Fisiognomica: l’arte di leggere ciò che non si vede (più)
Fisiognomica: l’arte di leggere ciò che non si vede (più)
Una volta un vecchio giudice mi raccontò che, prima ancora di ascoltare le parole di imputati e testimoni, osservava i loro volti, non per decidere sull’affidabilità o meno di quello che avrebbero detto — sapeva bene che la fisiognomica non è una scienza — ma per indovinare (to guess) la postura morale di chi aveva davanti.
Rifacendosi alla sua esperienza raccontava che «…è vero, il volto non dice la verità ma ne dice insospettabilmente almeno una: come ciascuno di noi si presenta al mondo».
È un gesto antico, quasi premoderno, cercare nel volto un indizio di sincerità, di paura, di arroganza o di difesa. Un gesto che oggi potremmo considerare ingenuo, ma che rivela una cosa semplice: quando non sappiamo chi abbiamo di fronte, cerchiamo più o meno inconsciamente dei segni. E, evidentemente, quando ci disponiamo noi stessi di fronte a qualcuno, “rilasciamo” inconsciamente segni analoghi.
Il vecchio giudice non cercava la verità assoluta ma solo una piccola indicazione; come quella che cerchiamo noi con una persona che incontriamo per la prima volta.
Franco Battiato, nel suo album del 1988, Fisiognomica, prende questa antica arte e la trasforma in una metafora. Ricordiamo brevemente che fu Johann Kaspar Lavater (1741–1801), pastore zwingliano di Zurigo, a introdurre nella sua opera Physiognomische Fragmente (1775–78), questo metodo pseudoscientifico di rivelare il carattere attraverso il volto.
A Battiato non interessa propriamente questo tipo di pseudoscienza ereditata da Aristotele e codificata da Lavater: la sua attenzione è tutta rivolta al volto come soglia tra umano e divino, come superficie dove affiora ciò che non si può dire. Il volto diventa una mappa dell’anima, ma una mappa incompleta, che richiede ascolto, intuizione, silenzio.
In questo senso, il giudice e Battiato si toccano: entrambi cercano un oltre nel volto. Uno per orientarsi nel caos del giudizio; l’altro per orientarsi nel caos dell’esistenza.
Come più volte abbiamo ricordato Charles Sanders Peirce chiamava abduzione — o guessing — la capacità di formulare ipotesi plausibili a partire da segni minimi. Non è deduzione, non è induzione: è un salto interpretativo, un’intuizione razionale che si affina con l’esperienza.
Il volto, in questa prospettiva, è un campo perfetto per l’abduzione: una piega di tensione, un sorriso che non arriva agli occhi, una rigidità improvvisa, una espressione trattenuta sono minimi dettagli che rivelano una verità.
Chiunque di noi, senza saperlo, pratica una forma di guessing non per giudicare la colpevolezza o l’innocenza di qualcuno, ma per indovinare, diciamo così, una postura morale, un indizio di sincerità o di menzogna. E Peirce direbbe che il vecchio giudice non è da ritenersi un ingenuo, ma un vero e proprio interprete del mondo.
Abbiamo già detto che Carlo Ginzburg, nel celebre saggio del 1979 Spie. Radici di un paradigma indiziario, mostra come Morelli, Freud e Sherlock Holmes condividano la stessa postura epistemologica del vecchio giudice (e di Battiato): cercare la verità nei dettagli marginali, negli indizi, nei segni minimi.
Il paradigma indiziario è una forma di conoscenza che non pretende di essere definitiva, ma che sa orientarsi nel caos di un volto segnato dalle esperienze della vita o da espressioni impercettibili e apparentemente insignificanti.
La fisiognomica — quella simbolica, non quella pseudoscientifica — trova qui il suo posto: non come scienza del volto, ma come arte di leggere indizi. Il volto diventa un testo indiziario, un luogo dove si depositano micro-espressioni, posture, maschere, difese. Un campo di tensioni che chiede interpretazione.
Se mettiamo insieme Peirce, Ginzburg e Battiato, otteniamo una triade sorprendente: Peirce ci offre il metodo, l’abduzione, il guessing; Ginzburg ci offre la postura epistemologica, il paradigma indiziario e Battiato ci offre la metafora spirituale, il volto come soglia dell’anima.
