L’universalismo egualitario cristiano offre un’alternativa alla globalizzazione capitalista
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L’universalismo egualitario cristiano offre un’alternativa alla globalizzazione capitalista.
Urgenza evangelica
Da Oltralpe arriva un’interessante provocazione per unire cristianesimo e radicalità politica, escatologia e anticapitalismo, fede e rivoluzione nonviolenta. Urgenza evangelica. Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista (Castelvecchi ed., 2026) è il nome del libro da poco uscito in Italia, traduzione del Manifesto del Collettivo Anastasis, con prefazione di Marcello Tarì.
Il Collettivo – composto perlopiù da giovani – nasce a Parigi nel 2022 per unire riflessione teorica e azione politica e ogni estate organizza il Festival des Poussiérs. Évangile et révolutions (Festival delle Polveri. Vangelo e rivoluzioni).
Sul proprio sito scrive: «Ovunque si manifesti veramente, il Cristianesimo contrappone la volontà di potenza alla follia evangelica della carità e il regno distruttivo del capitalismo a un universalismo egualitario che offre un’alternativa alla globalizzazione capitalista».
Il Vecchio Mondo e quello Nuovo
Il capitalismo si fonda innanzitutto sull’accumulazione di capitale, l’espropriazione di terra e ricchezza, e quindi sul profitto come furto legalizzato contro la collettività. «Conseguenza di ciò – è scritto nel libro – è la sottomissione dei rapporti sociali alla legge del mercato»: l’economia «domina tutte le dimensioni» dell’esistenza.
Il cristianesimo, al contrario, non può accettare questa cupidigia strutturale e legalizzata che nei secoli ha invaso l’intero pianeta: la comunione dei beni di produzione e di scambio rientra nella visione di un’umanità sempre più unita e fraterna; comunione che è anticipazione del Regno di Dio sempre veniente, già presente.
Se dunque la vocazione di ogni cristiana e cristiano è di «partecipare alla realizzazione di un Regno di Dio già all’opera nella storia» – Regno da intendere come comunione (pur imperfetta) già in essere con Dio e con ogni persona – allora anche la dimensione politica dev’essere illuminata da questa luce.
Centralità della persona e del suo “volto” ( Levinas), dono di sé e lotta per una società giusta sono, quindi, i tre pilastri di questa visione “antica” (nel senso di originaria) e al tempo stesso originale. Una visione antitetica a quella ancora dominante ma in realtà vecchia, che impedisce appunto il sorgere di un mondo nuovo.
Oltre il conservatorismo e il modernismo
Ma in Francia, come nel nostro Paese, molti cattolici si identificano o con la destra (più o meno estrema) o con una qualche posizione “centrista”, “moderata”. Grande illusione e grande mistificazione, quella del moderatismo, in quanto scambia la radicalità della critica e della posizione politica – a volte necessaria – con l’estremismo dell’atteggiamento, del metodo, dello stile.
Quest’ultimo è sempre da condannare in quanto impedisce il dialogo e l’incontro con l’altro; il primo, invece, è oggi “urgente”, nell’epoca delle crisi strutturali del sistema capitalistico, compresa quella ecologica, e dell’indifferenza e individualismo diffusi tra le masse.
E così, l’interclassismo è esso stesso da superare: un conto è il rispetto e la volontà di incontro nei confronti di ogni persona, un altro è legittimare posizioni di privilegio e dinamiche socio-economiche profondamente ingiuste.
Contro l’individualismo, nella gioia
Da un punto di vista antropologico, l’individualismo liberale non può quindi coincidere col personalismo cristiano: riconoscersi figli di Dio vuol dire che la mia libertà e la mia liberazione sono sempre incomplete se anche l’altro non è libero, non è capace di liberarsi.
La libertà della coscienza non può contrapporsi alla relazione con l’altro-da-me. Il monadismo borghese, invece, è intrinsecamente pessimista nel concepire la fine della libertà dell’uno solo dove inizia quella dell’altro. Da qui, la critica radicale da parte del Collettivo Anastasis dei progetti di legge sul suicidio assistito, espressione di un egoismo e di un culto della prestazione e della potenza tipico di una società fondata su profitto e competizione. «Lo scandalo evangelico – invece – consiste proprio nel mettere su un piedistallo gli impuri e gli esclusi, nel proclamare la loro bellezza», «nella costruzione di una gerarchia inversa che glorifica gli umili».
La liberazione che porta Cristo è innanzitutto liberazione da ogni idolo – che sia una cosa, una persona, una struttura di potere, un’idea. E in quanto liberazione integrale, rende possibile una comunione non vissuta come privazione ma come libertà nella gioia: dobbiamo «contrapporre – scrivevano Hardt e Negri in Impero – la gioia di essere alla miseria del potere». È possibile, dunque, anche in politica vivere «una gioia profonda», per citare il Collettivo Anastasis: «quella di una preghiera che si fa gesto, di un gesto che diventa preghiera». Secolo e sacro così si possono incontrare nella carne degli ultimi e dei penultimi, dei «sofferenti, impediti, sbaglianti, colpiti, annientati» (così li chiamava Aldo Capitini).
10, 100, 1000 Reti LILLIPUT
I cristiani, assieme alle donne e agli uomini «di buona volontà», animano già piccole comunità dal basso che formano «una costellazione di luoghi unici» (così la chiama Anastasis) dove vivere già un’anticipazione di un mondo diverso. “Un altro mondo è possibile” era lo slogan che 25 anni fa risuonava nelle strade di Genova, delle città e delle periferie di tutto il mondo. Oggi più che mai c’è bisogno di un nuovo movimento globale di lotta e d’alternativa, fatto di tante Reti Lilliput: un poliedro – per dirla con Papa Francesco -, che rifletta «la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Evangelii Gaudium, 23〉.
Cover: Arcobaleno – https://www.publicdomainpictures.net/it/
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