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Rapporto Istat: un’Italia più povera e più fragile

Rapporto Istat: un’Italia più povera e più fragile

Il Rapporto annuale dell’Istat [Qui] segnala che nel 2025 il PIL cresce solo di +0,5% (rispetto a +0,9% del 2023 e +0,8% del 2024). Saremo ultimi in Europa poi nel 2026 e, probabilmente, in recessione in autunno con un’alta inflazione ed energia più costosa. Molti italiani, manipolati dalla propaganda, pensano che la causa dei nostri mali siano gli immigrati. Ma basta guardare ciò che è successo in Spagna per rendersi conto che è il contrario.
Scrive Istat: “Il maggiore dinamismo dei consumi delle famiglie in Spagna rispetto a quelli italiani è riconducibile sia a fattori demografi ci sia a una crescita sostenuta dei redditi reali. L’aumento della popolazione spagnola tra i 15 e i 64 anni (+4,6% tra il 2022 e il 2025) è stato infatti superiore a quello italiano (+1,6%), trainato dalla forte espansione degli stranieri regolari (+22,3%; nello stesso periodo, +4,6% in Italia). Tale componente ha ampliato la base produttiva e alimentato la domanda interna, generando un effetto cumulativo tra l’offerta di lavoro e i consumi. In Spagna, i redditi reali aumentano notevolmente nel periodo 2022-2025 (+14,8%), mentre in Italia la loro crescita appare più debole e irregolare (+3,3% nello stesso periodo; ma -8,6% sul 2019).”

L’Italia paga i più alti prezzi dell’energia e la manifattura segna un crollo produttivo sul 2018 (-7,4%; -38% automotive; -14% chimica; -700mila occupati sul 2007, good jobs evaporati). Solo la Germania fa peggio di noi. Bassi investimenti in ricerca e sviluppo (1,5% vs 1,5% Spagna, 2,2% Francia, 3,1% Germania), vendita di molte imprese ad azionisti stranieri, calo dei salari.
Il PNRR sta dimostrando l’inefficacia di programmi centralizzati da fare in fretta su regole UE che favoriscono sempre i grandi operatori. Da notare l’alta percentuale di occupati a bassa istruzione dell’Italia… chi farà questi lavori senza immigrati? Il blocco nell’arrivo di immigrati regolari (180mila all’anno dovrebbero arrivare, ma ne arriva il 10%) fa si che le imprese mantengono al lavoro gli over 50, che sono quelli che infatti crescono tra gli occupati (non i nostri giovani).

L’occupazione che cresce di “mille posti al giornodurante il Governo Meloni è cresciuta in realtà di 707 posti e, se confrontata con quella del Governo Draghi (da febbraio 2021 a ottobre 2022), è solo un terzo. E’ poi avvenuta in settori a debole valore aggiunto (commercio, turismo,…) in un paese che ha il più basso tasso di occupazione nella UE (Italia 62%, Francia 70%, Germania 78%, Spagna 68%). E potrebbe fermarsi nei prossimi mesi. La Spagna cresce 4 volte l’Italia.

Regge solo l’export e l’occupazione (ma in settori a debole valore aggiunto) e non si è fatto più debito pubblico. Latitano però gli investimenti dei privati (che fanno cassa vendendo all’estero), sia quelli pubblici che si affidano alle virtù del “libero mercato”.
Gli effetti sono l’aumento dei redditi solo dei più abbienti e così la disuguaglianza cresce.

Il ceto medio raggruppato tra il 75% della mediana dei redditi e il 200% (61% delle famiglie) vede gli adulti tra 30 anni e 46 anni peggiorare la loro condizione nel 27% dei casi e migliorarle nel 25%. L’aumento di valore viene trasferito ad una piccola élite, mentre il resto degli abitanti peggiora. Invecchiamento e denatalità spingono il Paese in condizioni di crescente vulnerabilità.

