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Indagine sulle famiglie
In attesa della tempesta perfetta

Premessa
Lo studio che qui presentiamo non è stato commentato dai grandi quotidiani, nonostante l’usuale deferenza verso l’ autorevole fonte, ed è uscito (forse non a caso) il giorno dopo le dimissioni di Draghi. Evidentemente si ritiene più utile e vantaggioso divulgare altri dati invece che quelli sulla povertà.

La Banca d’Italia ha pubblicato il 22 luglio l’attesa indagine sulle famiglie relativa all’anno 2020 [Vedi qui] (la precedente era del 2016). Si tratta del più importante studio (su un campione di 7mila famiglie) sulle condizioni di reddito e patrimonio, confrontabile con le passate indagini a partire dal 1977.

I redditi medi dei dipendenti presentano un andamento piatto negli ultimi 45 anni, tranne un leggero aumento alla fine degli anni ’80. Il 1989 è l’anno del massimo picco (22.731 euro) rispetto ai 19.438 del 2020. Per gli indipendenti i redditi medi sono molto più variabili: dopo una crescita costante dal 1977 al 1987, subiscono un calo progressivo fino al 1995 per poi ricrescere fino al 2004. Da quel momento calano e recuperano qualcosa solo dal 2012 ad oggi. Sono il 69% in più di quello dei dipendenti nel 2020 ed avevano lo stesso differenziale nel 1977. E’ invece diminuita molto la ricchezza netta mediana delle famiglie: fatto uguale 100 il patrimonio del 2006, lo stesso è sceso a 68 nel 2020, con valori molto diversi tra i poveri (9mila euro per il 30% dei più poveri; 207mila per le classi centrali; 1,6 milioni per il 5% più ricco).

Un tonfo clamoroso dovuto in gran parte alla svalutazione delle case di cui gli italiani sono oggi proprietari nel 77% dei casi (rispetto al 47% del 1977) e che sono entrate nel mirino di grandi società (multinazionali e nazionali) pronte ad acquistarle dalle famiglie che non sono più in grado di reggere l’aumento del mutuo (via inflazione) e la perdita del lavoro (solo a Milano vanno all’asta 304mila immobili).

Lo studio, durato un anno, è stato meglio approfondito nelle estremità del campione (i più poveri e i più ricchi) sui quali è più ostico avere informazioni affidabili (i poveri per stigma, i ricchi per reticenza). Se la ricchezza netta mediana è in fortissimo calo dal 2010, come abbiamo visto (e le previsioni sono di un ulteriore calo per l’altissima inflazione e la probabile stagnazione -se non recessione-), le cose vanno bene per le famiglie ricche.

Il reddito medio scende dell’8% sul 2016, ma se si escludono quelle ricche (circa il 20% che, come vedremo, hanno guadagnato ancora) la perdita delle restanti 80% di famiglie sale al 15%. Cali imponenti certificati ora dalla Banca d’Italia, che sono alla base dell’erosione dei patrimoni e del crollo dei consumi (-20% sul 2006). Non stupisce quindi che Istat abbia visto salire i poveri assoluti da 1,8 milioni del 2005 a 5,7 milioni del 2021, a cui bisogna aggiungere 7 milioni di altri poveri “relativi” (chi guadagna meno di 1.049 euro mensili in una famiglia di 2 persone).

Con l’inflazione che su base annua è già stimata dall’Istat all’11% e che proseguirà nel 2023, l’80% delle famiglie rischia di trovarsi a fine 2023 con un reddito reale inferiore del 20% (a prezzi costanti) rispetto al 2006.

Se poi si considera il coefficiente di Gini (che misura la disuguaglianza: zero se c’è perfetta uguaglianza, 100 se uno solo guadagna tutto) alla luce delle migliorie fatte nel disegno campionario, esso sale dal 33,3% (che si credeva) al 39%. Un dato clamoroso e che ci proietta al primo posto in Europa (media UE 30%, Brasile 57%, Cina 47%, Usa 41%, Russia 40%; i paesi leader Danimarca Giappone e Svezia sono al 24-25%). E’ stato proprio l’approfondimento sulle famiglie ricche e povere (gli estremi) che ha portato alla scoperta che la disuguaglianza è molto più ampia di quanto si credeva. Il 10% delle famiglie più ricche guadagna infatti in media 132mila euro all’anno, mentre il 10% di quelle più povere solo 7.550 euro.

La Banca d’Italia ci consegna un quadro di diffusa povertà della società italiana, molto diverso da quello che ci è stato raccontato (dai media soprattutto) negli ultimi 20 anni che parevano di “magnifiche sorti e progressive” e che sono stati invece di arretramento sociale, se si pensa che metà delle famiglie guadagnano al massimo 25.854 euro l’anno.

Ma non è andata così male per tutti: l’1,2% delle famiglie più ricche hanno, infatti accresciuto il loro reddito medio annuo (322mila euro), il cui valore complessivo è diventato pari a quello del 30% delle famiglie più povere. Metà del reddito percepito in Italia viene spartito così tra il 20,8% delle famiglie più ricche, mentre l’altra metà è distribuito tra il 79,2% delle altre famiglie (classe media, lavoratori e poveri). Dal 2006 ogni anno la “torta” diminuisce, ma la fetta che va a questo 20% più ricco aumenta. Non è quindi strano che nel Paese sia fiorita una critica alle élite, in quanto le condizioni delle restanti famiglie si aggravavano. Una società con tali livelli di disuguaglianza (e che cresce anno dopo anno) è destinata ad implodere e mina in profondità la coesione sociale, oltreché dover spendere sempre più in sussidi per mitigare la protesta degli individui sotto il 50% della mediana del reddito, che sono saliti dall’8% del 1989 al 15,1% del 2020.

Siamo passati dalla società dei 2/3 (che Peter Glotz criticava negli anni ’80 perché lasciava ai margini 1/3 dei poveri), alla società dell’1/5, cioè solo il 20% delle famiglie viene favorito dall’attuale sistema socio-economico e dalla finanza. E’ vero che l’inflazione oggi è dovuta ai prezzi dell’energia, ma è anche vero che essi sono ampliati dalla borsa Ttf di Amsterdam (che consente a centinaia di fondi speculativi di guadagnare), un sistema disegnato dal liberismo.

La povertà ha iniziato a crescere incessantemente dal 1990, proprio da quando è crollata l’URSS; come se il capitalismo occidentale non avesse più avuto la necessità di “farsi bello” agli occhi dei poveri e dei lavoratori per via de “la fine della storia”. Da allora la nostra società è diventata molto più disuguale: oggi “scopriamo” che lo è molto di più di quello che ci è stato raccontato per 30 anni.

Si capisce, pertanto, il motivo per cui “metà delle famiglie ha problemi ad arrivare a fine mese” (dice Bankitalia) e per cui sono crollati i consumi (-20%) sul 2006, dato che per le famiglie ricche si è trasformato invece in maggior risparmio. Nel biennio 2020-21, complice la pandemia, i risparmi degli italiani (famiglie e imprese) sono cresciuti infatti di 130 miliardi e sfiorano i 2mila miliardi (quindi di soldi ce ne sono ancora, anche molti e anche cash, ma molto concentrati), e quindi non stupisce che i risparmi siano cresciuti; ma sono al 90% quelli dei ricchi, se si considera che il patrimonio del 30% delle famiglie più povere è salito dal 2016 al 2020 da 6mila euro a 9mila (soprattutto per il Reddito di Cittadinanza e gli aiuti Covid del 2020), mentre quello del 5% dei più ricchi è salito da 1,2 a 1,57 milioni. Ci vuole poco a capire chi risparmia…

Lo sfacelo sociale è senza precedenti e getta seri dubbi su molte questioni, incluso il modo in cui stare dentro l’Europa. Ovviamente le colpe non sono tutte dell’Europa, ma di chi ha governato e soprattutto di processi mondiali come la globalizzazione e un crescente liberismo a cui ci siamo adeguati, che ha creato vincitori (Cina, paesi asiatici, Germania, Nord ed Est Europa) e vinti (paesi del Sud Europa, africani e altri in giro per il mondo). Un modello che distribuisce i profitti di una crescente privatizzazione dell’economia soprattutto ai ricchi e che ha smesso di arricchire la classe media. Una fascia minoritaria di imprenditori, consulenti, manager, quadri, anche talentuosa e volenterosa, ma a cui è stata ridotta la tassazione (elusione) e consentita una crescente evasione (Ocse stima in 150 miliardi la perdita annua di gettito fiscale negli ultimi 20 anni per via della concorrenza tra Paesi) con il conseguente strisciante smantellamento del welfare (o indebitamento pubblico).

In Italia i danni prodotti dai lockdown antiCovid hanno fatto schizzare il debito pubblico dal 134% del 2019 al 155% (2020). Ora la guerra Russo-Ucraina/Americana, con l’inflazione in crescita, ci prospetta una situazione futura che inizia a presentare sinistre similitudini con quella della Grecia.

Per la borghesia il problema è eliminare il Reddito di Cittadinanza (anziché riformarlo come indica da tempo l’apposita commissione), ma per la ricerca Bankitalia proprio questa misura ha evitato che i poveri assoluti arrivassero alla cifra monstre di 7 milioni. Per i sindacati invece il problema è creare più lavoro, alzare i salari netti, diminuire l’ evasione fiscale e incrementare la giustizia sociale con misure di redistribuzione. I partiti sembrano a corto di ricette.

Nel mondo occidentale i primati dell’economia e della proprietà privata hanno assunto una predominanza totale. Le scelte economiche sono guidate dalla mera logica del profitto e dai fondi finanziari. Dopo anni di narrazioni fuorvianti ora arriva una vera “tempesta”.

