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ERNESTO BALDUCCI: UNA TESTIMONIANZA
“Guardare con speranza ai segni del tempo”

 A 100 anni dalla nascita e 30 dalla morte
Ernesto Balducci (Santa Fiora, 6 agosto 1922 – Cesena, 25 aprile 1992)

Quando, in occasione del centenario dalla nascita,  gli amici mi hanno proposto una testimonianza su Ernesto Balducci [Qui] ho accettato, d’impulso, quasi a gustarmi il piacere del privilegio. Poi, solo poi, dopo una riflessione più consapevole, che riandava ai ricordi e al grande patrimonio sapienziale a cui ho avuto il vero privilegio di attingere, come allievo fra i molti nella propaggine aretina del Cenacolo di Testimonianze, mi sono reso conto che mi ero imbarcato in una vera e propria impresa.

Da un lato, il breve spazio di un articolo. Dall’altro, e soprattutto, la dimensione immensa della personalità di Balducci: spirituale, culturale, morale, intellettuale, profetica, perfino politica.

Capace di coniugare la realtà viva del presente, che indagava con rara capacità di lettura e di comprensione critica, con la tradizione del passato a cui sempre attingeva, cercando di cogliere quei valori o disvalori radicali della continuità culturale e storica, della quale ognuno di noi è un esito.

Un presente però, da cui partiva per proiettarsi nella dimensione che più lo affascinava: il futuro. Un esercizio, questo, che era sempre un suggestivo bagno di profezia, di razionale lettura dei processi evolutivi di tipo politico, antropologico e culturale.

Ma anche di speranza, nel percorso bonhefferiano che lega, dinamicamente, i tempi ultimi e quelli penultimi, in una continuità senza soluzione. Una continuità nella quale si gioca, per ciascuno di noi, e per tutti noi, il senso dell’esistenza, dell’impegno di ogni giorno e delle speranze individuali e collettive, nella costruzione del futuro atteso.

La fede e l’uomo

La riflessione balducciana intorno a questo percorso, aveva sempre due fondamentali punti di riferimento, che costituivano l’alfa e l’omega di ogni suo esercizio e percorso intellettuale e spirituale: la fede e l’uomo. Una fede profonda, incarnata in un mondo reale, nel quale l’uomo e la sua dimensione totale, erano l’essenza, il principio e la fine.

La fede, quindi, come realtà viva, non rituale, ma essenziale che, dal vangelo e dalla vicenda di Cristo, trova l’ispirazione creativa per la vita reale. E l’uomo, nella sua complessità materiale, spirituale, psicologica.

Quell’uomo storico, che vive una fase di transizione che lo sta proiettando in una dimensione nuova, planetaria, tale da farne un homo novus, in tutti i sensi, con una complessità di problemi e di sfide che investono i singoli e l’intera società.

A cominciare dalla Chiesa: mater et magistra, certo. Molto amata anche se, aggiungo io, non sempre del tutto amabile.

Ecco perché, allora, nella vicenda del nostro personaggio, l’esperienza del Concilio Vaticano II è stata un riferimento centrale, da lui seguito, studiato e divulgato scrivendo pagine fra le più belle, con quello che è stato, il suo straordinario impegno di esercizio della parola e di insegnamento, che ne ha fatto un maestro fra i più autorevoli, i più seguiti, i più amati.

È impossibile ripercorrere in breve con un po’ di senso, l’opera enorme e straordinaria delle varie forme espressive del suo pensiero che, per profondità, vastità, ricchezza e proiezione profetica, è difficilmente riassumibile in poche considerazioni.

Cristianesimo e mondo moderno: la dimensione planetaria della Chiesa

Spigolando fra i suoi testi, le sue dispense, gli appunti di conferenze, esercizi, omelie che conservo con preziosa cura, proverò a tirare fuori qualche pillola che consenta, a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, di percepirne la grandezza, dopo aver scelto di evitare un ricordo di tipo agiografico, che lui stesso, credo di poter dire, non amerebbe.

Ma in questo non facile tentativo, ho scelto di assumere un segmento, peraltro per alcuni versi largamente comprensivo della sua visione di fede e umanistica: quello del rapporto fra cristianesimo-chiesa e mondo moderno.

Due realtà che lui amava profondamente, che vedeva intrecciate in modo indissolubile, ma che guardava con occhio puro e quindi critico, testimone severo e radicale, rispetto alla verità storica dell’uno e dell’altra, ai loro valori, ma anche alle derive che, nel corso della storia, li avevano segnati.

E ciò sempre con l’intento, appassionato e positivo, di contribuire a rimuovere le scorie, che ne inquinavano la loro essenza e il rapporto più intimo tra di loro.

Grande e perspicace lettore dell’evoluzione antropologica del mondo moderno, e geniale profeta del futuro, a cui guardava con suggestive rappresentazioni.

Seguendo, in ciò, un percorso sempre razionale e che, sempre, partiva dal presente, ma che il futuro lo anticipava, indicando le vie maestre dell’impegno virtuoso, utile ad inverare negli sviluppi della storia il senso di marcia dell’umanità.

Le vie delle aspirazioni utopiche: la piena liberazione dell’uomo, per esempio. E quelle dei nodi problematici, a cominciare dalla pace, che lui sentiva quasi visceralmente.

In questa profonda speculazione intellettuale e spirituale, collocava le grandi attese sul nuovo ruolo della Chiesa conciliare, e quelle invece proprie dell’uomo, di ogni uomo, nella nuova dimensione che si andava prepotentemente affermando: la dimensione globale, o planetaria come lui preferiva chiamarla, quasi ad elevare la dimensione terrena verso quella celeste.

Quel suo “uomo planetario” che si plasma all’altezza dei tempi nuovi. Quelli della contemporaneità, ma, soprattutto, quelli che, con spirito profetico, si intravedono come esito dei processi storico/antropologici in atto, fortemente proiettati alla costruzione di un mondo nuovo.

Chiesa e mondo quindi. Termini non più antinomici (“il cristianesimo, prima di essere una lotta, è una presenza, il cui splendore persuasivo, sarà il solo capace di conquistare le coscienze”).

Siamo troppo abituati, diceva, a collocare questo rapporto entro le categorie belliche che tornavano, stupendamente, ai tempi delle crociate, e tutt’altro che morte. Ma questo, alzava bastioni che finivano per restringere la chiesa in una tetra dimensione museale, ad uso esclusivo di chi è dentro le mura.

E dire, invece, che tutta la forza del cristianesimo non stà nelle sue capacità apologetiche, e nemmeno nei suoi sistemi filosofici, anch’essi relativi, ma “nella sua capacità di essere presenti nel mondo, e di attirare, solo in virtù della sua presenza, le nostalgie e le speranze del mondo”.  Di tutto il mondo e compromettendosi con esso.

Certo, un mondo con un forte tasso di ambiguità. Sopratutto nella sua dualità “buono e cattivo”. L’insieme delle realtà create: “Dio vide che erano buone”. Una compiacenza che circola ancora nelle vene della creazione, conferendogli una ricchezza sacra, “che io devo rintracciare perfino nell’incredulo che accarezza il suo bambino e gioisce”.

Quella gioia è sacra, già religiosa. Così come l’opera dell’artista, dove si riversa la forza della sua fantasia. Non mi interessa definire se è sacra o profana, diceva. C’è in essa una santità immanente, quell’eco indefinito presente in tutti gli spiriti umani, che seguono l’impulso positivo del proprio essere.

Ma non appena “mi abbandono al ritmo della sua esistenza, il mondo mi si rivela anche come afferrato dalle concupiscenze e da quella, fondamentale, che è l’ansia di essere sufficienti a sè stessi.”

Una presunzione dove riecheggia il peccato originale, o il ‘non serviam’, il voglio essere come Dio. Con tutte le conseguenze, evidentemente, che hanno segnato fino ad oggi, e proprio per questo, la storia dell’uomo. Non certo la migliore.

Abbiamo così, un cristianesimo ottimista, da una parte, che, in modo infantile, si dimentica del “mysterium iniquitatis”, in una sorta di umanesimo naturalistico, che non vuol sentire nè di peccato nè di morte, considerandolo discorso medioevale (“dimenticanze ostinate che però lo perseguiteranno”).

Dall’altra, un cristianesimo pessimista che, più che vedere la pienezza nelle cose, vede il loro lutto e il nulla, “che quando vede la vita, ha il gusto di pensare alla morte”.

Ma proprio in questa duplice rappresentazione e in un rapporto tutt’altro che pacifico, troviamo il senso intimo della problematica fra chiesa e mondo, che merita di essere capita più profondamente.

Il Regno di Dio e l’avventura storica della Chiesa

L’avventura storica della chiesa, ci dice Balducci, ha del miracoloso: ha assunto una civiltà terrena, l’ha animata, fino a raggiungere quasi un impossibile miracolo di armonia, fra le creazioni di questa civiltà e le promesse escatologiche. Cadendo però in una permanente tentazione.

“Essa, pur essendo sostanziata da creature umane, ha come fine il Regno che non è di questo mondo, per realizzare il quale ha le sue leggi, non assimilabili alle leggi delle istituzioni di questo mondo”.

“Ma avendo, la Chiesa, intrecciato al proprio essere soprannaturale, le istituzioni naturali, ha trasferito con estrema facilità le leggi soprannaturali nell’ordine naturale, e le leggi naturali nell’ordine soprannaturale. Si è comportata, in questo mondo, adottando come sue, le leggi delle civiltà terrene.

Ma mentre la legge della Chiesa è la missione, la predicazione inerme, l’annuncio di Cristo alle coscienze libere, la legge della civiltà è la conquista, l’espansione di sé, la difesa di sé con la forza. Una commistione terribile” che, si può dire, non ha fatto bene né alla Chiesa né al mondo.

La storia è piena di esempi. Dalle crociate in poi, ma già prima con Carlo Magno, Clodoveo, Costantino o Teodosio e la sua persecuzione dei pagani con le armi. O i ministri massoni francesi, della nazione più illuminata cioè, che finanziavano, insieme, i colonizzatori e i missionari!

Il Concilio in particolare, ma le encicliche prima e dopo, hanno dato una svolta storica a questo processo. Che poi la tentazione evocata, rimanga come un dato non solo immanente, ma anche ben presente di nuovo nel concreto della nostra realtà, soprattutto in Italia.

I tanti episodi anche di questi anni, ci dicono che è sempre possibile, nello svolgersi del tempo e della storia, o delle storie, tornare indietro, in un processo regressivo che, in qualche misura, se non nella forma certo nel significato, ci riporta all’antico. Come, con sofferenza, siamo costretti a vedere anche ai nostri giorni.

Basta la canea scatenata su alcune questioni nella delicata materia della bioetica, i “principi non negoziabili”,  il rapporto con la scienza ecc. dove, il ritorno all’ideologia come fattore dominante sui valori umanitari, non esiterei a definirlo quasi scandaloso.

Mi viene da pensare cosa avrebbe gridato Balducci, sul titolo di Avvenire contro Beppino Englaro il giorno della morte di Eluana [Qui] (“assassino”), quando ci ricordava, spesso e con forza, sia il rispetto del valore supremo della coscienza individuale, come il fatto che, per la Chiesa, il giudizio ultimo è sempre di Dio.

Ma il nostro mondo, con tutte le sue contraddizioni – oggi ancora di più di quando Balducci studiava e predicava -, è comunque un mondo nuovo che sta aprendo un’epoca nuova. Un’epoca nella quale non si abbassa il livello delle sfide, anche per la stessa Chiesa, ma che ne cambia, invece, profondamente, i caratteri. Quali secondo Balducci?

“Il profano si è liberato dal sacro”

Anche se l’excursus può risultare un po’ schematico, penso che meriti soffermarsi, brevemente, su quei tratti che lui individua come i più rilevanti elementi di novità della modernità.

