Lo splendore del Buddhadharma
Lo splendore del Buddhadharma
Riflessioni a margine della conferenza di Raffaella Arrobbio nel ciclo “Incontri con la Spiritualità applicata”
Nel 1985, ancora giovane e in cerca di orientamenti, mi capitò tra le mani un volumetto di un gesuita giapponese, Kakichi Kadowaki, Lo Zen e la Bibbia. Ricordo lo stupore con cui lessi l’episodio in cui l’autore racconta di essere stato invitato dall’allora professore Joseph Ratzinger a tenere una conferenza su Zen e cristianesimo ai suoi studenti. Non era un aneddoto erudito: era la prova che un dialogo autentico tra tradizioni spirituali non nasce dalle teorie, ma da un’esperienza condivisa.
Il cuore del libro non stava nelle comparazioni dottrinali, ma in un’intuizione semplice e radicale: la profonda somiglianza tra i sesshin zen e gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola. Non nelle parole, ma nel metodo. Non nelle idee, ma nella forma dell’attenzione che entrambi coltivano. Una strada per “passare in mezzo”, come suggerisce l’etimologia stessa di metodo: un attraversamento, non un confronto.
Da allora ho sempre pensato che il vero terreno del dialogo interreligioso — soprattutto tra cristianesimo e buddhismo — non sia la teologia comparata, ma la pratica. Il modo in cui ci si dispone, ci si raccoglie, ci si apre. Il modo in cui si guarda.
È con questa memoria che ho ascoltato la conferenza di Raffaella Arrobbio, Lo splendore del Buddhadharma, nell’ambito del ciclo Incontri con la Spiritualità applicata, organizzato con la consueta cura e lungimiranza da Marcello Girone Daloli (https://www.youtube.com/watch?v=iyapU43Mi6Q).
Raffaella Arrobbio — studiosa di buddhismo, praticante di lunga data, autrice del volume Fratelli spirituali (Gabrielli Editore, 2023) dedicato ai punti di contatto tra tradizioni contemplative — ha riportato il Dharma alla sua radice esperienziale. La sua voce, sobria e precisa, sembrava nascere da un ascolto precedente, come se il parlare fosse già meditazione.
Il punto sul quale ha più insistito è proprio quello che considero decisivo: la Visione Attenta. Non un’attenzione psicologica, non un esercizio di concentrazione, ma una qualità dello sguardo che si fa presenza, disponibilità, apertura. Una forma di cura.
E qui la memoria è corsa a Simone Weil, a quella parola greca che lei amava: prosoché, l’attenzione; così vicina a proseuché, la preghiera. Weil lo scrive con una chiarezza che non ammette repliche:
“L’attenzione al suo grado più elevato è la medesima cosa della preghiera.”
È esattamente questo il punto in cui Zen e cristianesimo, Buddhadharma e mistica occidentale, si toccano: nel metodo, non nella dottrina. Nel modo in cui si coltiva lo sguardo, non nel contenuto delle credenze: la fiducia, per così dire, sboccia e si irrobustisce nel metodo, nell’attraversamento.
Il ciclo ideato da Girone Daloli porta nel titolo una tensione fertile: spiritualità applicata. Arrobbio lo ha colto con precisione: applicare la spiritualità non significa “usarla”, ma incarnarla. Lasciarla filtrare nelle scelte, nei conflitti, nelle relazioni, persino nelle nostre fragilità.
Il Buddhadharma, in questa prospettiva, non è un altrove esotico, ma un modo di abitare il presente. Un esercizio di lucidità e compassione che non elude il dolore, ma lo attraversa per trasformarlo.
Il termine splendore, nel titolo della conferenza, non è retorico. Arrobbio lo ha restituito nella sua accezione più sobria: lo splendore come chiarezza, come qualità della mente che vede senza distorsioni. Non un bagliore mistico, ma una luce che si fa strada nella complessità dell’esistenza.
In un tempo in cui la spiritualità rischia di ridursi a consumo emotivo o a tecnica di benessere, la sua voce ha riportato il Dharma alla sua radice: un cammino che richiede disciplina, gentilezza e un coraggio interiore che non ha nulla di spettacolare.
Se c’è un punto in cui la conferenza di Arrobbio ha trovato la sua risonanza più profonda, è nella sua insistenza su un fatto semplice e ineludibile: la sofferenza è universale. Non appartiene a una cultura, a una religione, a un’epoca. È la condizione umana stessa. Ed è da lì che ogni autentico cammino spirituale prende avvio.
È qui che le figure di Siddharta Gautama e Francesco d’Assisi si incontrano, ben oltre ogni confronto dottrinale. Entrambi partono da un urto con la sofferenza:
Siddharta, uscendo dal palazzo, incontra la vecchiaia, la malattia, la morte.
Francesco, nella sua giovinezza inquieta, si scontra con la guerra, la prigionia, la malattia, la disillusione.
In entrambi i casi, la sofferenza non è un incidente, ma una rivelazione. È ciò che spezza l’incantesimo dell’io e apre lo spazio per una domanda radicale: come si vive davvero?
Non “come si sopravvive”, ma come si vive in modo da non essere più schiacciati dal dolore del mondo.
Siddharta risponde con la via del Risveglio: osservare la sofferenza, comprenderne l’origine, scioglierne le radici attraverso la pratica dell’attenzione e della compassione.
Francesco risponde con la via della minorità: spogliarsi di tutto ciò che alimenta l’illusione dell’io, farsi povero tra i poveri, trasformare la sofferenza in fraternità universale.
Due risposte, due metodi apparentemente diversi, certo. Ma la dinamica è la stessa: la sofferenza diventa il luogo della trasformazione. Non è un ostacolo, ma un varco. Non è una condanna, ma un invito.
Ed è qui che ritorna, secondo me, il tema centrale che sta alla base di qualunque “dialogo” inter-religioso, ma diciamo pure solo RELIGIOSO: il metodo; l’attraversarsi; l’io ti vedo di una tribù del Sud Africa, come ricordato dalla Arrobbio.
Perché ciò che accomuna Siddharta e Francesco non è ciò che pensano, ma ciò che fanno. Non le loro dottrine, ma le loro pratiche.
Siddharta propone un metodo di attenzione: osservare, respirare, vedere il reale, che è il trauma della realtà che ci illudiamo di conoscere.
Francesco propone un metodo di spoliazione: lasciare andare, alleggerirsi, farsi trasparente all’amore (“Obbedienza alla gravità. Massimo peccato”, direbbe la Weil).
Entrambi, in fondo, insegnano a non reagire automaticamente alla sofferenza, ma a trasformarla in consapevolezza e in dono.
È ciò che Arrobbio ha chiamato Visione Attenta, e che Simone Weil ha espresso con parole che sembrano scritte per entrambi e che ripetiamo ancora:
“L’attenzione al suo grado più elevato è la medesima cosa della preghiera.”
Nel celebrare gli 800 anni dalla morte di Francesco, forse il gesto più fecondo non è confrontare dottrine, ma riconoscere che Francesco e Siddharta hanno indicato la stessa direzione: la sofferenza non si elimina, si attraversa. E la si attraversa con un metodo.
Per Siddharta, la meditazione. Per Francesco, la minorità. Per entrambi, l’attenzione come forma di amore.
Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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