Molti cittadini lo sentono, come i vecchi contadini che scrutavano il cielo. Si percepisce che siamo su un “piano inclinato” che per ora ha triplicato i poveri assoluti in 20 anni (da 1,8 a 5,6 milioni), i poveri relativi a 7 milioni, ha portato un quarto dei lavoratori a guadagnare meno di mille euro al mese, con un tasso di occupazione che è lo stesso del 1961. Non parliamo poi di scuola e salute, i cui servizi si degradano ogni anno che passa. Tra qualche anno molti saranno costretti ad acquistare dai privati (Amazon & c.) una sanità scadente di seconda o terza mano (ma rapida e on line: tech verso touch), vista la crescente difficoltà ad accedere ai servizi pubblici. Che questo modello sia difeso da molti (quelli che contano nei vari gangli del paese, media inclusi) non stupisce. Infatti, pur nell’impoverimento generale, prosegue l’arricchimento di questo 20% di cittadini che in Italia comanda, anche nei media. Una finanza senza regole porta a bolle che prima o poi scoppiano e trascinano nella miseria chi lavora nell’economia reale. Sfortunatamente, nessun Governo vuole veramente porre fine all’instabilità dell’attuale sistema finanziario (come ha detto per anni, inascoltato, il segretario della Federal Reserve, Alan Greenspan).

Questa situazione mette ovviamente in pericolo la coesione sociale se, oltre all’impoverimento, si riducono diritti sociali e libertà e si porta la Terra al collasso climatico.

Che fare? Certamente cambiare strada.  Forse, almeno nelle società capitaliste avanzate, si dovrà riscoprire quella “decrescita felice” tanto vituperata e irrisa. Se il modello di sviluppo fosse meno improntato al consumismo, la  prospettiva potrebbe davvero essere migliore di quella crescita infelice (e per pochi) ora in corso.

CONTRO VERSO
Per la giustizia “minore”

 

Per la giustizia “minore”

Ogni tanto mi capitava di distaccarmi da questa o quella storia per concentrarmi sull’insieme, o proprio sulla cornice, sul funzionamento della giustizia minorile. Immagino sia simile a ciò che si vive in un servizio territoriale, e non solo quelli rivolti all’infanzia. Sporgersi oltre il bordo è uno sport estremo che mette a confronto con se stessi attraverso le vite degli altri.

Benvenuto in tribunale:
qui inizia il tuo viaggio
che non si può fermare.
Procedi con coraggio.

Che tu abbia o no la toga
urge cintura di sicurezza.
Ti travolgerà la foga
e crudeltà e bellezza

della vita che t’inonda,
esce fuori dalle carte,
potente ti circonda
e non arriva e non parte

Ma poi dovrai difenderla
da innumerevoli agguati,
cercare di proteggerla
per tutti i nuovi nati.

Il giudice ha certezza
di tenere la briglia:
ci sia amore e sicurezza
con o senza famiglia.

A volte tutto rotola,
non ti ci raccapezzi
la vita scorre a rivoli
e ha mille ed altri mezzi

però ci sono i giorni
che qualcosa hai realizzato
e subito ritorni
al perché hai incominciato.

Il senso del cammino
è tessere la rete
che accoglie un bambino.
Milioni di comete

su case e grotte e ville
a destar la meraviglia
con milioni di scintille,
ed è la vita che brilla.

Ti dice l’esperienza
e il cervello e il cuore
che questa è un po’ l’essenza
della giustizia “minore”.

Si sa poco o niente della giustizia minorile italiana. Quando se ne parla in tv o sui giornali, quasi sempre si dicono strafalcioni, inesattezze più o meno dolose, generalizzazioni che hanno il solo effetto di approfondire il solco tra le aule giudiziarie e le famiglie. La giustizia minorile italiana non è esente da errori ma è molto diversa da come viene rappresentata di solito. Sarebbe bello che un giorno o l’altro si trovasse il modo per offrirne un’immagine aderente alla realtà.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

CHE FINE FARA’ ESTATE BAMBINI?
Il Comitato Famiglie sollecita ancora una volta il sindaco Fabbri e l’assessore Kusiak

Il solo pensiero che Estate Bambini, una manifestazione ormai storica – con proposte teatrali, ricreative e sociali di alto livello – dopo oltre vent’anni, possa sparire da Ferrara è una prospettiva che spaventa. Stiamo parlando di un appuntamento amatissimo dai bambini e delle famiglie ferraresi, che coinvolge (unica nel suo genere) alcune centinaia di volontari, soprattutto ragazzi. Una manifestazione, tra l’altro, con un budget molto ridotto, rispetto ad altri eventi e festival cittadini. 
Il pericolo è che questa manifestazione in gran parte autogestita, conosciuta ed apprezzata anche fuori dalle mura di Ferrara, se non cancellata, venga progressivamente  svuotata e ridimensionata. I Genitori non ci stanno. Vogliono difendere il patrimonio culturale e comunitario di Estate Bambini e chiedono al Comune un impegno preciso: nero su bianco.
Questo giornale non può che sostenere questa istanza.

(La Redazione)

da: Comitato Famiglie Ferrara

Gentile Direttore,
è stata l’amarezza che ci ha spinto nuovamente a fare appello alle testate giornalistiche.
Infatti il Comitato Famiglie Ferrara è ancora in attesa di risposte da parte del Comune di Ferrara per quanto riguarda la fattibilità di Estate Bambini e la programmazione di attività educative e manifestazioni ricreative dedicate all’infanzia.
Siamo in attesa dal 30 settembre del 2020, giorno in cui abbiamo posto chiaramente le questioni che ci stavano a cuore al sindaco Fabbri e all’assessore Kusiak, ottenendo reazioni che allora sembravano positive.
Lo scorso 17 dicembre le abbiamo ribadite, tali questioni, in un incontro con la stessa Kusiak, la quale si è impegnata per reincontrarci a febbraio quando, ha detto, ci avrebbe chiarito tutto. Febbraio è arrivato e alla nostra ultima richiesta di appuntamento per il tanto atteso incontro ancora nessuna risposta, anzi, siamo stati “messi in attesa” con la solita richiesta di elencare le domande via mail.
Sempre nel rispetto delle istituzioni e senza alimentare polemiche sterili vogliamo, però, condividere ciò che ci preme e che costituiva una ricchezza per la città e i nuclei familiari locali prima del lockdown. E non abbiamo intenzione di mollare poiché meritiamo risposte, ma soprattutto il rispetto che per primi riconosciamo ai nostri amministratori.

A Dorota Kusiak e ai suoi uffici abbiamo scritto più e più volte in modo dettagliato, partendo proprio dalla programmazione delle iniziative pubbliche, chiedendo chi siano i referenti e a chi sia affidata la progettazione. A questo proposito, ci sarà Maggio in Piazza Aperta, o qualche evento simile? E in caso affermativo, con quali modalità e chi saranno i soggetti coinvolti?
Ci preme sapere se Estate Bambini sia stata prevista, ridimensionata, ripensata grazie al coinvolgimento delle associazioni: l’assessore aveva pure accennato a iniziative teatrali per i più piccoli, ma senza specificare. Come intende procedere? Infine ci sarebbe utile capire se il Comune intende affidare incarichi per organizzare manifestazioni durante l’anno a soggetti privati e con quali modalità.
Per quanto riguarda, invece, la Consulta Genitoriale (inattiva dall’inizio di questa amministrazione) abbiamo chiesto espressamente a Kusiak quando sarà nuovamente istituita e potrà ricominciare a lavorare: il regolamento non è stato ancora reso noto e vorremmo riceverlo.
Inoltre, ieri abbiamo appreso che nel DUP del Comune, la Consulta non viene (ahinoi) nemmeno citata, ma è scritto: “Il punto di forza della realizzazione delle politiche familiari saranno le famiglie stesse, che in forma singola o associata, nell’ottica di sussidiarietà e partecipazione verranno chiamate a collaborare nella programmazione di un piano strategico di interventi volti a promuovere la natalità e a garantire un adeguato sostegno ai nuclei familiari nelle fasi delicate del ciclo della vita della famiglia e a promuovere il benessere di tutti i suoi componenti. Sarà necessario sviluppare le risorse comunitarie e familiari promuovendo le relazioni con le Istituzioni pubbliche e private e con il mondo dell’associazionismo che si occupa dei temi importanti per le famiglie e i singoli componenti dei nuclei familiari.”.
Rimaniamo fiduciosi che queste “risorse comunitarie” queste “relazioni con le istituzioni” e queste “sussidiarietà e partecipazione” si traducano davvero nell’ascolto delle associazioni e che il Comune sia adeguatamente preparato – e dopo sei mesi dalla nostra richiesta ne avrebbe ben donde-  con programmi e progetti adatti al difficile momento presente che bambini e adolescenti stanno vivendo per promuovere il loro benessere.
Sperando di essere stati esaustivi restiamo a disposizione delle istituzioni per qualsiasi specifica. E continuano a confidare che, qualora dal corso dell’incontro in previsione dovessero emergere altre domande, Kusiak o chi per lei sarà così gentile da volerci rispondere.
Cordialmente

Il Comitato Famiglie Ferrara

CONTRO VERSO
Il padre a luci rosse

 Aveva dimenticato uno dei suoi filmini pedopornografici nel computer della figlia, una bambina poco più giovane delle interpreti sullo schermo. La cosa era stata notata dalla mamma della bimba (i due erano separati), segnalata dalla signora, interpretata dai giudici minorili come un grave rischio per la bambina. Per ciò che forse aveva impropriamente visto, e molto più per ciò che avrebbe potuto subire domani.

Lui si è lamentato parecchio e pubblicamente. Riteneva violati i suoi diritti di padre.