Intanto l’emancipazione “definitiva e irreversibile” la giudica dice lui, del profano dal sacro. “Il profano si è liberato dal sacro”. Ed è una grande cosa. Si comincia a distinguere e separare, cioè, le istanze religiose da quelle sacre, una volta così confuse, tanto da non poter più discernere ciò che apparteneva a Dio, e ciò che apparteneva all’uomo.

Che non tutto il mondo sia ancora così, lo dimostra la persistenza di blocchi, come quel radicalismo islamico o ebraico, o di quelle sette religiose anche vagamente cristiane o dello stesso oriente, nei quali ancora il processo distintivo non è compiuto.

Ma il mondo cristiano evoluto, è già fortemente avanzato verso questo irreversibile progresso, e contribuirà certamente alla definitiva liberazione dell’uomo laico, dai lacci di una religiosità fanatica e clericale.

La nascita dello stato di diritto, in origine fortemente osteggiato dalle chiese, a cominciare da quella cristiana, è l’affermazione dello stato laico. Lo sviluppo delle organizzazioni internazionali è, anch’essa, una ulteriore conquista della laicità.

“Non c’è bisogno che il Papa vada a benedire l’Onu, perché l’Onu ha una propria autonomia di ordine profano che, come dice la Pacem in terris, ha in sé un ordine naturale che è la sua santità intrinseca”.

Quindi un nuovo equilibrio, un nuovo ordine nel rapporto Chiesa/mondo va affermandosi, irreversibilmente e tale da segnare l’avvio di un’epoca nuova. Una, grande conquista liberatoria insomma.

La fine del primato occidentale

C’è poi la fine del primato occidentale a farci riflettere. Lo vedeva Balducci già all’inizio degli anni sessanta. Pensiamo quanto è ancora più vero, oggi.

Un dato, questo, che per il mondo come per la Chiesa, ha un valore enorme, perché ci costringe a registrare nella coscienza di ciascuno di noi, quegli avvenimenti che tutti i giorni avvengono da ogni luogo della terra, non con gli schemi dominanti della sopraffazione culturale e politica dell’occidente, ma secondo la loro originalità.

Un pluralismo di civiltà diverse, che tutte muovono l’umanità verso un unico fine, superando la pretesa di superiorità della nostra civiltà, applicata come misura assoluta di valore comparativo.

Un processo liberatorio che, non solo spazza via gli idoli che ci siamo portati dal passato, ma ci porta alla formazione di una coscienza planetaria, appunto, che ci emancipa. Il giovane di oggi, ci dice Balducci, “che è esposto a tutti i venti degli avvenimenti globali, non ha più una insularità spirituale, è veramente universale: è planetario!”

Ma la fine del primato occidentale, marca un altro aspetto importante da rilevare: chiude (o dovrebbe!) con quel peccato originale rappresentato dalla scoperta dell’America, accompagnata dalla conquista, considerato, come si sa, l’atto di nascita, ma anche il crimine fondante, dell’età moderna. Un’infamia che vede la Chiesa e la cristianità fortemente compromessi.

Memorabile la forte polemica di Balducci in occasione delle celebrazioni del centenario del 1992, che si prestava alla doppia lettura: quella enfatica dei colonizzatori e quella dimessa dei colonizzati.

Ma poiché Dio non è neutrale, Balducci avrebbe voluto un atto di vero pentimento della Chiesa, unito ad una scelta radicale delle ragioni del sud del mondo, che ancora oggi rappresenta una grande ferita storica nella carne viva dell’umanità, con ben individuabili vittime e carnefici e un fondamentale problema aperto del nostro tempo.

Non solo, ma l’emergere di popoli nuovi, indigeni, dal sud del mondo, con una soggettività nuova, segna una svolta epocale, proprio perché mette in crisi la pretesa della civiltà occidentale, di essere universale ed esclusiva.

E con essa mette in crisi positiva lo stesso cristianesimo, che ne è strettamente associato, perchè non può più pretendere, ormai, di essere l’unica vera religione a carattere, anch’essa, universale ed esclusiva (“Il Dio nel quale oggi crediamo, è più grande del cristianesimo” ci dice il teologo Giulio Girardi [Qui]).

E così la civiltà moderna e il cristianesimo stesso, con la sua Chiesa, e le sue chiese, è chiamato a fronteggiare, ancora una volta, una sfida epocale che gli impone di tornare ad essere “indigena” ovunque e misurarsi con la ricomposizione delle particolarità di popoli, religioni e culture, che conquistano una sorta di pari dignità.

Ciò che va configurando, sempre di più con l’evoluzione globale in atto, un mondo a struttura planetaria e policentrica. Un mondo nuovo, nel quale tutti si è chiamati a costruire la pace, la difesa dell’ambiente e della vita umana, quella vera (si fossero difesi gli immigrati di Lampedusa, con la foga con cui, negli stessi giorni, si difendevano gli embrioni!), contribuendo alla ricomposizione di una convivenza, universale questa si, armonica e pacifica (*1 e *2).

Lo spirito e il portafoglio: cristianesimo e filosofie

“Importantissimo” per il nostro Maestro, poi, è un tema a cui fa cenno anche la Pacem in Terris, e rappresentato dal fatto che “si stanno dissolvendo le visioni del mondo che, nel passato, si ponevano in rapporto di alternativa al cristianesimo: esse non sono più ‘weltanshaungen’ visioni della vita (dall’hegelismo, al marxismo, al positivismo ecc.).

Visioni che, per più generazioni, erano diventate le religioni nuove dell’uomo intelligente, sono “divenute filosofie modeste, che camminano con mani e piedi, rasoterra, senza più la velleità di spiegare il mondo e la filosofia della storia”.

E il cristianesimo spinto, allora, ad una forte opposizione, ha finito per assumere, come con il Sillabo per esempio, atteggiamenti difensivi e fuorvianti. E così, oggi, la filosofia ha assunto un valore strumentale, certamente prezioso, ma non più “concorrente” della religione.

“I movimenti storici derivanti da quelle ideologie, hanno perso il legame organico della loro origine e, perso il loro dogmatismo e rispondendo di più ai bisogni dell’uomo, si umanizzano e muovono in obbedienza a istanze immanenti del divenire stesso”.

È con questo mondo così diverso, conclude, che noi abbiamo a che fare, smettendo di cercare nemici che non ci sono, per incontrare invece gli uomini, che ci sono; a cominciare dai seminari dove si studia a lungo l’eresia di Ario, che non esiste più da secoli, e si trascura di studiare il marxismo o l’esistenzialismo. O oggi la nuova poderosa “religione” plasmata dalla potenza pervasiva della tecnologia, per un verso, e dell’economia, per un altro.

E qui, Balducci, dalla finestra dei primi anni sessanta, anticipava ancora una volta, una riflessione profetica sull’evoluzione della modernità: l’incidenza che, nel divenire individuale e collettivo, ha sempre più la “causa materiale”, a cominciare, appunto, dalla tecnica e dall’economia. Lo spirito e il portafoglio, li chiamava.

L’istanza marxista, soprattutto, con la sua pretesa di ideologia materialista e totalitaria, ha costretto il cristianesimo a un’opposizione radicalmente polemica. E fuorviante dicevamo, perchè ha portato ad una sorta di esaltazione sbagliata dei valori spirituali, in contrapposizione a quelli materiali.

Una dissociazione suggestiva, ma falsa, con i valori dello spirito, a cui si conferisce un significato finalistico e in contrapposizione il contesto materiale in cui si incarnano.

“Con la conseguenza di affidare la difesa dei valori spirituali, a coloro che non vogliono accettare il mondo moderno e la sua realtà complessa. Cosicchè, strana cosa è vedere che un reazionario è sempre spiritualista, come se i valori spirituali dovessero reggersi sulle bandiere dei conservatori”.

Quando, in verità, l’incarnazione realizzatasi di quei valori, è una incarnazione sottoposta al divenire dei processi di trasformazione delle strutture. Difendendo l’incarnazione dei valori spirituali legati alle strutture precedenti, spesso il conservatore crede di difendere l’anima, ma difende il suo corpo; crede di difendere il destino spirituale dell’umanità, ma difende solo l’ordine materiale costituito e dominante. Ma così, si rischia di restare legati alla lenta senescenza del passato.

È illuminante l’esempio di Kennedy, ci ricorda, il quale non si limita a fare la politica della grandeur, l’esaltazione dei valori storici che non ci sono più, “ma parlava di valori spirituali e, subito, li connetteva alle necessarie programmazioni di ordine economico”, cogliendo così un aspetto della modernità oggettiva e spazzando via l’ingenuità di quello spiritualismo che crede di arrestare il processo storico, semplicemente sollevando le icone degli idoli passati.

Ma è significativa, su questo punto, anche la riflessione di Theilard de Chardin [Qui], quando afferma che “il cristianesimo è l’unica religione che dà senso positivo alla materia” e spiegando che la tecnica ucciderà tutte le religioni, proprio perché esse sono basate tutte sul dualismo materia-spirito e sulla tendenziale identificazione del male con la materia.

“Solo il cristianesimo sopravviverà, dice, perché è legato al dogma della creazione originaria, della incarnazione del Verbo e della resurrezione finale delle cose materiali”, quelle appunto che Dio ‘vide che erano buone’.

Guerra e pace

Un altro dato nuovo che connota, con discontinuità il mondo moderno, e che segna profondamente sia la realtà oggettiva che le coscienze degli uomini, è il rapporto guerra e pace.

Ha dedicato molte riflessione Padre Balducci a questo tema, che sentiva profondamente. Qui mi limito solo a richiamare la sua idea di fondo: la bomba atomica e la proliferazione nucleare, hanno cambiato radicalmente le idee-guida delle nazioni che hanno segnato la storia umana (la nazione come potenza), mutando i termini obiettivi del problema, sulla sproporzione fra fini e mezzi.

Ciò che rende la guerra intrinsecamente immorale, che cancella la teoria, pur discutibile, della guerra giusta, e che si riflette sia nelle strutture che nelle coscienze. E saranno sopratutto queste ultime, a dover generare il mondo nuovo, anche rispetto a quelle predicazioni che, nella stessa chiesa, hanno continuato a lungo a considerare la guerra un mezzo necessario.

Resta clamorosa la reazione dell’autorevole filosofo e teologo francese Antonin Sertillanges [Qui], al monito di Benedetto XV sull’ “inutile strage” riferito alla prima guerra mondiale: “Zitto, o Papa, perché noi non ti ascoltiamo!”.

Come dimenticare i “beati i pacifici” del discorso della montagna e, contrapposto, il fatto, come ricordava un padre conciliare egiziano, che la polvere da sparo l’hanno inventata i cristiani, i cannoni siano stati introdotti dai cristianissimi re di Francia, e la stessa bomba atomica sia nata nel mondo cristiano.

‘Pace’, quindi, che è la parola di Cristo, non può costituire una invocazione silenziosa nei conventi, ma un imperativo categorico per gli uomini di oggi a cominciare dai cristiani, da vivere, senza retorica, nella concreta realtà storica del nostro mondo.

Il rapporto con la ‘pace’ è, quindi, una discriminante fondamentale della mentalità del nostro tempo: o si è davvero moderni proiettati al futuro, o si resta ancorati a quel ‘mondo antico’ che, soprattutto su questo tema, non ha davvero nulla di poetico da farci rimpiangere.

Una rivoluzione silenziosa: la Chiesa indigena in ogni luogo

C’è infine in questa analisi di Balducci, un tema più spostato sul fronte politico/sociologico, che caratterizza fortemente la storia e il mondo del nostro tempo: il passaggio delle masse umane da puro oggetto di storia, a soggetto di storia.

