DIVENTERAI UOMO
Il maschile contemporaneo tra crisi, immagini e ricerca di identità
DIVENTERAI UOMO
Il maschile contemporaneo tra crisi, immagini e ricerca di identità
Il libro di Leonardo Mendolicchio (Diventerai uomo. Crescere un figlio oltre il mito della virilità, Mondadori, 2026) arriva in un momento storico in cui il maschile sembra oscillare continuamente tra due estremi: da una parte la caricatura dell’uomo duro, performativo e competitivo; dall’altra un maschile smarrito, fragile e spesso privo di strumenti simbolici per dirsi.
Uno degli aspetti più interessanti del testo è proprio questo: non prova a salvare un modello di uomo né a restaurare nostalgicamente figure del passato, ma interroga cosa significhi oggi costruire un’identità maschile in un tempo in cui molte coordinate tradizionali sono entrate in crisi.
Che cosa trasmette oggi un padre?
Esiste ancora qualcosa capace di sostenere simbolicamente il passaggio verso l’età adulta?
E soprattutto: si diventa uomini per identificazione, per opposizione, per conquista oppure attraversando mancanze, fratture e separazioni?
La cosiddetta “crisi del maschile” non riguarda soltanto gli uomini, ma più in generale il crollo delle identificazioni tradizionali che per lungo tempo hanno organizzato i rapporti tra le generazioni.
Ma il libro ha suscitato in me anche una riflessione ulteriore e forse più scomoda.
Oggi il discorso pubblico parla continuamente di patriarcato. Eppure il termine stesso, etimologicamente, rimanda al “potere del padre”. La domanda allora diventa inevitabile: viviamo davvero ancora in un’epoca dominata dalla funzione paterna oppure assistiamo sempre più spesso alla sua difficoltà?
Perché nella clinica contemporanea non incontro soltanto figure paterne autoritarie o caricature del potere maschile, ma quelli che potremmo definire “padri orsacchiotto”: padri che faticano a sostenere il limite, spaventati dal conflitto con i figli, continuamente impegnati a essere accudenti, comprensivi, rassicuranti, quasi amicali.
Figure paterne che oscillano tra presenza affettiva e difficoltà a incarnare una funzione separativa.
Questo non significa auspicare nostalgicamente il ritorno del padre autoritario del passato. Significa piuttosto interrogarsi con maggiore complessità su ciò che oggi chiamiamo “patriarcato”, evitando letture troppo lineari o ideologiche.
Anche perché esiste un ulteriore paradosso.
Oggi si parla moltissimo della fragilità del maschile e molto meno della fatica contemporanea del femminile.
Come se il femminile venisse automaticamente pensato come più evoluto, più consapevole, più libero.
Eppure nella clinica non incontro affatto questo.
Incontro spesso donne schiacciate da richieste contraddittorie: essere autonome senza perdere la desiderabilità, forti senza smettere di accudire, realizzate senza rinunciare a sostenere tutto.
E forse il paradosso più interessante è proprio questo: l’attenzione continua al maschile — perfino quando lo critica o lo accusa — rischia talvolta di mantenerlo comunque al centro della scena. Come se anche la crisi del maschile finisse, paradossalmente, per confermarne ancora la centralità simbolica.
Oggi ai ragazzi viene chiesto di essere contemporaneamente forti e sensibili, performanti ma emotivamente disponibili, sicuri ma non aggressivi, autonomi ma costantemente confermati dallo sguardo dell’altro. Una tensione spesso contraddittoria che produce effetti profondi nella costruzione dell’identità e del desiderio.
Nella clinica contemporanea si incontrano infatti adolescenti e giovani uomini immersi nelle immagini, nelle performance e nei modelli di visibilità, ma con sempre meno riferimenti simbolici stabili. Ragazzi che oscillano tra grandiosità e fragilità estrema, tra acting out e ritiro, tra corpo esibito e corpo anestetizzato.
In questo scenario il sintomo sembra interrogare una questione centrale: come abitare il proprio desiderio senza trasformarsi in una maschera.
Anche il titolo scelto da Mendolicchio, Diventerai uomo, appare particolarmente significativo. È una frase che contiene insieme promessa, attesa e imperativo. Ma chi può pronunciarla oggi? E con quale peso?
Perché quella frase non produce sempre apertura. Talvolta genera angoscia, vergogna, senso di inadeguatezza, la percezione di non essere mai abbastanza rispetto alle richieste contemporanee.
Uno dei temi affrontati durante la presentazione ha riguardato anche il rapporto tra crescita e immagine. Oggi molti passaggi verso l’età adulta sembrano avvenire meno attraverso rituali simbolici condivisi e sempre più attraverso il corpo, il rischio, gli acting, le dipendenze o la ricerca esasperata di riconoscimento.
In questo senso il libro evita semplificazioni ideologiche e formule riduttive. Anche espressioni oggi molto diffuse nel discorso pubblico, come “mascolinità tossica”, rischiano talvolta di appiattire fenomeni estremamente complessi, trasformando il disagio contemporaneo in etichette immediate.
Il testo di Mendolicchio prova invece ad attraversare queste contraddizioni senza rifugiarsi né nella nostalgia del passato né nelle polarizzazioni ideologiche del presente.
Perché forse una delle questioni più urgenti oggi non riguarda soltanto il maschile, ma più radicalmente la difficoltà contemporanea di costruire un’identità senza ridursi a un’immagine.
Ogni essere umano prova infatti a trovare un’uscita dal proprio labirinto soggettivo. Ma la soggettività non segue mai percorsi lineari: è fatta di identificazioni, ferite, desideri, cadute e trasformazioni.
Ed è forse questo che il libro di Mendolicchio prova a ricordare: crescere un figlio, accompagnare un adolescente, o persino comprendere sé stessi significa accettare che l’umano non possa essere ridotto a formule semplici, identità perfette o modelli validi per tutti.
Perché ogni soggetto resta, inevitabilmente, un percorso singolare.
Cover: padre e figlio – Foto di Willo da Pixabay
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