Il Liberalismo è in crisi. C’è qualcosa dopo?
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Il Liberalismo è in crisi. C’è qualcosa dopo?
I più noti studiosi liberali non solo italiani come Ernesto Galli della Loggia, Goffredo Buccini, etc. sono allarmati perché nelle nostre democrazie occidentali è in corso una polarizzazione elettorale verso le estreme, definite populismi. Gli elettori sono stregati da personaggi e proposte poco credibili, si è formato un “vuoto al centro”, quel centro che consentì nel dopoguerra a molti partiti di prosperare (DC per esempio).
Eppure l’analisi della situazione che fanno potrebbero aiutarli a trovare le soluzioni. Sentiamo cosa scrive sul Corriere della Sera del 12 agosto 2026 Galli della Loggia:
“Il contraccolpo sulle società europee è stato brutale. Nello spazio di tre decenni (1990-2025) perdono lo slancio economico-produttivo precedente, le economie appaiono sempre più dominate dalla finanza e dai servizi, la popolazione invecchia mentre aumenta il fenomeno, per molte di esse nuovo, di una immigrazione incontrollata.
Contemporaneamente cresce al loro interno il divario sociale e l’emarginazione, mentre dappertutto i sistemi di istruzione perdono capacità di formazione, di selezione e di promozione, e il Welfare stenta sempre di più a tener dietro alle crescenti necessità del sistema…
Declina la fiducia nel futuro, la natalità crolla, mutano in peggio i valori nello spirito pubblico, i legami sociali (famigliare, religioso, nazionale) si allentano fino a svanire. Eguale sorte tocca al vincolo associativo, i sindacati diventano l’ombra di se stessi. All’individuo sembra restare solo la dimensione del consumo che alimenta la sua solitudine… nei giovani declina in misura impressionante il rapporto con la lettura e la scrittura ideativa sempre più insidiata dall’intelligenza artificiale.
Si respira un senso di stanchezza, di disillusione, di difficoltà a mettere in cantiere iniziative importanti. S’indebolisce la speranza nella possibilità di realizzazione personale ma aumenta in pari misura l’idea dell’illimitatezza dei propri diritti in quanto individui singoli. Crolla infine la fiducia nell’azione collettiva e negli strumenti della politica… nella fase storica della globalizzazione tende a disintegrarsi e a dissolversi il mondo morale della democrazia europea”.
Galli della Loggia indica poi nella morte di Dio (del cristianesimo) e nella fine dell’attrazione della cultura liberale e socialdemocratica la crisi attuale. Ma cosa l’ha colpita al cuore? Cos’é cambiato in profondità in nei paesi occidentali (Usa inclusi) col crollo del comunismo (1991), la fine della guerra fredda (che guarda caso fa finire anche la crescita dei salari in Italia)?
La crisi economica e anche quella morale (individualismo vs comunità) hanno eroso la base sociale delle liberal democrazie, da cui sono sorti i “populismi” che sono una richiesta (per quanto confusa) di cambiamento radicale.
Ma perché questa crisi se negli ultimi decenni è continuata la crescita della ricchezza? La globalizzazione ha portato alle stelle le disuguaglianze e ha distrutto le comunità, dov’é rimasto un singolo sempre più povero, con meno relazioni sociali ma libero di consumare. Cioè una liberal democrazia svuotata di diritti sostanziali e di reale partecipazione, ma che propone sempre più diritti formali e una vita virtuale, mentre le cosiddette autocrazie hanno accresciuto salari e diritti sostanziali (Cina inclusa).
Come poi non vedere la graduale perdita di ruolo degli Stati e il crescente potere di alcune multinazionali (big tech, big pharma, colossi bancari ed energetici, grande finanza,…) che impongono le principali scelte agli Stati. Chi, se non questi colossi privati, decidono i nostri prossimi consumi, dove investire, come predare i beni collettivi residui (spazio, terre, mari…), ridimensionando gli Stati nella loro sovranità (anche fiscale).
Il caso più clamoroso è proprio l’Europa che, nata per opporsi a questi processi, è riuscita a far scomparire sia le singole sovranità dei suoi Stati membri che la sua, lasciando praterie al libero mercato. Neppure gli Stati Uniti o gli altri paesi occidentali e tantomeno Cina e Russia l’hanno fatto.
Le nuove élite ricche occidentali si sentono oggi del tutto avulse dalle proprie comunità e hanno costruito reti di relazione tra loro (esterne alle proprie comunità delle quali se ne infischiano), mentre si sono estinte quelle dei poveri e degli operai un tempo floride.
Siamo al polo opposto di imprenditori come Olivetti e Marzotto, che lavoravano per il bene comune, per le loro comunità, e la fabbrica era in funzione della città, con asili, case (anche di riposo), assistenza sanitaria, con differenziali salariali al massimo di 1 a 10 e dove l’imperativo era non licenziare nessuno. Valdagno e Ivrea sono oggi residui novecenteschi e lo sport più diffuso è l’evasione fiscale (abbellito, talvolta, da fondazioni private) altro che dar valore alla propria comunità.