Nel passato, quasi fino a noi (un passato che forse continua, in riferimento all’economia e alla finanza), la vita delle nazioni e dell’umanità si svolgeva con questo fondamentale dualismo: da una parte una ridotta classe dirigente che comandava e che, spesso con la benedizione di santa madre Chiesa in quella confusione fra sacro profano che ricordavo poc’anzi, concentrava su di sé potere e ricchezza;

dall’altra, masse inerti di popolazioni che accettava o subiva, quasi fosse, quella, una sorta di volontà di Dio. E, diffidando della coscienza soggettiva, pericolosamente eversiva, accadeva che non solo si raccomandava rassegnazione, ma “anche quando dubiti che l’autorità abbia ragione, devi propendere a dargli ragione”.

Questa, dice Balducci, è l’educazione che abbiamo dato. Non senza colpa aggiungo io. E, quando Papa Giovanni parla di questa nuova soggettività storica, che va emergendo come un segno dei tempi, è, dice sempre lui “una rivoluzione silenziosa” che connota la nostra epoca.

Ebbene, ma la Chiesa con questo mondo moderno, con questi connotati, come e quanto c’entra? Eppure, afferma con forte convinzione Ernesto Balducci, la Chiesa, in un mondo così fatto, trova il momento migliore della sua storia.

Abbandonata, dice lui, la confusione della difesa indistinta dei valori assoluti, da difendere sempre, con quelli effimeri da trascurare (oggi tutt’altro che abbandonata, ma “riesumata”); finita totalmente la civiltà sacrale, la confusione fra sacro e profano, fra temporale e spirituale, la Chiesa riacquista la sua vera dimensione, che è la dimensione profetica.

Ma cos’è la dimensione profetica? “Mentre lo stato deve promettere beni perseguibili e raggiungibili nel tempo, senza andare oltre, se no scivola nelle mitologie, la Chiesa non parla di beni di questo mondo, non promette successi di questo mondo.

Il suo fine è oltre: la sua struttura, la sua intima esistenza è profetica perché tende verso ciò che non è temporale, non è storico…Lei deve promettere ciò che le è stato affidato, cioè il Regno di Dio….

Così la Chiesa finita l’epoca sacrale, accetta il mondo profano e nel mondo profano instaura la sua presenza profetica, che è un “grido verso il futuro”, senza concorrenza con le potenze e le culture, che seguono leggi proprie e non sostituibili”.

In questa presenza, con la fine dell’egemonia occidentale, l’affermarsi della dimensione planetaria e la nascita di teologie orientali e africane, la Chiesa deve accettare di “essere indigena in ogni luogo”, diventando così lievito di tutte le possibili forme culturali.

Questo è il cammino che abbiamo davanti. “Altro che custodi del museo del cristianesimo che fu, ma anticipatori di quello che deve essere e che verrà”.

Questo, è il grande messaggio dell’insegnamento di Padre Ernesto: non farsi catturare dalle criticità del tempo storico che stiamo vivendo, anche dentro la Chiesa, ma guardare davvero ai segni del tempo con la fede e la speranza, che ci proiettano oltre la contingenza storica.

Una contingenza che, pur vissuta intensamente da uomini del nostro tempo nel segno delle beatitudini, va comunque superata in una visione che la trascende verso un mondo nuovo.

Quel mondo che sarà un’anticipazione del Regno, e alla costruzione del quale siamo chiamati a contribuire, consapevoli che anche Dio ha bisogno di noi ( T. Merton “Dio ha bisogno degli uomini”).

 

Note:
*1) – “Ho letto da qualche parte che nelle comunità cristiane delle origini, c’era l’uso di consegnare al fratello che stava per intraprendere un lungo viaggio, il frammento di un vaso di terracotta frantumato. Al ritorno egli sarebbe stato riconosciuto dal frammento ricomposto in unità con tutti gli altri. Nella generale eclissi delle identità, il primo nostro dovere è restare fedeli a quella che abbiamo costruito, con una variante però, che essa va ritenuta non come il tutto, ma come un frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Non ripudio me stesso dunque, né mi converto ad altro: ripudio solo le forme e le pulsioni che mi vorrebbero condurre a fare del mio frammento la misura del tutto. Come il vero Dio, così anche il vero uomo è absconditus, e perciò io devo parlare di lui al futuro, anche se ne parlo a partire dal presente e con la massima fedeltà alle indicazioni del presente”
(Ernesto Balducci, L’uomo planetario, Ed. Cultura della Pace – S.Domenico Fiesole, p.173)

*2) “Alcuni ritengono che il modo più ragionevole per ottenere l’armonia e risolvere i problemi relativi all’intolleranza religiosa, sia di creare una religione universale per tutti. Io invece sono sempre stato convinto, che dobbiamo avere diverse tradizioni, perché gli esseri umani hanno numerose differenti inclinazioni mentali; una sola religione semplicemente non può soddisfare le esigenze di una così grande varietà di persone. Se cercheremo di unificare le fedi del mondo in una sola religione, perderemo anche molte peculiarità e molte ricchezze di ogni specifica fede. Perciò ritengo sia meglio, nonostante i molti contrasti che spesso si verificano in nome della religione, preservare le diverse tradizioni religiose. Purtroppo, anche se differenti tradizioni soddisfano le necessità delle varie tradizioni mentali dell’umanità, da tali diversità deriva ovviamente il rischio di conflitti e disaccordi. Perciò i seguaci di tutte le religioni, devono fare uno sforzo ulteriore, cercando di trascendere l’intolleranza e l’incomprensione e di trovare l’armonia
(Dalai Lama, Incontro con Gesù: una lettura buddhista del vangelo, Mondadori 1997, p.11) 

DOV’E’ DIO.
LE RAGIONI DELLA LAICITÁ

 

Intervallo
I ragazzi si riversano nei corridoi.
Mi si avvicina Marco.
“Ciao prof, volevo dirle che l’esercizio, sa, gli esempi che dovevamo inventare per oggi? Beh, insomma non sono riuscito, quelli sul papà che ci accompagna da Tosano per vedere i contratti di acquisto, ricorda?”
“Certo Marco, come mai? Troppo difficile? Strano, di solito tu non hai mai problemi, anzi”
“No prof, insomma mi sono bloccato, ho cominciato a pensare che papà non c’è più, è stato l’anno passato”
Marco racconta tutto.
Il racconto per lui è devastante.
Non è giusto!
Si torna sempre lì.
Perché? Che senso ha?
Dio con tutta questa roba non c’entra. Non può c’entrare.
Questa è la vita.
La vita con le sue leggi, non guarda al grado di parentela, all’età, al numero.
Ma il discorso si allarga fino a comprendere tutta la vita, tutti i rapporti e tra questi il rapporto tra vita civile e quella spirituale.

Ancora oggi, dopo duemila anni di cristianesimo, dopo il Concilio Vaticano Secondo, a settantatré anni dalla Costituzione italiana, si gioca a far confusione sul rapporto tra il piano religioso e quello civile. La cosa sorprendente è che tale operazione non viene fatta da ‘superficiali interpreti’ in discussioni da bar sport, ma da studiosi, politici di professione, alti prelati.
Da un lato assistiamo, da parte di laicisti convinti, alla riduzione della religione cristiana a strumento di consolazione per poveri mentecatti in continua ricerca di ‘madonne che piangono’ e di miracoli prêt à porter.
Dall’altro all’utilizzo della religione come instrumentum regni da parte di un clero che non si vuole rassegnare alla perdita di un potere temporale di antica memoria.
Tutti accomunati dall’assoluta non considerazione di innumerevoli testimonianze di esperienze di vita religiosa, dove l’elemento spirituale, lontano anni luce da ogni rappresentazione clownesca di dio e ancor più lontana dalle tentazioni del potere, è stata messa al completo servizio dell’uomo senza altra finalità che il perseguimento della realizzazione della sua umanità.

La prima testimonianza scritta del valore assoluto della laicità è nel nucleo fondante del pensiero evangelico.
Basta leggerlo.
Dio nessuno lo ha mai visto.
Siamo noi che ce lo rappresentiamo proiettando su di lui i nostri desideri.
Vogliamo la forza? Ed eccolo messo sulle bandiere degli eserciti a proteggere la nostra parte!
Vogliamo il miracolo? Ed ecco il dio mago che in barba alla medicina guarisce.
Alcuni vogliono il sole… altri la pioggia…
Dio lo tiriamo di qua per allungare la vita agli amici e interromperla agli eretici.
E usiamo tutta una serie di liturgie per comunicare con Lui le nostre richieste.
E quando otteniamo ciò che abbiamo domandato, Dio ha ascoltato la nostra preghiera, quando questo non accade rimaniamo interdetti e muti di fronte al silenzio del nostro Creatore.
Una tradizione millenaria ci ha plasmato in questo modo.
Una tradizione che comunque ha confortato milioni di credenti, che ha aiutato tantissime persone a tirare avanti di fronte a disastri che annienterebbero un elefante.
Il Male è con noi.
Dentro di noi, in tutti.
Per sopravvivere va bene tutto, se può aiutare e non danneggia nessun altro.

Ma chi vuole arrivare al cospetto Dio ci arriva nudo.
Non ha nulla in mano.
Non ha formule magiche.
Non ha preghiere salvatrici.
Non ha corsie preferenziali in quanto credente.
Non ha meriti acquisiti per militanza religiosa.
È solo.

“È così duro ammetterlo, mio Signore!”
Ma è tutto così chiaro, è che non vogliamo vedere e rimuoviamo continuamente.
Quel Dio di quando eravamo bimbi, che dava sicurezza è evaporato di fronte alla Vita. Ma l’immagine del Male assoluto, come quella dei campi di sterminio, sono lì di fronte ai nostri occhi sempre.
“Dove sei?”
“Perché?”
Non è vero che Dio dà la Croce e la forza per portarla.
Dio non dà nessuna croce.
Dio dà la Vita.
E non dà nessuna forza.
Tanto che molti non gliela fanno.
Noi siamo sempre stati con Lui. Con l’Essere di Emanuele Severino.
Sin da prima della nascita.
E lo saremo dopo.
Per sempre.
In mezzo c’è la vita.
In questa vita.
Ma non siamo soli.
C’è il volto dell’altro.
Che è il volto di Dio.
Non può farci guarire, non può togliere il male, ma riempirci di bene sì!

Può farci vivere in un paradiso in terra e accompagnarci a morire tenendoci per mano fino all’ultimo, la mano di Dio.
Abbiamo questa enorme possibilità.
Questo dovevamo evangelizzare e non un Dio onnipotente!
Dovremmo essere lì come unguento per mille ferite, chini sul fratello.
Ci sono persone che non sanno a chi raccontare il loro dolore, o che possono solo farlo con una veloce telefonata.
Duemila anni di cattiva educazione hanno fatto disastri.
Tutto avviene col cuore, nel silenzio quotidiano della nostra vita.
Abbiamo gli occhi e non vediamo.
Non vediamo testimonianze quotidiane di persone che lavorano in casa nel silenzio, che amano il loro vicino, e chissà quante volte sono andate a letto stanche morte e il giorno dopo hanno affrontato i problemi della vita quotidiana senza Hegel o altra teologia, fino alla fine, fino a quella malattia che hanno affrontato sperando in un miracolo, certe che non sarebbe avvenuto. E lì hanno stretto le nostre mani per l’ultimo saluto.
Tutti fratelli.
Dio è qui dentro.

In copertina: foto di Roberto Paltrinieri

Gerusalemme! Gerusalemme!

