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Diario in pubblico. Un viaggio a Roma

Mi appresto a recarmi nei luoghi dove si celebrerà il bicentenario canoviano, Roma Accademia di San Luca, Napoli Museo di Capodimonte, Vicenza Teatro Olimpico, con la consapevolezza che l’autore veneto teoricamente viaggia accompagnato da un drappello ferrarese di cui non è male renderne conto: la direttrice del Museo di Bassano Barbara Guidi che vanta lunga e felice militanza ferrarese, il presidente della Fondazione Canova, Vittorio Sgarbi e il sottoscritto che nonostante tutto ancora s’inchina alla città estense. E non si dimentichi il realizzatore della mostra, Io, Canova genio europeo anch’esso ferrarese. Ultima, ma fondamentale, l’Edisai attuale casa editrice delle Lettere canoviane.

La spiegazione più ovvia sta nella imprescindibile connessione tra l’artista e il suo più importante sostenitore e divulgatore: Leopoldo Cicognara, le cui origini sono storicamente ferraresi. Partiamo dunque per recarci a Roma dove ho trovato alloggio presso l’Hotel Nazionale in Piazza Montecitorio e in cui da anni mi sono recato per le trasferte romane.

Richiesto poi dove volevo viaggiare e memore dei miei trasferimenti ferroviari che mi hanno occupato dall’adolescenza alla terza età, chiedo naturalmente una seconda classe. L’avessi mai fatto! Mi si presenta una situazione che dir surreale sarebbe pochissimo!

Ogni viaggiatore è munito di immense valigie, che ferocemente trascina con sé occupando ogni possibile millimetro libero con l’occhio fisso al dio moderno: il cellulare. Puzze non evitabili di piedi mal lavati, di ascelle infradicite dal sudore, di mestrui giovanili, di capelli sozzi e unti, mentre trionfalmente giovani donne ma anche vecchiette in polpa esibiscono tette e culi da brivido.

Due pallidissimi inglesi inodori mi stanno di lato e continuano con l’occhio fisso alla digitalizzazione di non so quale non segreto compito e, nel dirlo mi commuovo, dalla fila davanti alla nostra spunta la testa di un peloso di non nobili natali, che da un occhio azzurro chiede immediata carezza. Mi precipito ad accontentarlo mentre un soddisfatto colpo di coda sancisce l’avvenuto riconoscimento.

L’aria sempre più greve si fa ancor più ‘odorosa’ quando, preceduto da ululi sconnessi, s’avvicina il carrello delle vivande. Chiedo umilmente un succo di frutta e un panino che mi vien sbattuto sul tavolino con l’insofferenza di chi non ne può più. Bevo il succo e spezzetto l’ignobile panino per darlo in parte e di nascosto all’amico peloso. E non mi trattengo più per il desiderio sommo d’impartire almeno una lezioncina letterario-artistica ai due giovani pallidi.

Così nel mio spaventoso e balbettante english racconto pezzetti di storia fiorentina ai due malcapitati che alla fine, uno alla volta, si defilano chiudendosi nelle toilettes rigorosamente intasate. E, come una visione d’altri tempi, da un ammasso di capelli che la coprivano a mezzo il corpo, da calzoncini uterini, da gambone appesantite dalla cellulite, appaiono due straordinari occhi azzurri che mi guardano annoiati, mentre la mano a fatica afferra una bottiglia che reca la scritta della canadese University of Melbourne.

Non l’avesse mai fatto. Apro il viso a un satanico sorriso e trionfante annuncio che “anche io” ho insegnato in quello stesso luogo, dove vivono lontane e ricche cugine in una villa dove mi accolgono rovesciandomi nel piatto tante aragoste. Il disprezzo latente sul viso mi dice che non ho fatto colpo.

Improvvisamente appare una collega del Museo di Bassano che tiene in braccio una bambinetta di non più di due-tre anni. Allora tutto si chiarisce. La naiade disegna fiorellini e li passa alla bimba, io invito all’Accademia di san Luca la giovane studiosa e la mano piccola piccola della bimba si protende al muso del peloso, che doverosamente le elargisce una affettuosissima leccatina.