Il padre a luci rosse 

Sì, il computer… è della mia bambina.
E in quel filmato…  C’è una ragazzina.
Un poco osé, lo ammetto, un po’ discinta.
Sembra malizia ma è tutta roba finta.
Che poi, un porno…
Io dico che oggigiorno
questi bambini son tutti più scafati,
trovano il sesso anche nei cartoni animati!
Con questa scusa delle immagini hardcore
volete forse buttarmi fuor?
Per una bimba non è tra i film più adatti
ma sono il padre e ho pure i miei diritti!
Perché in Italia, tra i due genitori,
mamma è innocente e papà… sono dolori!
Solo perché mi diverto e son guardone
del pedoporno, non mi sembra una ragione.
Pensate invece ai drogati, agli assassini:
quelli son padri che offendono i bambini!
Lo voglio dire anche alla tivù:
è figlia mia, e non la vedo più!

Un uomo appassionato di pedopornografia abuserà della sua bambina? La risposta non è semplice, non ci sono automatismi.
Potrà essere un padre capace di dare alla figlia un’educazione equilibrata?
Ecco su questo è legittimo avere dei dubbi.

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CONTRO VERSO
Filastrocca delle occasioni perdute

I bambini hanno pazienza con i loro genitori. Tanta, tantissima. Ma non infinita. E le chance che gli adulti lasciano cadere finché i figli sono bambini, non è detto restino aperte per sempre.

Occasioni perdute

Papà, papà, dove è andato il mio papà?
Gli voglio bene anche se non è qua.
Lui fa barchette con gli stuzzicadenti,
fende i marosi, affronta i delinquenti,
esploratore per mare o nel deserto.
Chiamo il suo nome, lo cerco a cuore aperto.

Il mio papà, l’aspetto tutto il giorno.
È super forte, attendo il suo ritorno.
Quando verrà ve la farà vedere,
voi siete scemi e non potete capire.
Lui mi ha promesso un pc, la bicicletta
e io gli credo, il mio cuore l’aspetta.

Mio padre, mah… Qualcuno l’ha veduto?
L’ho visto un giorno e non l’ho riconosciuto.
È ancora lì, in cima ai desideri
e l’ho aspettato, giudice, anche ieri.
C’era la recita, quella di Natale.
Io l’ho invitato ma… Forse stava male.

Quel signore, quello a cui assomiglio?
Sì e no che sappia d’avermi come figlio.
Lui non mi cerca, dice che ha paura,
“sono i servizi”, “è tutta una congiura…”.
Passano gli anni i mesi e anche i minuti,
passano i giorni e noi figli siam cresciuti.
Passano gli anni e il conflitto si è risolto:
per me mio padre è come fosse morto.

Ci sono tante unità di misura del tempo. Quella della crescita di un bambino è particolare, ha il passo svelto, più di quanto occorre ai genitori per assestarsi, vincere una dipendenza, riscoprire le proprie priorità.
Ho incontrato in anni diversi bambini che alla prima udienza venivano pieni di desiderio, speranza, mancanza per i genitori lontani ad affrontare i loro problemi, e in seguito imparavano a convivere con quel vuoto, o lo riempivano altrimenti, e si disinteressavano di quel padre o di quella madre che erano tali solo per un legame di sangue.

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CONTRO VERSO
Sì va beh…

Si potrebbe cantare come uno stornello o una canzone popolare, l’incontro con questa ragazzina che snocciolava candidamente le sue scelte irresponsabili senza rendersene minimamente conto.

Sì va beh…

Sì va beh era l’oro della mamma…
Sì va beh il denaro si guadagna…
Eh lo so, il babbo ha perso il posto…

Sì lo so ci sfrattano in agosto…
Dici, tu, che potrei cercar lavoro…
Sì, va beh, ma tanto non lo trovo…
Con quell’oro? C’ho preso l’eroina…
Sì, va beh, anche trucchi e cocaina…
Ho già smesso, la droga non mi chiama…
Sì ma adesso ho uno che mi ama…
Eh, in effetti sto sempre fuori casa…
Sì va beh, ma l’atmosfera è pesa…
Mamma piange e babbo si dispera…
Il mio boy non si è mai fatto una pera…
Mamma è depressa e ti giuro che stavolta
non è mia, non è tutta mia la colpa…
Ti hanno detto che lui è disoccupato?
Sì va beh, ma mica è un disgraziato…
Io la scuola ormai l’ho abbandonata…
Sì va beh, ma mi sono innamorata…
Ho interrotto anche la borsa lavoro?
Sì va beh, ero dal mio tesoro…
Sì lo so, da lui ci dormo spesso…
Faccio sesso ma incinta non ci resto…
Sì va beh, forse incinta son rimasta…
Sedici anni ma a posto con la testa…
Eddài giudice, tu che mi hai ascoltata
l’hai capito che ormai sono cambiata!?

Ci sono adolescenti che vengono segnalati alla giustizia minorile per i loro comportamenti a rischio e questa ragazza era tra quelli. Nel suo caso si parlava appunto di furti ingenti ai genitori, uso di sostanze, abbandono scolastico, fughe da casa, compagnie improbabili.
Con lei ricordo un incontro sfilacciato. Per ogni eccezione “da grande” minimizzava, ribatteva, non si rendeva conto di rischiare. Chissà cosa le ha portato la vita.

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CONTRO VERSO
Filastrocca della coscienza sporca

Sì questa volta ero proprio arrabbiata. Una bimba prostituita riempe di sdegno e di pena, e se il datore di lavoro, diciamo così, sono papà e mamma viene spontaneo scoccare maledizioni.

Filastrocca della coscienza sporca

Immersa nel Dixan
la mamma maman
e il marito pappone
dentro al Last al limone.
Il cliente porcino
in un litro di Coccolino.
Sua moglie, senza sospetto,
nella bottiglia di Svelto.

Adulti indecenti?
Tonnellate di ammorbidenti!
Adulti trafficanti?
Quintali di sbiancanti!

Per chi vende ragazzine
in strada o in appartamento
proprio non abbia fine
l’orrore e il tormento
d’usar olio di gomito e
vedere quanto è dura
ripulirsi la coscienza
dalla propria lordura.

Vorremmo tutti credere il contrario ma i perversi esistono. Questa filastrocca nasce dall’incontro con una ragazzina che era stata costretta alla prostituzione dai propri genitori, prevalentemente dalla madre, abile a formare la propria bambina, a metterla sul mercato e a riscuotere i compensi. La signora è stata poi condannata a parecchi anni di carcere. La ragazzina si è ricostruita poco a poco. 

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CONTRO VERSO
La doppia appartenenza

L’adozione è un percorso mai concluso. Quando un bambino adottato diventa adolescente rivive tutta la sua storia, e a volte più che rifletterci sopra comincia a dibattersi.

La doppia appartenenza

Trenta chili ed un sorriso
m’han comprato dal Perù.
Dopo anni di buon viso
io non ce la faccio più.
Non lo so che mi succede
non so più cos’ho nel cuore
e se mamma me lo chiede
perdo tutto il buonumore.
So però che c’è qualcosa,
una smania ormai costante,
che m’insegue e non si posa
e per me è più importante
stare tutto il giorno in piazza
con gli amici, mia famiglia,
che fermarmi alla tivù
col pensiero del Perù.
Sarà forse la mia razza
che è ribelle ad ogni briglia?
Sarà forse che a accettare
di adeguarmi a tutto quanto
mi parrebbe di barare?
Per i miei sarebbe un vanto
però io sono diverso
gliel’ho detto e non c’è verso.
M’han comprato a caro prezzo,
anche questo l’ho capito.
Se mi piego o se mi spezzo
sento sempre che ho tradito
e sia chi mi ha generato
ma non mi ha mai dato niente
sia chi invece m’ha comprato
sotto gli occhi della gente.
Vorrei essere me stesso
non è tutta presunzione
e ricevere lo stesso
tanto amore e una ragione
per alzarmi domattina
dare retta, andare a scuola
zaino, libri, caffeina
tanto sai che il tempo vola.
Vola il tempo e posso dire
che domani è lunedì.
Sarà il giorno per capire
se i miei sogni sono qui?

 

All’origine di ogni adozione c’è un abbandono, un morso che non finisce di dolere. Perché non sono stato amato? Forse non lo merito. E perché questi che chiamo genitori dicono di volermi bene? Forse gli faccio comodo.
In adolescenza tutto questo può esplodere in modo veramente deflagrante e terribilmente faticoso per il ragazzo, o la ragazza, e per chi ha intorno a cominciare dai genitori. Vivere in una doppia appartenenza senza averla scelta è faticoso, c’è il rischio di non riconoscersi da nessuna parte, tanto più nell’adozione internazionale.

 

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CONTRO VERSO
Lo spaccino

I ragazzi osservano gli adulti più che non si creda e notano le loro incoerenze. Come quando parlano dei rischi di giocare con la droga, però poi uno studente spaccia e non succede niente.

Lo spaccino

Hai notato quel biondino?

Qui per tutti è lo spaccino.

Porta il fumo ai suoi compagni

con lauti guadagni.

Sanno tutto gli insegnanti

ma lo trattano coi guanti,

occhi chiusi e labbra strette

che non scattin le manette.

È venuto un genitore

a parlarne al professore

che l’ha detto al dirigente

e a sua volta ad un agente.

C’hanno fatto un bel discorso

che sembrava un predicozzo

e ora so che c’è una legge

e che questa ci protegge.

L’ho imparata, sì, in teoria

come la filosofia

perché poi niente succede:

anche la polizia non vede!

Ma io vedo quel biondino…

Sarà sempre uno spaccino?