 

Gerusalemme è da sempre la città crocevia tra Oriente e Occidente con un flusso costante di genti, luogo di fede e oggetto di devozione, posta in gioco di incessanti conflitti politici; una delle città più cariche di memoria e più controverse al mondo, dove lo spirito del tempo è presente in ogni pietra, sulla soglia di ogni portone, nelle stradine, sui muri a secco e tra gli uliveti. Islam e Cristianesimo vivono sullo stesso suolo in un perenne tentativo di convivenza sotto minaccia della guerra civile, al centro di una contesa millenaria che fa affiorare tensioni, odio, posizioni identitarie, rigide e intransigenti. E’ la Città Santa per le tre grandi fedi monoteiste che “insistono sugli stessi centimetri quadrati e perciò plesso solare, concentrato di nervi con più conflitti che altrove”, come la definisce Erri de Luca. E’ soffocata sotto la pressione delle proiezioni e responsabilità, stritolata dalle strategie e compromessi, ferita dalle rivendicazioni e appropriazioni. E’ una città-mondo, un palcoscenico sul quale il mondo intero si dà appuntamento per affrontarsi, misurarsi, scontrarsi, posto sotto i riflettori dell’intera comunità internazionale. Un osservatorio, un laboratorio in cui realtà diverse, storie contrastanti, sperimentazioni di guerra e di pace non hanno mai smesso di coesistere.
Gerusalemme non è solo Israele e Palestina: è molto di più.
L’immaginario su Gerusalemme porta Torquato Tasso a scrivere ‘Gerusalemme liberata’, la cui prima edizione autorizzata dall’autore – preceduta da altre pubblicazioni prive del suo consenso – avverrà a Ferrara nel giugno del 1581 per essere poi pubblicata, completamente riscritta dal Tasso, nel 1593 con il nuovo titolo ‘Gerusalemme conquistata’. Nell’opera si battono eroi cristiani come Rinaldo e Tancredi ed eroi musulmani come Clorinda e Argante. Duelli, inganni, amori e fughe, battaglie, pretesti, stratagemmi, arti magiche, rivolte e incantesimi animano i 15.336 versi dei 20 canti del poema, anticipando con la fantasia e l’immaginazione una storia che sfocia ai giorni nostri nella realtà più cruda, dove l’assenza di arti magiche e incantesimi riconduce il tutto a un realismo ineluttabile.

Ci hanno pensato gli scrittori Dominique Lapierre e Larry Collins con ‘Gerusalemme, Gerusalemme!’ (1972) a introdurci nel terreno dell’evidenza, nella Gerusalemme del 1948, mentre gli ebrei scendevano nelle strade per festeggiare la nascita dello stato di Israele e gli arabi si preparavano alla lotta. Una narrazione che racconta di uomini, fatti, drammi che accompagnano la decisione delle Nazioni Unite del 1947, con la quale si decretò la separazione della Palestina. Un romanzo che tratta con grande attenzione e sensibilità i sei mesi successivi, descrivendo i protagonisti politici dell’epoca, l’organizzazione degli schieramenti, la corsa agli armamenti, gli scontri per guadagnare territorio, le mattanze perpetrate. Niente di fazioso, semplicemente Storia.
E la storia continua in ‘Una storia di amore e tenebra’ (2002) di Amos Oz, un libro autobiografico in cui l’autore racconta quattro generazioni della sua famiglia ebrea, la sua infanzia e giovinezza a Gerusalemme e quindi nel kibbutz di Hulda. Una saga familiare che evidenzia la paura costante di un nuovo genocidio degli ebrei nella stessa Israele, fa emergere ricordi e rimpianti, spaziando in 120 anni di avvicendamenti di quella società eterogenea. “[…] Molti anni dopo mi resi conto che la Gerusalemme sotto mandato britannico, cioè negli anni Venti, Trenta, Quaranta, era una città culturalmente affascinante, popolata da grandi mercanti, musicisti, studiosi e scrittori, ebrei e arabi che si intrattenevano con inglesi illuminati. Tel Aviv pullulava di teatri, cabaret, arte d’avanguardia, il balletto e grandi sport. […]”. Città che ricorda con ammirazione e nostalgia.
La scrittrice palestinese americana Susan Abulhawa nel suo romanzo “Ogni mattina a Jenin” (2011) racconta la storia della sua famiglia costretta a lasciare la propria terra dopo la nascita di Israele, i suoi primi anni in orfanatrofio e ciò che ha significato per tutti loro vivere la condizione di “senza patria” dopo l’abbandono della casa degli antenati nel ’48, per essere internati nel campo profughi di Jenin. 60 anni di esodo, di sradicamento narrati senza odio o spasmodica ricerca di colpevoli ma con un profondo bisogno di lasciare a figli e nipoti il ricordo. C’è anche un capitolo particolare in quella storia: due fratelli, l’uno rapito e condotto a diventare soldato israeliano, l’altro votato alla causa palestinese.

E veniamo alle vicende attuali, che evidenziano ancora una volta la profonda spaccatura mai superata, l’odio, il disprezzo, il linguaggio politico violento, il rifiuto dell’altro, che nascono dalla decisione politica di espansione di insediamenti ebraici a Gerusalemme est, sconvolgendo l’equilibrio delicato e precario già molte volte infranto.
La storia del quartiere Sheikh Jarrah è ancora più controversa e complicata e attinge a un passato lontano, quando all’interno della comunità prevalentemente araba, si stanzia una piccola enclave ebraica. Di qua passa la green line di confine tra Israele e la Giordania, tracciata dall’ONU nel 1948. Le tensioni e gli scontri aperti di questo periodo nascono in seguito allo sfratto di diverse famiglie Palestinesi (circa 300 persone) sancito dai tribunali israeliani, a beneficio di cittadini ebrei che chiedono di riappropriarsi, secondo tradizione giuridica consolidata nel tempo, delle case abbandonate prima del ’48.  Ennesimo fatto che, partendo da una questione giuridica assume connotati politici e va ad aggiungersi alla storia infinita del Medioriente. Una brutta storia devastante che si snoda come una catena, anello dopo anello, in una continuità che non lascia intravvedere una risoluzione certa e definitiva finché esisterà il concetto di ‘buona guerra’ o ‘cattiva pace’: esiste solo la volontà di dialogo, l’aspirazione a vivere con dignità e la volontà di non perdersi nell’odio.

 

PRESTO DI MATTINA
La realtà e l’idea, ovvero l’asino nel pozzo

Scrive Chandra Livia Candiani: «Per anni, mi ha fatto paura la parola ‘realtà‘. Non per la sua insostenibilità, ma per la sua riduttività. La confondevo con razionalità, burocrazia, adulti, logica, scuola. Non c’erano alberi, né animali, non c’erano giochi, né fiumi. Poi, camminando sull’antico sentiero, ho scoperto che si può essere tessitori della realtà e che realtà significa anche ‘sogno’, profondissimo, smisurato, appassionato sogno. Ora la sbircio, ogni tanto mi immergo, galleggio, affondo. Sono cosa della realtà. Briciola di misteriosi legami, ogni nodo di realtà rispecchia tutti gli altri e la rete non ha fine, copre tutto quanto, non come un mantello, né come un cielo. Come un velo, che ri-vela», (Il sogno della realtà, in Il silenzio è cosa viva, Torino 2018, 65).

In breve: «saper stare nella realtà è l’autentico problema dell’uomo» (Xavier Zubiri 1898-1991), e costituisce il punto di partenza per interrogarsi sull’alterità che abita la storia: o meglio sulla presenza dell’altro, con il suo volto, il suo vissuto, nella storia di ciascuno. La realtà ci pone così davanti a una presenza che non è accessibile né indagabile solamente con il pensiero. Non bastano i ragionamenti, i sistemi filosofici o le analisi degli scienziati. Entri in dialogo con la realtà in modo autentico solo se l’interroghi e lasci che ti risponda; solo se ne divieni responsabile con tutto te stesso; solo se decidi di investirci la tua vita, anche a costo di perderla, per poi ritrovarla. Stare nella realtà significa allora, paradossalmente, uscire da sé per andare oltre sé stessi, immergersi in quella relazione che – come diceva Teresa d’Avila – ci chiama fuori, sino a raggiungere una condizione che, oserei dire, è generativa di esperienza mistica e martiriale nella misura in cui è profezia di autenticità di vita e s’identifica con colui a cui ci si dona.

L’amico fraterno Enzo Demarchi ci ha ricordato nel suo Diario che ci sono due modi di dare. Il primo non è diverso dallo ‘stare al balcone’: si assiste, magari partecipando interiormente, ma dall’alto di una distanza. Il secondo, quello che ci fa essere reali, non può prescindere dallo scendere in strada tra la gente, e farsi coinvolgere. «C’è il dare qualcosa, magari tutto; e c’è il dare sé stessi. Quando uno dà qualcosa ha ancora tempo e modo di vedere se stesso, di contemplare il bel gesto. Quando uno dà sé stesso non si vede più, non sa più ragionare di sé e del suo dono: è preso in una Realtà diversa che lo fa comunicazione trasparente. Invece di vedere se stesso, vede umilmente grato questa Realtà, ringrazia del Dono che lo crea donatore».

Nella misura in cui ci si fa carico, si entra in contatto ma pure ci si lascia prendere, ci si lascia portare dalle vicende degli altri. Lasciandosi legare con il destino altrui, si sperimenta così la forza di smascheramento e verificazione del reale, che introduce in un processo esistenziale e storico di riscatto e di liberazione. Ci s’incarna, per così dire, nella relazione. Occorre allora farsi carico, immergersi nella realtà della storia degli altri, quale unico modo per poterla veramente conoscere. Cos’è infatti la realtà? Non è altro che un vincolo, un legame, una ‘re-ligazione’ (X. Zubiri). È qualcosa che ci unisce a ciò che è altro da noi ma di cui facciamo inscindibilmente parte, tanto da essere, al contempo, noi e altro da noi.

Sotto questo profilo, dunque, la realtà eccede il nostro orizzonte. È qualcosa che si riceve prima di poterla elargire; non siamo noi a portarla per primi, ma noi portiamo la realtà che ci porta. E se è vero che l’intelligenza comprende dentro alla realtà, è altrettanto vero che le idee con cui la si esprime non superano la realtà stessa, perché essa, pur essendo legata all’atto del conoscere, è allo stesso tempo distinta in radice dall’atto che la comprende. Possono servire a chiarirlo meglio alcune espressioni ossimoriche – ovvero l’accostamento di due termini di senso opposto capaci di generare un paradosso di senso – come ‘intelligenza senziente’, che dice il vincolo tra una duplice modo di sapere, con l’intelletto e con i sensi. Ma anche l’espressione ‘cuore pensante’ rende plasticamente l’idea, restituendoci il modo più adeguato di situarsi nella realtà senza separarla dal pensiero, declinando insieme le differenti articolazioni del reale come pienezza e limite; unità e conflitto; totalità e parte; sapienza e profezia.

Anche se alquanto articolato, è questo, credo, l’orizzonte in cui comprendere il senso dell’espressione di papa Francesco secondo cui «la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (Evangelii gaudium 231).

Sullo sfondo di queste parole si coglie allora cosa si debba intendere, nel profondo, per realtà: è lo stesso dolore degli altri; il grido dei poveri e degli oppressi, che ci chiama a fare strada con loro, a stare e dimorare nel reale, così da partecipare alla sua forza sovversiva. Penso ai martiri della religione e della giustizia; a Maria nel Magnificat testimone di Colui che ha ribaltato le sorti, “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, innalzando gli umili e ricolmato di beni gli affamati, rimandando i ricchi a mani vuote”.

Il teologo Johann Baptist Metz, presagendo il futuro del Cristianesimo in dialogo con il pluralismo religioso e culturale dei popoli, indica nella memoria della passione, e soprattutto nella con-passione, l’aprirsi di un nuovo cammino profetico per i cristiani. Il realismo dei testimoni smaschera nel tempo – il tempo, come sottolinea papa Francesco, è superiore allo spazio – le trame e le menzogne dei pifferai di turno. Egli ricorda come deve essere lo sguardo di coloro che guardano con fede a Gesù: identico a quello del maestro il quale si fece prossimo a tutti, rivestendosi della compassione del Padre in una vita e in una storia di povertà e di persecuzioni: «il primo sguardo di Gesù non fu diretto al peccato degli altri ma al dolore degli altri. Per Gesù il peccato rappresenta […] il rifiuto di partecipare al dolore altrui», (Memoria passionis. Un ricordo provocatorio nella società pluralistica, Brescia 2009, 153). La sua risposta all’altrui dolore fu prenderlo su di sé e farlo proprio, accollandosi il destino dei sofferenti e la loro storia come propri. Di qui la storia di un Dio di uomini, un Dio che risveglia alla realtà e sta in essa attraverso la compassione.

