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Le storie di Costanza. Il cielo verde sopra Villa Cenaroli

In quel piccolo paese si racconta che quando la contessa Maria Augusta, madre della contessa Malù, morì, il cielo sopra villa Cenaroli divenne verde. Mai si era visto un verde così bello e splendente, anche se non era chiaro che tonalità di verde fosse. A seconda del testimone della vicenda, il cielo era diventato verde smeraldo, verde lago, verde edera, verdi ricci di castagna, chissà, comunque un bel verde.

Sembrava che l’aurora boreale fosse arrivata fino a Pontalba, anche se nessuno usò quel termine perché, quando Maria Augusta morì, nessuno in paese sapeva che quello straordinario fenomeno atmosferico si chiama proprio così.

La contessa fu trovata morta nel suo letto al mattino presto. La trovò la sua cameriera personale, tale Clementina madre di Serafina, la bambina che una volta cresciuta, divenne la cameriera di Malù. Del resto, una bambina allevata in casa da una brava cameriera aveva alte probabilità di diventare altrettanto.

Quello era l’assunto che aveva fatto sì che Maria Augusta permettesse a Clementina di tenere a villa Cenaroli la figlia, che così poté crescere con la raffinatezza del posto e l’accondiscendenza del ruolo. Ma la bizzarria della vita cambia sempre le traiettorie ipotizzate e la carriera professionale di Serafina subì, ad un certo punto, una strana sterzata.

Comunque, quel mattino il cielo divenne verde sopra la villa. Clementina aprì la finestra e si mise a urlare per attirare i giardinieri, il maggiordomo non era ancora in servizio. “venite, venite, la contessa è nel suo letto fredda come gennaio, Venite subito qui!” urlava affacciata alla finestra con la sua cuffia bianca in testa.

Mentre urlava, sporgeva le braccia dall’infisso e le faceva oscillare in senso orizzontale per attirare più attenzione possibile. Le sue lunghe braccia erano già nere, segno che la cameriera aveva avuto il tempo di alzarsi, lavarsi e indossare la divisa scura che Maria Augusta pretendeva lei mettesse sempre.

Purtroppo, non si vedevano giardinieri all’orizzonte. Dormivano in una dependance ubicata sull’altro lato del parco e non sentivano le grida di Clementina che, spaventata, urlava con tutto il fiato che aveva in gola. Fu in quel momento che la cameriera alzò lo sguardo verso il cielo e lo vide verde sopra la sua testa.

Le nuvole erano dello stesso colore degli smeraldi che componevano una delle più belle collane della contessa. “I miei smeraldi, i miei piccoli, graziosi e splendenti gioielli! Come sarebbe insignificante il mio collo senza di loro!” soleva dire Maria Augusta. Li prendeva spesso in mano e li rimirava da vicino, un po’ perché in quell’azione trovava una profonda soddisfazione, che le permetteva di dimenticare che stava diventando vecchia, e un po’ per controllare l’integrità delle pietre e il risultato della meticolosa pulizia a cui erano regolarmente sottoposte.

Ecco, il cielo che Clementina vide sopra la sua testa in quel momento era esattamente di quel colore, come se gli smeraldi fossero stati sbriciolati da un abilissimo pittore e fossero stati usati come polvere per colorare le nuvole.

Quel verde in cielo significò per Clementina una sola cosa, a Maria Augusta era successo qualcosa di grave. Più che la presenza del corpo immobile e bianco, fu quella visione a convincerla che la situazione era drammatica. Ma non lo pensò solo lei, tutte le persone di Pontalba che videro il cielo quella mattina pensarono la stessa cosa. Qualcosa di grave era successo alla contessa di villa Cenaroli.

Così la voce si diffuse tra le vie del paese e i primi ad arrivare furono il lattaio e il panettiere, che risaputamente, iniziano a lavorare prestissimo. Intanto Clementina si sbracciava sempre di più “La contessa non si muove, è fredda nel suo letto!”

Sempre più agitata la cameriera corse al piano terra, uscì in cortile e da lì arrivò alla foresteria. Una volta arrivata vicino alla casa del custode, senza aspettare che lui si alzasse e si vestisse, aprì il pesante portone di legno che permetteva l’accesso principale alla villa.

Mentre il panettiere e il lattaio entravano, li seguì per un tratto e poi si sedette sul bordo di un grande vaso di coccio che conteneva un oleandro rosso. “Alzati Clementina, non è il momento di sedersi” dissero gli uomini. Clementina estrasse dalla tasca un fico secco, lo mangiò velocemente e poi si rialzò per far strada ai soccorritori.

Nel frattempo, il suo cuore e il suo cervello avevano avuto il tempo di capire e di adattarsi alla nuova situazione e questo stato di comprensione, appena maturato, le permise di dire: “la contessa Maria Augusta è morta!

A volte gli eventi della vita precedono le aspettative e questa inversione crea una strana situazione emotiva di sospensione. Come se la gravità di quanto già successo non trovasse il modo di albergare dentro di noi e di acquisire consapevolezza. Ci sono tanti modi attraverso i quali noi percepiamo gli accadimenti umani e non tutti godono di uno stato di lucidità tale da poter essere trasformati in parole, raccontati agli altri. Verbalizzare un evento permette sia di razionalizzarlo, sia di comunicarlo.

