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I primi giorni di una nuova umanità

I primi giorni di una nuova umanità

Non dico di rileggere le Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani: la lingua usata – quella giornalistica o epistolare – potrebbe risultare (ad alcuni) troppo faziosa, ingenua, per certi versi integralista e insieme semplicistica.

Come potrebbe essere interpretata questa frase di Terzani da chi ritiene che il miglior modo di affrontare una guerra  è…farla?

«… Allora io dico: fermiamoci, riflettiamo, prendiamo coscienza. Facciamo ognuno qualcosa e, come dice Jovanotti nella sua poetica canzone contro la violenza, arrivata fin quassù nelle montagne: “Salviamoci”.

Nessun altro può farlo per noi».

E dunque invece che rimandare a Terzani e a quel suo libro nato in risposta all’episodio delle Torri gemelle  e all’armiamoci e partiamo generalizzato che ne è subito derivato, vorrei consigliare una lettura più teatrale e profetica quale è la tragedia in 5 atti scritta da Karl Kraus a ridosso della Prima Guerra Mondiale.

Gli ultimi giorni dell’umanità stanno al centro dell’opera di Karl Kraus, come il buco nero sta al centro di una galassia. Tutto ciò che Kraus ha scritto – saggi, aforismi, i suoi pamphlets, le sue liriche – sono risucchiati verso questo testo di teatro irrappresentabile, che accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, così come la realtà di cui parla, la Prima Guerra mondiale, trattenne, nel suo orizzonte degli eventi, tutte le frequenze e le varietà dell’orrore.

Fin dal suo principio “quella” guerra fu per Kraus un’allucinazione sonora, ben rappresentata dall’intreccio del «quotidiano, ineludibile, orrendo grido: Edizione straordinaria!» con il chiacchiericcio dei capannelli, le dichiarazioni tronfie e ignare dei potenti e i pezzi di colore della stampa, fino al lamento e, addirittura, al silenzio delle vittime.

«Non c’è una sola voce che Kraus abbia lasciato perdere, era invasato da ogni specifico accento della guerra e lo riproduceva con forza stringente», ha scritto Elias Canetti, che a Vienna ascoltò molte volte Kraus mentre leggeva in teatro scene degli Ultimi giorni.

Così, mentre i più noti intellettuali del tempo davano una prova miserevole di sé, partecipando baldanzosi, da una parte o dall’altra, all’esaltazione bellica, Kraus fu l’unico che riuscì a catturare quell’orribile evento in tutti i suoi aspetti, riuscendogli di raccontarlo da par suo come ricorda ancora Canetti:

«La guerra mondiale è entrata completamente negli Ultimi giorni dell’umanità, senza consolazioni e senza riguardi, senza abbellimenti, edulcoramenti, e soprattutto, questo è il punto più importante, senza assuefazione».

Per giungere a tanto, Kraus dovette assumere le parti dei capi di Stato, generali e soldati, corrispondenti di guerra in peregrinazione sui mille teatri del conflitto, dalle trincee ai quartier generali, dai luoghi di villeggiatura ai palazzi imperiali, e perfino, si calò Kraus, nel frequentatore degli interni borghesi dei caffè.

Il risultato è un imponente «masso erratico» nella letteratura del Novecento che frantuma le categorie e, prima fra tutte, la «tragedia», a cui allude ironicamente il sottotitolo. La tragedia difatti presuppone almeno la coscienza della colpa: mentre qui centinaia di personaggi – fra i quali incontriamo i due imperatori, Francesco Giuseppe e Guglielmo II e vari Potenti maligni, ma anche una loquace giornalista e tanti di quei liberi lettori di giornali che compongono la voce delle masse –  condividono un solo carattere: la ridicola inconsapevolezza di partecipare alla celebrazione di un rito fra la Stupidità e il Potere.

Ancora una volta le doti profetiche di Kraus vengono messe al servizio del futuro e dunque del nostro presente: infatti così come riuscì a intravvedere già nella vita felix viennese dei primi del Novecento le imminenti atrocità della prima guerra mondiale; e così come nella prima guerra mondiale anticipò con perfetta chiarezza il nazismo (prima ancora che il nome esistesse), anche di oggi già disse e scrisse allora, su questi nostri giorni dalle… invasioni, liberazioni e negoziati in itinere.

Per questo in una surreale quotidianità di “(ancora) guerra” possiamo rileggere i 5 atti di Kraus e ritrovare gli stessi personaggi e quegli stessi passaggi dove, ad esempio, per fare la pace bisogna reclamare più guerra o ancora, sempre per conquistare la pace, bisogna fare l’elenco di armi da inviare o da vendere.

Ritroviamo ad esempio le stesse maratone giornalistiche e la stessa atmosfera da competizione sportiva con le magliette rosse o quelle giallo blu. E come nelle pagine di Kraus, ogni parola può trasformarsi in un colpo di mortaio, in un razzo ipersonico, in una bomba al fosforo quasi a scandire un percorso tratteggiato che ci avvicini a quegli ultimi giorni profetizzati da Kraus.

Le parole, il linguaggio, le similitudini sono un campionario di uniformità, repliche di quella tragedia in 5 atti che conosciamo a memoria e che si rincorrono dalla prima delle guerre. Così, per restare a un passo dall’ultima replica, Putin è come Hitler, la resistenza ucraina è come la resistenza dei partigiani, questa guerra è come quella di Spagna, e via con i valori dell’occidente: la democrazia e l’autocrazia, la nazione e l’impero, il bene e il male.

Le fazioni sfilano in parata, al ritmo usato dai soldati dell’Impero Romano che marciavano con la cadenza di un verso alessandrino composto da 14 sillabe. Tutti  marciano in perfetto ordine, con passo rombante e fragoroso e se, per puro caso, qualcuno, durante la parata, il passo dovesse smarrirlo, ci sarebbe una trasmissione, un sondaggio, una votazione, un editoriale che, con perfetto spirito di corpo, lo rimetterebbe in riga. Fragore. Confusione.

«Chi ha qualcosa da dire, si faccia avanti e taccia» disse Kraus, perché dinanzi all’indicibile orrore della guerra la lingua non può che paralizzarsi invece di restare sciolta creando altro assurdo e assordante rumore.

Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di scrivere Gli ultimi giorni dell’umanità e forse…

…questo stesso riprendere fiato, restituire alle parole il giusto peso,  prendersi una pausa di riflessione prima di scrivere un tweet, un post, o di rilasciare un’intervista, e smentire una smentita, potrebbero diventare tutte… incredibili profezie silenziose non in grado, forse, di farci capire qualcosa, ma probabilmente di aiutarci a vivere i primi giorni di una Nuova Umanità.

Nota: questo articolo è stato pubblicato da CDS Cultura il 29 marzo 2022

Cover: Foto di Lakeblog da Pixabay

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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