Jon Sobrino, l’unico superstite del massacro dei gesuiti dell’Università cattolica del Salvador UCA nel novembre 1989, ricorda il pensiero del rettore padre Ignacio Ellacuria, il quale interpretava le immense maggioranze povere del continente latinoamericano con la figura biblica del Servo di Yahvé, declinato al plurale come il popolo crocifisso. Un popolo che conosce il patire, senza “apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”, disprezzato e reietto dagli altri, davanti al quale ci si copre la faccia. È il popolo crocifisso, capace di smascherare l’occultamento e la menzogna dell’anti-Regno, di indicarci la parte in cui si è posto il Crocifisso risorto e di tracciare, per chi crede sinceramente in lui, verso quale rotta va invertita la storia. Non possiamo infatti illuderci di annunciare Gesù dimenticandoci di coloro a cui, per primi, egli ha destinato il suo Regno (Mt 5,3). Senza star in loro compagnia, senza conversatio cum pauperibus – diceva Francesco d’Assisi – senza opzione preferenziale per i poveri restiamo ancora fuori dalla realtà (Cfr., La fede in Gesù Cristo, 347).

Il popolo crocifisso reclama un ribaltamento di sorte: un mutamento – si spera – che rovesci il cinismo dei senza pietà narratoci da una geniale storia Sufi: «Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L’asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l’asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l’asino riuscì ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando» (Il silenzio è cosa viva, 57-58).

PRESTO DI MATTINA
Le mani della libertà

Con più “meraviglia” e con “una comprensione dilatata” torneremo a comunicarci con le mani; delicata sarà e quasi orante l’incontro con la vita che tornerà ad affidarsi alle nostre mani. È la profezia poetica in Mariangela Gualtieri all’inizio del lockdown in Nove marzo duemilaeventi: «A quella stretta/ di un palmo col palmo di qualcuno/ a quel semplice atto che ci è interdetto ora – noi torneremo con una comprensione dilatata./ Saremo qui, più attenti credo. Più delicata la nostra mano starà dentro il fare della vita./ Adesso lo sappiamo quanto è triste/ stare lontani un metro» [Qui]

Attraverso il simbolismo delle mani si ha accesso al regno delle “immagini impegnate”, dice G. Bachelard (La poesia della materia, Como 1997, 37), esse infatti sono situate nell’orizzonte in cui ci è dato plasmare la materia e trasformare la vita, si collocano nell’ambito della durezza e della mollezza, della dolcezza e della fortezza, si compiono nell’attitudine della resistenza e della resa, della sfida e della difesa, dell’insistenza e della desistenza, nel rifiuto e nell’accondiscendenza, nel concedersi e nel ritirarsi. Tornare ad avere “le mani della libertà” per dire l’idea di una libertà ‘impegnata’, non ripiegata narcisisticamente su se stessa, una libertà ‘protesa’, non distesa, ma in tensione, libertà ‘argumentosa’, che sa e argomenta essendo operosa, nell’atto di agire, che pone in luce, fa risplendere e rende chiare e luminose le cose agendo in esse.

Quelle legate alle mani sono immagini che riscattano la passività del tatto, rimettono in moto la poesia del toccare e del plasmare, mettono in movimento l’inerzia della materia, rendono dinamica la sua forma, restituendo alla contemplazione della bellezza l’ulteriorità che la fa uscire da se stessa, verso il mistero concepito in essa. Si pensi alla bellezza accogliente e dinamica del gesto della levatrice che fa uscire con le mani la vita, che dà alla luce il mistero, infrangendo il suo silenzio, facendolo gridare e gioire, perché è nato un figlio. Pensiamo anche alla bellezza raccolta e umile della mano che, chiudendo gli occhi ad un morente, dischiude nuovamente il mistero ricomponendone il suo silenzio, velandone la luce, perché la vita dell’uomo è ormai nascosta passando in esso.

L’immaginario poetico delle mani converge e si connette all’immaginario della volontà e ne esprime tutto il movimento, il tragitto diviene atto volitivo e comunicativo della libertà.
Nel dipinto di A. Dürer, Gesù che discute tra i dottori nel tempio parla letteralmente con le mani; esse esprimono la convergenza, l’incontro, l’accoglienza dell’altro e del suo parlare, sono mani che tendono a creare comunione e a ristabilire il legame tra Dio ed il suo popolo, mani intente a ridonare la bellezza e la relazione originaria della creazione, quella precedente la durezza del cuore, per cui Mosè ricevette le tavole di pietra e nascose lo splendore della grazia sotto il velo della Legge.

Le dita di una mano del Maestro sembrano intente ad arpeggiare uno strumento a corde, come a far udire di nuovo l’armonia della vita di Dio e la sua Parola nascosta in una esistenza umana, la sua; sembrano svelarne tutto il senso e la sapienza, o essere intente a sfogliare le pagine del libro della legge nuova, scritta non più sulla pietra, ma sulle tavole del cuore, una legge più profonda, contenuta nella prima, un comandamento nuovo, compimento di quello antico: la sua anima interiore.

A differenza delle mani di Gesù quelle dei dottori invece riflettono l’umore del loro volto, la diffidenza ed il sospetto del cuore umano; uno di loro le tiene appoggiate sul libro chiuso della Legge, accavallate l’una sull’altra come un doppio sigillo, che ne rende inaccessibile la lettura; altri due invece sono raffigurati come intenti ad aprire il libro, ma lo fanno con una sola mano, quella del giudizio, e nascondono quella della misericordia; un altro infine argomenta con le mani al modo di Gesù ma, a differenza di quelle del Maestro, che si toccano attraverso le dita, le sue sono divergenti; il movimento aggressivo dell’indice non cerca quello di Gesù, ma è puntato verso di lui; le sue mani, più grosse e larghe tentano di sovrastare quelle minute del piccolo Maestro, una è suadente e sembra toccarlo, l’altra invece sembra minacciosa, come se mettesse in guardia.

Proprio il volto di quest’ultimo assomiglia ad una caricatura, il profilo del naso e delle labbra è animalesco: una mostruosità dipinta, al modo dei volti di H. Bosch ne Il Cristo caricato della Croce, quasi a dire di un linguaggio delle mani che, riflettendo il volto non umano, parlano un linguaggio disumano, trasmettono l’insipienza di un sapere che non viene da Dio, la stoltezza di una scienza che, priva della carità, gonfia solamente, senza edificare nulla.

Nel disegno delle Mani in preghiera sempre di A. Dürer, esse non sono ‘giunte’, ma flesse, sembrano disegnare la curvatura di un cuore aperto nell’attesa dell’altro: «I shin den shin» è una formula zen il cui significato letterale è ‘da cuore a cuore’, quasi a dire che il donarsi del cuore passa attraverso le mani.

Pierre Teilhard de Chardin, che da scienziato e mistico ha indagato il cuore della materia, così parla delle mani del Cristo cosmico e universale: «Verbo sfavillante, Potenza ardente, o Tu che plasmi il Molteplice per infondergli la tua vita, abbassa su di noi, Te ne supplico, le tue mani potenti, le tue mani premurose, le tue mani onnipresenti, quelle mani che non toccano qua o là (come farebbe una mano umana), ma che immerse nella profondità e nell’universalità presente e passata delle Cose, ci raggiungono, al tempo stesso attraverso tutto ciò che vi è di più vasto e di più intimo in noi ed attorno a noi» (La Messa sul Mondo (1923), HU, 11).

Durante la guerra scrivendo alla cugina Marguerite, egli la invita a fare come faceva lui – nelle trincee del fronte, quando da barelliere andava a prendere i soldati feriti, strisciando tra i reticolati – ad affidarsi ad altre mani al modo dell’uomo della croce che, ormai senza mani perché crocifisse, continua tuttavia ad accogliere attraverso le mani del Padre con le sue mani nella forma di una passività operosa: «In quelle mani che hanno spezzato e reso vivo il pane, che hanno benedetto e accarezzato, che sono state trapassate dai chiodi; in quelle mani, simili alle nostre, di cui non si può mai dire cosa faranno dell’oggetto che tengono, cioè se lo frantumeranno o ne avranno cura; nelle mani i cui capricci sono, ne siamo sicuri, pieni di bontà, e che non arriveranno mai ad altro che a stringerci gelosamente; in quelle mani miti e potenti che giungono al centro dell’anima – che formano e creano – in quelle mani, che sono attraversate da un amore così grande, è dolce abbandonare la propria anima soprattutto nei momenti di dolore e di paura» (in Genesi di un pensiero, 23.11.1916, Milano 1966, 126-127).

Il pastore protestante Ditrich Bonhoeffer, impiccato il 10 aprile del 1945 a Flösseburg dai nazisti, si domandava: «quale significato avrà Cristo nel futuro… Avremo bisogno di una nuova forma di Cristianesimo, in un’epoca in cui ormai il mondo è cambiato… credo che la religione abbia un solo scopo in un mondo moderno: quello di insegnare alla gente a condividere la sofferenza altrui e quella di Dio in un mondo senza Dio. Non basta più una religione che sia solamente formale, ci serve la fede con Gesù Cristo al centro. Il vero Cristianesimo significa condividere il dolore degli altri. Non sta a noi profetizzare il giorno in cui gli uomini chiederanno ancora una volta a Dio di cambiare il mondo e di rinnovarlo, ma quando quel giorno verrà ci sarà un linguaggio nuovo, forse anche poco religioso, ma esprimerà quella redenzione e liberazione contenuta nel messaggio di Gesù. La gente rimarrà colpita, rimarrà colpita dalla sua potenza. Sarà il linguaggio di una nuova verità che proclamerà la pace tra Dio e gli uomini», dal film “Bonhoeffer” di Eric Till (2010).
Sarà un mistico il cristiano del futuro? Un cristiano che fa esperienza della sofferenza ed insieme della meraviglia segreta nascosta nelle persone che gli vivono accanto?

Leggendo un’altra poesia, sempre della Gualtieri, nella sua ultima raccolta Quando non morivo, penso ad una ‘mistica dell’ordinario’, che non è estranea ma sprofonda nell’umano, sprofondandosi in Dio e che poi muove all’azione: sigillo di autenticità; questa mistica che opera è accessibile a tutti a condizione che, guardando ciò che sta attorno, con occhi penetranti, si tengano uniti cuore e mani, quelle della nostra libertà che asciugano lacrime e frangono pane, che spingono un’altalena: «Faccia rossa/ sull’altalena/ faccia piccola che ride/ spalanca un cielo/ e divinità innumerevoli/ guardando giù/ perdonano millenni/ di insolenze nostrane/ per quel volto e quel riso/ per quel mio avere veduto/ nell’ordinario minuto -/la meraviglia» (ivi, Torino 2019, 70).

Ayasofya

Santa Sofia – in lingua turca Ayasofya – non è mai stata ‘solo’ un museo: molti di noi che l’hanno ammirata percorrendone gli spazi, che hanno sostato col capo rivolto alla cupola e ai giganteschi medaglioni circolari in nero e oro, che si sono soffermati su ogni  particolare, hanno sicuramente respirato un’impalpabile aria di religiosa presenza, di sacralità, di solenne luogo di culto che non l’ha mai abbandonata nei tormentati capitoli della sua storia e negli avvicendamenti tra religiosità e laicità. E’ uno di quei rari luoghi destinati a conservare nei propri muri una spiritualità che nessuna riconversione legata alla sua destinazione e funzione potrà mai scalfire.

