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La gelata dei redditi degli ultimi 40 anni

La gelata dei redditi degli ultimi 40 anni

In fondo all’Inferno Dante ha messo la ghiacciaia dove sta Satana, in quanto il gelo e l’indifferenza tra gli esseri umani è peggio dell’odio. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio, una Autority istituita nel 2014 per monitorare i conti pubblici ha pubblicato un rapporto di 56 pagine , in cui documenta la caduta dei salari reali lordi degli italiani dal 1990 al 2024 (-1,6%), mentre in altri paesi è cresciuta (Spagna+12,9%, Germania +32,9%, Francia +33,4%, Regno Unito +48,4%, Usa +50,5%, media Ocse +35%), che l’aveva già documentato, ma ora i dati sono più precisi).

Dal 1990 i nostri salari reali lordi sono stati messi in ghiacciaia (-6,6%), ma chi ha i salari più bassi (decimo percentile, quel 10% che ha i salari più bassi) ha visto crollare il suo salario reale del 40,8%, il 25esimo percentile -31,1%, il 50esimo percentile -12,7%, il 75esimo percentile – 3,5%, mentre quei pochi che hanno i salari più alti (90esimo percentile: dirigenti, quadri) +3,3%. Hanno anche guadagnato qualcosa quel 10% di dipendenti di grandi imprese con una contrattazione aziendale (aggiuntiva al CCNL).

Si consideri tuttavia che poiché dal 1990 al 2026 il PIL è cresciuto del 31%, significa che neppure il 10% dei salariati più ricchi ha beneficiato in modo proporzionale dell’enorme aumento di ricchezza generato negli ultimi 36 anni, che è finito in rendite, manager, quadri alti, una fascia di ricchi proprietari e di ricchi azionisti, quel 10-20% del paese che si è arricchito a spese dell’altro 80-90% impoveritosi.

Il confronto riguarda i dipendenti a tempo pieno, ma se si considera che nei 36 anni sono cresciuti in modo enorme gli occupati part-time (da 4,4 su 100 nel 1990 a 31,6 nel 2024) il calo è del 6,6%. E qui troviamo la prima grande ragione del perché l’occupazione aumenta come numero di persone, ma non come monte salariale complessivo (che anzi cala, nonostante un milione di occupati in più.)

La seconda ragione del calo dei salari è il crollo della manifattura che pagava bene e la crescita di servizi dove il lavoro è pagato meno e ha tanti part-time involontari (circa la metà). Dal 1990 al 2024 infatti i salari reali lordi degli occupati nella manifattura ed edilizia sono cresciuti del 16,5%, mentre quelli dei servizi terziari sono calati del 26,6%. Poiché oggi l’industria (manifattura + edilizia) occupa il 26,6% degli occupati rispetto al 35,3% di allora, si capisce perché. Gli occupati nei servizi sono saliti invece dal 57,4% al 70%.

In 36 anni è così cresciuta moltissimo anche la disuguaglianza tra i salari più bassi e quelli più alti, tra una manifattura ed edilizia che pur calando manteneva occupati a tempo pieno ben pagati e un settore dei servizi che cresceva con part-time e tempi pieno discontinui, ma che spesso non lavoravano tutti i mesi, per cui le disuguaglianze salariali sono andate alle stelle con un indice di Gini (tra i salari) salito da 0,33 a 0,40.

Gli effetti principali del catastrofico calo dei salari e di un impoverimento generalizzato degli italiani dipendenti sono: molti più part-time, più lavori discontinui (tra cui anche precari a tempo pieno che non lavorano tutto l’anno), meno occupati nell’industria, più nei servizi.

Nel corso dei 36 anni i Governi hanno cercato di aiutare i salari più bassi (fino a 35mila euro) tagliando l’imposta sul reddito (Irpef), che ha contribuito a rendere meno drammatica la situazione, ma non ha impedito un’ulteriore tassazione che la Cgil stima in 24 miliardi all’anno in più di fiscal drag. Nel 1990 si cominciava a pagare l’imposta da 8.257 euro all’anno, oggi da 16.347 che è appunto la no-tax area e l’aliquota è più bassa fino a circa 35.100 euro. Da lì in su invece l’imposta è più alta.

