Senza maschera
Essere visti senza maschera: il paradosso della visibilità contemporanea
Esiste un silenzio che non nasce dalla mancanza di pensiero, ma dal suo eccesso: un silenzio denso di osservazione, di misura e di attesa.
È il silenzio di chi non si riconosce nei rituali pubblici del consenso, nelle parole automatiche del “senso comune”, in quella grammatica emotiva pronta all’uso che si attiva nei momenti di esposizione collettiva: la morte, il dolore, la celebrazione.
Non si ritira, questo silenzio, ma scruta, valuta la distanza tra ciò che si dice e ciò che si sente davvero.
Oggi la visibilità viene spesso confusa con valore. Chi parla di più, chi rassicura, chi semplifica tende a essere percepito come autorevole, anche se tale percezione non coincide necessariamente con profondità o autenticità del pensiero. La condivisione non garantisce né qualità né intensità.
Accanto a questo, esiste un sapere più silenzioso, meno esibibile, che nasce dall’intuizione clinica, dall’esperienza incarnata, dal contatto reale con ambivalenza, conflitto e contraddizione, un sapere che, come accade in una psicoanalisi orientata all’ascolto e alla profondità, non consola, non semplifica, non offre risposte preconfezionate, ma apre il pensiero e il sentire a nuove dimensioni, generando uno spazio dove interrogare l’invisibile, il non detto e l’indicibile.
Gli schemi di pensiero comunemente accettati — quelli seguiti senza mettere in crisi le proprie convinzioni — rischiano di trasformarsi in un linguaggio adattivo: posizioni che non espongono, non disturbano, non mettono in crisi; parole che funzionano perché già condivise, non perché davvero pensate. In questo senso, non sono autentiche: sono adattive.
Per chi possiede una competenza più intuitiva, più profonda, ma meno visibile, il disagio non nasce dall’invidia né dal desiderio di riconoscimento, bensì dall’etica del pensiero stesso. Nasce dal constatare che ciò che è superficiale viene premiato, mentre la complessità resta ai margini; dal percepire che, per essere visibili, spesso sembra necessario indossare una maschera che tradisce il proprio modo di pensare e sentire, una maschera che normalizza, semplifica e addomestica l’intensità dell’esperienza.
Il nodo non è scegliere tra invisibilità e compromesso. Esiste una terza via, più faticosa ma possibile: trovare una forma che non sia maschera. Una forma che non semplifichi ciò che è complesso, che non renda digeribile ciò che è disturbante, che non trasformi il pensiero in slogan.
Essere visti senza perdere integrità significa accettare una visibilità selettiva, non massificata; significa parlare non a tutti, ma a chi può reggere la tensione del pensiero; significa rinunciare al consenso immediato per restare fedeli a un pensiero che non nasce per piacere, ma per essere vero, per sostenere la propria coerenza etica e intellettuale.
In un tempo che chiede continuamente di esporsi, forse l’atto più radicale è questo: non adattarsi al linguaggio dominante, ma creare il proprio. Anche a costo di essere meno riconosciuti, anche a costo di arrivare più tardi. Perché ciò che non è autentico passa rapidamente; ciò che è integro, invece, prima o poi trova risonanza.
Cover: immagine Il discrimine
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