Non è solo uno dei più potenti simboli di Istanbul e della Turchia: è una presenza in cui chiunque legge miscugli di popoli e religioni e ne riconosce un proprio capitolo. E’ stata la casa di ortodossi, cristiani, musulmani, ottomani, bizantini, romani, crociati, studiosi mediorientali, architetti e manovalanze greche e svizzere, e ne stiamo ancora parlando da quando, il 10 luglio scorso, il presidente Recep Tayyip Erdoğan, con decreto presidenziale, l’ha dichiarata nuovamente aperta al culto islamico, togliendole lo status di museo.
La basilica di Santa Sofia, nota anche come Santa moschea della Grande Hagia Sophia, celebra il culto di Sofia o Sonia, nell’agiografia ufficiale matrona cristiana di origine italica, forse milanese, vissuta nel II secolo, sposa del senatore Filandro e madre di tre figlie dai nomi altamente simbolici: Fede, Speranza e Carità (Pistis, Elpis, Agape).
Alla morte del marito si dedicò al proselitismo e donò i suoi beni ai più bisognosi, attirando accuse di istigazione e adorazione di idoli. Le venne impresso sulla fronte il marchio dell’infamia e le tre figlie vennero decapitate davanti a lei per non aver abiurato rinnegando Cristo. Sofia fece seppellire i corpi delle sue creature a Roma, al 18°milio della Via Aurelia e dopo tre giorni, piangendo e pregando sul posto, morì lei stessa. L’iconografia la rappresenta come una donna vestita a lutto, una madre  che protegge le figlie con il suo mantello.

Un culto sopravvissuto anche là dove il Cristianesimo ha subito eventi storici comuni legati all’epoca, come  Kiev, Novograd, Salonicco. Dal 537 al 1453 fu cattedrale cristiana cattolica di rito bizantino e successivamente ortodossa, con un intervallo tra il 1204 e il 1261, quando i crociati la dichiararono cattedrale cattolica a rito romano. Fu moschea ottomana nel 1453 in seguito alla conquista del sultano Maometto II, ospitando durante i saccheggi donne, bambini e tutti coloro che non potevano difendere la città, tradotti poi in schiavitù dai vincitori. Rimase moschea fino al1931. Nel 1935 fu sconsacrata e divenne museo per volere di Mustafa Kemal Atatürk, primo presidente della repubblica di Turchia, considerato il traghettatore del Paese verso la modernità e l’apertura. Un edificio che ha attraversato peripezie inimmaginabili: incendi devastanti e ricostruzioni, terremoti, editti iconoclasti, saccheggi, profanazioni, ruberie di reliquie, occupazioni, rimozioni e occultamento murario delle decorazioni più prestigiose, recuperate fortunatamente con le sovvenzioni internazionali in tempi più recenti.
Nel 2006, dopo la visita di Papa Benedetto XVI, il governo turco destinò una piccola stanza del complesso museale a luogo di preghiera per tutte le religioni. Ed ora nuovamente moschea. Santa Sofia, non è solo navate, mosaici, portali, urne, gallerie, tappeti, una cupola particolare, muri di grandi porfidi della Tessaglia, marmi egiziani, colonne elleniche provenienti dal tempio di Artemide di Efeso, pietra nera del Bosforo e pietra gialla della Siria: è qualcosa di più, grandioso simbolo di intercultura, interreligione, pagine di storia comune, incontri di popoli, luogo di testimonianza.

Non sarà la sua nuova destinazione a depotenziare la sua immagine, guadagnata in secoli e secoli di eventi tumultuosi, costruita pezzo dopo pezzo da culture e saperi diversi, arricchita di volta in volta fino ad oggi.
D’altro canto, in greco antico, ‘Sofia’ significa sapienza, saggezza.

PRESTO DI MATTINA
Obbedienza e libertà: la nuova legge di Enzo

Amico fraterno, credente disarmato e trasparente nel sorriso, Enzo* svolgeva un ministero tra la gente, silenzioso e nascosto ai più, frutto di un’obbedienza libera alla vita e alla Parola. Dal suo diario, proteso alla ricerca della sua e nostra umanità e del volto umano di Dio che in essa si cela, traspare il profilo di un mistico ‘anonimo’, che si faceva ospitale ad un “Dio che ama l’imprevisto, perché non ci può essere amore senza libertà”. Egli ricordava spesso le parole di Charles de Foucauld: “Mio Dio! Se esistete, fate che vi conosca”.

Sto curando l’edizione degli scritti di Enzo Demarchi e del suo diario, che mi ha lasciato (insieme alla sua biblioteca), come fosse una traccia per un cammino da proseguire con lui, che resta nascosto e vivo in me.

Di questo diario mi ha colpito, fra le tante, una pagina del 1960, scritta con una intensità e una simbolica, che accosterei alla mistica carmelitana. In particolare essa mi ha spinto a riflettere – parafrasando le sue parole – sul fatto che “non ci può essere obbedienza senza libertà”. Ecco il testo: “Dio mi fa sentire la sua schiacciante presenza, Dio mi prende e mi strazia, mi scioglie. Perché io non vorrei più essere nulla! In questi momenti è come se una misteriosa fiamma s’accendesse dentro e tutto, tutto il mondo improvvisamente perdesse consistenza, o meglio, acquistasse un senso di gratuità, di contingenza per aprirsi ad ogni istante su una Presenza Indicibile. Tutto diventa stranamente leggero, e senza il significato di ‘sempre’, prendendo il suo ‘vero senso’. Allora gli avvenimenti vissuti, le preoccupazioni che affliggevano l’anima divengono episodi tra parentesi. Si capisce! E un grido spontaneo sorge dal cuore: “Signore! Per questi istanti posso anche perdere tutta la vita. Tutto come Tu vuoi! Tu!”. … Il male sembra avere proporzioni così gigantesche! Ma è tutto opera dell’uomo, e cade di colpo appena l’anima umana dice un timido ‘sìal suo Salvatore! Ed è solo questo che Dio attende. Crediamo troppo al male, perché siamo troppo orgogliosi. Lo mettiamo alla pari col bene. Stesso peso. E non comprendiamo più nulla dell’avventura, dello scacco ‘appurante’ cui Dio si sottomette, col suo ‘scandaloso’ rispetto della libertà umana“.

Ecco la libertà, quella di Dio all’uomo, a immagine e somiglianza della sua, che nasce da un timido ‘sì’, il nostro, da lui atteso e sperato; libertà scaturita dall’obbedienza nostra alla vita; un ‘sì’ al suo mistero che vuole uscir fuori e parteciparsi, rischiandosi nella relazione con un’altra libertà. Un ‘sì’ primigenio, primordiale quello di Dio perché ‘in principio’ (Gn, 1,1), – nel suo cuore da sempre –  egli ha amato per primo; un ‘sì’ che in Gesù – come scrive l’apostolo Paolo – non si è mai mutato in un ‘no’: “Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Timòteo, non fu ‘sì’ e ‘no’, ma in lui vi fu il ‘sì’. In lui, infatti, tutte le promesse di Dio sono ‘sì’ ” (2Cor 1,20).

Ma non è stata solo libertà a generare l’obbedienza di Gesù, il suo libero ‘sì’ al Padre e a noi. La sua è una “libertà plasmata dall’amore”, che si fa responsabile dell’amore ricevuto traducendosi nel ‘sì’ a colui che lo ha generato, per riflettersi poi nel ‘sì’ pronunciato su di noi: un ‘sì’ fattosì carne e sangue, storia di umanità.

Da questa libera scelta di amore erompe l’obbedienza, che altro non è, in questa prospettiva, se non ascolto della vita che si incontra negli altri: è risposta che genera la sua stessa fecondità, forza centrifuga del suo diffondersi e moltiplicarsi nella creazione e nel cosmo, che nasce dall’ascolto dell’altro attendendo, coinvolgimento, ingenerando dinamiche di corresponsabilità e di partecipazione.

L’obbedienza ‒ come ci ricorda don Lorenzo Milani ‒ non è infatti una virtù se non è generativa e accrescitiva di una responsabilità verso gli altri, verso sé stessi e la propria coscienza. Fuori della coscienza che dice ‘sì’, nella libertà, non c’è aspettativa di vita, né riscatto e liberazione dal male, né vita nell’alleanza. Di contro, la libertà di obbedire, con cui ci si lascia chiamare fuori ‒ come accadde ad Abramo ‒ è un atto di speranza che apre il futuro. È dunque espressione di autonomia che scaturisce dall’eteronomia, da un altro verso cui la mia azione si rivolge e con il quale la mia libertà si mette in gioco, per liberare e liberarsi, per far nascere e rinascere di nuovo, per edificare e lasciarsi costruire.

Scrive Ghislain Lafont ‒ monaco benedettino dell’abbazia della La Pierre-qui-Vire in Francia ‒ che “obbedienza è l’arte di scandire la propria vita sul ritmo di quella degli altri ed eventualmente di rinunciarci affinché gli altri possano vivere” (Monaci e uomini nella chiesa e nella società, Assisi 2016, 154). Così è stata l’obbedienza del Cristo, centro di una libertà completamente estroversa, squarciata ‒ viene da dire pensando al colpo di lancia che ne certificò la morte ‒ una ‘pro-esistenza’ interamente affidata alle mani degli altri. “Imparando l’obbedienza dalle cose che patì”, egli è diventato l’uomo nuovo, il nuovo Adamo, libero e liberatore, dal cui fianco aperto è sgorgata una nuova libertà, che si fa serva per amore.

Ma così come la libertà va sciupata, perduta, se manca l’amore e il rispetto per la propria libertà, parimenti non vi può essere obbedienza vitale o rinuncia generativa senza amore di sé, senza obbedienza prima di tutto alla propria anima, alla propria coscienza. Diversamente essa diventerebbe un gorgo che ingoia la persona, la scompone in tanti pezzi come il vestito di arlecchino e la rende un burattino senz’anima, una bambola di stoffa. Scrive Clarissa Pinkola Estes ne le Donne che corrono coi lupi, Como 1995: “Le condizioni culturali più distruttive in cui una donna possa nascere e vivere, sono quelle che insistono sull’obbedienza senza badare alla propria anima, senza rituali di perdono, che costringono una donna a scegliere tra anima e società, dove la compassione per gli altri è esclusa dalle strutture economiche o dai sistemi di casta, dove il corpo è considerato ‘da purificare’ o come un reliquiario, dove il nuovo, l’insolito o il diverso non generano gioia e dove la curiosità e la creatività sono punite e denigrate invece che premiate, o premiate soltanto se non si è donne, dove azioni dolorose vengono perpetrate sul corpo e dette sacrosante, ovunque una donna sia punita ingiustamente, come sinteticamente dice Alice Miller, ‘per il suo bene’, dove l’anima non viene riconosciuta come essere di diritto”.

Per questo, se chiedessimo ancora a Ghislain Lafont quale sia lo scopo dell’obbedienza egli ci risponderebbe “affermare”, “attestare” la libertà, non negarla. Non sorprende allora che proprio questo suo pensiero, quando era consultore al concilio nel gruppo della redazione del documento Lumen gentium, fu recepito nel paragrafo riservato alla vita religiosa, là dove si dice di quel bene spirituale che è “una libertà corroborata dall’obbedienza” (LG 43). La libertà, invero, lungi dall’annichilirsi nell’obbedienza, ne riceve forza, rendendola capace di attestare, di chiamare a testimonianza la stessa libertà, conferendo ad essa perseveranza e credibilità. Perché il fine della libertà è quello di testimoniare l’amore praticandolo, ‘in persona’. Per questa ragione l’obbedienza è bensì accettazione, ma anche creazione, itinerario e compimento di una libertà amante.

