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Il “miglioramento del benessere dei cittadini”, per usare le parole dell’On. Di Maio, è un programma, prima che economico, politico. Un programma che attiene alle intenzioni, alla volontà, all’ideale di società che si vuole costruire. Tutto questo viene prima dell’economia, dei conti, dei parametri europei, dei limiti imposti e persino del tetto del deficit.
Ma come si raggiunge il risultato che ci si è prefissato se non attraverso l’analisi delle risorse a disposizione, quelle che sto impiegando e quelle che potrei impiegare? Poi ci arriviamo, ma intanto consideriamo che alla base di un programma economico che si vuole inquadrare come politica economica ci deve necessariamente essere, appunto, la politica. Ed è questa parolina che viene prima di “economica” che decide come influire sulle nostre vite, ovvero sul salario minimo, sulla previdenza sociale, sulla sicurezza sociale e alimentare, sulle pensioni e sull’assistenza alla nostra anziana mamma ultraottantenne.
Se, ad esempio, decidiamo che la pensione debba essere contributiva (ricevi per quello che hai pagato) e per averne diritto ci vogliono quarantacinque anni di lavoro ma non mettiamo in atto “la politica” per cominciare a impiegare le persone entro i trent’anni a salari decenti, avremo come risultato pensionati ultrasettantenni poveri oltre che lavoratori alle soglie della sussistenza. Quindi la politica viene prima dell’economia, la decide, la indirizza, la governa e, se funziona, si prende i meriti, altrimenti ci sono le elezioni a dirti che hai sbagliato e ad indicarti l’uscita.
E la politica impone delle scelte, in primis chi si vuole tutelare e poi quale teoria economica dovrà giustificare le azioni di politica economica che si metteranno in atto. Fino ad oggi la teoria economica che ha giustificato l’arricchimento di pochissime persone, lo strapotere delle multinazionali, il predominio della logica dei mercati persino nella scelta di curare le persone o di ricostruire città terremotate è stata la teoria liberista, o neo-liberista per distinguere quella del ‘900 da quella del secolo precedente.
Teoria e politica ampiamente bocciata dagli elettori alle ultime elezioni.
Fatta l’ampia ma necessaria premessa passiamo a quello che generalmente attira di più i curiosi: i conti e la “sostenibilità” delle scelte.
Partiamo dai conti di Cottarelli, non perché li ritenga esatti ma semplicemente perché sono i più famosi e quelli più sfruttati dai giornali.