Si può osservare che poiché la pressione fiscale è cresciuta (anche col Governo Meloni) l’aumento della tassazione dai 35mila euro in su dei dipendenti (e pensionati) ha finanziato la riduzione delle tasse ai dipendenti più poveri e ai lavoratori autonomi che pagano il 15% (flat tax, tassa piatta fissa) fino a 85mila euro. Una scelta sbagliata anche perché invoglia gli autonomi a non crescere oltre quella soglia come fatturato, come dipendenti e innovazione.

Il rapporto non affronta però le cause del crollo italiano dei salari. Quali sono i motivi profondi? Cosa è successo da noi che non è successo negli altri grandi paesi della stessa UE? Perché la produttività è cresciuta dal 1948 al 1980 in modo eccezionale e poi ha smesso di crescere?

I salari degli italiani erano nell’immediato dopoguerra pari al 45% di quelli degli inglesi, ma nel 1980 li avevano già raggiunti, crescendo di due volte e mezzo in termini reali in 30 anni. È il famoso miracolo italiano che fa dell’Italia la 4^ potenza mondiale (come PIL) dopo USA, Giappone e Germania. Crescono salari, profitti e produttività, cresce anche il welfare e lo Stato investe in case, scuole, salute e infrastrutture.

La guerra fredda doveva dimostrare che nel capitalismo gli operai stanno meglio che nel comunismo sovietico e in Italia c’è il più forte partito comunista d’Europa, per cui c’era un forte interesse che la ricchezza accumulata fosse redistribuita. E infatti in questi 30 anni cresce l’uguaglianza, cosa mai avvenuta nei secoli precedenti e che non si ripeterà dopo il 1990.

La manifattura innova, la scuola diventa di massa, le pensioni diventano “retributive” nel 1965 e poi nel ’68 (agganciate agli ultimi anni di stipendio). Il Servizio sanitario universale arriva nel 1978. La spesa pubblica cresce, seppure inferiore a quella degli altri paesi europei e il debito pubblico è basso (59% del PIL nel 1980).

Lo sviluppo è trainato da molti piccoli imprenditori e artigiani e da uno Stato che investe, ma anche da diffusi principi etici (la sofferenza della guerra è vicina). Gli operai sono pagati sempre di più, anche perché i sindacati sono ben attivi dagli anni ’60. Lo Stato, guidato dalla DC, investe nelle case (Fanfani ’63), in infrastrutture, autostrade, investe con IRI e Partecipazioni Statali nelle principali filiere produttive e favorisce la crescita della domanda interna. Si crea “lavoro a mezzo di lavoro” (parafrasando Sraffa).

La crescita sarà enorme fino al 1963 quando c’è il primo contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici e nascono i primi contratti aziendali per redistribuire la produttività.

Nel 1964 arriva la prima crisi. Se infatti cresce molto la Domanda Interna (salari più consumi) le importazioni possono crescere più delle esportazioni e il saldo commerciale va in deficit. A quel punto cresce l’inflazione, che fare?

In genere (così fa la UE per esempio da 25 anni) si impone una austerità (stretta creditizia, vendita di asset pubblici ai privati e politiche deflattive che riducono la Domanda Interna, come salari e spesa pubblica) oppure, come dissero in più occasioni PCI e PSI (Antonio Giolitti, Riccardo Lombardi) ma anche esponenti della DC (Carlo Donat-Cattin) si usa un’altra forma di stabilizzazione con incentivi agli investimenti privati, buona spesa pubblica, imposte gravanti sulle rendite (e i ricchi) e non sui profitti o sui lavoratori (via tariffe).

Un’Italia più competitiva che fa investimenti, un ruolo dello Stato nelle tecnologie e ricerca e non tagliando salari ed esportando di più, che è poi il modello mercantilista adottato dall’Italia negli ultimi 40 anni (ma anche dalla Germania e dalla UE che oggi la favorisce con la possibilità di non incorrere in “aiuti di Stato” se spende nel riarmo). Mercantilismo che si imputa oggi alla Cina e a Trump.

Una politica di difesa dei lavoratori e di grandi investimenti pubblici sui bisogni popolari non è mai passata né in Italia né nella UE, se non in rari sprazzi (Pnrr ed eurobond durante il Covid-19).

