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Diritto e clima: è nelle Corti di giustizia che si gioca la partita decisiva nel processo di transizione ecologica. Il libro di Katia Poneti

Diritto e clima: l’ultimo libro di Katia Poneti

In Transizione ecologica e giustizia climatica Katia Poneti sostiene la tesi che è nelle Corti di giustizia che si gioca, e si giocherà, la partita decisiva nel processo di transizione ecologica: veri e propri luoghi di confronto, dove l’attivismo della società civile incontra la costruzione giurisprudenziale.

Si è concluso a inizio marzo, presso la libreria Libraccio di Ferrara, il ciclo di cinque incontri “I Libri della Ragione”, promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il Centro studi giuridici europei sulla grande criminalità, Macro Crimes e La Società della Ragione. Transizione ecologica e giustizia climatica- Cambiare lo sguardo sui diritti per trasformare le società fossili il titolo del libro presentato lo scorso 12 febbraio. L’autrice, Katia Poneti, dottoressa di ricerca in Filosofia del diritto, ne ha parlato con il prof. Marco Magri, direttore del dipartimento di Scienze Giuridiche di UNIFE, e con chi scrive in rappresentanza della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Ha introdotto e coordinato l’incontro Leonardo Fiorentini direttore di Fuoriluogo e consigliere del comune di Ferrara del Gruppo Civica Anselmo.

Il libro di Poneti si rivolge, come è scritto al termine dell’introduzione dall’autrice, a giuristi e filosofi del diritto, quindi diretto ad “addetti ai lavori”, ma anche a un pubblico militante, agli attivisti per la giustizia climatica, per essere quella “cassetta per gli attrezzi” da utilizzare nel quadro delle azioni necessarie per un cambio di paradigma da tutti coloro che hanno a cuore la transizione ecologica strettamente interconnessa con la difesa dei diritti climatici.

Il libro è denso di concetti e riflessioni, oltre che di una bibliografia ampia e meticolosa, frutto di un lavoro di ricerca specialistico in ambito giuridico e non solo, visti i frequenti i richiami in particolare alla filosofia. E, senz’altro, rappresenta un elemento di novità nel panorama degli scritti che trattano questo argomento, ma anche una sorta di rivendicazione del ruolo delle scienze giuridiche in relazione agli argomenti affrontati, come già si può leggere nella quarta di copertina del libro dove Poneti si domanda se esiste uno spazio per i diritti nel processo di transizione ecologica.

Poco più avanti una parziale risposta a questo fondamentale quesito recita che “è nelle Corti di giustizia che si gioca la partita decisiva: veri e propri luoghi di confronto, dove l’attivismo della società civile incontra la costruzione giurisprudenziale. Le pronunce più recenti hanno infatti riconosciuto la protezione dagli effetti del cambiamento climatico come parte integrante dei diritti fondamentali e dei diritti umani”. E, al fine di rafforzare quanto appena dichiarato e come prospettiva per un futuro che già stiamo vivendo, si afferma che a causa “del riscaldamento globale che espone le società complesse a trasformazioni profonde, la forma e la consistenza che i diritti assumeranno in questa fase di transizione saranno cruciali per definire la condizione umana, e anche quella non umana, del futuro”.

A questo proposito il libro riporta alcuni esempi nei quali viene riconosciuta la Natura come “soggetto di diritti” (è il caso del continente latino-americano dove due paesi, Bolivia ed Ecuador, hanno intrapreso questa strada giuridicamente all’avanguardia) modificando in tal modo la dominante visione antropocentrica, quella dove l’”ambiente” è visto solo al servizio delle società umane.

Più in generale il libro riporta un lungo elenco di cause di climate change litigation[1] (contenzioso climatico) effettuate verso soggetti pubblici (in genere stati) o soggetti economici privati. Il numero delle cause negli ultimi anni ha avuto una crescita importante: il dato più recente di casi censiti a metà dello scorso anno era stato di 2.967 (1.899 negli USA e 1.068 nel resto del mondo), invece 2.180 era il totale a fine 2022.