In chiusura riprendo un pensiero del diario di Enzo come un nuovo inizio che invita una nuova partenza: “Pensavo sempre allo stesso problema: vivere il Cristianesimo, tacere, vivere tra uomini vivi, coraggiosamente, semplicemente, sinceramente. Lasciarsi prendere da Lui, per giungere a tutte le conseguenze necessarie. Attenzione all’obbedienza che fa dormire, che ripara, che giustifica: comodi, che chiude nella fortezza. Libertà e Obbedienza nello Spirito: questa è la Legge Nuova. … Rompere ogni relativismo del ‘nostro’ punto di vista per instaurare l’obbedienza radicale, un ‘ascolto’ attento e vigilante del mondo e della storia, una comprensione totale dell’opera di Dio”.

* )  Enzo Demarchi [Trino Vercellese (VC) 1932 – Voghenza (FE) 2001]

Pomposa: l’isola che non c’è più

Se un tempo avessimo voluto recarci presso l’Abbazia di Pomposa, le nostre gambe o un semplice carro non sarebbero bastati. Il monastero, infatti, inserito in un contesto del tutto differente da quello odierno, sorgeva su una antica isola.

Dove oggi le automobili sfrecciano, sulla vicina Via Romea, come tante nel Medioevo ce n’erano dirette verso Roma, circa 1500 anni fa si estendeva un territorio definito nelle carte dell’epoca “insula”. Un’isola che si sviluppava in mezzo ad acque salmastre, con a Sud un’altra isola più minuta e più selvaggia, ricca di alberi, dove i primi eremiti amavano rifugiarsi. Al posto dei moderni campi coltivati, a farla da padrona era l’acqua: molti spazi, prima asciutti, si erano insabbiati a causa di un aumento delle precipitazioni e di un incremento del livello delle acque. Il buon clima dei vecchi tempi dell’Impero romano era ormai solo un ricordo. I canali costruiti in precedenza non furono più seguiti dall’acqua, che incurante arrivò a invadere ciò che le stava intorno, diminuendo l’abitabilità generale. In queste condizioni, non era possibile spostarsi unicamente via terra, e sempre di più i centri urbani si eressero intorno alle realtà religiose, piuttosto che commerciali. I monaci che si stabilirono sull’Insula pomposiana, delimitata sino al XII secolo dai due rami principali del delta del Po e dalle lagune orientali, cercarono sin dal principio di gestire con attenzione il territorio circostante, bonificando ad esempio della terra per utilizzi vari, dalle coltivazioni, alle peschiere, fino alle saline. Anche il bosco, però, veniva sfruttato intelligentemente, per l’allevamento e il recupero di legna. Ma qualcosa si fece pure per le vie di comunicazione: le vicine strade e rive, di fatto, furono periodicamente sottoposte a manutenzione. Tali attività erano possibili in quanto il territorio dell’insula era di diretta proprietà dell’abbazia, amministrato in due modi diversi. Una parte, identificata con le terre a pascolo e bosco, era gestita realmente dal monastero attraverso la figura del gastaldo, sottoposto all’abate. L’altra, costituita dai terreni coltivati, era invece consegnata in affitto, a condizione che si curassero le terre e le coltivazioni. Non solo, poiché nel suo vasto territorio l’abate esercitava anche il diritto della giustizia civile: un vero e proprio feudatario. L’insediamento altomedievale, tuttavia, non è giunto sino ai nostri giorni. Alcuni resti vennero a galla nel 1925 e in seguito nel 1962. Per tutta la sua storia, l’abbazia si configurò così come una realtà sempre in evoluzione, specie a partire dalla sua trasformazione, nell’XI secolo, in centro di scambi religiosi, politici e culturali. Il 1026 è l’anno riportato in una lastra posta nel pavimento della chiesa, dandoci testimonianza della data di consacrazione. Nel 1975, però, una campagna di scavi archeologici mise in evidenza che prima ancora di quell’anno era esistita un’altra chiesa, che presentava più o meno le stesse dimensioni di quella attuale. E proprio l’edificio rimasto in piedi fu eretto grazie a una tecnica, che possiamo descrivere come senza tempo: il reimpiego. Fu soprattutto il Medioevo a vedere il riuso estremamente diffuso di vecchio materiale, determinando la maggior parte delle volte una ricontestualizzazione definitiva degli antichi oggetti – la sensibilità che oggi si cerca di avere verso il passato è squisitamente moderna – . Furono soprattutto i resti romani a essere reimpiegati a Pomposa, quasi a voler sottolineare un riconoscimento del loro valore artistico. Contestualmente all’anno di consacrazione sono riferibili vari interventi all’edificio, ma anche poco dopo la chiesa e la realtà monacale furono potenziate dal vescovo Gebeardo, che riposa nella sala del Capitolo. A lui si deve la costruzione di un nartece, struttura usata nelle basiliche, affrescato riccamente da immagini scoperte nel 1956.

Ma più passavano gli anni, più si rendevano improrogabili dei necessari interventi conservativi: dalla sistemazione parziale del 1151 ai restauri del nuovo millennio, l’abbazia ha vissuto interesse e vitalità, ma anche degrado e abbandono. Il suo campanile svetta ancora per chi l’ha recuperata, per chi l’ha amata.

L’abbazia dalle sette regioni

In un periodo turbolento per l’Italia, tra giochi di potere e incertezza sull’avvenire, sorgeva nell’Esarcato di Ravenna un nuovo complesso religioso, pronto a divenire nei secoli uno dei centri monastici con più dipendenze in assoluto.

L’Abbazia di Pomposa sarebbe nata sul confine settentrionale del territorio ravennate verso il VI secolo, ma si trattava ancora solamente di una cappella. Non molto dopo, comunque, sarebbe comparso un primo cenobio, ovvero una comunità di monaci, dai tratti abbastanza dissimili rispetto alle altre realtà italiane. In effetti, i primi eremiti che decisero di condividere la vita terrena presso Pomposa lo fecero in maniera spontanea, non strutturata, anche se si ispirarono certamente alla vita benedettina – “Ora et labora” – . Nella regione non mancavano perfino influenze pagane che ancora resistevano, come divinità celtico-romane di campagna. L’originalità del monachesimo pomposiano si sarebbe poi sviluppata con gli anni, prendendo caratteri provenienti anche da altre esperienze, fino a giungere a una propria regola codificata. Ma come mai fu scelta proprio Pomposa? Si vede che l’antica conformazione del territorio, abbondante di verde e decisamente salutare, evangelizzato solo da un secolo, era fonte di ispirazione e foriera di una intrinseca spiritualità, in un’epoca in cui non esistevano distrazioni tecnologiche e il rapporto con la natura era più vero e intenso. Fu con tutta probabilità la Chiesa di Roma ad assumere l’iniziativa, che toccava un territorio di sua influenza come terreno fiscale. Non si trattava ancora, tuttavia, della costruzione che in parte oggi possiamo ammirare, innalzata, si pensa, verso la metà del IX secolo, ma edificata di certo prima dell’874, anno in cui il papa Giovanni VIII rivendicò la propria giurisdizione sul monastero e su altri luoghi del territorio, meno importanti, contro la Chiesa di Ravenna. La prima chiesa, infatti, venne distrutta a fine VIII secolo durante le migrazioni ungare, provocando altresì la dispersione dei monaci e la conclusione momentanea della vita comunitaria. I primi secoli della nuova abbazia furono toccati continuamente da questioni giurisdizionali: nel 982, per esempio, l’imperatore Ottone II ne parlò come oggetto di donazione compiuta dai suoi genitori in favore del monastero di San Salvatore di Pavia; in seguito però i monaci di Pomposa ottennero da Ottone III la donazione all’arcivescovo di Ravenna, dopodiché concessioni papali e imperiali portarono infine alla piena autonomia nel 1022. Determinante fu proprio Ottone III, che alcuni anni prima aveva dichiarato il monastero “abbazia imperiale”, promulgando un documento in cui era sancita ufficialmente la sua indipendenza. Il potere di Pomposa iniziò così ad accrescersi e nessuno poteva più pensare di avanzare pretese. Nonostante fosse l’unica, tra le grandi realtà abbaziali del tempo, a non poter vantare un santo fondatore, o il possesso di reliquie uniche, fu comunque rilevante nel controllo dei vicini canali. Ma il raggio d’azione non si fermava sull’acqua. La situazione monastica locale era sì circoscritta, eppure Pomposa, agli inizi del XIV secolo, poteva vantare dipendenze distribuite nel Nord e nel Centro, toccando in tutto altre sei regioni oltre all’Emilia-Romagna, per un totale di quasi cinquanta chiese. Dalle antiche donazioni fino alla politica territoriale di espansione che caratterizzò l’abbaziato di Guido di Pomposa, l’abbazia finì per diventare una tra le più ricche di dipendenze: Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Marche e Umbria. Con Guido, abate dal 1008, Pomposa si fece centro agricolo, culturale, artistico e musicale, fruttando all’importante monastero diritti esclusivi, oltre che lasciti e offerte. Fu il periodo aureo della storia dell’abbazia, da un punto di vista materiale e spirituale.

I monaci che portarono a termine parte della propria parabola umana nel monastero di Pomposa, che da semplice cenobio divenne abbazia, ebbero modo di conoscere figure notevoli e rappresentative del tempo, che li arricchirono e stimolarono. Lo stesso effetto che noi oggi possiamo provare entrando a Pomposa.

La rivoluzione di Guido d’Arezzo… O Guido da Pomposa?

Prima di lui il mondo girava in un verso, e dopo di lui quel verso superò se stesso. Il monaco che avrebbe per sempre cambiato il modo di cantare e suonare, inventando la musica moderna, era un italiano che visse a cavallo tra I e II millennio. Possibile che sia nato vicino a Ferrara?

Siamo in pieno Medioevo. La società è intrisa di religiosità e il cristianesimo pervade città e campagne. Molto diffusi sono i centri di spiritualità, dove suore, frati, monache e monaci meditano e si dedicano al territorio. Fra le attività predilette spicca il canto, particolarmente vitale nella liturgia di allora, per il quale è richiesto uno studio importante grazie all’imitazione mnemonica di chi già conosce le melodie. Una notazione musicale esiste, ma si serve di segni posizionati in corrispondenza delle sillabe, senza valore di durata o altezza dei suoni, fungendo così da traccia per il canto. Tali segni, detti neumi, seguono una tipologia definita adiastematica o in campo aperto, e l’apprendimento avviene grazie al monocordo, antico strumento progenitore del più recente clavicordo. Un ragazzo nato sul finire del X secolo, tuttavia, è destinato a scombinare per sempre le carte in tavola. Forse nel 992, forse ad Arezzo, nasce colui che diventerà famoso come Guido d’Arezzo, monaco benedettino, musicista e teorico, tra i più studiati nell’età medievale. Dal 1013 Guido diviene monaco presso l’Abbazia di Pomposa, e durante l’abbaziato di Guido di Pomposa dà il via a un’invenzione senza precedenti, ma già una questione emerge proprio dal suo essersi formato e fatto monaco nella località ferrarese. Per ricostruire una qualsiasi biografia, infatti, il luogo di nascita più naturale, per un novizio, è la zona dove poi viene intrapresa la carriera monastica. Una lettera che Guido scrive a un confratello sembrerebbe confermarlo, eppure è la stessa lettera a contenere un’espressione interpretata come decisiva per la determinazione di Arezzo quale città natale, espressione però riferibile anche semplicemente alla sua dimora abituale. A ogni modo, l’intuizione che si accende nella sua mente è di quelle osteggiate all’inizio ma poi osannate per sempre. Come in casi simili, tutto nasce da un problema: ogni canto, per poter essere eseguito, necessita in maniera incontrovertibile di essere ascoltato dalla viva voce di chi lo conosce, e soprattutto imparato con un notevole sforzo di memoria. Non solo, poiché in questo modo si rischia che ognuno interpreti e personalizzi il canto a proprio piacimento. La questione è dunque pedagogica e la sua soluzione talmente eccezionale che già al tempo Guido viene prontamente convocato dal papa Giovanni XIX, curioso di sapere come sia in grado di ridurre a un anno o due il tirocinio decennale richiesto per formare i cantori ecclesiastici. Il metodo è presto detto: si tratta di un nuovo sistema di notazione ed esecuzione musicale, la solmisazione, che consente la lettura ed esecuzione dei canti a prima vista. La musica compare così scritta su un rigo musicale, composto da un insieme di quattro linee, il tetragramma, antenato del pentagramma di oggi. Le linee appaiono contrassegnate da lettere-chiave che indicano l’intonazione del divenire melodico, servendosi anche di colori. Su questo schema, avviene la rappresentazione di sei suoni ascendenti, e la loro successione è associata per comodità ai versi di un inno liturgico dedicato a San Giovanni: sono così nate in seguito le attuali note musicali. Ma Guido non tradisce mai la sua vocazione pedagogica, che conferma inventando il solfeggio e la mano armonica, un mezzo meccanico che insieme ai suoi vari trattati mitiga la vita degli scolari a lui sottoposti. Il papa non può, di fronte a tale stupore, esimersi dal premiare il monaco con un prestigioso riconoscimento, invitandolo a istruire persino il clero di Roma, nonostante i passati rifiuti dell’ambiente pomposiano dovuti alla inevitabile possibilità per chiunque, ora, di poter imparare l’arte della musica.