Sbarchiamo dunque a Termini e la folla invaligiata con stridor di ruote s’avventa alla fermata dei taxi. Qui scene fantozziane. Trascinando il malloppo ci si avventa sulle macchine, tra l’imperturbabile freddezza degli autisti che non aprono le portiere, poi finalmente alzo il ditino e si ferma la macchina. Il conduttore è in vena di parlare, mentre io lo avverto che, non solo devo andare in piazza Montecitorio, ma che mi occorre anche la ricevuta della corsa.

Al nome Canova mi guarda e ammette di averlo sentito nominare come un famoso pittore! La vena didattica si fa strada in me e dolcemente m’informo se per caso non avesse mai visto la statua di Paolina Borghese. Borbotta che dalle medie non mette piede a nessun museo, ma che avrebbe portato la moglie, a cui interessano “quelle cose”.

Così si giunge all’inizio della piazza Montecitorio, ma inflessibili poliziotti dicono di scendere e di far a piedi il percorso passando da dietro. Scendo e m’avvio. Purtroppo, non basta: ulteriori sbarramenti; così, dopo aver traversato i divoratori dei giolittiani gelati, mi si spalanca una viuzza, che di lato alfine mi porta all’ingresso dell’albergo.

Già le 16 e benché l’Accademia di san Luca fosse vicina, timidamente a piedi mi affaccio sulla fontana di Trevi. Orrore puro: mentre strani personaggi al suono di enormi altoparlanti ballano, strisciano per terra, urlano tra visioni orrende di pelli tatuate. E poi? Silentium.

L’Accademia si presenta silenziosa e muta. Arrivo alle 17.15. Breve visita alla mostra dei reperti canoviani dell’Accademia, poi si scende. Siamo in 15 e lentamente raggiungiamo lo spaventoso numero di 23……Tutti però ‘altolocati’. Lo streaming promette la visio integrale, ma né dal ministero, né dal Comune arriva segno.

Dove sono gli amici Franceschini e Gotor ad esempio. Bohhh…. ma un cattivo pensiero mi frulla per la testa: forse a qualche veglia funebre. E mentre invitato dall’amico Claudio Strinati ricostruisco come sia arrivato a studiare Canova dalle colline di Bellosguardo al Lungarno Corsini e mi affanno sulla credibilità dell’imprevedibile, mi arrivano severe censure sul mio discorzetto da parte di uno pseudo amico che non ha il coraggio di parlare pubblice, ma private mi manda severissimi rimproveri, giungendo perfino a parlare di odio… Mah!

Così in lieta compagnia, affidandosi a un canovian romano di pura razza quale Francesco Leoni, giungiamo a una trattoria che cancella ogni brutto ricordo di Roma sfasciata. Qui i più buoni fiori di zucca, qui calamari à gogò e dolci squisiti che mi ricordano la Roma d’antan. Poi il ritorno all’impenetrabile Hotel Nazionale guidati da una bellissima ragazza, la figlia di Paolo Mariuz, addetta alla vendita dei volumi.

Tutti poi partono presto la mattina seguente per Capodimonte ed io, in attesa del treno per Ferrara, ritorno all’amato caffè in Piazza del Pantheon. Qui la frenesia commerciale non ha più limiti. Ti fanno sedere con occhio esperto in tavolini nascosti (tanto sei solo); ti chiedono bruscamente cosa vuoi e al piccolo spuntino (cappuccino e succo di frutta) e alla richiesta di fattura ti rispondono sprezzantemente di attendere. E dopo una buona mezz’ora eccola la sospirata ricevuta.

Sfilano davanti al monumento comitive d’ogni razza e colore, salvo il nero. Sapienti madamine Turandot mettono in riga disciplinatissimi Ping Pang Pong, che guardano severi le colonne e doverosamente scattano improbabili foto e infine ancora via, ad aspettare in piedi il treno in ritardo, rimpiangendo di non avere comode prime classi.

L’arrivo a Ferrara porta con sé forse l’ultimo ricordo della città imperiale avvolta in lezzo e profumi.

Cover: Antonio Canova, Paolina Borghese come Venere vincitrice, 1804-1808, su licenza Wikimedia Commons.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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