LE STORIE DI COSTANZA /
ALLA CACCIA DELLA VOLPE VERDE. QUADRI
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Le storie di Costanza. Alla caccia della volpe verde. Quadri
Mi ritrovai così all’interno di via Santoni Rosa 21. L’ingresso dava direttamente su un ampio soggiorno, arredato con un divano giallo a fiori, due poltrone abbinate e un piccolo divano a due posti in velluto rosa antico. C’erano poi due tavoli, due credenze e un’imponente libreria ricolma di libri di ogni dimensione e colore. Pur non riuscendo a leggere i titoli dalla porta, l’impressione era quella di una grande varietà. Narrativa moderna, classici, storia, biologia e voluminosi cataloghi d’arte. Una collezione di rilievo che testimoniava la curiosità intellettuale degli abitanti di quella casa.
«Prego, si accomodi» mi disse Costanza, mentre mi guardava indugiare sulla porta senza sapere esattamente cosa fare, «mi dia la sua giacca».
Mi tolsi la giacca, la porsi alla ragazza e mi sedetti su una delle due poltrone gialle. La tappezzeria era un po’ sbiadita e logora, ma si adattava perfettamente a quella stanza dal sapore antico e accogliente. Le grandi finestre illuminavano l’ambiente in modo non uniforme perché il percorso dei raggi di luce veniva interrotto qua e là dai mobili.
Vidi alle pareti dei quadri con visi di donna molto espressivi, dipinti con colori acrilici intensi e ben accostati. L’interessante universo cromatico e l’armonia dell’insieme balzavano immediatamente all’occhio. Erano sicuramente quadri realizzati da un pittore di talento, non lasciavano indifferenti, catturavano l’attenzione all’istante.
«Che belli questi quadri, chi li ha fatti?» chiesi
«Mio padre, Umberto Del Re. Ora è nel suo studio che sta dipingendo. Se vuole dopo può passare a salutarlo.»
«Grazie», risposi «davvero belli». Poi proseguii senza troppi preamboli: «Mi chiamo Pietro Moroni, sono un giornalista di Tresciaone e mi trovo qui per indagare sugli strani accadimenti associati alla morte della Contessa Maria Augusta Cenaroli Della Fontana. Mi riferisco al cielo verde sopra Villa Cenaroli la mattina in cui la cameriera ha rinvenuto il corpo della defunta e al fatto che, il giorno dell’inumazione, si dice sia uscita una volpe verde dal loculo aperto per deporvi la bara».
«Sì, sì. Chiaro», disse Costanza, mettendosi poi a fissare pensierosa il muro sopra la mia testa. Tutte le pareti della stanza erano di un bianco candido, compresa la superficie su cui indugiavano gli occhi di quella ragazza dai modi gentili. Stava guardando la parete, forse riflettendo sulla mia domanda o sulle possibili risposte che avrebbe potuto darmi.
Così anch’io mi ritrovai a fissare la parete, e il bianco smise di essere una semplice colore. Divenne una specie di nebbia chiara che inghiottiva la stanza, portandomi lontano. Mi vidi a scivolare su una schiuma lattiginosa, senza bussola, dove la mia domanda e la sua risposta non erano che ancore distanti. Era un vuoto accogliente, una pagina non ancora scritta su cui si poteva proiettare il profilo di un paese visitato solo in parte, con le sue case basse vicine le une alle altre e i vicoli silenziosi in attesa di passi che li calpestassero, o l’eco di una conversazione che non avevamo ancora avuto il tempo di iniziare.
Nella stanza regnava il bianco, interrotto solo dal verde del vestito di Costanza e dal riflesso boschivo di una volpe che qualcuno giurava di aver intravisto. Due colori intensi che parevano sciogliersi l’uno nell’altro in quel momento sospeso, denso di attesa e di segreti. In quell’incontro, il bianco offriva lo spazio infinito per un inizio, mentre il verde vi infondeva una vitalità enigmatica, trasformando un luogo vuoto in un frammento di quotidianità.
«E se fosse la Contessa, tornata tra noi nelle spoglie di una volpe? Quello era il suo colore preferito, se avesse potuto scegliere la tinta della sua nuova pelle, non v’è dubbio che sarebbe stata quella». Costanza lo disse d’improvviso, distogliendo lo sguardo dalla parete per posarlo, quasi distrattamente, sul mio ginocchio.
Un po’ per l’irruzione repentina che quella frase aveva provocato nel flusso delle mie meditazioni e un po’ per la stranezza di quello che era appena stato detto, mi venne da ridere.
«Ma cosa sta dicendo? Che la Contessa potrebbe essersi reincarnata? Io non credo alla reincarnazione», dissi.
«Però crede all’esistenza della volpe verde o, comunque, non esclude che una volpe verde possa esistere. Giusto?»
Mi resi conto in quel momento che ci stavamo dando del “lei”.
«Possiamo darci del tu? Abbiamo più o meno la stessa età», dissi. Il “lei” era diventato improvvisamente una pelle secca da cui liberarsi con urgenza. Nel bel mezzo di quella conversazione così strana e unica, la forma impersonale mi parve un orpello inutile, da eliminare come si elimina ciò che non è essenziale quando si condivide lo sforzo estremo di trovare la verità.
«Eppure, credi all’esistenza della volpe verde o, quantomeno, non escludi che possa esistere davvero. Non è così?», insistette Costanza, passando con naturalezza al “tu”.
«Non saprei, sto ancora cercando di orientarmi. Sono un reporter di cronaca nera e non mi era mai capitata una storia simile. Ho parlato con Camilla, con i clienti del negozio, con le ragazze del Pontalba Hotel e persino con il pizzaiolo, molti di loro mi hanno suggerito di rivolgermi a te. Mi chiedo perché.»