Il celebre monaco italiano, di Arezzo o Pomposa, fu il primo a porre a sistema i timidi tentativi di qualche suo predecessore. Diede il via libera alla definizione dei generi e alla conservazione delle opere. Se ancora oggi possiamo suonare Vivaldi o De André, è insomma merito suo.

Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)

Chiostri, torri, biblioteche, giardini, orti… A essere svanito nel nulla non è solo l’antico prestigio del “Monasterium in Italia princeps” – come amava definirla Guido il musico – , ma anche la maggior parte dell’intero complesso che un tempo mostrava un’Abbazia di Pomposa molto diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Persino ciò che è rimasto appare in una configurazione differente rispetto a quella originale, a partire dalla chiesa. Quella attuale, dedicata a Maria, era già nel IX secolo di forma tipicamente basilicale: pianta rettangolare e tre navate con abside. Lo stile ravennate-bizantino, evidente nella struttura, era dato anche dall’utilizzo di materiale architettonico proveniente da Ravenna, caduta un secolo prima sotto i Longobardi. La facciata, tuttavia, non è più visibile totalmente, poiché fu inglobata da un atrio costruito in seguito, poi a sua volta demolito per mettere in piedi l’ampliamento che vediamo oggi. Spettò infatti all’abate Guido, un ravennate, la trasformazione dell’abbazia per renderla sempre più imponente e sontuosa, a cominciare proprio dall’aggiunta del nuovo atrio, opera del geniale architetto Mazulo. Egli, ornando l’esterno del nuovo corpo con bacini ceramici, stucchi, marmi, pietre e laterizi intagliati e incisi, consegnò all’abbazia quasi una nuova facciata dal lontano gusto orientale. Accanto all’edificio sacro, non è andato perduto il grandioso campanile, la cui costruzione fu avviata grazie a delle donazioni nel 1063, dopo l’atrio quindi, come ci mostra una lapide dedicatoria posta alla sua base. Simile ai suoi colleghi romanico-lombardi, risulta molto vicino alla chiesa e sembra riproporre il complesso sistema decorativo in laterizio dell’atrio, ma con importanti innovazioni figlie dei nuovi tempi. Prima di entrare, tuttavia, per stupirci delle maestose decorazioni ad affresco e dei pavimenti a tarsia e mosaico, è bene fermarsi ancora un attimo ad ammirare l’atrio addossato alla facciata, perché per la sua fattura è riconosciuto come uno degli artefatti più interessanti dell’arte medievale padana: anche se all’epoca non era il solo nell’area ravennate, è oggi rimasto come l’unico esempio di un insieme di forme a notevole prevalenza orientale. Eppure, anch’esso allora doveva mostrarsi ben diverso. Si è scoperto che la sua superficie era probabilmente intonacata, non si sa come, e allo stesso modo vari altri suoi elementi scultorei.

L’abbazia, che senza remore si fa notare dalla campagna circostante grazie al solenne campanile, è però scrigno e custode di un patrimonio artistico che ha fatto la storia del nostro territorio, e non solo. E se già il contenitore riveste questa importanza, figuriamoci il contenuto! Basta introdursi nell’edificio per notare che quasi non esistono vuoti: l’interno è completamente affrescato, ma non tutto risale allo stesso momento, e qualcosa sarebbe stato anche ricoperto da interventi successivi. Gli affreschi furono l’ultima testimonianza della grande arte pomposiana, e i loro committenti si succedettero nel corso di secoli. Dai tradizionali intenti moraleggianti e didascalici, le raffigurazioni mostrano, a chi è in grado di interpretarle, scene tratte dall’Antico, dal Nuovo Testamento e dalla Storia della Chiesa. Le botteghe che vi lavorarono furono diverse, e il tutto sembra innegabilmente confluire verso l’abside, fulcro del ciclo pittorico, che presenta il Cristo benedicente nella mandorla mistica. Ma un tempo c’era dell’altro. Ogni monastero medievale era sede di studio e cultura, a maggior ragione Pomposa: tra le altre cose, la sua biblioteca di centinaia di volumi è oramai perduta, né si sa dove si trovasse.

La poesia di Pomposa è però solo all’inizio. E’ dal vivo che l’impossibile dialogo tra esseri umani e opere d’arte di un tempo passato diventa realtà. E forse solo i versi di Giuseppe Ravegnani, poeta dimenticato, potrebbero descrivere, a chi non lo conosce, uno dei monumenti italiani più visitati: “In mezzo alla campagna sola stai, / o casa del Signore! / Arde sui tetti il sole; / e le campane / cantan lassù come gran guglie d’oro, / le cui voci, pregando, / un po’ di cielo / donano al cuore di chi va sognando… […]” (La Chiesa dell’Amore, I, 1923).

Vite semplici, luoghi straordinari

Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

MEMORABILE
Storia del presepio

Uno dei simboli più amati del Natale è il presepio. Per questo Tiemme Edizioni (www.tiemme.onweb.it) ha pubblicato in formato ebook il raro ‘Storia del presepio. 2000 anni di simboli cristiani’, a cura di Riccardo Roversi e già disponibile in tutte le librerie del web. L’interessante volume, corredato da significative immagini, racconta l’evoluzione del presepio in Italia e nel mondo, la storia generale del presepio, spiega i simboli e i significati nel presepio italiano, analizza la tradizione presepistica sia nell’Italia meridionale che centrale e settentrionale. Un libro davvero prezioso e soprattutto istruttivo e, perché no, un piccolo regalo adatto a tutti per questo periodo festivo.

Riccardo Roversi è nato a Ferrara, dove si è laureato in Lettere e vive tuttora. Giornalista, ha pubblicato numerosi libri: poesia, teatro, saggistica, narrativa. La sua bibliografia è consultabile nel sito: www.riccardoroversi.onweb.it.

LA BELLEZZA CI SALVERA’
L’esperienza interiore di Gerusalemme

“Terra di pace quella promessa”, Terrasanta, si recita con continuità, ma ancora la brutale violenza quotidiana, non rispettosa dei diritti di ciascuno travolge questo lembo di costa posta ad oriente del Mediterraneo.
Percorro Gerusalemme, il centro spirituale delle tre religioni monoteiste, con ogni probabilità il luogo più affascinante e nel contempo il piὺ intrigante della terra. La presenza dei militari israeliani fuori e dentro le mura è talvolta discreta ma costante, e proporzionata al tasso di tensione del momento.
Città contesa, conquistata, sottomessa e poi perduta così per secoli, da chi la considera una irrinunciabile parte della propria tradizione storica, da chi ne contesta l’usurpazione da parte degli occupanti, da chi la celebra come il simbolo della propria identità religiosa e da chi rivendica con il proprio quarto di città il ricordo di un genocidio mai riconosciuto appieno dalla comunità internazionale.
Divisa in quattro settori, armeno, cristiano, ebraico e musulmano, Gerusalemme pare non possa trovare la pacifica convivenza fra gli uomini che la abitano, schiava di una molteplicità di simboli concentrati in pochissimi metri quadrati (meno di un chilometro), ma che valgono molto di piὺ di ciὸ che fisicamente si calpesta: un incrocio di culture millenarie, religioni e passioni, che incendiano troppo frequentemente le incomprensioni e il fanatismo religioso.

Attraversata l’affollata Porta di Damasco, la più nota e scenografica delle cinque porte aperte, con il suo arco monumentale a ogiva ricavato nelle poderose mura, ci si immerge nella folla vociante fra bancarelle e venditori di dolci, una sorta di stargate che apre verso una Gerusalemme senza tempo.
Lasciate alle spalle le possenti mura inizia la scoperta dell’interno della città, attraverso stretti vicoli in alcuni punti protetti dal sole da porticati, sotto i quali aprono piccole e sonnolente botteghe: si scopre una città inimmaginabile e inaspettata prima.
La Via Dolorosa, che sale fra ogni tipo di negozi posti ai suoi lati verso la Basilica del Santo Sepolcro, il Muro del Pianto, controllato a vista da telecamere e da metal detector, sormontato dalla Spianata delle Moschee sulla quale nel VII secolo d.C. venne edificata la dorata Cupola della Roccia visibile da diversi punti della città. Un itinerario mistico e interiore che non trova eguali in nessuna altra parte del mondo.
Si deve entrare in questo luogo di storia in silenzio, il mattino presto per carpirne lo spirito e scoprire i suoi anfratti piὺ misteriosi, senza la nervosa e confusionaria presenza di torme chiassose di pellegrini cristiani e non solo che la invadono.
A quell’ora la città appare calata in una dimensione ancora immobile nella quale i secoli non sembrano trascorrere, dove ogni angolo rimane impresso negli occhi tenuti ben aperti di ogni osservatore curioso, ma rimane pur sempre una città per sognatori.
Un palcoscenico reale, vero, che ci riporta alle atmosfere dei numerosi film storici, i colossal degli anni Sessanta del secolo scorso, che narravano di rivolte delle popolazioni locali contro l’Impero Romano, di Pilato, dell’Orto degli Ulivi e dell’epilogo supposto deicida della crocifissione di Cristo sul Calvario. Le epiche Crociate che ci hanno fatto conoscere Goffredo di Buglione e Solimano, che costarono migliaia di vittime fra civili di ogni fede, fanti e valorosi cavalieri senza paura, che ispirarono Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata, la prima crociata fra le molteplici combattute.

Gerusalemme, crogiuolo di sentimenti, deve essere protetta dall’odio stagnante e senza fine che si palpa ad ogni crocicchio e salvata dalla autodistruzione verso la quale corre velocemente.
Vanno protetti i monaci etiopi che da secoli pregano dietro le porte socchiuse delle cellette situate nel complesso del Santo Sepolcro, vanno protetti i simboli e le tradizioni di ciascuna etnia a religione, le pietre scolpite testimoni di migliaia di anni di storia dell’uomo e gli uomini stessi, che hanno il diritto di indossare, sempre, i loro paramenti cosi come di professare la propria religione senza timori, e va protetta la memoria dell’Olocausto allo Yad Vashem, contro ogni follia umana.
Alleggerito per un momento dai pregiudizi e dalla propria fede e senza dover tradurre ciò che mi scorre davanti in una lettura occidentale, tento di comprendere e processi locali millenari, che continuano a condizionare da un lato la spiritualità e dall’altro gli equilibri geopolitici nel mondo.
Il senso che percorre questa città è al centro dell’anima di ciascuno di noi.
Gerusalemme non puὸ lasciare indifferenti, deve obbligatoriamente emozionare.
Gerusalemme non la si può raccontare oltre: bisogna andarvi e viverla.

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