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La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

La destrezza dell’immagine e la parola sinistra nel tempo di AI

Un tentativo di risposta all’amica di Massimo Marchetto (vedi Qui su Periscopio)

Ogni parola che utilizziamo in proprio o attraverso i suggerimenti di un software progettato per elaborare testi grazie alla Intelligenza Artificiale (da ora in poi AI), ci arriva colorata o scolorita da tutte le avventure che l’hanno vista protagonista nei canti, nei discorsi e nei racconti da quando Homo ha cominciato a parlare.

Ogni aspetto dell’uso che se ne è fatto di quella parola, ha prodotto una sua inevitabile alterazione.

Se ci si pensa non è quello che accade a una immagine: il suo valore e la sua unicità restano invariabilmente legati all’epoca che l’hanno prodotta se non addirittura a qualcosa di precedente ad essa: come si sa il nostro mondo onirico è ricco di immagini. Tutti, credo, saremmo d’accordo nel ritenere l’immagine (il segno), precedente alla parola sia che si stia parlando dei segni nella cosiddetta “cappella sistina del Paleolitico”, o dei templi della Magna Grecia fino ad arrivare alle cattedrali gotiche del medioevo per non parlare del Rinascimento o della nostra attuale epoca di immagini social-tecnocratiche.

Oltre a questa evidente questione di priorità vi è però nell’immagine qualcosa che non è presente nella parola: la sua, per così dire, destrezza una sua intrinseca capacita a valere più di mille parole. Una capacità questa che non troviamo nella parola proprio a causa delle sue varianti anche quelle più …sinistre che, come dicevamo, ha subito nel suo uso lungo il corso della storia.

D’altra parte la specie Homo ha da sempre istituito la realtà attraverso la vista e dunque attraverso la costruzione di immagini mentali anche nella penombra di una caverna appena illuminata dal fuoco e prevalentemente silenziosa.

In questa primitiva evocazione c’è tutta la destrezza dell’immagine e, scusandomi per l’azzardata estensione del significato, l’uso che la “destra” di tutti i tempi ha fatto dell’immagine. In estrema sintesi, il pensiero politico di destra è prima di tutto immagine; è legato cioè alla potenza, alla grandezza, alla ridondanza di immagini iconiche: il mento prominente, il gesto eclatante ed eroico, la forza militare, l’odore di napalm.
Questo è il terreno di coltura della cultura sovranista, primatista, militarista. È in questa destrezza dell’immagine che risiede la “realtà” della destra. Un esempio evidente dei nostri tempi: l’attuale Presidente degli Stati Uniti.

A differenza dell’immagine, la parola e con essa la realtà rappresentata, sono un’altra cosa perché nella parola entra pienamente in gioco il rapporto del significante e del significato.

La parola è prima di tutto un invito alla interpretazione in quanto comunicazione con un altro.
Così se mentre l’immagine di Dudovich della quale parla Marchetto (vedi a lato) nel suo articolo, “interagisce” con il desiderio, più o meno cosciente, di chi la guarda, la parola invece stabilisce una relazione con un ambiente ben particolare: il gruppo umano nel quale “io” sono situato.

Jacques Ellul, La società tecnologica. Il rischio del secolo, Silvio Berlusconi Editore, 2025

Facendo nostre le riflessioni sulla tecnica di Jacques Ellul (Bordeaux 1912-Pessac 1994) possiamo rimarcare il fatto che, a differenza dell’immagine che …provoca, la parola rinvia a una memoria cioè “…evoca dei ricordi…non mi trasmette un’informazione grezza, ma un fascio di sollecitazioni…” che invitano alla interpretazione e l’interpretazione, la traduzione sono il luogo della intelligenza, oserei dire, naturale.
E sono questo rumore, dice ancora Ellul, “…questo disordine e questo fraintendimento ad essere fruttuosi e forieri di novità…”

Ma è su una cosa che Ellul sembra essere ancora più categorico: “… la parola è il solo veicolo del pensiero, della ricerca o della trasmissione del senso ultimo che un individuo – o un gruppo di individui – attribuisce alla sua esistenza, alla sua persistenza…”. In altre parole…la parola è fortemente legata alla verità, anche se questo non significa che la parola sia o dica la verità.

Così potremmo concludere che se la vista, e dunque l’immagine, sono il campo della realtà (anche quella del mio desiderio) dandone un’appercezione esatta o inesatta, la parola sembrerebbe collocata “semplicemente” nel campo della verità (o menzogna).