 

Tanti insegnanti e operatori sono restii a segnalare un adolescente che cammina sul filo perché temono di farlo cadere. Nel caso da cui prende spunto la filastrocca, perfino la polizia municipale sapeva e non lo diceva a nessuno. Provo ogni volta a spiegare che la giustizia penale minorile è fortemente rieducativa e attenta alle persone, che il carcere è davvero l’ultima, ultimissima soluzione, e che le stesse opportunità non si danno ai maggiorenni, per cui un ragazzo che cammina sul filo se cade da minorenne trova una rete di protezione che a 18 anni e un giorno non avrà.

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CONTRO VERSO
Il figlio allungabile

Dare ragione a ciascun genitore a turno è una strategia che tanti bambini sviluppano quando i genitori sono divisi e in aspro conflitto tra loro.

Il figlio allungabile

Sono un figlio molto abile,
sono allungabile.
Coi dispetti che mastico
son diventato elastico
e quando mi sposto
dalla mamma al papà
io non mi riconosco.
A ognuno mostro metà
del loro figlio conteso.
Ma dico, per chi mi avete preso,
per un Cicciobello?
E sul più bello
comprendo il fattaccio:
i genitori, quando si separano,
gli dai un dito e si prendono un braccio.

Il compiacimento riduce il conflitto. In questo modo i bambini si modellano sul genitore che li guarda in quel momento, per poi trasformarsi nel passaggio dall’altro. Il prezzo per questi piccoli Zelig è evidente: non riuscire a sviluppare una propria personalità, non sapere più qual è la propria posizione di fronte a un bivio qualsiasi.

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CONTRO VERSO
Bambini contesi

Coppie in guerra quando la relazione finisce. Genitori che si umiliano e si squalificano per ogni cosa, coinvolgendo inevitabilmente i figli.

Filastrocca dei Bambini Contesi 

Ho sfoderato un sorriso
e se lo sono diviso.
Ho teso a entrambi una mano.
Mamma a papà: Sta’ lontano.
Ho tentato un ritornello.
Papà alla mamma: Al fornello!
Almeno lei, Vostro Onore,
mi ascolti per favore.
Ho pezzi di memoria
sbriciolati sul tappeto,
babbo con la sua boria
mamma col suo divieto
li pestano e li strapazzano
in men che non si dica
e io, sempre più piccolo,
mi sento una formica.

La legge prevede che, in caso di divisione della coppia, gli eventuali figli minorenni che abbiano compiuto almeno i 12 anni vengano ascoltati dal giudice. Per i bambini può essere un momento molto importante per far sentire la loro voce, muovendo dalla scomoda posizione di chi vede papà e mamma litigare continuamente.

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CONTRO VERSO
Filastrocca delle frazioni

La pretesa di una divisione matematica del tempo del bambino, al 50% tra la mamma e il papà, è spesso una forzatura che accontenta, forse, gli adulti, ma confonde i figli e irrigidisce le relazioni.

Filastrocca delle frazioni

Ho un piede con il babbo
un altro da mammà.
Mi sveglio e mi domando:
“Perché mi trovo qua?”
La maglia dalla mamma,
dal babbo i pantaloni
con me ci puoi illustrare
per bene le frazioni.
Con mamma storia e atletica
con babbo geometria
frequento l’aritmetica
e la ragioneria
di genitori inquieti,
costantemente persi,
che no, non si perdonano
di essere diversi.
Che più non si ricordano
quando si sono amati
e forse manco sanno
perché si son lasciati.
Che poi, siamo sinceri,
lasciati non sono.
Né divisi né interi
finché non c’è il perdono.

In una famiglia unita, in una condizione di convivenza, è del tutto normale che un figlio si avvicini di più alla madre o di più al padre in periodi diversi della crescita, o per aspetti differenti nel medesimo periodo. È quello che succede quando si tiene conto delle relazioni con una certa naturalezza.
Al momento della separazione sembra che questo sia improvvisamente inaccettabile. Mamma e papà vanno dal giudice col cronometro in mano. Chi resta incastrato, evidentemente, è il figlio. 

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LA FABBRICA DEGLI SCHEI
proposte eretiche, e intelligenti, per battere la velocità della crisi

‘Schei’, espressione veneta derivante da una storpiatura del termine tedesco stampato sulle monete austriache durante il Regno Lombardo-Veneto. Da noi ‘baioc’, come le monete dello Stato Pontificio di cui Ferrara divenne periferia dopo la fine del Ducato estense. ‘Danee’, si dice in gran parte della Lombardia.

Il breve excursus linguistico prende a riferimento Lombardia, Triveneto e Emilia Romagna, perché sono la macroarea italiana nella quale gli schei giravano di più, quella nella quale la pandemia ha picchiato più duro, quella nella quale i soldi stanno finendo. E i soldi che finiscono sono un problema, ma diventano una tragedia quando finiscono proprio laddove ne giravano ancora tanti. L’istantanea più livida del panorama nazionale la regala l’Istat: un’azienda su tre rischia di chiudere, pericolo di chiusura per sei alberghi e ristoranti su dieci, quattro nuclei familiari su dieci fanno fatica a pagare le rate del mutuo. E sono passati cinque mesi scarsi dall’inizio della crisi.

Come mai l’Italia (almeno al confronto con le altre economie europee) sta pagando e pagherà, secondo le stime, uno tra i prezzi economici più salati alla pandemia? Ci sono due risposte possibili: la prima è che siamo i più coglioni, la seconda è che siamo i più solidali. Preferisco la seconda. Quando succedono cose fatali, definitive, come una pandemia mondiale, una guerra, una catastrofe, può emergere il giacimento, la vena essenziale di un popolo, che deve decidere quali sono i suoi valori di fondo, consapevole che la scelta comporterà comunque dei prezzi altissimi. L’Italia, pur con tutti i suoi limiti (e con la tragica eccezione lombarda, che aveva privilegiato altri valori prima del Covid)) ha scelto di proteggere la salute dei suoi cittadini più deboli: le persone anziane, gli immunodepressi, gli ammalati. Altri giacimenti (quello anglosassone) hanno imboccato una strada diversa, quella dell’immunità di gregge, che di fronte ad un virus potenzialmente mortale verso i già deboli rappresenta un’opzione cinica, che accetta il rischio di una selezione naturale che sacrifica i più fragili e gli anziani in nome della salvaguardia del modello economico esistente. E’ la linea di Boris Johnson e di Donald Trump, che assume aspetti criminali nella variante latinoamericana di Jair Bolsonaro (è di ieri la notizia che la nemesi l’ha raggiunto), che ha deliberatamente lasciato la gestione della salute pubblica nelle favelas alle reti di socialità autogestite o addirittura ai gangster locali, che così consolidano il loro controllo del territorio.

Naturalmente esco subito dall’agiografia del ‘buon italiano’ (anche Formigoni e Maroni, anche Fontana e Gallera sono italiani) per ribadire che il rigido e prolungato lockdown in nome della salvaguardia della salute pubblica avrà un costo economico e sociale, quindi anch’esso misurabile in termini  profondamente e drammaticamente umani: salvare vite fragili appartiene ai fondamenti del diritto naturale, ma perdere il lavoro, dover chiudere l’azienda, ritrovarsi alla mensa Caritas sono drammi che segneranno l’esistenza di molti di noi, direttamente o indirettamente. E’ facile prevedere che i canali di decisione straordinaria (Next Generation EU) della politica europea saranno lenti.
L’area euro non è unita, ci sono interessi divergenti e solo alcuni leader sembrano essere consapevoli che la salvezza di una base comune permetterà di continuare ad amministrare le economie in modo “ordinario” – a dire il vero alcuni leader sembrano premere per distruggere questo equilibrio e crearne un altro sotto l’orbita russa. Ad ogni modo, se personalità come Von Der Leyen e Merkel (e Macron e Sanchez e Conte, perché no) dovessero mostrarsi all’altezza della sfida enorme di questo tempo, ugualmente i canali di trasmissione degli aiuti finanziari attraverso il sistema tradizionale (le banche) sarebbero troppo lenti e selettivi per le dimensioni della crisi. Al punto che diversi economisti di differente estrazione stanno proponendo di creare un canale parallelo al sistema bancario che accrediti denaro direttamente dallo stato sui conti dei cittadini a puro scopo di spesa e di consumo. Il più celebre tra questi è Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University, divenuto celebre per aver previsto alcuni anni prima, tra lo scetticismo degli organismi ufficiali, la crisi finanziaria del 2008. Roubini propone una versione contemporanea del cosiddetto helicopter money, e ipotizza 1.000 euro a cittadino, a prescindere da età e condizione sociale. Una sorta di reddito di cittadinanza flat senza condizioni per tutti, ricchi e poveri. Perché senza distinzioni? Perchè la crisi è rapida, rapidissima, quindi ogni selezione di criteri ritarderebbe un intervento che deve avere l’immediatezza come caratteristica essenziale.

