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In difesa degli alberi

In difesa degli alberi

di Maurizio Fantoni Minnella
Tratto da La Bottega del Barbieri del 10 Luglio 2026 

Nella Città Giardino – Varese, per chi non lo sapesse – il vasto e storico patrimonio arboreo che insiste su aree residenziali private viene abitualmente percepito come un bene condiviso dall’intera cittadinanza, in quanto bene monumentale, artefice di fondali urbani suggestivi, portatore di ossigeno e di ombra. In altre parole elemento irrinunciabile del paesaggio di ogni città, paese o villaggio.

Eppure viene via via sempre più materializzandosi la convinzione che i vecchi alberi (i monumentalia come è solito chiamarli l’agronomo Daniele Zanzi, nato e cresciuto nella Città Giardino e da anni impegnato nella loro salvaguardia) siano ormai giunti al capolinea, che abbiano concluso il loro ciclo vitale e dunque la loro specifica, duplice funzione di abbellimento e di salubrità.

In altre parole, essi verrebbero percepiti come ostili, come un vero e proprio pericolo per l’incolumità delle persone, specialmente se in prossimità di strade e viali pubblici, sia dalle istituzioni che dagli stessi cittadini privati. Ed è proprio da quest’ultima categoria che è partita recentemente una nuova, aspra polemica.

L’annuncio dell’abbattimento di cinque cedri secolari (con più di cento anni sulle spalle), da parte del proprietario di una villa urbana in fase di vendita, ha subito suscitato l’indignazione dei cittadini più sensibili al problema degli alberi in città sfociata in una raccolta di oltre mille firme rivelatasi poi inutile: infatti, i primi due cedri sono stati scrupolosamente abbattuti con la totale approvazione dell’Assessorato al Verde Pubblico della Città Giardino.

Lo stesso che poche settimane prima inaugurerà in gran pompa un giardino pubblico sorto sulla completa distruzione di un altro preesistente tardo ottocentesco, secondo il nuovo canone del sodalizio plastica/cemento, laddove la natura svolge un ruolo secondario, di puro decorativismo caricaturale, dove lo sport e i giochi per l’infanzia hanno sostituito la pace e il silenzio dell’erba sotto gli alberi, segnando definitivamente la morte dell’ombra come sollievo alla calura e della vera natura dei giardini.

Un disastro annunciato, scientemente preparato e messo in atto con la complicità di funzionari pubblici compiacenti e designer sprovvisti di talento e di fantasia.

Forte delle garanzie ottenute dalla perizia di un agronomo (peraltro non confrontata con una seconda perizia) sulla pericolosità dei cedri, il proprietario mette in atto una curiosa provocazione: egli si mostra disposto a donare i tre cedri superstiti, ma dal destino segnato, e il terreno annesso che li contiene, al fautore della raccolta di firme (reo di avere agitato le acque popolari), anch’egli agronomo di professione, con lo scopo evidente di verificare se quest’ultimo sia in grado di assumersi una responsabilità declinata dal proprietario stesso con l’abbattimento.

Se la risposta a tale provocazione fosse il silenzio, allora avrebbe vinto il proprietario dei cinque cedri nel riuscire a dimostrare che di fronte a una responsabilità concreta, parole e firme contano assai meno delle azioni. Al contrario rifiutare in toto quella provocazione significherebbe rimandarla al mittente inchiodandolo alla propria responsabilità civica nell’abbattimento degli alberi.

Il caso dei cinque cedri non può che ragionevolmente apparire come un pericoloso precedente per il destino vegetazionale delle città (ma ancora di più per la Città Giardino).

Se infatti si applicasse il principio dell’abbattimento indiscriminato per ogni albero monumentale inscritto nel territorio urbano, seguendo poi la logica perversa dell’emulazione, (pubblico e privati complici del “misfatto verde”), perderemmo di sicuro una parte rilevante di natura urbana originata dallo sviluppo residenziale a cavallo tra ‘800 e ‘900, quando al corpo di villa necessitava un corredo arboreo degno del prestigio del proprietario o della famiglia.

Per questo l’agronomo sopra citato avanza la seguente proposta: istituire un garante per la tutela dell’ambiente e del patrimonio arboreo cittadino, ribadendo come il vero tema non sia soltanto la sorte di questi alberi, ma la necessità di aprire una riflessione sul concetto di rischio zero, sulle responsabilità dei proprietari e sul ruolo che il Comune dovrebbe assumere come garante del patrimonio arboreo cittadino. Un esempio, questo, che potrebbe essere esteso all’intero paese.

Vi è inoltre un’altra ragione, forse più sottile e sfuggente, in grado di spiegare lo stato dei giardini di vecchio sedimento, ed è una ragione estetica, oggi divenuta dominante, che potremmo definire di neo-monumentalismo. All’albero-monumento verrebbe a contrapporsi la residenza-monumento, che secondo un canone ascrivibile agli anni ’20-’40 del secolo scorso, imporrebbe l’elemento di facciata come il solo a dominare lo spazio del giardino, ossia il corpo del fabbricato civile o residenziale di cui, in tal modo verrebbe esaltata l’imponenza volumetrica.

Sono, dunque, i nuovi designer (chiamarli architetti dei giardini sarebbe troppo generoso!) a dettare il nuovo stile prosciugato di ombra, colore e anima. Dietro la dominante del bianco e del grigio, la prosopopea dell’autorappresentazione della nuova ricchezza.

Per quanto tempo ancora, parliamo di anni, forse di qualche decennio, la Città giardino sarà in grado di conservare la sua fama di città di giardini o ancora, di “città in un giardino”? Non lo sappiamo.

Per altro verso, per quanto tempo le nostre città storiche potranno conservare la propria identità urbana in una società in cui il cosiddetto “capitalismo estetico” (termine usato dal sociologo Vanni Codeluppi in un suo recente volume), propugnatore di un mercato della bellezza, esteso al paradigma collettivo (l’uso strumentale degli spazi come piazze, strade, musei, luoghi di fruizione pubblica) e a quello individuale (spazi privati di abitazione), tenderebbe a uniformare gli spazi e i luoghi ritenuti “artistici” come merci?

È già in atto un processo di questo tipo che tenderebbe a trasformare i luoghi reali in luoghi di rappresentazione nel nome di un’equivoca idea di bellezza.

Prepariamoci ad immaginare una generazione pronta ad ammirare il falso credendolo vero, che tenderà a confondere la bellezza per il suo fantasma. E gli alberi? Saranno sempre di più comparse sbiadite in una messinscena della vita reale.

Note

  • Vanni Codeluppi, Megamodernità, Editori Laterza, Bari 2026

Cover: Foto di KarinKarin da Pixabay

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