La via scelta dopo il 1992, con l’arrivo di Berlusconi, è privatizzare, ridurre il ruolo dello Stato, più libero mercato, liberalizzare, meno costi salariali, flessibilizzare il lavoro (quanto certificato da UpB).

Adriano Olivetti quando arrivò la prima crisi si ricordò che suo padre Camillo gli aveva detto che gli passava la guida dell’azienda ad una condizione:non licenziare mai. Così Adriano quando arrivò una crisi, anziché licenziare, come pure gli proponevano i suoi collaboratori, si inventò la formazione di venditori delle sue macchine da scrivere (da piazzare anche all’estero) e non solo non ci furono licenziamenti, ma un rilancio della Olivetti.

Quali sono stati i principali cambiamenti dopo il 1980-1990?

  1. Dal 1981 perdiamo la sovranità monetaria col divorzio tra Tesoro e Bankitalia (Bdi), che fa si che Bdi non compri più i titoli del Tesoro che il mercato non assorbe (cosa che non farà mai né il Giappone né la Banca d’Inghilterra che pure divorzia dal Tesoro inglese, ma che sempre farà da prestatore di ultima istanza). Risultato: alti tassi di interesse che lo Stato paga e che da negativi diventano positivi (5-6-7-8% post inflazione) e faranno esplodere il debito pubblico che passerà dal 59% del 1980 al 121% del 1994) e che poi porterà alle politiche di austerity degli anni ’90 per poter entrare nella UE.
  2. Si passa nel 1992 alla 2^ Repubblica, liquidando partiti (non certo peggiori degli attuali) che hanno fatto crescere l’Italia, l’hanno resa autorevole in campo internazionale (anche a costo di dissensi con Stati Uniti, UK e Francia da mediatori tra arabi e Israele si passa a pro-Israele). La corruzione dei partiti è un lascito della guerra fredda in quanto non permetterà un’alternanza DC-PCI e neppure un’alleanza tra i due grandi partiti di massa (Aldo Moro morirà nel 1978 per mano delle BR, ma con complicità di servizi segreti deviati, anche per questo).
  3. Vengono svendute le aziende pubbliche (PPSS e IRI), pensando che i privati avrebbero fatto più investimenti dello Stato (che non avverrà, anzi) e viene meno il ruolo dello Stato nelle tecnologie strategiche.
  4. Si passa dal creare valore tramite la Manifattura al creare valore con la Finanza (tutte le banche statali sono privatizzate, tranne MPS) e nel 1999 cambieranno le regole bancarie nel mondo. I maggiori rendimenti della Finanza rispetto ai profitti della Manifattura rendono per tanti imprenditori più attraente investire in Finanza piuttosto che nella Manifattura.
  5. L’Italia dentro la UE cresce fino al 2008 (ma non per i salari), ma poi subisce una recessione di 4 anni innescata dai sub-prime Usa e dall’allargamento UE del 2004 che porta nella UE 100 milioni di lavoratori dell’Est a basso costo.
  6. Nel frattempo avviene l’ascesa della Cina e il tramonto degli Stati Uniti che hanno capito che la loro situazione è critica. Trump cerca rimedi (dazi, re-industrializzare, accordi con Cina e Russia sapendo che un dominio USA unipolare è alle spalle), mentre la UE non ha ancora capito che c’è un mondo che avanza multipolare. L’Italia nel frattempo, come la UE, scompare come soggetto autonomo di politica monetaria, fiscale, industriale. Un disastro annunciato.

Che fare?

Primo: prendere atto di quanto avvenuto, fare una seria retrospettiva e capire gli errori.

Secondo: recuperare sovranità come UE in tutti i campi (politica, difesa, esteri, monetaria, fiscale, industriale, welfare). Questa nuova UE dovrà essere indipendente (Usa inclusi), bloccare l’ulteriore allargamento ad Est e procedere con una unità politica con chi ci sta. Viceversa il declino proseguirà e l’ascesa delle destre chiuderà questo progetto UE mai decollato. E l’idea di un riarmo delle singole nazioni come rimedio, non solo è una politica di destra, ma produrrà quell’ulteriore impoverimento e crisi che porterà consensi alle destre vere.

Cover: Foto di Drazen Nesic da Pixnio

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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