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Eurosuicidio

Eurosuicidio

Il libro di Gabriele Guzzi ha il merito, come ha scritto nella prefazione, Lucio Caracciolo, di un’analisi ben documentata che mette in luce come non sia più possibile nascondere dietro il mito dell’Europa, i disastri che la UE ha prodotto (specie in Italia), da quando (nel 1992) si è avviato questo processo.

Guzzi fa capire che se è vero che l’Europa unita è una grande opportunità, è anche vero che le differenze per chi vi abita (se ricco o povero o operaio) possono essere molto diverse in base al tipo di Europa. E’ quindi opportuno discutere a fondo di quale Europa vogliamo, visto che quella fatta (si fa per dire) guidata dai mercati, dal liberismo e dal modello americano non sta dalla parte di chi lavora, non crea prosperità, non conta nel mondo, non mitiga le differenze sociali e favorisce solo una élite.

La causa della crisi della UE, scrive Guzzi, giovane economista e filosofo (nato nel 1993) ma con già molti incarichi, è la Ue stessa, la sua struttura istituzionale, la sua politica monetaria ed economica che lei stessa ha costruito. Evidente nella sua marginalità internazionale e dagli schiaffi che riceve da Trump, è il frutto di 40 anni di asservimento alle politiche liberiste e degli Stati Uniti che hanno sempre impedito alla UE di costruirsi come Stato sovrano, ma solo come un grande mercato unico utile per le imprese americane, ma molto meno per le stesse europee che per crescere devono creare 27 società, una per ciascun paese, con costi aggiuntivi che le manderebbero in fallimento.

L’allargamento ad est del 2004 con l’inclusione di 100 milioni di lavoratori, ha spiazzato gli operai UE e italiani in particolare ed è la principale causa della caduta dei salari. Se l’Italia ha aumentato redditi e salari nei primi 30 anni del secondo dopoguerra di 2,5 volte, dal 1992 sono fermi e la povertà è triplicata. Sono aumentati solo redditi e profitti del 20% della fascia più ricca.

Dopo aver costruito una moneta senza Stato, si pensa di creare un esercito senza Stato, quindi senza democrazia, col rischio che la UE diventi uno Stato guerrafondaio, nel momento in cui Trump capisce che non sono più vantaggiose le guerre aperte (coi soldati sul terreno), ma conviene fare predazioni mirate.

Dal 1945 al 1979 il capitalismo nell’Europa, negli Stati Uniti e in Italia ha vissuto la sua fase migliore dal punto di vista del Lavoro. Inoltre è stato realizzato il “welfare state” che integra il reddito individuale con sanità pubblica, scuola di massa, università gratuita, buone pensioni garantite dallo Stato, case popolari per i ceti più deboli, trasporti e infrastrutture. Gli italiani hanno visto salire il tenore di vita dal 44% di quello degli inglesi al 100% in 30 anni.

Dal 1992 inizia il processo di inclusione nella UE con gli accordi di Maastricht e da allora viene smantellata in Italia l’industria pubblica e il ruolo dello Stato nell’economia, crescono liberalizzazioni e privatizzazioni e si riduce anno dopo anno il welfare, ma non cala il debito pubblico. Lo Stato italiano cede la sovranità alla UE su moneta e politiche economiche. L’esito dopo 40 anni è disastroso. Forse qualcosa è andato storto: una politica economica basata sul vincolo dell’euro, sull’export e la compressone della domanda interna e l’austerity (suggerita dalla Germania a tutta la UE) ci ha annichilito.

L’Italia oggi dopo 40 anni di UE si trova indebolita nei suoi punti di forza: manifattura, grandi imprese e banche sono state sacrificate per garantire la stabilità della moneta euro. L’uscita dello Stato da asset strategici (manifatture e banche), pensando che i privati avrebbero investito meglio e di più, non solo non è avvenuta, ma si sono distrutte grandi imprese e banche pubbliche per fare cassa, diversamente da Germania e Paesi nordici che con imprese, banche e finanza privata più solide hanno potuto lucrare di un più grande mercato unico esteso ad est. Ceti operai e umanità sono scomparse dando priorità ai mercati e profitti.

La Banca Centrale Europea decide le sue politiche (spesso di austerità) senza confrontarsi con un Governo UE che non esiste, ma neppure col parlamento UE, a differenza di ciò che accade negli stessi paesi anglosassoni (UK e USA). La crisi del 2011 dell’Italia fu dovuta proprio alla indisponibilità della BCE ad acquistare titoli del debito pubblico italiano, a dimostrazione che “unità senza solidarietà” è un assurdo per i paesi deboli e l’equilibrio tra Politica e Finanza si è spostato a favore della Finanza.

