Il “Soffio” di Leopardi
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Il “Soffio” di Leopardi
Tante cose arrivano dall’Oriente, per mare, per terra ma prima di tutto attraverso il vento.
Ci sono notti, sulle colline marchigiane, in cui quel vento, proveniente da est, sembra parlare e potrebbe spingere un poeta a scrivere e, in egual modo, un esploratore a partire.
Non è un vento forte: è un soffio, appena un sospiro, che passa tra le foglie, sfiora i muri delle case, scivola sulle bianche strade. Chi cammina tra queste notti potrebbe avvertire una strana sensazione, quella di un grande vuoto che vibra, accoglie e che respira quasi come se il mondo delle cose – e che, pertanto, definiamo reale – non fosse pieno ma cavo.
È facile, in un momento così, immaginare un giovane che, verso il tramonto, esce in silenzio dalla casa del padre. Un giovane che non porta con sé nulla, se non il proprio corpo fragile e l’embrione di una domanda che sta cercando di formulare al meglio. Pare vederlo quel giovane, camminare verso un colle per un ultimo e interminabile saluto, come se quel luogo fosse un tempio e quella siepe, lì davanti, il suo altare.
Si ferma, ascolta, guarda. E allora accade: il visibile si apre, il limite si dissolve, il mondo diventa un mare senza rive tanto che quell’addio e persino un naufragio potrebbero risultare più sopportabili.
Quella sera non è scritta in nessun libro. Eppure potrebbe essere proprio l’alba che seguirà a quella notte a far nascere ‘tutta la poesia’ di Giacomo Leopardi.
Forse è per questo che, ancora oggi, chi entra nel Palazzo Leopardi di Recanati, con il passo giusto – non quello del visitatore, ma quello del pellegrino laico – avverte qualcosa che non si può spiegare.
Non è nostalgia, non è devozione, non è neppure ammirazione. È un impulso silenzioso: lasciare una traccia, un segno minimo, un frammento della propria voce in quel luogo che ha custodito la voce del giovane Giacomo. Non per essere ricordati, ma per saldare un debito.
Molti compiono questo gesto senza dirlo: infilare un biglietto tra i libri, appoggiare un pensiero su un davanzale, affidare una parola al silenzio della biblioteca.
Come se quel luogo fosse uno spazio sacro dove la presenza del poeta non è memoria, ma soffio ancora vivo.
È da questo respiro, da questo soffio che comincia il nostro cammino.
***
Giacomo Leopardi non conosceva il Taoismo. Non aveva letto Laozi, né Zhuangzi, né l’I Ching. Eppure la sua poesia vibra della stessa sostanza presente nei testi taoisti: quel Vuoto, quel Soffio che è dissoluzione dell’io.
Non è un Oriente saputo quello di Leopardi ma un Oriente – inconsapevolmente – vissuto.
A ben pensarci come Siddharta o Francesco d’Assisi, anche Leopardi compie lo stesso gesto fondativo: lascia la casa del padre per cercare una verità che non consola, ma che istintivamente è avvertita come qualcosa che possa salvare o almeno quietare.
La casa di Monaldo è un mondo chiuso, fatto di un sapere accumulato, di un ordine che pretende di spiegare tutto per fronteggiare il caos. Uscirne significa abbandonare l’illusione; non aggiungere altro a quello che si ha, ma cominciare a togliere: beni, conoscenze, riti, obblighi.
Non conquistare, ma liberarsi da tutto quel ‘conosciuto’ e abbandonarsi alla vita.
Il giovane Leopardi comprende che la verità non è nel possesso, ma nel distacco.
La sofferenza, a cominciare dal dolore fisico, forse potrebbe essere la porta della consapevolezza, un punto di trasformazione: quanto è vicina questa intuizione a quelle che hanno condotto Siddharta e Francesco a varcare questa stessa porta!
La sofferenza e il dolore sono i nodi di quello stesso soffio che ha scosso le vite degli altri due giovani e anche per Leopardi, contrario a una dialettica del bene contro il male – retaggio “selvaggio” della sua educazione cattolica – comincia a profilarsi un asse di pensiero diverso, dove il dolore non è un incidente ma la condizione che permette di intravedere una quiete tra… l’infinita vanità del tutto, come recita l’ultimo verso di A se stesso.
È questo verso un semplice richiamo al Qohélet mediorientale? Non potrebbe piuttosto essere una sorta di aforisma dal sapore orientale? E se, appunto, non fosse un lamento ma una vera e propria testimonianza di lucidità? La prima ‘verità’ che apre alla conoscenza del Sé.