In quel momento Clementina capì che la contessa era morta e lo disse alle persone che stavano con lei. I due uomini si fermarono un attimo a guardarla e volsero gli occhi al cielo. Il cielo sopra la villa era verde. Dalle testimonianze raccolte si arguisce che furono tutti colpiti da quel che videro. Il lattaio vide il cielo color verde erba e il panettiere color verde lago. Due verdi diversi, uno più scuro dell’altro, ma sempre di verdi si trattava.

La cameriera, intanto, conscia dell’ineluttabilità di ciò che li aspettava di sopra, aveva ripreso a camminare con passo lento e deciso. Anche la postura del suo corpo era tornata eretta e non camminava più stranamente piegata in avanti con la testa piegata, come se il suo stesso corpo fosse proteso verso la ricerca di una spiegazione che non aveva ancora fatto capolino alla sua coscienza.

Grazie alla riconquistata lucidità era di nuovo dritta. Ora lo sapeva, la contessa era morta, non le restava che ricomporsi e fare una lista delle cose che bisognava fare: “il certificato di morte, il prete, il medico, la bara, i fiori, il funerale, il cimitero, la tomba, il necrologio, … avvisare subito i parenti più stretti.”

Mentre salivano le scale nessuno disse più niente. I gradini di marmo della scala che portava alla stanza da letto della contessa accolsero dei passi pesanti, nessuna parola, si stava andando verso la morte. Ciò che è ineluttabile porta con sé spesso due componenti emotive, lo stupore e lo sgomento. Nulla si può più fare, inutile cercare di rimediare a ciò che di rimedio ha solo una speranza, l’aldilà. Così si arrivò nella stanza della contessa con grande mestizia e con la consapevolezza della sacralità del momento.

Clementina aprì la porta, i due uomini entrarono e videro la contessa morta. Era spirata durante il sonno. La trovarono distesa su un fianco, le coperte scostate, segno che a causa del malore accusato, aveva fatto un tentativo di alzarsi e di chiamare aiuto, ma la morte era arrivata troppo in frette e il suo corpo esangue si era riaccasciato sul letto.

Così cominciò la ritualità che accompagna sempre l’evento, con l’invio di uno dei giardinieri a chiamare il parroco. I primi due uomini sopraggiunti aiutarono ad adagiare il corpo, già un po’ rigido, nella bara e poi se ne andarono facendo le più sentite condoglianze.

Nell’uscire riguardarono il cielo che nel frattempo era tornato di un bel azzurro sopra le loro teste. Lo ammirarono per un po’, fino a quando furono assaliti dal dubbio che il verde visto poco prima era frutto della loro immaginazione e della tensione che avevano provato in quel momento. Ma entrambi l’avevano visto e se lo dissero, il cielo era verde. Non si misero però d’accordo sulla tonalità di verde. Ma tant’è, era stato sicuramente verde.

Quella consapevolezza li stupì non poco e si chiesero come fosse stato possibile. Le spiegazioni potevano essere le più varie. Da quelle più ovvie, il colore del cielo era stato un caso, a quelle più scientifiche, il verde era un riflesso causato da nuvole basse in transito, a quelle più fantasiose, era la polvere degli smeraldi della contessa che, come per magia, aveva colorato le nuvole, che l’avrebbero accompagnata verso l’aldilà.

È proprio vero che la spiegazione degli accadimenti della vita scatena le teorie più varie e rispecchia le propensioni, le conoscenze e anche le stranezze dell’animo umano. Ci sono infatti persone che non sopportano spiegazioni tecniche e persone che, al contrario, non tollerano la presenza della fantasia quando si devono spiegare eventi molto tangibili.

Ma la morte è la morte, se c’è un evento che sa mettere d’accordo tutti sulla sua concretezza è proprio questo. La morte porta via una persona e non la si rivedrà più, non nella forma e nei modi in cui era sempre stata vista.

Ma ci fu un altro evento associato a quella morte che rese proprio quella dipartita una storia che si racconta tutt’ora e che fa parte delle vicende di questo paese bellissimo, pieno di vegetazione e di storia. Quando il cadavere fu adagiato nel loculo, da quello stesso loculo uscì una volpe verde.

La cameriera svenne e il lattaio e il panettiere si guardarono: “Io non ho visto nulla” disse uno all’altro, “Nemmeno io” rispose il secondo. A volte succedono nella vita cose inspiegabili, così tanto inspiegabili che ci si può affidare solo alla fantasia per renderle vere.

Ma i nostri soccorritori tanta fantasia non l’ebbero e preferirono decidere che non avevano visto nulla, che le volpi verdi non esistono e che nei loculi non possono vivere animali colorati. Il Barone Rampante avrebbe pensato diversamente e anche Alice nel paese delle meraviglie.

Io non so, così si racconta che andò. Mi chiedo per quale motivo al bar Della Torre mi è stato suggerito di chiedere a una certa Costanza Del Re cosa ne pensa di tutto ciò. Non so nemmeno chi sia questa signora così autorevole, ma la cercherò.

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore.

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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