A Milano le politiche abitative orientate agli interessi della rendita e alla dismissione del patrimonio abitativo pubblico diventano giorno dopo giorno più efferate. Raccontiamo una storia triste, pubblicata sulla pagina Facebook del Sicet, il sindacato inquilini casa e territorio di Milano.
È la storia di un uomo che lottava per l’assegnazione di una casa popolare per sé e per la propria famiglia e che, dopo mesi di vita in macchina, separato da moglie e bambini ospitati nel centro per le emergenze sociali Casa Jannacci del Comune di Milano, ha avuto un infarto. Non possiamo sapere se, qualora avesse avuto la casa cui aveva diritto, avrebbe avuto ugualmente questo malore, ma almeno sarebbe morto insieme ai suoi cari. Le nostre istituzioni pubbliche, stanno sempre più perdendo il riferimento ai valori fondanti della Costituzione ed è in atto una guerra contro i poveri, stranieri e italiani, che criminalizza, umilia, e cancella i diritti.
Per fortuna la nuova ideologia non è ancora così pervasiva e rimane un margine per il giusto cambiamento: l’Associazione Genitori Ginkgo Biloba e l’Associazione genitori Gatta ci Cova delle scuole che i 3 figli minori frequentano, sconvolti dalla notizia del lutto subito e consapevoli delle difficoltà economiche della famiglia, hanno promosso una raccolta fondi, che è ancora attiva e a cui chiunque può partecipare: [Vedi qui] Un bellissimo e importante gesto di solidarietà che deve far ancora più vergognare chi amministra la città di Milano e spronare i responsabili istituzionali a trovare subito una casa ai bambini e alla mamma.
Ricordiamo oggi Mohamed Behlak, iscritto al Sicet, un compagno, un amico. È morto improvvisamente di infarto venerdì 5 giugno. Da più di un anno combatteva tenacemente per il proprio diritto a una casa, con dignità, coraggio, caparbietà.
Dovevamo vederci per preparare la documentazione necessaria a presentare insieme al nostro avvocato un ricorso al Tar contro il provvedimento di rigetto della domanda di assegnazione di un alloggio in emergenza (SAT) emesso dal Comune di Milano, arrivato dopo un anno dalla presentazione della domanda. E invece di Mohamed, si è presentato all’appuntamento il figlio più grande, che con la sua famiglia vive in un comune della provincia, a darmi la triste notizia.
Avevo conosciuto Mohamed a novembre, era venuto presso la nostra sede perché la sua domanda SAT era bloccata, nonostante il Municipio avesse riconosciuto l’incolpevolezza della morosità dello sfratto e la commissione competente avesse espresso parere favorevole all’assegnazione. A seguito dello sfratto Mohamed, la moglie e i 3 figli minorenni erano stati accolti in albergo, come previsto dalla delibera comunale.
La figlia maggiorenne, esclusa dall’accoglienza, era stata costretta ad andare in Egitto, dai nonni, non avendo un posto dove vivere, qui a Milano, nella città in cui è nata e in cui non è ancora riuscita a rientrare perché senza casa, e dove avrebbe voluto iscriversi all’università, facoltà di Medicina.
Dallo sfratto, dopo il periodo in albergo, Mohamed viveva in macchina, mentre la moglie e i bambini continuano ad essere accolti in Casa Jannacci, la struttura per le emergenze sociali del Comune che, è bene ricordare, il precedente garante per i diritti dell’infanzia aveva definito pubblicamente come non adeguata per i minori.
La domanda era stata bloccata perché nel nucleo anagrafico era presente, oltre alla figlia maggiorenne, rientrata in Egitto, un altro figlio di 22 anni, che prima dello sfratto era andato in Sudafrica con un permesso di studio per frequentare un corso professionale per diventare pilota. Per il Comune avere due figli diplomati intenzionati a frequentare l’università, ora impossibilitati a rientrare a Milano per la mancanza di una casa, era sospetto e incrinava la veridicità di quanto dichiarato.
Insieme a Mohamed abbiamo presentato un’integrazione della documentazione, poi abbiamo risposto a un preavviso di rigetto della domanda, poi al rigetto della domanda. Il verdetto finale:
“[…]alla luce della valutazione complessiva, permangono criticità istruttorie relative alla definizione univoca del nucleo familiare e all’omogeneità della condizione emergenziale per i componenti dichiarati, tali da limitare la corretta comparabilità dell’istanza”.
Per il Comune non era possibile stabilire se un nucleo che da 6 mesi viveva diviso – due componenti all’estero, il capofamiglia in macchina e moglie e minori in Casa Jannacci – era meritevole dell’assegnazione di una casa in emergenza.
Mohamed era arrivato in Italia alla fine degli anni novanta. Aveva sempre lavorato come operaio, aveva ottenuto la cittadinanza italiana ed era riuscito a comprare una casa, che, a seguito del rialzo dei tassi di interessi dei mutui e della crisi del 2008 aveva perso. Da allora viveva in affitto, fino a quando, 17 anni dopo, non è arrivato lo sfratto.
Mohamed era un uomo e un lavoratore onesto. Era un uomo dolce, un padre che ha saputo trasmettere ai propri figli il valore dell’istruzione e dell’integrità. Era un uomo con grande senso della dignità e che aveva deciso di fare tutto il possibile per ottenere il rispetto dei propri diritti.
Se avesse avuto una casa, se non fosse stato costretto a dormire in macchina mentre lavorava e gestiva gli spostamenti dei figli, se il suo cuore non fosse stato oppresso dal vedere la propria famiglia in un dormitorio pubblico, avrebbe avuto ugualmente quest’infarto fatale? Forse sì, ma forse…
Ricordiamo con profonda tristezza, rabbia, consapevolezza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti di Mohamed. E ricordiamo insieme a lui tutte le persone che perdono la vita a causa di politiche efferate contro i poveri e le classi lavoratrici e che invece difendono solo i privilegi della rendita e dei ricchi. Ricordiamo Giorgio, Letterio, ricordiamo i senza tetto morti per freddo nelle nostre strade a ridosso delle Olimpiadi. Quante sono oggi le persone che si ammalano e perdono la vita per la mancanza della casa?
Ora il nostro compito è non lasciare sola la famiglia di Mohamed.
Facciamo un appello alle associazioni, alle Chiese, ai cittadini di Milano, perché la moglie di Mohamed e i suoi bambini non siano costretti a ritornare in viale Ortles. Abbiamo bisogno di trovare una casa ponte, emergenziale, dove possano essere ospitati al rientro dal funerale in Egitto, perché possano trovare un po’ di serenità, qualora il Comune, come ha fatto finora, si dimostri ancora una volta impotente e indifferente. Per poter continuare insieme la lotta per ottenere l’assegnazione di una casa popolare.
Condividiamo l’intervista che con coraggio aveva rilasciato alla giornalista Maria Elena Scandaliato: Non-e-un-posto-per-bambini-Lemergenza-abitativa-a-Milano-e-i-diritti-dei-minori-
Ciao Mohamed, che la terra ti sia lieve.
In copertina: foto dalla pagina Facebook di Sicet Sindacato Inquilini Milano

















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