Da Ventimiglia a Carcassonne e ritorno: quello che non entra nelle fotografie
Da Ventimiglia a Carcassonne e ritorno: quello che non entra nelle fotografie
Diciannove giorni. 5.400 chilometri.
A raccontarli così sembrano numeri. In realtà, dentro quei chilometri ci sono mondi. E c’è tutto ciò che, una volta tornati, non sappiamo bene dove mettere.
Siamo partiti da Ventimiglia per arrivare a Carcassonne, poi Rocamadour, La Rochelle, Mont-Saint-Michel, Carnac, Brantôme, Sarlat-la-Canéda, Rennes-le-Château, Montpellier, Avignone e infine Sestri Levante.
Una lunga traiettoria tra Francia e Italia, dal Mediterraneo all’Atlantico e ritorno, attraversando montagne, campagne, coste e città, cambiando continuamente paesaggio, clima, casa e orizzonte.
Le fotografie sistemano il viaggio in una sequenza ordinata e conservano ciò che abbiamo visto. Ma forse la parte più importante comincia dove la fotografia non riesce ad arrivare.
Abbiamo navigato su un fiume sotterraneo, dentro una grotta a 103 metri di profondità. Siamo scesi nel ventre della terra, là dove la luce scompare e il tempo sembra essersi fermato.
Poi abbiamo camminato accanto alle bertucce e, inevitabilmente, ho finito per osservarle come osservo gli esseri umani. Le ho viste litigare. Fare pace. Cercarsi. Allontanarsi. Proteggersi. Ho osservato i piccoli muoversi in una comunità nella quale la cura non appartiene esclusivamente alla madre, ma circola. Gli altri intervengono, sorvegliano, partecipano.
Guardandole ho pensato che forse, quando qualcuno ci dà della ‘bertuccia’, dovremmo smettere di considerarla necessariamente un’offesa. Potrebbe persino essere un complimento. Il legame non significa assenza di conflitto. Le bertucce litigano, ma si può protestare, allontanarsi e poi tornare. Una distinzione che noi esseri umani qualche volta sembriamo dimenticare.
Abbiamo attraversato borghi medievali nei quali ti aspetti un cavaliere in armatura e paesini così abbarbicati sulla roccia da richiedere qualche parentela con gli stambecchi. Abbiamo inseguito castelli, abbazie, leggende e tracce dei Templari, perché nei nostri viaggi cerchiamo sempre anche ciò che non c’è più.
E poi Mont-Saint-Michel.
Di alcuni luoghi abbiamo visto così tante immagini da rischiare di trovarli già consumati dalla loro rappresentazione. Mont-Saint-Michel ha prodotto in me l’effetto opposto.
Non siamo arrivati nel momento della massima marea, quando diventa davvero un’isola. Eppure basta il movimento dell’acqua intorno alle mura perché il paesaggio cambi. Poi si entra e l’orizzonte scompare: restano pietra, scale, passaggi, salite, discese, viuzze labirintiche. Un luogo che sembra costruito più dall’immaginazione che dagli uomini.
Ma tra le immagini rimaste più impresse ce n’è una meno spettacolare.
Siamo entrati nelle antiche prigioni e lì sono state le pareti a raccontare.
Sulla roccia sono ancora visibili le incisioni dei detenuti: piccoli simulacri, scene di navigazione, figure, segni, riferimenti alle persone amate. Tracce lasciate da uomini ai quali era stato sottratto quasi tutto.
Perché incidere una nave quando non si può andare da nessuna parte? Perché rappresentare qualcuno che si ama quando non può essere raggiunto?
Forse proprio per questo.
Quando il corpo è rinchiuso, l’immaginazione continua a cercare un altrove. Quando la presenza dell’altro è impossibile, se ne traccia il segno. Come se incidere qualcosa sulla pietra fosse un modo per opporsi alla propria scomparsa.
Sono stato qui.
Ho amato qualcuno.
Ho immaginato ancora un altrove.
L’essere umano lascia tracce da sempre: scrive, incide, conserva, fotografa, racconta. Non soltanto per ricordare, ma per affermare che il proprio passaggio ha prodotto un segno.
È questo che mi affascina dei luoghi: non soltanto ciò che mostrano, ma ciò che trattengono. Le tracce degli uomini sulle pietre e quelle che i luoghi, senza che ce ne accorgiamo, imprimono dentro di noi.