E il vecchio giudice rappresenta in effetti la sintesi di questo sapere antico, intuitivo, indiziario.
Qui entriamo nella questione più delicata: possiamo usare la fisiognomica per intuire la meschinità, l’ipocrisia, la grettezza? Per decifrare cioè il retropensiero di una espressione? Il carattere reale di una esibizione? Quanto ne avremmo bisogno oggi per non lasciarci abbindolare dalla propaganda, dalla incoerenza, dalle strumentalizzazioni del “discorso pubblico” e, soprattutto, politico!
Non per giudicare questo o quello sia chiaro, ma per cogliere la postura morale, il modo in cui qualcuno abita il proprio volto fisico e manifesta così il suo vero pensiero, il suo vero volto morale.
Peirce direbbe che questo è un uso legittimo dell’abduzione: formare ipotesi interpretative a partire da segni minimi. Ginzburg direbbe che è un esercizio del paradigma indiziario: leggere ciò che non è detto, ciò che sfugge, ciò che si nasconde nei dettagli. Battiato direbbe che è un gesto spirituale: un tentativo di vedere oltre la superficie. Il volto non rivela la verità, ma rivela una tensione verso la verità.
Per rendere tutto questo più vivo e pratico, propongo un breve gioco fisiognomico: non per giudicare le persone, ma per dimostrare come reagiamo ai volti del potere.
Ecco una breve galleria di volti noti analizzati fisiognomicamente:
uno sguardo tipico del gambler e un volto come maschera di potenza non vi fa pensare, per esempio, a Donald Trump?
E per esempio uno sguardo acuto da stratega, volto controllato da una fredda rigidità non vi fa pensare a Vladimir Putin?
E che dire di personaggi da sempre discussi e discutibili e tornati recentemente alla ribalta, come per esempio Valter Lavitola con il suo sguardo da falso ingenuo e un volto apparentemente inespressivo e pur tuttavia ambiguo?
L’ostinata e accentuata apparizione, sulla ribalta del mondo, di giornaliste e giornalisti, commentatrici e commentatori, politici di ogni calibro inviterebbero ad un uso più frequente consapevole e mirato di questa “arte” della fisiognomica.
Non si tratterà di stabilire, lo ripetiamo, se “questo è buono, quest’altro è cattivo”, ma convincersi che dopo tutto anche il volto è un linguaggio e che noi, come il giudice, come Battiato, come Peirce, come Ginzburg, continuiamo a leggerlo — anche quando non ce ne accorgiamo.
Credo che il modo migliore per concludere questo excursus nella fisiognomica sia dare la parola a un premio Nobel, la scrittrice persiana-rodesiana-britannica Dorris Lessing.
C’è infatti un romanzo in cui la Lessing, già immersa nel sufismo, sembra essere toccata dalla stessa intuizione del giudice, di Battiato, di Peirce e di Ginzburg: il volto come indizio.
In Shikasta del 1979, gli emissari di Canopus osservano gli esseri umani non per ciò che dicono, ma per ciò che mostrano. Johor annota che «…il volto degli uomini mostrava ciò che le parole non dicevano…»: una frase che potrebbe essere il manifesto di ogni fisiognomica simbolica.
Lessing descrive il volto come una superficie attraversata da correnti morali, da tensioni invisibili, da lampi di verità che sfuggono al controllo. È una fisiognomica spirituale, non pseudoscientifica: un’arte di leggere le micro-espressioni come indizi, come tracce, come segnali di un movimento interiore.
E quel volto… è volto a rivelare un campo di forze, un luogo dove l’anima lascia impronte; quel volto è una… maschera che mostra più di quanto si cerchi di rappresentare sul “palco”.
E forse oggi è questa la capacità che viene a mancare: abbindolati dal chiacchiericcio, dal rumore social e dalla propaganda, non sappiamo più metterci uno di fronte all’altro per guardarci negli occhi, cogliere segni comuni e… riconoscerci nel bene e nel male.
Cover: Foto di Vilius Kukanauskas da Pixabay
Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore.
















Lascia un commento