L’Italia è il paese che ha fatto più “riforme” di tutti per adeguarsi alle politiche UE (più privatizzazioni, più liberalizzazioni, più precarietà del lavoro, più austerità) e ha accumulato dal 1992 al 2020 1.200 miliardi di euro di avanzo primario (entrate-uscite, escludendo le uscite per pagare il debito pubblico). Il che vuol dire che ha fatto politiche di austerità e l’euro però non è riuscito a farci pagare meno interessi di quanto si credeva.
Il risultato di uno Stato minimo, della sua scomparsa da manifatture, banche, della mancata programmazione economica, di una politica pubblica energetica…Cosa ha prodotto? La maggiore sottrazione di risorse a famiglie e imprese di tutti i tempi repubblicani italiani e una svalutazione del lavoro e della democrazia.

Il ceto imprenditoriale, senza Stato, ci ha messo poi del suo e, favorito da globalizzazione e liberismo, è diventato sempre più ricco in un paese sempre più povero.

Il debito pubblico cresciuto dal 57% (su PIL) dal 1987 al 121% del 1994 (gli anni ’80, la Milano da bere) è avvenuto per il divorzio Tesoro-Bankitalia (voluto da Andreatta) che ha fatto salire i tassi di interesse del debito pubblico italiano da livelli negativi al 5-7%, proprio perché Bankitalia non garantiva più gli acquisti dei titoli pubblici dello Stato. Un esito auto inflittoci per allinearci ai parametri UE. L’esplosione del debito italiano non è dunque dovuta, come dice la narrazione mainstream al lassismo della spesa pubblica, ma a una sbagliata politica monetaria, dovuta a regole per entrare nella UE.

Per Guzzi il progetto Europa può solo procedere se si abbandona l’idea di un ulteriore allargamento a paesi eterogenei ai fondatori che ha già pregiudicato il suo assetto democratico, se si riparte costruendo davvero uno Stato UE che non sia anti- europeista come l’attuale, con chi ci sta, che consolidi (almeno in parte) i debiti pubblici nazionali, con eurobond per investimenti UE su difesa, welfare e grandi asset strategici che costringano tutti a coordinarsi. E con regole di aiuto per i deboli. Ma, se si fanno entrare altri 10 paesi deboli, tutto salta in aria.

Poiché i Paesi Nordici e Germania non accetteranno una tale prospettiva, meglio uscire temporaneamente dall’euro, la cui architettura risale a un tempo preistorico (1992) rispetto alla nuova geopolitica. Non significa abbandonare la cooperazione con i fondatori UE (e altri interessati), una sorta di via “inglese”, e lavorare per i nuovi Stati Uniti d’Europa, mentre l’Italia finalmente prospera. Ciò significa rinazionalizzare il nostro debito come ha fatto il Giappone (che paga pochissimi interessi), rilanciare una politica pubblica keynesiana, riappropriarci di una politica estera e di una sovranità sia monetaria che fiscale e poter svalutare all’occorrenza. In politica estera riprendere la tradizione italiana della prima repubblica (il multilateralismo) che, per un paese strategico come l’Italia nel Mediterraneo, è un assist enorme allo nostro sviluppo. Tutte cose che appaiono difficili, ma Guzzi ha il vantaggio di dire o questa via di nuova prosperità o continuare il declino, scegliete voi.

Il Re (UE) è nudo. Trump lo sa per primo e spera che la UE ritorni ai singoli Stati che contano poco (se isolati tra loro) rispetto alla super potenza USA. Ma Guzzi non è certo un fan di Trump. Chi difende questa UE mercantilista sta di fatto con Trump, perché è una UE che non conta nulla, molto meno dei singoli Stati. Si può far finta di non vedere, di non lavorare per una nuova Europa da ricostruire, che dia vera prosperità come fu nei primi 30 anni del dopoguerra per i singoli Stati. E allora basterà aspettare le elezioni europee del 2029, quando i partiti nazionalisti la chiuderanno.
Guzzi chiede che se ne discuta con urgenza i tempi stringono. Come non essere d’accordo, le evidenze di 40 anni sono più che sufficienti.

Il volume:
Gabriele Guzzi Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l”Italia e come possiamo salvarci, prefazione di Lucio Caracciolo, Fazi Editore, 2025, €18,50.

In copertina: l’Italia che affonda, immagine di Articolo 21.org.

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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