Roubini non è il solo propugnatore di un intervento immediato di pocket money. In Italia mi ha incuriosito la proposta di due professori universitari – Giorgio Ricchiuti e Sebastiano Nerozzi – più modesta nell’importo per individuo (300 euro) ma con cadenza mensile, che prevederebbe la creazione di un vero e proprio circuito parallelo in euro digitale, con conti dedicati (quindi diversi dal conto bancario o postale di proprietà) in cui i soldi accreditati (con risorse alimentate dalla BCE) servirebbero esclusivamente per i consumi, e se non spesi non potrebbero essere accumulati ma verrebbero persi;  insomma, niente trasferimenti al proprio conto dei soldi ‘risparmiati’. Si spenderebbe usando smartphone o pc, mediante una app collegata al conto digitale.
Quanto costerebbe? Un sacco di soldi, recuperabili in parte tassando le erogazioni l’anno successivo sulla dichiarazione dei redditi. Ma siccome la BCE non è un’autorità fiscale, il compito di tassare la cifra verrebbe lasciato ai singoli Stati. In che modo? Ad esempio, in Italia, usando le aliquote Irpef, ma con due fondamentali correttivi: aliquota zero per chi ha avuto un danno reddituale dalla pandemia; aliquota 100% per chi non ha avuto nessun danno. Quindi il singolo Stato ricaverebbe un gettito fiscale aggiuntivo dalle risorse BCE, che potrebbe usare per redistribuire reddito, finanziare spese sanitarie, ridurre il proprio debito.
A correggere le eventuali obiezioni di sperequazione fiscale su base nazionale, parte di questo gettito aggiuntivo potrebbe confluire su un fondo europeo di redistribuzione, gestito da BEI (la Banca Europea degli Investimenti). Poi ci sarebbero le misure di contenimento del rischio inflazionistico – che, almeno in una prima fase, appare lontano. In tutto ciò, le banche – pur con regole possibilmente meno rigide delle attuali – continuerebbero a fare il loro mestiere di erogatori di denaro secondo principi di merito creditizio. Si tratterebbe di due canali assolutamente indipendenti e non comunicanti.

Si tratta di proposte che si muovono in una logica di supporto immediato, non strutturale. Quindi in qualche misura sottendono una ratio diversa da quella dei contributi finanziari di cui si sta discutendo in Europa, fatta eccezione per i contributi a fondo perduto (che però sembrerebbero riguardare, nella logica UE, prevalentemente le imprese). La logica sottostante è tuttavia condivisa sia dagli economisti proponenti sia dagli studiosi dei fenomeni criminali – come il nostro concittadino Federico Varese, professore di criminologia ad Oxford – che hanno immediatamente colto l’enorme rischio che la lentezza del sistema finanziario legale apra nuove praterie di proselitismo alla galassia di organizzazioni, caratterizzate da uno spiccato senso di controllo del territorio, che dispongono di denaro fresco da “regalare” ai bisognosi, in cambio di favori criminali da riscuotere alla prima occasione.

LA SCUOLA, COME RIPARTIRE?
Una proposta alla mia città e al Sindaco

Il livello più basso che una comunità può giungere a toccare è quando la formazione delle giovani generazioni non è più una priorità. Succede se la sindrome del tramonto del futuro colpisce i suoi membri e quindi non è più necessario garantire alcuna continuità. Non si tratta di un orizzonte da fantascienza, ma di quello che sta accadendo ora, vicino a noi, forse neppure avendone consapevolezza.
Dai figli cresciuti davanti al televisore siamo giunti ai bambini e ai ragazzi istruiti vis a vis con il monitor di un pc, del tablet e dello smartphone. Qualcuno potrebbe averci provato pure gusto e considerare che la cosa non è poi così male. Non c’è da meravigliarsi, ciò che desta scandalo e preoccupazione è che tutto sia stato accettato come una ineluttabile necessità.

Ora però che l’emergenza è passata e che la fase due permette di prendere le distanze dalla paura, sarebbe buona cosa soffermarsi a riflettere e la prima preoccupazione dovrebbe essere per loro: le bambine e i bambini, i ragazzi e le ragazze della nostra comunità. Uso il termine non a caso, perché è giunto il tempo di fare comunità, di assumerci tutti insieme la responsabilità nei confronti dei nostri concittadini più giovani, di restituirgli il tempo perduto, di recuperare le esperienze e gli apprendimenti mancati.
Senza citare esempi troppo lontani nel tempo, si tratta di esercitare i compiti della politica, nel senso più nobile del termine. Di organizzarsi come comunità in vista di uno scopo: prendersi cura insieme dei nostri ragazzi. Cosa ce ne facciamo della politica e di chi la rappresenta se non è in grado di coltivare idee nuove in condizioni eccezionali? Ora è il momento di verificare chi abbiamo votato, se in consiglio comunale siedono persone dotate di intelligenza capaci di interpretare i bisogni della collettività.

Non vorrei essere presuntuoso, non è affatto detto che il mio pensiero debba essere condiviso da tutti. Ma mi sembrerebbe un atto di responsabilità da parte degli adulti della mia città non arrendersi alla prospettiva che il prossimo anno scolastico dei nostri giovani si riduca ad uno zabaglione di insegnamento in presenza e di insegnamento a distanza, a una scuola che abdica alle sue funzioni oggi fondanti di socializzazione, inclusione, confronto e partecipazione per ridursi ad un unico compito, il più tradizionale ed antico, quello trasmissivo, quello della lezione frontale, che resta tale anche se lanciata da una piattaforma web, o se utilizza i materiali messi a disposizione dalla rete e da Rai scuola. I nostri ragazzi, bambini e adolescenti, hanno bisogno di ben altro, non possiamo trascurare a lungo le necessità della loro crescita, dell’incontro con l’altro, del costruire la propria identità, del riconoscersi nel gruppo dei pari, del coltivare pensieri, ansie e fantasie. Di vivere le occasioni per superare le proprie paure, le proprie frustrazioni e insicurezze, il proprio senso di inferiorità, di conquistare la propria autonomia. Le soluzioni non sono nelle parole dell’adulto, come non sono nello schermo di un device, ognuno se le costruisce, ciascuno se le conquista a modo suo se intorno c’è una vita che si agita, capace di proporre esperienze e incontri, relazioni, scambi, conflitti e mediazioni.

E allora lo sforzo in questo momento non è il ritorno nuovamente a casa, ma l’uscire fuori, sostituendo alle mura domestiche il territorio con una alleanza tra famiglie, amministrazione scolastica e amministrazione comunale per utilizzare tutte le risorse di spazi e di persone che si possono reperire e attivare. Dovremmo fare l’abitudine a incontrare per le strade gruppi di alunni che si muovono da un luogo all’altro per far scuola, nelle biblioteche, nei musei, nelle sale cinematografiche, nei teatri, parrocchie, oratori, centri sociali, mense, palestre e piscine, negli spazi all’aperto come negli spazi chiusi, in tutti quei luoghi che possono divenire aule e laboratori o essere reinventati per accogliere ragazzi di tutte le età, che studiano in modo nuovo fuori dall’aula tradizionale, come lontani dallo schermo del computer. Anziché insegnamento a distanza, dovremmo coltivare l’insegnamento in lontananza, lontani dai luoghi tradizionali del far scuola, lontani dai ripieghi dell’emergenza, per sperimentare un modo nuovo di apprendere, che sa usare la molteplicità delle risorse umane e materiali, la versatilità del territorio come una grande aula. Le occasioni dell’incontro, del confronto, della scoperta e delle relazioni si ampliano, si moltiplicano, i bambini e le bambine, i ragazzi le ragazze, anziché essere relegati negli edifici scolastici, invadono di scuola il territorio e la vita degli adulti. La loro crescita non è più un fatto privato dei singoli ma un impegno e una responsabilità dell’intera comunità.

Si può fare? Certamente. La riforma del titolo V della Costituzione ha introdotto il principio di sussidiarietà che consente di intervenire e non essere costretti ad accettare il piatto freddo offerto dalla ministra dell’istruzione. Se non vogliamo che da settembre prossimo i nostri ragazzi riprendano la scuola con la prospettiva di un anno scolastico ripartito tra l’aula scolastica e le pareti domestiche, bisogna muoversi da subito. La soluzione ci sarebbe, basterebbe che in tempi rapidi il sindaco convocasse un tavolo tra amministrazione comunale, dirigenti scolastici e presidenti dei Consigli di Istituto, in grado di dar vita a un gruppo di lavoro per utilizzare oltre agli edifici scolastici tutto ciò che è sfruttabile del territorio: spazi, risorse, associazionismo, volontariato, adulti disponibili e progettasse un anno scolastico diverso, non solo per l’emergenza, ma anche per il futuro.

SCUOLA O VILLAGGIO VACANZE?
A proposito di valutazione alla scuola primaria

Parto dal presupposto che le difficoltà di questa nuova situazione siano sotto gli occhi di tutti e che, mai come ora, si senta un bisogno forte di scuola: lo sentono gli alunni (anche quelli ‘insospettabili’), lo sentono le famiglie (anche quelle ‘impensabili’), lo sentono gli amministratori (anche quelli ‘insostenibili’), lo sentono i cittadini (anche quelli ‘inimmaginabili’) e lo sentiamo moltissimo anche noi insegnanti (anche quelli ‘incredibili’).

A mio modo di vedere, però, il bisogno di scuola non si soddisfa con la didattica a distanza, anche se ben fatta, perché non si può normalizzare una situazione che normale non è. È ovvio, però, che noi insegnanti continueremo ad attivarci perfezionandola, perché è l’unico modo che abbiamo in questo momento.
Detto questo mi chiedo come qualcuno possa parlare di ‘normale’ valutazione in maniera così superficiale in una situazione che di scuola ‘normale’ ha ben poco.

Per me, adottare la didattica a distanza vuol dire essere costretti a scegliere una modalità di trasmissione delle conoscenze che non è quella che privilegerei se io fossi a scuola. Quindi se questa non è la mia scuola, la nostra scuola, ‘la scuola normale’, cosa pretendono che si valuti dal Ministero?