«Sono un’amica di Malù, la figlia di Maria Augusta. Frequento la villa da sempre.»
«Sì, questo lo sapevo.»
«Per questo ti hanno detto di cercare me. Io però non ero presente al funerale di Maria Augusta, ero al mare, non ho visto nulla con i miei occhi.»
«Ti andrebbe di aiutarmi a fare luce su questa strana vicenda?», le chiesi allora a bruciapelo.
«Perché no?», rispose lei, tornando a fissare il muro bianco alle mie spalle.
Dopo quel “perché no?”, il silenzio tornò a scandire il tempo, interrotto solo dal ronzio lontano di Pontalba che faticava a entrare in quella stanza. Costanza non aggiunse altro, ma il suo sguardo ritornò incollato alla parete, come se stesse leggendo una mappa invisibile tracciata sull’intonaco. Restammo così per qualche istante, sospesi tra il desiderio di risposte e il timore di ciò che avremmo potuto scoprire scoperchiando il passato della Villa.
Il tempo delle congetture fu bruscamente interrotto da un clic metallico. La porta ruotò sui cardini e un gatto arancione, muovendosi con una grazia aristocratica, fece il suo ingresso nel soggiorno. Eccolo, pensai subito, il gatto che avevo visto nascosto tra le ortensie.
«Ti presento Giove», disse Costanza. Si alzò per prenderlo tra le braccia, richiudendo poi l’uscio alle sue spalle.
«Ma come ha fatto a entrare?» chiesi sorpreso.
«Sa aprire le porte da solo, si aggrappa alla maniglia con tutto il suo peso finché non scatta l’apertura», spiegò lei con un sorriso divertito. «I gatti di questa casa hanno qualcosa di magico, anche se non sono verdi. Forse è per questo che qui nulla sembra davvero impossibile, proprio come nulla appare del tutto certo».
«È vero», risposi. In quel luogo, i confini tra il possibile e l’assurdo sembravano essersi dissolti. Nella stanza i colori vibravano con una tale forza da darmi l’improvvisa, quasi vertiginosa impressione di essere scivolato dentro uno dei quadri acrilici appesi alle pareti. Era come se la realtà stessa avesse perso la sua consistenza solida per farsi pigmento e pennellata.
Il verde dominava ogni cosa, declinato in mille sfumature. C’era lo smeraldo della volpe, il verde selvaggio e profondo dei campi di Pontalba che pareva filtrare dalle finestre, quello più morbido dell’abito di Costanza. Tutto quell’universo vegetale sembrava fluttuare nel bianco delle pareti, un vuoto perfetto che non isolava i soggetti, ma ne esaltava la vividezza.
In quel gioco di contrasti, l’arancione del gatto Giove irrompeva come una fiamma improvvisa, una macchia di calore che completava l’opera. Erano colori intensi, brillanti, di una bellezza così sfacciata da sembrare quasi magici. Mi sentivo parte di una tela appena finita, dove tutto era ancora fresco, vibrante e straordinariamente vivo.
«Devo tornare ai miei doveri e scrivere l’articolo per Tresciaone» pensai con rammarico.
Poi, rompendo il silenzio, mi rivolsi a Costanza «Devo scrivere un pezzo sulla Volpe Verde per il giornale per il quale lavoro, ma non so davvero da dove cominciare. Mi daresti una mano con qualche informazione utile?»
«Certamente», rispose lei con un cenno sollecito.
«Mia nonna Annabella, la madre di mio padre, raccontava sempre che a Pontalba le volpi verdi sono sempre esistite. Diceva che suo padre Pietro, il mio bisnonno, ne aveva incontrata una tanti anni fa. Era andato a pescare lungo le sponde del fiume in un caldo giorno di maggio. Dopo aver pescato una ventina di pescigatto, si era concesso un momento di sosta, immerso nel silenzio assoluto dell’argine. All’improvviso, un fruscio tra le canne alla sua destra lo aveva fatto sussultare. Voltandosi, aveva visto una volpe dal manto color smeraldo che si intrufolava rapida tra i salici bassi.
Quando tornò a casa e raccontò l’accaduto, sua moglie scoppiò in una risata fragorosa: «Hai preso un colpo di sole! Vai a lavarti, che ai pescigatto ci penso io. Li pulisco e li friggo da sola. Ma se non ti senti bene mentre ti lavi, chiamami perché hai preso molto sole in testa».
Costanza fece una piccola pausa, persa nel ricordo di quella storia familiare. «Il bisnonno Pietro non ritrattò mai la sua versione», aggiunse poi a voce bassa, «giurò fino all’ultimo giorno che quel verde non fosse un gioco di luce, ma il colore autentico di una volpe che correva a nascondersi tra i salici.»
«Raccontami meglio questa storia», le dissi. Mentre la ascoltavo, mi sorpresi a riflettere su come una narrazione, quando viene condivisa e creduta da molti, finisca per acquisire una parvenza di verità, anche in totale assenza di prove. Quella leggenda, già radicata nell’identità del paese, conferiva alla strana creatura una dimensione reale che, almeno a livello culturale, era indiscutibile. La volpe verde non era più solo un’allucinazione, ma un pezzo di storia pontalbese.
Continuai così ad ascoltare il racconto di Costanza, divertito e affascinato da una vicenda che, nella sua assurdità, evidenziava qualcosa di profondamente umano.
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/hansuan_fabregas-2902307/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7517525″>HANSUAN FABREGAS</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=7517525″>Pixabay</a>
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