Il Corriere della Sera per non deprimere i suoi lettori sull’Annuario Statistico riporta l’andamento dei redditi delle famiglie a prezzi correnti tra il 2014 e il 2024 che non considerano l’inflazione. Istat divide in 4 grandi gruppi:
A ) A rischio povertà (18,6% del totale) con meno del 60% della mediana[1],
B ) Meno abbienti (11,5%) con un reddito del 60-75% sulla mediana,
C ) Ceto medio (61%) tra il 75 e 200% della mediana,
D ) Abbienti (oltre il 200% della mediana, 8,5%).

Mettendo insieme poi un “ceto medio” così gigantesco (61% delle famiglie) sembra che tutte le famiglie del ceto medio migliorino e pubblica un bel grafico che fa vedere come il ceto medio italiano abbia aumentato il reddito negli ultimi 10 anni del 37%. Boom!

Il Corriere ha fior di economisti e sa bene la differenza tra prezzi correnti e costanti. Questi ultimi tengono conto dell’aumento dei prezzi e fanno scendere l’aumento dal 37% al 10%. Comunque si potrà dire +10% non è male. L’Istat però avverte che la spesa media della famiglia è calata del 5,6% se si deflaziona. Non so che deflatori abbiano usato, ma se si calcola l’inflazione media il calo è -7,6%. Ma ciò significa che il reddito non è aumentato: difficile infatti pensare che con un reddito che cresce, calino i consumi.

Parrebbe quindi che negli ultimi 10 anni le famiglie povere (18,6%) stiano meglio. Ma questi dati contrastano totalmente col risultato di altre indagini (Cgil, Caritas, Acli,…) e anche con l’indagine sulle famiglie che svolge Banca d’Italia, che per accuratezza del campione è più attendibile. Essa ci dice che l’indice di Gini in Italia è in forte aumento: non è 36,1 come si credeva in passato ma ben 41,1, cioè il livello monstre degli Stati Uniti.

Due anni fa Istat pubblicò i redditi (vedi figure sotto) relativi (la prima) agli ultimi 20 anni (2003-2023), la seconda per decile (10% di famiglie) del 2022. Come si potrà notare tutti i redditi da lavoro (sia dipendente che autonomo) e da capitale sono in calo, ma nella media i ricchi si ritagliano sempre una quota che cresce per loro. Stabili le pensioni. La figura considera i valori a prezzi costanti, ecco perché si vedono i cali. Se fossero correnti sarebbero in aumento.

Per quanto poi riguarda la ricchezza netta Bankitalia divide le famiglie in tre macro gruppi:
1. i più poveri, cioè quel 50% delle famiglie italiane che stanno sotto la mediana (0-50),
2. quelle abbienti (il vero ceto medio 50-90)
3. il 10% più ricco (90-100).
Ebbene le più povere hanno subito un calo del patrimonio nazionale dal 2011 al 2022 da 8,7% a 7,8%, in calo anche il ceto medio, mentre il 5% ricco è salito dal 40% al 47%, facendo salire l’Indice di Gini per la ricchezza da 0,67 a 0,71.

Nel confronto internazionale (a parità di potere d’acquisto, ppp) la Germania ha la metà delle famiglie (quelle più povere) messe peggio delle italiane. Ciò è dovuto al fatto che le famiglie povere tedesche non hanno case di proprietà, a differenza degli italiani (anche se di modesto valore) e questo alza la nostra ricchezza.

Questi dati ci dicono che i redditi sono aumentati per le classi abbienti e diminuiti per quelle a rischio povertà. Ciò è dovuto ai paradisi fiscali, a norme per cui un italiano può risiedere a Montecarlo senza pagare imposte, all’imposta sull’eredità per cui chi eredita oltre un milione di euro paga solo del 4%, che le plusvalenze finanziarie sono tassate meno del lavoro, con condoni fiscali in modo da favorire chi pianifica di non pagare le imposte.

Il grande problema è dove va l’Italia? (e la UE?)
Una delle poche visioni (green deal) è stato abbandonato sperando di accontentare le nostre imprese che nel frattempo fanno accordi (per non scomparire) coi cinesi. L’Italia si salverà sempre col turismo e la cultura, ma saremo più poveri.

Note:
[1] La mediana è un indice di posizione che rappresenta il valore centrale, divide i dati a metà: il 50% dei valori risulta inferiore o uguale alla mediana e il restante 50% risulta superiore o uguale.

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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