Ma se questi sono i risultati dell’ultimo liberismo, perché gli elettori dovrebbero continuare a votarlo? Per masochismo? Non è strano che cerchino un’alternativa e gonfino il “nuovo”: Renzi nel 2014 (41%), M5S nel 2018 (32%), Meloni (33%). Chi la spara più grossa accresce i consensi.
Vannacci propone di avere solo il 4% di migranti (quindi remigrare oltre 3 milioni di attuali stranieri che sono il capro espiatorio di oggi), Farage aveva detto che dopo la Brexit si sarebbero risparmiati 350 milioni di spese sanitarie alla settimana (a Brexit compiuta ammise che scherzava), Mélenchon in Francia propone la pensione a 60 anni (anziché i 64 di Macron). Afd ha intanto conquistato il primo Land in Germania col 40% dei voti.
Eppure ci sarebbe un modo per superare il liberismo o anche solo rivitalizzarlo. Usare gli incrementi di ricchezza del nuovo capitalismo finanziario, distribuendoli a tutti. Servirebbe anche altro perché la crisi è soprattutto morale e di civiltà (tornando all’umanesimo), ma intanto si potrebbe partire dai soldi.
In Cina Cxmt la più grande azienda di chip memorie dram ha deciso di distribuire a tutti i suoi 20mila dipendenti il 40% dell’incremento di borsa (ora vale 400 miliardi), per cui tutti i suoi dipendenti sono diventati di colpo milionari. L’imprenditore proprietario lo ha fatto “spontaneamente” pensando che avrebbe fatto piacere al Partito comunista e che non sarebbe finito come Jack Ma (già Ceo Alibaba, rimosso nel momento in cui ha quotato in una borsa estera la sua azienda, pensando solo per sé à la occidentale).
È una misura poco liberal e molto “autoritaria”, ma in fondo non ha fatto la stessa cosa lo Stato italiano coi cinesi in Pirelli? Volendo esistono anche nei paesi liberal modalità democratiche (dalla golden share alla distribuzione degli utili a cittadini e dipendenti) che farebbero crescere le comunità.
Il fondo norvegese pensionistico statale Norges fondato nel 1990, che amministra 2.380 miliardi di dollari che provengono dall’estrazione di gas e petrolio del Mare del Nord, ha comunicato che nei primi 6 mesi del 2026 ha guadagnato altri 160 miliardi (+4-5% il rendimento annuo). I 5,5 milioni di norvegesi (anche il più povero) possono contare quindi su un patrimonio di almeno 400mila dollari. Un modo in cui lo Stato socializza i profitti, mentre da noi “si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti”.
Lo Stato Norvegia ha deciso che una parte del profitto del fondo statale Norges finanzia il 25% del welfare (pensioni, sanità, istruzione,…) e il 72% degli investimenti in azioni sono fatte su rigide linee guida (escluse aziende che inquinano, che producono armi o tabacco, violano diritti umani…).
Dunque anche il capitalismo può essere addomesticato ed è questo che chiedono gli elettori a quel “centro” che una volta queste cose le faceva (almeno in parte, come appunto la DC). Se i nostri centri liberal non le fanno più si rivolgeranno alle offerte politiche che promettono “mari e monti”, anche se poi troveranno probabilmente pianure assolate, clima infuocato e grandi data center.
Ma ci sono anche speranze come quelle 200 aziende che in Europa vogliono replicare il modello Olivetti e Marzotto (steward ownership), politici come il sindaco di New York Mamdami che vuole tassare le seconde case dei ricchi, Burnham che vuole ridurre le disuguaglianze sociali e ridare ruolo allo Stato nell’economia e chi in Italia vuole riportare l’imposta sulle eredità com’è da sempre in Germania, Francia o Inghilterra e Stati Uniti (non proprio paesi comunisti).
Si potrebbe poi avere un’unica agenzia nazionale dell’energia (come la Norvegia, già abbiamo ENI ed ENEL) in modo da ridurre le bollette anziché 850 utility di libero mercato e uno Stato che investe (insieme ai privati) nelle tecnologie strategiche, in modo che lo sviluppo sia indirizzato dove conviene a cittadini e i cui profitti siano a vantaggio dei molti e non dei pochi.
Ma certo questo non è un modo moderato o centrista di cercare voti anche se sarebbe liberalismo dal volto umano. Quello che cercano gli elettori che, se non viene offerto, cercano altrove, a costo di trovare bufale. Ma la responsabilità è dei partiti di centro e dell’attuale liberismo, che si è trasformato in oligarchia, potere e profitto dei pochi verso i molti con la scusa del libero mercato e dei liberi diritti.
Il paradosso non sono i crescenti consensi dei socialisti democratici negli Stati Uniti, ma che gli stessi Maga cominciano a criticare questo capitalismo (visto che l’età dell’oro promessa da Trump non arriva) al punto che, sebbene Trump riduca le tasse ai ricchi, almeno usa lo Stato nella politica industriale.
Cover: Foto di Antonio Garcia Prats da Pixabay
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