I “nemici” della patrimoniale per pochi, che l’hanno appena fatta per tanti
I “nemici” della patrimoniale per pochi, che l’hanno appena fatta per tanti
Nei giorni scorsi è tornata d’attualità una delle questioni mai sopite della politica italiana: è giusto tassare i grandi patrimoni a beneficio delle finanze pubbliche? E’ giusto chiedere un piccolo sacrificio ai multimilionari a beneficio di tutti gli altri, in un paese in cui il 5% della popolazione detiene quasi metà della ricchezza complessiva?
La richiesta viene periodicamente portata avanti dai rappresentanti di AVS, maneggiata con molta cautela dal PD e prontamente strumentalizzata dalla coalizione di centrodestra, che spaventa i suoi elettori dicendo loro che qualcuno vuole mettere le mani nelle loro tasche. Insomma, fin qui niente di nuovo.
Se non fosse che, mentre promette che non varerà mai e poi mai un’imposta patrimoniale, il Governo ne ha appena varata una sottobanco, facendo in modo che i destinatari non se ne accorgessero. E ad essere colpiti non sono i grandi patrimoni ma i risparmi accumulati nel corso degli anni dalle persone che lavorano.
Il Decreto PNRR 2026 prevede, al comma 2 dell’art. 29, un cambiamento apparentemente poco significativo per quanto riguarda la tassazione dei fondi pensione. Se fino ad ora i fondi erano soggetti ad un’imposta massima dello 0,5 per mille sulle quote versate annualmente, adesso l’aliquota massima scende allo 0,1 per mille, ma si applica all’intero montante accumulato. Per il 2026 l’aliquota applicata sarà “limitata” allo 0,06 per mille.
Detto così non si riesce a cogliere la portata del provvedimento. Pensiamo ad un lavoratore dipendente che appena assunto avesse cominciato a versare su un fondo pensione. Supponiamo che tra quota del datore di lavoro, conferimenti volontari e TFR arrivi a versare 6.000€ annui. Dopo 30 anni di lavoro, il nostro ipotetico lavoratore previdente avrà accumulato circa 200.000€ considerando anche i rendimenti.
Con la vecchia norma gli sarebbe stato trattenuto ogni anno il 5 per mille di 6.000€, quindi un’imposta di 30€.
Con la nuova norma pagherà – per ora – lo 0,06 per mille su 200.000€, quindi 12€: un aumento del 300%, che può essere ancor più alto per chi ha un’anzianità contributiva maggiore e che, per com’è scritta la norma, sembra destinato ad appesantirsi nei prossimi anni. Importi contenuti se rapportati ad un singolo anno, ma che diventano significativi in rapporto all’intera vita lavorativa.
Sono diversi i motivi che rendono questo provvedimento particolarmente odioso. Da anni la politica incentiva chi lavora a crearsi una pensione integrativa, soprattutto in virtù delle capacità sempre minori della previdenza pubblica di garantire un tenore di vita dignitoso a chi cessa di lavorare. La lavoratrice o il lavoratore che hanno saputo accantonare una somma importante dovrebbero essere considerati particolarmente virtuosi e premiati in qualche modo: invece lo Stato decide di stangarli, di fatto tradendo la fiducia che gli era stata concessa da chi aveva raccolto l’invito a conferire parte dello stipendio sulla previdenza complementare.
Parliamo di tradimento della fiducia anche in relazione alla modalità con cui questi soldi vengono presi: in modo apparentemente anonimo visto che la tassazione è a carico del Fondo (che ovviamente si rivale sul risparmiatore), quasi sottobanco considerando che la maggior parte delle vittime di questo aumento finiranno col non accorgersene nemmeno, trattandosi di somme di cui non hanno disponibilità immediata ma che toccheranno con mano tra diversi anni.
Un aumento nascosto delle tasse simile a quanto avviene col meccanismo del fiscal drag: il mancato adeguamento degli scaglioni Irpef all’inflazione fa sì che la tassazione effettiva aumenti, pur restando apparentemente invariata. Il Governo questo lo sa benissimo, tanto da permettersi di abbassare di due punti l’aliquota che colpisce il ceto medio (dal 35% al 33%), millantando una riduzione delle tasse mentre in realtà stanno aumentando (leggi Le tasse aumentano anche se ci raccontano il contrario).
Ma soprattutto, l’aspetto peggiore è l’atteggiamento di un governo che promette di non imporre mai una tassa patrimoniale mentre sa di averne appena introdotta una, di certo non destinata a colpire i più ricchi. Un governo che si permette, per bocca del vice premier Antonio Tajani, di promettere che “questo governo non aumenterà la pressione fiscale” nonostante l’abbia portata al livello più alto degli ultimi 11 anni.
Il paradosso è che questo comportamento da imbonitori sembra pagare, visto che i sondaggi non mostrano un significativo calo di consensi del governo. Evidentemente conta ciò che si dice, e non ciò che si fa.
E allora, ci troviamo costretti a rivalutare Wanna Marchi: se questo è il modo in cui la politica e la ricerca del consenso vengono portati avanti, possiamo dire che lei aveva capito tutto oltre 40 anni fa. In quest’Italia farlocca potrebbe essere un’ottima Presidente del Consiglio.
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Se pagavo 30€ e ora con il nuovo sistema ne pago 12€, dov’e’ l’aumento del 300%? Ci deve essere un errore nell’esempio