E che dire delle poesie dedicate alla luna, veri e propri esempi di esercizi contemplativi. La luna che non è simbolo ma presenza, anzi il volto visibile del vuoto.
«Che fai tu, luna, in ciel?»
Questa domanda potrebbe essere considerata taoista nella sua essenza: non chiede spiegazioni, chiede relazione.
Il poeta, saggista e calligrafo cinese naturalizzato in Francia, François Cheng, nelle sue Cinque meditazioni sulla bellezza, parla del soffio del vuoto mediano come un di un vero e proprio luogo di gestazione.
“La cosmologia cinese” – scrive Cheng – “è basata sull’idea di Soffio, che costituisce al tempo stesso una realtà materiale e spirituale. A partire da questa idea di Soffio, i primi pensatori hanno formulato una concezione unitaria e organica dell’universo in cui tutto si trova connesso e collegato. Il Soffio primordiale… continua ad animare tutti gli esseri collegandoli all’interno di una gigantesca rete di intrecci e generazioni…”
I cinesi si riferivano ad essa con il nome di Tao (o Via) e all’interno di questa Via la natura del Soffio e il suo ritmo sono ternari, nel senso che il Soffio originario si divide in tre tipi che agiscono sincronicamente, un soffio costruttivo, uno distruttivo e per l’appunto, un soffio del Vuoto mediano che agisce costruttivamente sul soffio distruttivo e distruttivamente su quello costruttivo.
I Greci chiamavano tutto questo chaos
Leopardi lo chiama infinito.
***
Nel Canto notturno del pastore errante dell’Asia, Leopardi raggiunge una forma di sapienza che ricorda i testi taoisti e buddhisti.
Il pastore non cerca risposte. Cerca un modo di stare al mondo.
«Che vuol dir questa solitudine immensa?»
Questo verso è quasi un ‘sutra del… mistero’. È una domanda che non attende risposta. Sembra quasi che tanto la luna che il pastore errante parlino lo stesso linguaggio: il pastore nel suo breve vagare si perde nel labirinto della…Via e la luna nel suo corso immortale pare seguire delle regole precise che, se conosciute, potrebbero dare un senso a tante domande:
«Che fa l’aria infinita, e quel profondo/Infinito seren? che vuol dire questa/Solitudine immensa? Ed io chi sono?/ Così meco ragiono…
È il riconoscimento che la Vita (come è facile passare da vita a Via!) è mistero, e che il mistero non va risolto, ma abitato proprio come quel soffio, quel vuoto mediano che ci abita.
Nel Tao, il centro della Vita/Via è il Soffio. Non è spirito, non è materia: è ciò che li attraversa entrambi.
Leopardi, pur senza conoscere il Tao, ne sembra intuire la ‘logica’ profonda: la Vita/Via è un soffio che passa, un’onda che si alza e si ritrae, un infinito che si apre e si richiude, tanto che in quello che potremmo definire il suo sutra della dissoluzione – “E il naufragar m’è dolce in questo mare” – il poeta non parla di annientamento ma parla, appunto, di un abbandono dell’io al ritmo più grande del mondo.
Leopardi non ha fondato scuole; non ha predicato dottrine; non ha offerto consolazioni. Eppure, da quanto abbiamo detto, potrebbe essere letto come un maestro spirituale sui generis: un maestro che insegna la lucidità, la compassione, la stretta connessione tra siepi, colli, cieli e mari.
Il suo cammino – dal dolore al Soffio, dalla siepe all’infinito, dall’io al Vuoto – è un cammino che parla ancora e sembra dirci non come essere felici ma come diventare consapevoli e vivere lungo la Via sia la vita del pastore errante dell’Asia, che quella estrinseca degli uccelli, o, perché no? anche quella della luna nel cielo infinito o della ginestra alle pendici del Vesevo fiammeggiante.
È un processo interiore che richiede minore attaccamento alla propria vita e alla vanità del tutto (soffio distruttivo) e una totale presenza e consapevolezza della Vita/Via qui e ora (soffio creativo).
Cover: Foto di Ludwig Bickel da Pixabay
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Interessante questo accostamento di Leopardi alla visione del mondo orientale, in un modo di sentire che accomuna varie culture nel mondo, come fosse una caratteristica propria dell’essere umano il rintracciare l’unità col Tutto, avvertire nel “vuoto” l’essenziale, nella ricerca di senso della vita e di una via di consapevolezza.