Migrazioni come fenomeni diffusivi:
una lettura fisica contro le politiche di contenimento
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Migrazioni come fenomeni diffusivi:
una lettura fisica contro le politiche di contenimento
Nella mia attività professionale di fisico, ho studiato tra le altre cose la migrazione di piccole molecole in matrici polimeriche, con particolare attenzione ai materiali termoplastici. Chi lavora in questo campo sa che la diffusione molecolare è un fenomeno complesso, governato da gradienti, permeabilità, energia termica, microstruttura del materiale.
Le molecole possono migrare attraverso pori, lungo interstizi, seguendo gradienti di concentrazione e adattandosi alle condizioni del mezzo.
In uno dei lavori più rappresentativi è stato possibile analizzare come la microstruttura dei polimeri e la natura delle molecole migranti determinino la dinamica del flusso diffusivo. Lì emergeva chiaramente un principio fondamentale: non esistono barriere perfette.
La migrazione è un fenomeno intrinseco, inevitabile, modellabile, ma non arrestabile.
Questa consapevolezza scientifica — maturata in anni di ricerca — potrebbe rendere meno azzardato il il salto che sto per fare nell’estendere alcuni risultati di questi studi all’annoso e complesso problema contemporaneo dei flussi migratori di esseri umani nella… matrice-mondo.
Se mi è chiaro che non sarebbe possibile comparare mele con pere (o, se volete, molecole con esseri umani) e meno che meno paragonare la Terra ai materiali termoplastici, mi è comunque altrettanto chiaro quanto segue: la pretesa di governare i flussi migratori umani attraverso barriere, recinzioni o centri di raccolta temporanei, prima di esserlo politicamente, è fisicamente infondata.
Le migrazioni umane, come quelle molecolari, sono processi diffusivi e i processi diffusivi non si fermano.
Nella migrazione molecolare, il flusso è descritto dalla cosiddetta legge di Fick che qui semplifico nel seguente modo:
𝐽=−𝐷∇𝑐
e che, “semplicemente”, dice che il gradiente di concentrazione ∇𝑐 è il motore del flusso, 𝐽 (a meno di una costante detta coefficiente di diffusione 𝐷). Il segno meno sta ad indicare che il flusso procede da zone ad alta concentrazione verso zone a più bassa concentrazione. Insomma, prima o poi, i vuoti andranno riempiti.
Per le migrazioni umane, il gradiente è il combinato disposto di reddito, stabilità politica, sicurezza, accesso alle risorse, condizioni climatiche. Finché il gradiente (composto dalle suddette… sperequazioni) esiste, il flusso persiste.
Contrariamente a quello che si possa credere, le barriere non eliminano il gradiente, ovvero le sperequazioni, ma, al contrario, le accentuano.
Nei polimeri, la cosiddetta permeabilità e cioè la capacità del materiale di lasciarsi attraversare dalle piccole molecole dipendeva da: microstruttura, temperatura, natura delle molecole migranti, presenza di difetti (presenza di una …enclave?)
Le frontiere politiche sono analoghe a membrane imperfette: non sono mai completamente impermeabili, presentano analoghi difetti strutturali e possono generare percorsi alternativi.
Il comportamento della singola molecola è sempre caotico, come accade in un moto cosiddetto browniano, ma quello collettivo è prevedibile.
Le migrazioni umane seguono la stessa logica: ogni storia è unica, casuale, ma il fenomeno globale è modellabile cioè determinabile.
In un mezzo poroso come una materiale termoplastico, una barriera produce: aumento della pressione a monte, deviazione del flusso, concentrazione lungo percorsi alternativi.
Nelle migrazioni, qualunque barriera, anche un centro di accoglienza temporaneo, per esempio in Albania, produce: nuove rotte, rischi maggiori, più potere e maggiore inventiva da parte dei trafficanti e/o dei Grandi Manovratori.
Un centro di permanenza per il rimpatrio così come un centro di accoglienza temporaneo sono veri e propri pozzi di potenziale: le molecole (o le persone) si accumulano perché non possono uscire.
In fisica, ciò genera congestione, instabilità, fenomeni di “fughe” improvvise. Nelle migrazioni, evidentemente, possono generarsi situazioni analoghe quali sovraffollamento, tensioni, collasso dei servizi, “fughe” improvvise e tragiche.
In linea di principio le migrazioni, tutti i tipi di migrazione, anche quelle dei caribù, fanno parte di quella famiglia di sistemi definiti complessi nei quali piccole variazioni di quel gradiente sono in grado di produrre effetti non proporzionali e a volte imprevedibili, mandando a gambe all’aria la semplice legge di Fick.
Per questi sistemi le strategie di tipo lineare (banalmente “più centri = più controllo”) sono destinate al fallimento e questo vale soprattutto laddove le proprietà fisiche della… matrice-mondo che bisogna attraversare, cambiano a seconda della direzione della “rotta”. A dispetto di mari, deserti, confini e infrastrutture, il flusso segue le direzioni o ne inventa altre di minima resistenza.
Riassumendo la fisica dei sistemi complessi mostra che: i flussi non si arrestano, le barriere non funzionano, i pozzi di potenziale generano instabilità, e che…la promessa che «…i centri di accoglienza temporanea funzioneranno…” prima di essere una bugia politica è una bugia fisica, vale a dire un tentativo di modificare per legge la…costante gravitazionale (o, mutatis mutandis, “spegnere”, sempre per legge, le scorie radioattive).
D’altra parte, passando dalla teoria ai fatti, mi sembra evidente che i recenti eventi nell’enclave spagnola di Ceuta non fanno altro che rafforzare queste considerazioni di tipo “chimico-fisico” applicate ai fenomeni migratori. Questi fenomeni diffusivi non si governano con i muri, ma con la comprensione dei flussi, riducendo i gradienti di instabilità. La fisica lo mostra con chiarezza. La politica dovrebbe impararlo.
La proposta italiana del modello Albania, cioè esternalizzare l’identificazione delle “molecole” in centri specializzati e credere di poter invertire il flusso migratorio, è una evidente ingenuità suffragata tra l’altro da precedenti e analoghe esperienze: lo stesso identico approccio fu già tentato dal governo inglese presieduto prima da Boris Johnson e poi da Rishi Sunak (e oggi viene violentemente adottato da Donald Trump).
Diciamo quindi che altre cose avrebbero più probabilità di funzionare a patto di mettere mano contemporaneamente sui due aspetti del problema:
1) sulla vasta e variegata geomorfologia (naturale e politica) della matrice-mondo nel quale la migrazione avviene, magari costruendo meno muri e più ponti e
2) sull’altro grande elemento del processo migratorio vale a dire la comune natura di chi migra e di chi vuole impedirglielo: quel materiale immateriale di cui siamo fatti tutti, belli e brutti sporchi e cattivi, poveri e ricchi e che continuiamo a chiamare (per chissà quanto ancora) umanità!
Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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Caro Giuseppe, bellissimo articolo, anche se temo che già al termine della frase “nella mia attività professionale di fisico, ho studiato tra le altre cose la migrazione di piccole molecole in matrici polimeriche”, il 90 percento dei lettori ti aveva già abbandonato. Detto da chi di polimeri continua a masticarne 🙂 LOL
…beh, almeno un lettore l’ho avuto😂