Viaggiare, del resto, ha qualcosa di profondamente psicoanalitico.
Non perché ogni viaggio debba diventare un “percorso interiore”, ma perché viaggiare significa accettare di perdere temporaneamente le proprie coordinate.
Per qualche giorno si abita una vita che non è la propria. Si dorme in case diverse, si guarda il mondo da finestre di sconosciuti, si percorrono strade senza conoscerne il nome. Un quartiere diventa “casa” per qualche notte e la mattina della partenza torna a essere il luogo di qualcun altro.
Cambiano paesaggio, clima, odori, ritmo delle giornate. E si incrina una delle nostre illusioni preferite: poter controllare ciò che accadrà.
Il viaggio introduce l’imprevisto.
Una strada chiusa, un luogo che ci delude, un altro dal quale non vorremmo più andare via. Il caldo, la fame nel momento sbagliato. Qualcuno che non è mai pronto e qualcun altro che vorrebbe essere già partito.
E quando si viaggia insieme, a spostarsi non sono soltanto i corpi. Si muovono anche i legami.
Diciannove giorni insieme costruiscono una piccola geografia affettiva. Ci sono le risate, gli scazzi, la stanchezza, le attese. L’entusiasmo di qualcuno davanti a qualcosa che agli altri interessa pochissimo. Ci si aspetta, ci si perde, ci si rincorre, ci si irrita, si cede, si ricomincia.
Il viaggio rende evidente ciò che nella quotidianità possiamo dimenticare: l’altro non coincide con noi, non ha necessariamente i nostri desideri, i nostri tempi, la nostra direzione.
Eppure si continua insieme. Forse il legame è anche questo: fare strada senza pretendere che l’altro percorra ogni metro esattamente come noi.
Torniamo con milioni di diapositive nella testa: colori, odori, pietre, acqua, leggende, caldo, stanchezza, incontri. E con moltissimo lasciato indietro.
Luoghi che non siamo riusciti a raggiungere. Deviazioni che non abbiamo fatto. Porte trovate chiuse. Strade che avrebbero portato altrove.
Forse un viaggio ha bisogno anche di una parte incompiuta.
Viviamo in un tempo che ci spinge a completare tutto: vedere, fotografare, non perdere nulla. Il desiderio funziona diversamente: ha bisogno che qualcosa sfugga.
Se vedessimo tutto, se arrivassimo ovunque, se nessuna strada rimanesse inesplorata, non avremmo più nessuna ragione per tornare. È ciò che manca a impedire che l’esperienza si chiuda definitivamente. Forse per questo ogni viaggio finito contiene già, silenziosamente, il successivo.
Adesso comincia un’altra vacanza. Quella sedentaria.
Staremo fermi nel solito villaggio a Jesolo, diventato negli anni un luogo familiare. Tornarci assomiglia un po’ a quando si andava a trovare i parenti lontani: conosci la strada, i luoghi, le persone, le abitudini.
Dopo tanti giorni trascorsi a cercare l’altrove, scegliamo volontariamente il già conosciuto.
Perché abbiamo bisogno di entrambi: dell’altrove, che ci sposta, e del familiare, che ci permette di riconoscerci.
Partire e tornare. Scoprire e riconoscere. Perdersi e ritrovarsi.
Le fotografie conserveranno borghi, grotte, castelli, mare. Ma non una risata in macchina, una frase diventata tormentone, un silenzio, un’attesa, uno scazzo già dimenticato, una deviazione imprevista. Non possono fotografare ciò che accade a un legame mentre attraversa un luogo.
Forse è questo che riportiamo a casa: non soltanto ciò che abbiamo visto, ma ciò che ci ha attraversati mentre guardavamo.
Quello che non entra nelle fotografie non scompare.
A volte è precisamente ciò che resta.
Ora dovrei stare ferma.
Dovrei.
Ma conoscendomi, anche nel luogo più familiare troverò qualcosa da vedere, cercare, organizzare o inventare.
Del resto, lo sguardo non va in vacanza.
Nemmeno io.
Cover (Mont Saint Michelle) e fotografie del viaggio nel testo scattate dall’autrice-
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Bellissimo articolo e bellissime foto 😍 Complimenti 👏
“Leggere è come viaggiare senza la seccatura dei bagagli.”(E.Salgari).
La ringrazio Gabriella