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Ascoltare è consentire che accada qualcosa in noi

Ascoltare è consentire che accada qualcosa in noi

C’è una bella differenza tra udire ed ascoltare. Una differenza pari a quella di confondere una incapacità di ascolto con un difetto di udito.

Cercherò di parlarne qui nel complicato tentativo di mostrare come questa differenza incida tanto nel comprendere una contestazione fatta di fischi e “boo” indistinti, quanto una poesia fatta di parole e suoni precisi.

In una sua famosa poesia, Il fusto di pioggia il poeta Seamus Heaney affida ad una bellissima immagine la seguente scoperta: la materia non è muta; attende solo un orecchio capace di farne affiorare la voce.

Il fusto di pioggia

Capovolgi il fusto e quello che succede
è una musica che non avresti sperato mai
d’udire. Lungo il secco stelo di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
Ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua, poi lo scuoti di nuovo leggermente

ed ecco un diminuendo che corre per le sue scale
come una grondaia gemente. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’erba e margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che succede

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso riascolta.

[da The Spirit Level, Faber faber 2001]

Quando il fusto secco di cactus viene capovolto piovono semi e grani custoditi al suo interno e scrosciano sulle fibre simili alle gocce di un acquazzone. La poesia termina con un “E adesso riascolta” che non è un invito a ripetere meccanicamente un gesto, cioè a rileggere la poesia, perché un …suono (un fischio, un verso poetico) non si possiede mai interamente, per quanti sforzi si possano fare e, di sicuro, già la seconda volta è diversa dalla prima.

Ascoltare dunque significa, prima di ogni altra cosa, accettare questa fragile durata, l’effimero accadere nel tempo di qualcosa che svanisce mentre si offre, un qualcosa che chiede come un’eco d’essere seguita.

Se ci pensiamo la vita stessa comincia così: abitiamo le voci di altri prima di cominciare a parlare. E pur non comprendendo le parole ne avvertiamo un ritmo, una vicinanza, uno… scroscio.

Cosicché potremmo dire che ognuno di noi “non prende mai per primo la parola” ma viene (ri)chiamato da essa. La lingua che diciamo nostra è in fondo un suono che viene da altrove e ogni cosa che udiamo e ascoltiamo conserva, anche quando lo dimentichiamo, questa dipendenza possiamo dire originaria.

Nella poesia tutto questo è fondamento perché mai, come nella poesia, si avverte e si sottolinea la differenza tra udire e ascoltare. Come scrive Ottavio Di Grazia nel domenicale de Il Quotidiano del Sud: «…il rumore entra nell’orecchio senza chiedere permesso; l’ascolto fa posto. Non è semplice passività, ma attenzione, pazienza, discernimento…». Così si può udire tutto – fischi, versi, fruscii nel bosco, scrosci di acqua, esplosioni di bombe… – senza ascoltare nulla.

Parrà strano ma anche farsi un’idea sul riscaldamento globale/cambiamento climatico è questione di… ascolto. Ascoltare non coincide con la funzione di un organo e non ha a che fare con i disturbi dell’udito. Ascoltare è un modo di essere presenti.

Fare in modo di tornare ad esserlo, presenti, è un compito della poesia.

Una delle prime verità dell’ascolto è quella di concedere tempo a ciò che accade: non comprendiamo davvero una voce (un fischio, una poesia etc…) se non la accompagniamo fino alla fine, in modo tale che il corpo stesso diventi cassa di risonanza e venga toccato.

Come scrive ancora Di Grazia «…Nell’ascolto il mondo non è soltanto ciò che abbiamo di fronte, ma ciò che ci raggiunge e continua a vibrare in noi quando la fonte del suono è ormai lontana».

Tutto questo è preceduto da una precisa idea di con-versazione, qualcosa cioè che non è governato interamente da chi vi partecipa (poeta-lettore, attore-pubblico, politico-popolo…) ma da un vero e proprio movimento che può condurre entrambe le parti da qualche “altra parte”.

E questo accade soltanto quando non si ascolta per preparare una replica ma per esporsi alla possibilità che quel “fischio”, quella “parola” abbia ragione contro di noi. Solo così ascoltare conserva o recupera una dimensione etica e politica: «…una comunità non è tale perché tutti parlano nello stesso modo, ma perché le differenze possono entrare in rapporto senza essere cancellate».

La democrazia non vive soltanto del diritto di parola o, come avrebbe detto Sandro Pertini, di “…libero fischio in libero Stato”; la democrazia ha bisogno che il fischio, la parola possa giungere a qualcuno.

Proprio come la parola poetica.

Quello che voglio dire è che può esistere anche un ascolto “colpevole”: quello che obbedisce alla menzogna, che si lascia affascinare dall’odio, che si lascia abbindolare, nel caso della poesia, dal sentimentalismo e (ancora) dalla rima cuore/dolore. Ma un cuore che veramente ascolta è capace di distinguere perché ha rinunciato alla presunzione di sapere prima di avere… udito.

La poesia educa proprio a questo: consente che qualcosa accada in noi senza provenire da noi. La poesia ci chiede di perdere il privilegio dell’ultima parola, di lasciare che un dubbio resti aperto e che una voce anche remota o passata come quella di Seamus Heaney continui a risuonare e continuare a dire: “E adesso riascolta”.

 

Cover: Foto di AniaPM da Pixabay

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Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara – Nato a Napoli. Cresciuto a Potenza fino alla maturità Classica presso il Liceo-Ginnasio Q.O. Flacco. Laureato in Fisica all’Università di Salerno. Dal 1990 vive e lavora a Ferrara, dove collabora a CDS Cultura . Autore di cinque raccolte poetiche; è presente in diverse antologie. In rete è possibile trovare e leggere alcune sue poesie e commenti su altri poeti e autori. Tiene un blog “Il Post delle fragole”: https://thestrawberrypost.blogspot.com/

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