Quindi la vista e la parola inducono due modi di pensiero differenti tanto che in ognuno di noi potrebbe  fare più presa l’immagine di un capo di governo che si palesa sulla torretta di un carrarmato durante una parata militare, invece delle parole ambigue e addirittura contraddittorie su una promessa elettorale non mantenuta.

Le immagini si concatenano nel cervello per associazione e sottendono un pensiero sintetico. Il pensiero parlato invece è per forza di cose analitico e presume uno svolgimento temporale, continuo e che bisogna cogliere in modo particolare accettandone l’inevitabile grado di verità (o di menzogna) relativa. Come sono complementari il reale e il vero lo sono altrettanto vista e parola.

Grazie ai social e agli ultimi sviluppi tecnologici viviamo evidentemente in una società che ha visto e vede sempre di più il trionfo dell’immagine e che inoltre cavalca questa nuovissima opportunità di mixare l’immagine e la parola.

I chatbot e l’AI giocano in questa direzione un ruolo ancora più esasperato e preoccupante nella contaminazione di vista e parola: la tecnica che ha permesso l’invasione delle immagini e ha trasformato il nostro mondo in un universo di immagini artificiali (la società dello spettacolo di Guy Debord ma ancor di più la società della esibizione social), questa stessa tecnica ha consentito anche la diffusione a dismisura della parola.

Ed è precisamente questa situazione secondo Ellul a svalutare ancora di più la parola o, come direbbe Floridi, citato da Marchetto, a procurare la perdita del “capitale semantico”: la parola diventa insignificante  perché troppo abbondante e soprattutto perché, di fatto, è completamente separata dalla presenza di colui che la dice.

La parola dell’AI non si riferisce più alla verità di colui che parla (o scrive), questa parola induce un dialogo artificiale che, di fatto, dialogo non è: la parola artificialmente memorizzata, chatgpt-izzata, diciamolo pure : AI-zzata, non ha più alcun peso vivente ma è un “suono” vuoto e senza necessità.

Sì, ma in pratica?”, cosa si dovrebbe fare? È questa la domanda che l’amica di Marchetto rivolge, giustamente, alla …comunità umana alla quale tutti apparteniamo.

Innanzitutto bisognerebbe prendere atto che la partita tra immagine e parola non è affatto equa. Come già ricordato (profeticamente) da Ellul “…l’ascolto non gioca qui che un ruolo secondario e il potere ipnotico dell’immagine provoca un’attenzione distratta nei confronti della parola…”.
Figurarsi! Quanti sono quelli che “leggono”, “ascoltano”, “parlano” davvero? La parola, dice ancora Ellul “…non è più incaricata di avvertirci sui significati e sull’incertezza della comunicazione. L’evidenza dell’immagine esclude la ricerca del senso…”.

Tuffandoci nell’attualità.
Perché la parola “genocidio” evoca/provoca più incredulità della immagine di Gaza rasa al suolo?
Per questa ragione: l’immagine ha escluso qualunque ricerca di un senso a quella “sinistra” parola parlata da Erri De Luca che se l’è intestata “negandone la sua verità”.

Vorrei terminare questo breve gioco di …parole tra la “destrezza dell’immagine” e la “parola sinistra” citando ancora una volta un paragrafo dal saggio di Jacques Ellul:

“…è un’ulteriore ironia della storia il fatto di constatare che, nel momento in cui eminenti intellettuali si immergono nella linguistica, nella semiologia, nella semiotica e riscoprono il valore della retorica e della dialettica…” – e, verrebbe da dire, del capitale semantico-“…e proprio in questo momento che il discorso umano della parola si trova rovinato da una pedagogia incentrata sulla immagine”.

In pratica, cercando di rispondere al Che fare risonante da tutte le parti, avanzerei umilmente e semplicemente la seguente proposta: smettiamola di alimentare l’AI di immagini, di postare e ripostare le stesse identiche fotografie di stessi luoghi visti e rivisti; smettiamola di condividere ogni nostra foto documentando nanotecnologicamente (relativisticamente e quantisticamente) ogni istante della nostra esistenza individuale.

Ancora più in pratica: sospendiamo i tour delle nostre esibizioni.

Cover: vortice di immagini e colori – publicdomainpictures.net 

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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