Non sono, in realtà, ne giusti ne sbagliati ma rappresentano solo un esercizio contabile e neutro. Partono dal presupposto che i soldi siano una risorsa e che siano limitati, ovvero siccome in questo momento ho una quantità di soldi data 100 e per costruire un ponte mi serve 110 allora non posso farlo.
Un tipo di contabilità del genere non tiene conto sicuramente del bisogno dei cittadini di avere quel ponte, dei problemi che risolverebbe agli stessi se invece venisse costruito, dei vantaggi che questi ne trarrebbero per le loro attività commerciali o di guadagno di tempo per raggiungere i loro lavori o le loro case. Quindi si ignora o si omette il moltiplicatore sia in termini di vivibilità, che solitamente non viene calcolato ma esiste, ma anche in termini di sviluppo economico.
L’insieme dei conti fatti in questo modo danno ovviamente e chiaramente il risultato che ci si è prefissato, quello di lasciare le cose come stanno, di non tendere allo sviluppo ma continuare a drenare risorse dalle fasce produttive della società a quelle parassitarie del grande capitale.
Non c’è scienza, non ci sono ricerche, proiezioni, moltiplicatori, nulla se non un tentativo maldestro di ripetere quanto successo nel 2011 quando il terrore dello spread ci ha fatto accettare il Governo Monti e a seguire l’interruzione della democrazia per cinque anni. Il fatto che abbia funzionato una volta non vuol dire che debba succedere di nuovo.
Abbiamo capacità inutilizzate che in quel conteggio non sono rappresentate. Cosa cambierebbe se il nostro livello di disoccupazione scendesse dal 10,7 per cento al 2,5 come in Giappone? Quanto e cosa potremmo produrre in più? In che classifica sarebbe l’Italia se impiegassimo almeno un 8 per cento di forza lavoro attualmente inutilizzata in più? Potremmo avere i margini dei fiumi puliti, le strade riparate, le case messe al sicuro dall’attività sismica e magari tutte a basso impatto ambientale, le miriadi di aziende del nord est che riprendono a lavorare. Magari tutti i nostri cervelli in fuga rimarrebbero nelle nostre università e la ricerca potrebbe regalarci nuovi brevetti e nuove opportunità. E questo solo per fare un esempio.
I calcoli di Cottarelli non indagano questa possibilità ma, in ossequio alle teorie economiche in vigore (quelle che abbiamo detto tutelare il capitale), considerano i soldi la prima risorsa. Quindi io ho una data quantità di denaro e con questo denaro posso curare 80 persone su 100, pagare pensioni decenti a 60 persone su 100, sperare che le persone muoiano prima degli 80 anni. Il popolo soffre mentre la contabilità, e i contabili, festeggiano.
Ma se accettassimo questo assunto allora la coperta dovrebbe essere corta per tutti e non solo per quelli nati perdenti (operai, commessi, cassiere, vigili urbani, imbianchini, muratori, insegnanti, gommisti) ma anche per lo stesso Cottarelli, per gli amministratori delegati, per i dirigenti statali, per i parlamentari e persino per i ministri. Dividiamo le risorse disponibili e dividiamole per tutti in parti uguali. Se questo non dovesse piacere, e a me non piace molto, allora creiamo una vera competizione, una concorrenza leale dove il mezzo (la moneta) non sia una risorsa finita e a tutti vengano dati gli strumenti di base per poter partecipare, quindi istruzione, sanità, reddito di base e poi via, si potrebbe partire. Sarebbe come dire: basta con il capitalismo finanziario selvaggio e via con un capitalismo dal volto umano a partecipazione statale (Giappone, Singapore, Corea del Sud oppure Stati Uniti, Svezia, Gran Bretagna fino a diverse decine di anni fa, Italia fino a Moro).
Quindi l’errore, e la perdita di tempo, sta nel fatto che non si può portare l’abaco in TV e fare i conti come li farebbe un ragazzino di terza media. Si sta parlando di uno Stato e di politica economica e “se non capisci la differenza tra uno Stato e la bottega sotto casa” (cit. Sen. prof. Alberto Bagnai) allora vuol dire che hai un problema. Ovviamente se sei un politico, uno che influenza le scelte, uno insomma importante … allora il problema è nostro.
Perché dovremmo dare per scontato che il pareggio di bilancio sia una cosa giusta e partire da quello? Il pareggio di bilancio è stata una scelta politica, cioè dei parlamentari hanno votato perché venisse inserito in Costituzione, ma questo non implica che sia una cosa giusta, e non lo è come dimostrato dai dati oltre che dalla logica. Obama nel 2012 rientrò dalle sue vacanze alle Hawai perché gli Stati Uniti stavano raggiungendo la soglia del “baratro fiscale” ovvero la soglia del debito pubblico che negli USA è fissata “per decreto” e che al tempo era a quota 16.400 miliardi di dollari. Ebbene? Con un decreto fu aumentato e oggi è a 20.456 miliardi. Insomma una dimostrazione che il tetto al debito è una questione politica, relativa magari alle capacità del Paese, e non strutturale. Sicuramente incide sul benessere ma non nel modo che viene propagandato visto che gli ultimi 10 anni hanno dimostrato che la nostra vita peggiora quando gli sforzi sono tutti tesi a diminuirlo a discapito anche della stessa crescita economica.
Per concludere, se il programma economico della Lega e dei M5S sia o meno sostenibile non dipende dai conti di Cottarelli ma da quanto sia forte la politica alla base del programma, la capacità di far aumentare il numero dei lavoratori, di far riprendere la produzione, di far rimanere le aziende aperte. Dalla capacità di creare un indotto alla creatività e alla voglia di fare degli italiani, di utilizzare le risorse finora lasciate a casa o nascoste dietro una saracinesca abbassata.
Una cosa credo sia necessario tengano sempre a mente i due partiti oggi sugli scudi, che il voto è stato dato dai cittadini italiani che pretendono di dettare un cambiamento che parta dalle loro esigenze e non da quelle delle istituzioni europee e dei poteri economici che difendono la contabilità da Talk Show.

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Claudio Pisapia

Dipendente del Ministero Difesa e appassionato di macroeconomia e geopolitica, ha scritto due libri: “Pensieri Sparsi. L’economia dell’essere umano” e “L’altra faccia della moneta. Il debito che non fa paura”. Storico collaboratore del Gruppo Economia di Ferrara (www.gecofe.it) con il quale ha contribuito ad organizzare numerosi incontri con i cittadini sotto forma di conversazioni civili, spettacoli e mostre, si impegna nello studio e nella divulgazione di un’informazione libera dai vincoli del pregiudizio. Cura il blog personale www.claudiopisapia.info

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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