Il libro poi si occupa di approfondire il significato di una molteplicità di termini/concetti, di uso ormai quotidiano, come, limitandosi a quelli riportati nel titolo, giustizia climatica o transizione ecologica.
“La transizione, molto spesso qualificata «ecologica», è divenuta un tema centrale nella comunicazione istituzionale in materia climatica, scrive Poneti, e il Green Deal la pone come termine dominante della propria struttura discorsiva”, “acquisendo il senso di profonda trasformazione e cambio di paradigma nel sistema produttivo e nella società”. Da questo momento in poi perde però “univocità di significato” e si inizia ad accostarla ad altri termini come “verde”, “energetica”, “verso una mobilità sostenibile”, e così via, ma anche “giusta”, con il risultato che da un lato si è guadagnato in ampiezza delle tematiche coinvolte, dall’altro si è ricaduti in genericità e ambiguità.

Merito del libro è indubbiamente quello di porre in relazione stretta i termini/concetti transizione ecologica e giustizia climatica, e partendo da qui declinarli rispetto a tutta una serie di problematiche oggi più che mai pressanti, a cominciare dal dare senso e consistenza al cambiamento di paradigma di cui si è detto, e iniziando a domandarsi, ad esempio, “quali trasformazioni sono necessarie per affrontare la transizione ecologica”. Brevemente, perché il libro analizza dettagliatamente questi aspetti, e qui se ne può dare solo un cenno, “soprattutto è necessario che tali interventi siano parte di un cambio di rotta rispetto allo sfruttamento gratuito della natura, ovvero all’approccio estrattivista che ha sostenuto lo sviluppo delle società industriali”. E’ all’interno delle “categorie del pensiero con cui interpretiamo il mondo, muri portanti del paradigma da cambiare”, che “si ritrovano i limiti che fino ad oggi hanno reso difficile tutelare giuridicamente la natura, incongruo dare un valore non solo economico agli enti non umani, impensabile cambiare ritmo e modalità di consumo”.

Al fine di chiarire “le ragioni per cui tale mutamento è necessario”, l’autrice cita un testo di Niklas Luhmann[2], pubblicato nel 1986, in cui si tratta della “incapacità del sistema sociale di aprirsi e di far proprio il tema della crisi ecologica nelle sue istanze di cambiamento”.
I sistemi politici, scrive Katia Poneti, rispetto alle “rivendicazioni del movimento ecologista” e alla “riflessione critica della crisi”, hanno reagito integrando le tematiche “ambientali” nel paradigma esistente. Questo processo, chiamato “modernizzazione ecologica” ha portato ad una drastica riduzione della “complessità sociale” e ha affidato l’azione in materia ambientale ai settori “economico e tecno-scientifico” che, tramite l’innovazione tecnologica, in un modo che si può definire “taumaturgico”, hanno avuto il compito di “sconfiggere i mali generati dal sistema capitalistico senza cambiarlo”. Da qui sono “emerse politiche ambientali solo contenitive e spesso inefficaci”.

Un ulteriore elemento, legato alla complessità del problema climatico dovuto al riscaldamento globale che l’umanità sta affrontando, e che non si può ignorare, è il “bisogno di ridefinire la posizione degli umani nel mondo a partire dalla crisi ecologica e climatica”. Il libro affronta in vari momenti il tema del “modello di relazione tra umani e natura affermatosi con la modernità” e che l’Antropocene, al di là di come lo si intenda, pone in discussione. Un modello in cui “la natura è ambiente e contesto separato dalla società degli umani” e considerata principalmente come risorsa da sfruttare.
Riferendosi alla riflessione di Philippe Descola[3] vengono inoltre riportati due aspetti che sostengono sostanzialmente una idea di contrapposizione o separazione tra società umana e natura, dove la “mente domina sulla natura esterna, materia manipolabile”: è questo l’atteggiamento di “dominio che ha contribuito a generare la crisi ecologica”. Ma questa visione del mondo è stata messa in crisi dal cambiamento climatico. “Non si può più pensare la società come separata dalla natura. […] Siamo di fronte alla fine della grande divisione tra natura e società”, ed «è auspicabile che le scienze sociali reagiscano con un cambio di paradigma che tenga insieme entrambe le dimensioni»[4].

Questi alcuni dei significativi passaggi del libro nei quali viene sviluppata una ampia riflessione e si argomentano in modo approfondito i temi scelti e che, senza alcun dubbio, permettono di considerarlo, come già detto, una indispensabile “cassetta degli attrezzi”, utile anche per i non esperti di discipline giuridiche.

