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Vite di carta /
Anche la vita può essere tonda

Vite di carta. Anche la vita può essere tonda

Ho letto Madri e figli di Theodor Kallifatides dopo averne parlato nel mio ultimo articolo lo scorso 22 luglio. Altro che dare un’occhiata all’incipit, me lo sono letto e centellinato pagina dopo pagina, giornata dopo giornata delle sette che l’autore trascorre ad Atene, a casa della anziana madre.

Le racconta con tenerezza e questa tenerezza invade chi legge e risulta una formidabile forma di captatio: i lettori della mia età sanno di cosa si tratta quando il tempo per stare con la propria madre o il padre può essere l’ultimo.

Se poi nel libro si sfagliano più piani temporali, se la madre riconduce il figlio nel passato famigliare e da qui il figlio sa raccordarsi alla storia del popolo greco, arrivando fino al mito, la pagina di Madri e figli diventa polifonica.

Il canto del figlio che si fa narratore è per di più duplice: assumendo le vesti di se stesso nel viaggio da Stoccolma alla capitale greca  fissa il primo piano della narrazione, ma nel compiere il viaggio prende a leggere le memorie di suo padre con l’intento di riportarne la storia ai propri nipoti, dunque nel futuro. Legge con emozione e lo fa a tratti, quando il cuore gli suggerisce che è il momento di affrontare i ricordi del padre. Legge come figlio e intanto si fa narratore di secondo livello.

Prendiamo il suo viaggio: mi ha incantato sentirlo raccontare con parole chiare, misurate, come chi da molto tempo ha a che fare con se stesso e se la cava bene, ormai. Anche con il se stesso che fa lo scrittore: la parola infatti è autentica come accade nella stesura di un diario, e sembra non perdere significanza nel momento in cui è una parola scritta per altri, una parola esposta verso chi la riceve all’altro capo della scrittura, ai lettori.

Le sette giornate trascorse con la madre scandiscono il racconto e sono fatte delle piccole cose in apparenza prive di epos che comprendono i cibi tipici cucinati magnificamente da lei, una passeggiata nel quartiere, un giro al mercato in compagnia del fratello maggiore, lui sì rimasto a vivere ad Atene.

Theodor è il figlio più piccolo, quello che se ne è andato a Stoccolma da quarantadue anni e che ora mentre beve un “giovane caffè “sul balcone di casa riassapora il lessico familiare e intanto sente che gli mancano la sua famiglia svedese, la sua vita svedese.

Nello spessore meditativo delle sue giornate ad Atene non assistiamo tuttavia a nessuna vera lacerazione del sé: la sua vita fatta di due patrie è in pace ed è molto di più della somma di Grecia più Svezia, tanto nello spazio quanto nel tempo del suo vissuto.

La sua vita affonda i piedi nella storia greca arrivata fino a lui, Theodor, attraverso i patimenti del padre e degli anni vissuti sulle difficili coste del Mar Nero.

Affonda nel mito, altro archetipo dell’immaginario contemporaneo a cui vorrebbe attingessero i suoi nipoti. Ecco il senso di far conoscere loro i racconti del bisnonno e le figure tragiche di Medea e Giasone.

Nel mio intervento durante l’ultimo incontro di Impulsi, il gruppo di lettura online di Festivaletteratura, sono sbottata dicendo che potrei innamorarmi di uno che vuole sapere dal cameriere che gli serve una birra al bar dell’aeroporto se si può vivere senza sapere chi fossero Medea e Giasone.

Salito in aereo, assorbe le parole della vicina di posto, un’archeologa, la quale del tempo presente dice: “Gli esseri umani moderni sono più moderni che umani”. Rileggo quello che qualche pagina dopo dice Kallifatides sui movimenti migratori del nostro tempo: “…in Grecia vale lo stesso principio che in Svezia. Ufficialmente l’immigrazione è un problema. Ufficiosamente è una soluzione“.

La sua vita è concepire l’avere due patrie come una ricchezza, anziché una reciproca sottrazione di senso. Dal primo paese che ha avuto in sorte è fuggito, quando essere greco significava “amare i suoi padroni e obbedire loro: il re (quand’ero giovane ce n’era uno) e la Chiesa”.

La Svezia è diventato il luogo della sua carriera di scrittore, della famiglia che si è costruito come marito, padre e ora nonno.

Negli anni la Grecia ha assunto altri volti per lui, anche ora se chiude gli occhi ritrova “l’odore della terra dopo la pioggia” e l’amico Kostas, compagno della prima giovinezza.

La Grecia sono le due persone che ancora gli restano della famiglia originaria, suo fratello e sua madre. Lei, capace di infondergli radici fino in fondo e anche “dopo”. “Forse lei mi regalerà un nuovo paese, quando se ne sarà andata. Era proprio quello che papà aveva fatto. Il racconto della sua vita mi regalava una Grecia in più, ossia gli insediamenti greci sulla costa del Mar Nero”.

Nei giorni con lei ad Atene, ci sono momenti di autentica felicità. Incassa un momento di preziosa ilarità anche dalla conversazione con l’amico Diagoras sul teatro in Svezia e in Grecia, dice mentre ride di gusto: “Non è solo la terra a essere tonda, ma anche la vita. Almeno qualche volta”.

Dalla madre gli arriva la storia straordinaria di Galinthias, che distrasse le Parche che impedivano alla sua amica del cuore di partorire e così il bambino poté nascere. Come punizione fu trasformata in uno scoiattolo.

Come dire che Galinthias immette la parola, e con lei la letteratura e tutta l’arte, nel tessuto stesso della vita.

Dice Kallifatides: “Se si è scrittori è facile restare paralizzati da tale cognizione, ma si può anche ricevere la gioia più grande che si possa augurare a un essere umano: la felicità di imbrogliare gli dèi così come fece Galinthias, e dare vita a un altro mondo“.

Di uno scrittore così, a cui riesce di andare all’osso della lingua e risalire con le parole giuste tra le mani, potrei anche innamorarmi.

Nota bibliografica:

  • Theodor Kallifatides, Madri e figli, Voland, 2024

Cover: Foto della città di Atene di  Bru-nO da Pixabay

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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