Se un bambino o una bambina sono capaci di stare davanti ad un monitor per tante ore?
Se sono in grado di usare una piattaforma web?
Se sanno fare ad inviare una mail con gli allegati?
Se sanno fare bene i compiti a casa?
Se sono bravi a fingersi abili col computer nascondendo l’aiuto che ricevono dai familiari

E come vorrebbero che tutto ciò si valutasse?
Si preoccupano di sapere se tutti i bambini e le bambine di una classe hanno a disposizione uno strumento tecnologico idoneo?
Si chiedono se sono tutti nelle condizioni di partecipare attivamente?
Si interrogano su come coinvolgere gli alunni con disabilità mentre il resto della classe è connesso?
Si domandano come arrivare meglio agli alunni che parlano un’altra lingua?
Oppure c’è solo interesse a valutare se le famiglie possono permettersi un tablet, uno smartphone o un computer e la linea veloce?
Che voto si metterà nella pagella di un bambino che non ha un computer, un tablet o uno smartphone?
Che giudizio di comportamento si scriverà a chi ha pochi giga?
Bisognerà mettere “Insufficiente” a chi non ha i mezzi ‘sufficienti’?

È questa la scuola che dobbiamo prepararci a fare? Io spero proprio di no perché la scuola fatta così sembra un ‘villaggio vacanze’ dove un cosiddetto ‘utente’ vi è stato dirottato dopo la chiusura di tutti gli alberghi ed i campeggi, dove desidera fare un soggiorno ‘normale’, ma si ritrova attorno degli animatori che gli propongono/impongono un sacco di attività (alcune più o meno divertenti e coinvolgenti, alcune davvero insulse o addirittura stupide ed umilianti); dove ci sarà sempre chi non può o non vuole partecipare perché preferisce altro oppure è altro; dove i suoi accompagnatori lo vorrebbero intrattenere diversamente; dove le valutazioni ed i premi finali ci saranno solo per alcuni di quelli che, stando al gioco, hanno potuto o voluto partecipare.

Io credo che, in questo difficilissimo momento storico, occorra stare attenti al rischio di incentivare una scuola delle differenze tra chi ha e chi non ha, tra chi è e chi non è, tra chi può e chi non può. Penso che, in questa emergenza, si stia giocando il senso stesso del fare scuola; avverto il pericolo che conquiste avvenute negli anni passino in secondo piano. Molti genitori pensano al proprio figlio, diversi colleghi pensano alla loro classe, alcuni dirigenti pensano al loro istituto… in sintesi, in un momento in cui ci sarebbe bisogno di un pensiero collettivo, in molti pensano individualmente. Credo sia normale farlo in una situazione simile in cui tutti ci sentiamo sotto pressione, ma noi, noi che siamo insegnanti dobbiamo stare attenti a queste spinte egoistiche e provare a dare equilibrio, dobbiamo provare ad allargare le vedute, partendo dalle certezze che abbiamo e che risiedono nel nostro ‘arcipelago di certezze’, rappresentato dalla scuola della Costituzione.

Un prete scomodo, a cui devo molto della mia visione professionale scriveva, insieme ai suoi alunni: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”
Mai come loro la scuola ha bisogno di una politica seria che, dal basso, si attivi per affrontare i problemi enormi che questa emergenza ci consegna.

Banche: qualche chiarimento sul rapporto tra spread e tassi di interesse sui mutui

L’aumento dello spread sui titoli di stato che si è registrato negli ultimi nove mesi, in particolare fino a febbraio del 2019, ha avuto un impatto sulle famiglie in quanto chiedere un mutuo è diventato più costoso. A confermarlo è l’annuale rapporto Bankitalia sulla stabilità finanziaria che riporta: “ll rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato si sta trasmettendo gradualmente al costo dei nuovi finanziamenti. Rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui a tasso fisso sono cresciuti di quasi 50 punti base, mentre quelli sui mutui a tasso variabile si sono mantenuti stabili” e visivamente lo si apprezza con il grafico di seguito (linea rossa a destra che tende a rialzarsi nell’ultimo tratto)

Almeno fino a febbraio, come si diceva all’inizio, perché secondo gli ultimi dati Abi il tasso medio sulle nuove erogazioni per l’acquisto di abitazioni a marzo è sceso all’1,87%, allineandosi più o meno ai livelli di marzo 2018.

Secondo quanto riportato dal rapporto, l’aumento interessa solo i nuovi mutui e, tra questi, solo quelli a tasso fisso perché, come evidenziato da Ilsole24ore ma anche da Altroconsumo in più occasioni, non c’è correlazione tra Euribor, il tasso interbancario a cui sono agganciati molti mutui a tasso variabile, e l’andamento dello spread.

Fonte grafico: Ilsole24ore

Il punto, dunque, su cui ragionare è: perché aumentano i tassi dei mutui nuovi e a tasso fisso?
I tassi d’interesse sui mutui crescono perché le banche, come sottolinea Bankitalia, incontrano maggiori difficoltà nel loro indebitamento obbligazionario e quindi: “il maggior costo dei nuovi mutui riflette verosimilmente l’esigenza degli intermediari di compensare l’incremento del costo della raccolta obbligazionari”. Cioè i maggiori costi che le banche affrontano per indebitarsi, grazie anche alle tensioni sui titoli di Stato, le costringono ad offrire a loro volta denaro in prestito (credito) ad un costo maggiore.
Tale aumento sui fissi, tra l’altro, potrebbe portare le famiglie a preferire i tassi variabili per conseguire un risparmio immediato, invertendo la scelta storica del “certo per l’incerto”. Normalmente infatti la famiglia tipo preferisce pagare qualcosina in più all’inizio per mantenere la certezza di una rata costante nel tempo e proporzionata alla propria dichiarazione dei redditi. Eventuali tensioni sui mercati dei tassi potrebbe alla lunga essere pericolosa per l’aggregato famiglie e questo pone in allarme sia Bankitalia che il Corriere della Sera e Ilsole24ore, da sempre notoriamente schierati a difesa degli interessi dei cittadini.
L’incertezza sui tassi d’interesse è legata all’incertezza dell’economia del libero mercato che impedisce ai titoli di stato di essere asset sicuri e di cui lo spread è un termometro. Rimandare le colpe di tutto questo al governo in carica, in qualsiasi momento storico e di qualsiasi colore sia, è un voler parlare degli effetti senza arrivare alle cause.
Questo piace soprattutto a chi non ha necessità di avere un mutuo per comprarsi una casa e preferisce che a decidere se debba fallire o meno Carige sia Black Rock piuttosto che una banca centrale o uno Stato, istituzioni che interverrebbero nell’interesse dei risparmiatori e della comunità.
Il costo dello spread si sta trasferendo dunque sul segmento dei mutui a tasso fisso, aumento limitato ma percepibile, il che potrebbe portare ad un aumento di rischio finanziario futuro in capo alle famiglie ma questo solo perché sia gli stati che le banche centrali non stanno facendo il loro lavoro di tenere sotto controllo l’economia lasciando che il mercato finanziario stabilisca il tasso di interesse dei titoli di stato e togliendo le garanzie statali alle banche commerciali. E mentre politici ed esperti del settore continuano ad occuparsi del colore delle tende, l’edifico continua a sprofondare nelle sabbie mobili.

Cose concrete da fare: suggerimenti per il sindaco che verrà

di Gianluca La Villa

Trovo tra le mie carte una serie di proposte politico-amministrative che avevo preparato per Ferrara al tempo delle elezioni del 2008. Quasi tutte non sono superate e varrebbero ancora, e le sottopongo all’attenzione dei candidati specie di opposizione. Potrebbero servire. Buona fortuna ferraresi!

Catalogo di cose da fare per la futura amministrazione comunale di Ferrara:
I) PERSONE E FAMIGLIE, II) IMPRESE, III) SISTEMA ISTITUZIONI E MERCATI

I) Persone e famiglie – Prima le persone!

Il livello prioritario di ogni azione è la attenzione all’individuo e alle famiglie. Ogni azione di amministrazione deve badare innanzitutto agli effetti immediati e mediati su persone e famiglie. Occorre capovolgere l’approccio finora adottato, partendo dalle realtà degli individui, non privilegiando gruppi economici o politici e lobby organizzate.
In questa ottica prioritari sono i profili che attengono alle fasce deboli: giovani, anziani, malati, disoccupati.

1. Creare strumenti finanziari (es. fidi con garanzia comunale) per il sostegno dei giovani lavoratori e studenti e delle giovani coppie. Facilitazioni di imposte locali a chi fissa la residenza nella Città.
2. Creare con AUSER e altre realtà associative un servizio di assistenza e monitoraggio a domicilio degli anziani non ricchi del Comune (compagnia, assistenza, distribuzione di medicine, ecc.).
3. Dare facilitazioni amministrative e impositive alle imprese che assumono giovani al primo impiego a tempo indeterminato, senza licenziamenti di altri: ad esempio esonerandole dal pagare tassa per permessi ZTL, spazi pubblici, affissioni, ecc.- Riduzioni ICI e Tia (ora TARI) mirate. Imporre a tutte le imprese e professionisti che vogliano avere rapporti economici con la amministrazione comunale di corrispondere sempre ai giovani di primo impiego o stage un salario-compenso d’ingresso decoroso.
4. Rigoroso controllo del territorio, giorno e notte, affidato ai vigili urbani che vanno impiegati preferibilmente fuori dagli uffici. Eventuali affidamenti a vigilanza privata.

II) Imprese – Il tempo è denaro e la qualità anche!

5. Semplificare tutte le pratiche, tramite web, anche il pagamento di tasse e multe.
6. Eliminare bolli e domande inutili. Verifica con associazioni di tutta la fiscalità locale per eliminare balzelli e passaggi inutili.
7. Inviare ai contribuenti di bollettini ICI e altre tasse comunali precompilati in base ai dati precedentemente denunciati, con riserva della pubblica amministrazione di ricalcolare o di integrare eventuali errori ma senza addebitare penalità.
8. Organizzare servizi contabili consortili per piccole attività del centro storico.
9. Sollecitare partecipazione finanziaria di imprese commerciali, del centro storico e non, ad attività culturali che generano attrazione turistica.
10. Coordinare con gli interessati ogni lavoro stradale che possa intralciare la normale attività commerciale. Prevedere strumenti di indennizzo per lunghi lavori.
11. Favorire e poi imporre utilizzo mezzi commerciali elettrici e in genere non inquinanti entro la cerchia delle mura.
12. Favorire nei pubblici locali commerciali e di svago ascolto musica classica, specie quella eseguita nei Teatri locali.
13. Promuovere in tutte le classi delle scuole cittadine ore settimanali di educazione civica e giuridica e storia locale a partire dalla terza elementare, utilizzando studenti e laureati in Giurisprudenza e giornalisti locali.