Infine, come conclusione di queste brevi considerazioni, credo sia più che opportuno riportare le parole con cui Katia Poneti apre il libro, in particolare dove se ne illustrano scopo e approccio utilizzati. La prima riflessione che si incontra è “l’idea che, per affrontare la crisi ecologica e climatica, sia necessario un cambio di paradigma di pensiero.” Ma “il cambiamento di quel pensiero complesso , citando Edgard Morin[5], è da intendersi in senso ampio, e uno dei luoghi in cui si può intravedere l’emergere di tale mutamento è il discorso giuridico sulla crisi climatica.

La giurisprudenza, sostiene Poneti, costituisce ormai da due decenni un fenomeno in ambito climatico in controtendenza rispetto alla iniziativa politica. E il contenzioso climatico, globalmente diffuso, con sentenze rilevanti emesse in luoghi e sistemi giuridici differenti, diventata così un punto di riferimento per il cambiamento di paradigma”. […] La transizione ecologica deve, in sintesi, procedere insieme alla giustizia climatica (per questo non è sufficiente un’applicazione anche rigorosa del principio di «chi inquina paga»), e deve prendere in considerazione la dimensione della giustizia sociale.

Sono stati i movimenti per la giustizia ambientale, dai quali prende origine il movimento per la giustizia climatica, a mettere in luce che la questione ambientale e climatica è ab origine interconnessa con la questione sociale […] Perché la transizione sia accettabile, sostenibile e giusta, serve un progetto politico e una visione del futuro, coltivare nuovi immaginari e nuove visioni del mondo, ripensare l’idea di benessere al di là di un approccio riduzionista ed economicista, […] per puntare a un cambio nel sistema di pensiero che integri scienze naturali e scienze sociali, e che superi il dogma della crescita[6].”

Note:

[1] “La questione del contenzioso climatico – climate change litigation – è portata sempre più frequentemente davanti alle Corti. Il rapporto dell’IPCC pubblicato tra il 2021 e il 2023 ha inserito il contenzioso climatico tra gli strumenti di contrasto al cambiamento climatico, sia in relazione alla riduzione delle emissioni che in merito all’adattamento

[2] Comunicazione ecologica. Può la società moderna adattarsi alle minacce ecologiche?, Franco Angeli, 1989.

[3] Oltre natura e cultura, Raffaello Cortina Editore, 2021.

[4] Pierre Charbonnier è un filosofo francese. I suoi principali campi di lavoro sono la filosofia politica e la filosofia ambientale. Ha studiato all’École Normale Supérieure, e lavora come ricercatore presso il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi.

[5] Il pensiero di Edgar Morin, noto come pensiero della complessità, propone di superare la frammentazione del sapere causata dalle discipline separate, promuovendo un approccio transdisciplinare e multidimensionale. Morin mira a collegare le conoscenze per comprendere il reale nella sua interezza, unendo scienza e umanesimo, individuo e società, locale e globale. Edgard Morin, La sfida della complessità, Le Lettere, 2017.

[6] Che cos’è la transizione ecologica – Clima, ambiente, disuguaglianze sociali – Per un cambiamento autentico e radicale, a cura di G. Ruggieri e M. Acanfora, Altreconomia 2021.

In copertina: il contenzioso climatico – immagine di P&S Legal.it

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Gian Gaetano Pinnavaia

Ho lavorato come ricercatore presso l’Alma Mater Università di Bologna nel settore delle Scienze e Tecnologie Alimentari fino al novembre 2015. Da allora svolgo attività didattica come Docente a Contratto. Ferrarese di nascita ma di origini siciliane. Ambientalista e pacifista fin dagli anni degli studi universitari sono stato attivo in Legambiente e successivamente all’interno di Rete Lilliput di Ferrara fin verso il 2010. Attualmente faccio parte della Rete per la Giustizia Climatica di Ferrara. Sono socio dell’Associazione culturale Cds OdV – Centro ricerca Documentazione e Studi economico-sociali, del cui direttivo faccio parte e collaboro da anni all’Annuario socio-economico ferrarese. Nel 1990 sono stato eletto con la lista “Verdi Sole che ride” nel Consiglio Comunale di Ferrara fino al 1995; in seguito, dal 1999 al 2004 consigliere della Circoscrizione Nord per la lista “Verdi”.

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