la chiave che lo sbalzi.
Il sonno con cui avvolgo
la cattiva mia intenzione:
di essere vegliata
ad occhi spalancati.

 

*

 

Fiore

 

Aver perso la memoria
è un conteggio che non torna nell’economia del divenire.
Grembo,
covo di cose nere.
L’isteria del riflesso altero.
Immota bile piange.
Si contano qui le gocce.

 

*

 

M.

 

Il boccone che ti tolsi
non lo so se poi lo involsi
in un rantolo di panna,
nell’orrore della manna,
negli errori del buondì.
Il boccone che ti tolsi
era aneddoto di sfida,
era bianco ed era panna,
era soffice e silente
fino a non vedere il dente
che mi tolsi per scongiuro.
E così infine abiuro,
abiuro il modo e la maniera,
la calma erta a storia,
il bromo e il saluto,
l’esperimento vano
delle imposte della veglia.
Il maschio e l’acciarino,
l’accendino e il coltello,
nel cromo dell’altura,
dove ti vedo di nuca
e sei nera e sei silente
e non parli
e non spergiuri
ma ti fissi e ti rovesci
e lì sillabi il tuo senso
le altre facce del rumore.

 

*

 

Ho finito per farmi bastare

 

Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, i vizi capitali
che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole – nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia
della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.
Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che marcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole…
non ci sono più.

*

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*

Carolina Anna Falbo nasce a Torino. Studia Pianoforte per sette anni in Conservatorio a Cosenza. Consegue la Maturità Classica con 100/100. Si laurea con lode in Lettere moderne all’Università di Pisa, con una tesi dal titolo “Fisionomie socioculturali della solitudine“. Nel 2015 la suddetta tesi diviene libro edito dalla Fondazione Mario Luzi Editore, previa prima segnalazione al Concorso internazionale Mario Luzi, nella sezione Magna cum laude. Nel 2020 consegue con lode il Diploma di specializzazione in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi in Economia dell’arte indagante il rapporto tra gli oggetti d’arte e il pubblico di fruitori. Nel 2022 consegue un Master in Mestieri dell’Editoria presso l’Università IULM a Milano. Attualmente frequenta il corso di specializzazione TFA per insegnante di sostegno. Vive a Pisa e a La Spezia. Nel 2025 ha pubblicato “La distrazione che ci rende dissimili“, Controluna Edizioni.

*

Parole a capo” è una iniziativa dell’Associazione culturale “Ultimo Rosso”.
Per rafforzare il sostegno al progetto, invito, nella massima libertà di adesione o meno, a inviare un piccolo contributo all’IBAN: IT75P0538713004000003826665
La redazione di “Parole a capo” informa che è possibile inviare proprie poesie per una possibile pubblicazione gratuita nella rubrica all’indirizzo mail: gigiguerrini@gmail.com 
La rubrica di poesia Parole a capo curata da Pier Luigi Guerrini esce regolarmente ogni giovedì mattina su PeriscopioQuesto che leggete è il 330° numero. Per leggere i numeri precedenti clicca sul nome della rubrica.

 

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Pierluigi Guerrini

Pier Luigi Guerrini è nato in una terra di confine e nel suo DNA ha molte affinità romagnole. Sperimenta percorsi poetici dalla metà degli anni ’70. Ha lavorato nelle professioni d’aiuto. La politica e l’impegno sono amori non ancora sopiti. E’ presidente della Associazione Culturale Ultimo Rosso. Dal 2020 cura su Periscopio la rubrica di poesia “Parole a capo”.

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