III) Sistema istituzioni e mercati – Meritocrazia!

14. Nelle imprese e istituzioni pubbliche sostituire ove possibile i consigli di amministrazione con un AU di competenza tecnica specifica scelto entro una terna da una commissione composta da un membro di maggioranza, uno di opposizione e uno di fiducia del Sindaco. Negli organi collegiali delle società partecipate nominare esclusivamente professionisti.
15. Non conferma dei managers sotto la cui gestione, in un triennio, si sia aggravata o non sia migliorata la situazione patrimoniale e reddituale della impresa.
16. Gli assessori dovranno impiegare la metà del loro tempo giornaliero di lavoro fuori dagli uffici per verificare sul territorio le problematiche di loro competenza e informeranno il pubblico con dettagliati resoconti settimanali sul sito web del Comune.
17. Sistemazione generale dell’aspetto della città di Ferrara, manutenzioni e rimozioni di tutto ciò che è brutto o deteriorato. Verifica estetica pubblicità fissa (insegne, cartellonistica) in modo da renderla congruente con la tipologia della città.
18. Investimento sulla telematica e reti di telecomunicazioni per imprese e cittadini.
19. Eliminazione di sostegno pubblico a ogni attività anche culturale che non abbia una ricaduta di investimento almeno quinquennale sul territorio locale.
20. Prevalente interesse a sviluppare iniziative di agroalimentare e le biotecnologie sul territorio.
21. Esposizione permanente a rotazione di opere d’arte del patrimonio pubblico e privato, ferrarese e non, nelle sedi agibili (palazzi, chiese, sedi istituzionali aperte al pubblico) della città, durante tutto l’anno.
22. Pulizia sistematica della città anche e specialmente nei fine settimana, essendo città turistica.
23. Divieto di appaltare opere pubbliche per il cui completamento non siano all’atto dell’assegnazione dell’appalto esistenti le provviste finanziarie certe.
24. Orientamento e attenzione verso l’asse Nord e Nord Est, sfruttando sinergie con Veneto (Rovigo-Venezia) e Brescia-Bergamo-Milano. Inserirsi sull’asse turistico culturale Firenze-Venezia.
25. Realizzazione con project financing di metro leggera Ferrara-Lidi e grande operazione di promozione del Delta e dei Lidi ferraresi, con accordi con comuni rivieraschi per una accogliente sistemazione organizzativa e infrastrutturale del territorio.
26. Risistemazione della viabilità cittadina con effettivo sviluppo di corridoi ciclabili in città. Nella cerchia delle mura la velocità massima è abbassata a 30 km orari. Saranno installate videocamere e rilevatori di velocità. Individuazione di aree protette del centro storico in cui la circolazione dei non residenti è vietata nelle ore serali e notturne.
27. Sospensione immediata turbogas e riconversione attività inquinanti del petrolchimico.
28. Cessione del patrimonio immobiliare, disponibile e non utilizzato, a fondi immobiliari o soggetti privati, al fine di mettere meglio a reddito i proventi e costituire provviste finanziarie per attività essenziali del Comune.

I really don’t care, do u?

L’oggetto del pour parler che ha accalorato opinione pubblica, media e salotti buoni del chiacchiericcio più o meno impegnato è un parka color kaki indossato da Melania Trump, ripresa dai fotografi prima di salire sull’aereo presidenziale Air Force One, in procinto di raggiungere la struttura Upbring New Hope Children’s Center a Mc Allen, in Texas, a ridosso del tanto discusso confine tra Usa e Messico. Una visita che non compariva nei programmi ufficiali datati bensì ispirata e decisa dalle circostanze che riguardano i bambini dei migranti messicani, separati dai loro genitori. Ma a fare scandalo non è senz’altro la sobrietà e l’informalità del look della first lady che indossa un capo da 39 euro, dopo essersi guadagnata titoli di eleganza e raffinatezza. A diffondere una eco internazionale e attirare i riflettori con insistenza è stata quella scritta in evidenza sulla schiena: “I really don’t care, do u?” “A me non importa davvero, e a te?”. All’attenzione mondiale non è sfuggita l’improprietà della frase che stride enormemente in contrasto con la visita, decriptata da alcuni come messaggio intenzionale attraverso i personali codici fashion della first lady, da altri giustificata come semplice gaffe.

Gli psicanalisti andrebbero in sollucchero in questo momento, affermando che molti messaggi vengono lanciati inconsciamente, in evidente contrasto tra radicato pensiero intenzionale e comportamento. D’altro canto, Freud stesso spiega come lapsus, amnesie, sbadataggini abbiano senso, siano solo apparentemente casuali ed esprimano il vero desiderio di chi ne è portatore perché espressioni indirette dell’inconscio. Se poi vogliamo tradurre l’espressione incriminata con “me ne frego” anziché “non me ne importa”, allora tutto assume un significato ancora più violento e categorico, di stampo e memoria fascista, fa notare qualcuno. Un’isteria generale, sul tema del parka, che ha generato reazioni colorite come risposta eloquente. Jill Vedder, moglie del cantante dei Pearl Jam, nel recente concerto di Milano indossava la scritta “Yes we all care, y don’t u?”, “ Sì, a noi tutti interessa, perché a voi no?”
Altre scritte sulla stessa lunghezza d’onda hanno vivacizzato questo insolito dibattito “I do care and u should too” “A me importa e dovrebbe importare anche a te”, “I care, do u?” “Mi importa e a te?” Una terza interessante interpretazione ci suggerisce ancora il profilo di una Melania Trump che in passato non ci saremmo immaginati perché imperscrutabile e defilata: una donna del suo status, contro corrente rispetto coloro che l’hanno preceduta, pronta ad agire indipendentemente e talvolta in antitesi con le linee ufficiali, i protocolli, i diktat. E se così fosse capiremmo anche l’indirizzo della scritta tanto discussa nel momento della solidarietà a quei poveri bambini. La politica della ‘tolleranza zero’ sull’immigrazione adottata dall’amministrazione Trump era già stata in qualche modo criticata da Melania, che aveva dichiarato di ‘detestare’ le scene strazianti di separazione documentate dai media, arrivando a dichiarare di sperare che Repubblicani e Democratici potessero cambiare l’attuale legge su questo tema. La moglie del Presidente Donald Trump si è appellata alle parole ‘gentilezza, compassione e positività’ per richiamare a un umanesimo accantonato, memore forse che la condizione di migrazione è presente nella sua stessa storia, quando era Melanija Knavs, nata 48 anni fa a Novo Mesto, Slovenia, nell’allora Jugoslavia, diventata Melania Knauss da modella affermata a Milano, Parigi, New York, comparsa sulle copertine di Vogue, Harper’s Bazaar, New York Magazine, Allure, Vanity Fair, Glamour. E infine cittadina americana a tutti gli effetti e quarantacinquesima First Lady degli Stati Uniti d’America dal 20 gennaio 2017. Una immigrata privilegiata, se vogliamo, ma consapevole di ciò che significa lasciare i luoghi di origine per bussare alle porte altrui. E’ bastata questa interpretazione per renderla un’icona vera e propria dell’anti-trumpismo e cambiare lo sguardo sulla sua figura.

La giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva Barbara Jill Walters, ricordando certi stereotipi ancora fin troppo popolari, parlando di Melania Trump ha affermato: “Forse perché è così carina, non ci aspettiamo che sia così intelligente com’è.” E la first lady ha dimostrato, nel breve periodo dal suo nuovo ruolo, di saper camminare da sola, assumendosi responsabilità e rischi, esprimendo un suo sentire che non sempre risponde all’ufficialità. Il mistero della scritta sul parka si infittisce e le interpretazioni continueranno finchè non saranno rimpiazzate da altre news; a noi piace immaginare una moglie del Presidente presente, attiva, intraprendente e coerente con quello spirito umanitario che lascia trapelare, sorvolando sulla fantasiosa versione di chi crede che sia solo un gioco delle parti, nello spirito della tradizionale famiglia americana: uomo spietato e donna compassionevole.

Tradizione? No, pedofilia legalizzata!

di Federica Mammina

Ancora oggi, in tutto il mondo, ci sono molte, troppe forme di schiavitù, che spesso purtroppo riguardano i minori. Una di queste è la piaga delle spose bambine. Save the Children parla di 15 milioni di ragazzine che ogni anno contraggono il matrimonio prima di aver compiuto i 18 anni, e 4 milioni che non hanno ancora compiuto i 15 anni. Praticamente una ogni 7 secondi. Bambine che nell’età in cui dovrebbero giocare, studiare, sognare il proprio futuro, vengono costrette, nella maggior parte dei casi proprio dalle famiglie di origine, a sposarsi con uomini anche di molto più grandi di loro e ad avere dei figli. Vengono considerate come oggetti, scambiate dalla propria famiglia per ottenere benefici economici, considerate di proprietà dello sposo, vessate psicologicamente e fisicamente.
Sono ancora troppi i paesi del mondo in cui è diffuso questo aberrante fenomeno. Il terzo paese tra coloro che vantano questo orribile primato è il Bangladesh, che pochi mesi fa è stato oggetto di una serrata campagna da parte delle associazioni per i diritti umani per impedire che venisse approvata una legge. La legge in questione, poi approvata, che modifica la Child Marriage Restraint Act che prevedeva l’età minima di 18 anni, consente alle minori di 18 anni di sposarsi per volontà dei genitori “in circostanze particolari e per il loro bene”.
Unica garanzia: le singole situazioni devono essere valutate da tribunali locali. Davvero difficile credere sia garantito l’interesse delle minori, in luoghi dove la povertà, la disperazione e arcaiche tradizioni culturali costituiscono il terreno fertile per il proliferare di questo fenomeno.
Difficile crederlo anche solo perché non esistono eccezioni in cui questa pratica possa essere accettata, e non esistono situazioni in cui un atto contro natura possa generare del bene.

DOSSIER
Una scuola nuova è possibile/2

Prosegue e si conclude l’analisi di Giovanni Fioravanti su ipotesi e prospettive per una scuola innovativa e aperta a concetti di organizzazione, apprendimento e formazione delle future generazioni

I Percorsi
L’unità temporale resta l’anno scolastico, ma è unità di tempo dell’organizzazione scuola, non necessariamente dell’allievo che sulla base del percorso concordato all’inizio nel Patto Formativo può averla resa flessibile. Rimane invece invariata, per la scuola e per l’alunno, la durata dei cicli scolastici come prevista dagli ordinamenti nazionali.
La nostra simulazione assume come punto di riferimento l’attuale impianto disciplinare della secondaria di primo grado, con alcune modifiche del monte ore per materie.
Potremmo ipotizzare una proposta formativa che preveda il conseguimento nel corso dell’anno scolastico di dieci crediti per disciplina, ripartiti in cinque crediti per quadrimestre, per un totale di cento crediti ad anno scolastico e di trecento al termine del triennio della secondaria di primo grado.
L’ipotesi non prevede l’insegnamento della religione cattolica, perché l’avvalersi o meno costituisce un’opzione delle famiglie e non concorre a costituire la somma dei crediti.
La Proposta Formativa della scuola su cui concludere il Patto Formativo con l’alunno e la sua famiglia potrebbe prevedere l’opportunità di scegliere tra quattro tipologie di percorso: Ordinario, Potenziato, Recupero, Avanzato.
Poiché l’Ue ci chiede di padroneggiare due lingue straniere, oltre alla conoscenza della lingua madre, il nostro piano orario prevede pari dignità oraria tra prima e seconda lingua. Inoltre, per la sua importanza, l’insegnamento della matematica è potenziato di un’ora rispetto agli attuali ordinamenti.
Se si vorrà inserire l’insegnamento della religione cattolica, occorrerà decidere, tra seconda lingua e matematica, a chi sottrarre un’ora.
Ogni proposta di percorso tiene conto per quadrimestre della motivazione, di quanto ci si intende impegnare o quanto si presume che ci si possa impegnare, del compito e della variabile tempo in funzione della natura del compito.
A ogni percorso corrisponde un numero x di discipline e un numero x di crediti o di debiti da saldare. I percorsi possono essere scelti, sulla base delle necessità formative dell’alunno, o nella loro struttura standard o combinando parte di un percorso con parte di un altro, per quelle discipline, ad esempio, ove si rendesse necessario il recupero di debiti, modificando così il proprio monte ore annuale. L’Ordinario può essere integrato dal Recupero debiti, senza perdere ulteriori crediti, per le sole discipline carenti. Oppure sempre l’Ordinario potrebbe essere integrato dall’Avanzato, anche questo per una sola parte delle discipline.
Il modello si presta a differenti soluzioni, rispetto a come abbiamo conosciuto la scuola fino ad oggi.
Se solo il nostro sistema scolastico, nella prospettiva del widelife learning, si aprisse seriamente al riconoscimento dei crediti acquisiti all’esterno della scuola, potremmo avere percorsi di apprendimento di minore durata settimanale. Finalmente faremmo qualche passo avanti nel sistema di istruzione integrato, pubblico-privato, uscendo dall’angustia asfittica di un privato che sa solo di confessionale. Ma questo a mio avviso sarebbe già possibile oggi, se le scuole sapessero usare, e di conseguenza far valere, la loro autonomia istituzionale.

Ordinario 5 crediti
Potremmo definirlo come il percorso tradizionale di apprendimento. Per cui è possibile sceglierlo all’atto dell’iscrizione in classe prima e seguirlo regolarmente fino alla terza.
Può anche accadere che per una o alcune discipline non abbia raggiunto tutti i crediti del primo quadrimestre sui cinque standard. Nel tal caso dovrò integrare il mio percorso ordinario con quello “Recupero debiti più cinque crediti”. Ciò significa, che se il mio debito è in lingua italiana, nel secondo quadrimestre dovrò frequentare per otto ore alla settimana le lezioni di questa disciplina, se fosse in matematica sei ore e così via, almeno fino a quando non avrò saldato il mio debito.
Pertanto nel secondo quadrimestre il mio tempo scuola aumenterà delle ore necessarie al recupero delle discipline per il tempo che impiegherò a saldare i miei debiti. Il mio orario settimanale potrà arrivare ad essere di 40 ore, qualora avessi accumulato debiti in tutte le discipline, per tutto il secondo quadrimestre o solo per parte di esso, anche se questa possibilità appare piuttosto remota.

Potenziato a credito variabile
Consente di acquisire già nel primo quadrimestre i dieci crediti annuali in musica, arte/immagine e tecnologia, con il vantaggio di poter disporre nel secondo quadrimestre di un pacchetto di sei ore da utilizzare tutto o in parte per eventuali recuperi di debiti disciplinari. Diventerebbe così, nel secondo quadrimestre, un “Potenziato con recupero debiti”, che noi abbiamo ipotizzato in lingua italiana, matematica e lingue comunitarie. Va da sé che le combinazioni possono essere altre e diverse. Chi non avesse debiti, o ne avesse solo in parte, potrà disporre nel secondo quadrimestre di un orario settimanale più leggero o di un pacchetto di ore che potrà spendere dentro o fuori della scuola.

Recupero debiti + 5 crediti
Il percorso permette il recupero dei debiti senza restare indietro, acquisendo, cioè, anche i cinque crediti previsti per ogni quadrimestre. Può coinvolgere, nel caso peggiore, tutte le discipline, ma nei fatti è possibile che avvenga per una sola parte delle discipline del curricolo. Pertanto il monte ore settimanale del percorso sarà in ogni caso superiore a trenta, ma si presume inferiore a quaranta.
Avanzato 5 crediti + 5 crediti
Può essere definito il percorso dell’eccellenza. Offre la possibilità di concludere il curricolo scolastico con un anno di anticipo a chi lo affronta senza ostacoli, perché i dieci crediti annuali per ogni disciplina vengono acquisiti a quadrimestre. Può essere scelto anche per una sola parte delle discipline, consentendo l’anno dopo di avere un carico inferiore di studio e quindi di frequenza scolastica. In alcuni casi particolari potrà consentire il recupero di un anno, in altri potrà essere frequentato per il recupero di un quadrimestre, in parte o per tutte le discipline.

Un’ipotesi di fattibilità
Abbiamo ipotizzato i nostri percorsi prendendo a riferimento l’attuale secondaria di primo grado, ma credo che una volta compresa la struttura e la finalità sia facile immaginare la loro traduzione nella scuola Primaria e nella Secondaria di secondo grado.
Per la Primaria si tratta di scegliere se organizzare il curricolo in 3+2 o in bienni, il cui ultimo comprenda il primo anno della Secondaria di primo grado, ma al momento non mi sembra una questione dirimente, se non per quanto attiene alla proposta formativa elaborata dalle scuole.
Sul piano organizzativo invece coinvolge la didattica per lo meno nel primo triennio, cioè il graduale avviarsi verso la sistematicità propria delle discipline, ma qui sono in gioco le competenze proprie degli insegnanti di questo ordine di scuola.
Sostanzialmente mi sembra che si possano proporre i quattro percorsi: Ordinario, Potenziato, Recupero e Avanzato, con aggiustamenti del monte ore per disciplina.
Per il Tempo Pieno esso non potrà valere come un percorso Ordinario di 30 ore, le ore aggiuntive dovranno essere riconosciute o come percorso Avanzato o come Recupero debiti più 5 crediti.
Ciò che caratterizza la proposta è il superamento dell’insegnante tuttologo, per tornare al maestro che si specializza per disciplina o per aree disciplinari.
Per le scuole Superiori la proposta resta valida in tutta la sua portata, sarà sufficiente intestare la colonna delle discipline con le materie del liceo o dell’istituto, facendo corrispondere ad ognuna il monte ore, ordinario, potenziato, recupero e avanzato secondo la proposta formativa di ogni singola scuola.

L’organizzazione scolastica
Per quanto riguarda gli spazi, la nostra proposta necessita di due laboratori di lingua italiana, due laboratori di matematica, un laboratorio di storia e geografia, un laboratorio di scienze, un laboratorio di prima lingua, un laboratorio di seconda lingua, un laboratorio di musica, un laboratorio di arte, un laboratorio di tecnologia e una palestra.
A seconda dell’orario del proprio percorso gli studenti si spostano di volta in volta da un laboratorio all’altro, non credo sia difficile prevedere un tempo di cinque minuti per consentire questi spostamenti né impossibile garantire sia la necessaria vigilanza che l’assistenza, almeno fino a quando tutto ciò non entrerà a far parte della normalità sia per i ragazzi che per la scuola.
D’altra parte penso che diverse siano le forme che si potranno adottare per facilitare gli spostamenti degli alunni, specie per i più giovani alle elementari, con l’uso di colori e di opportune segnalazioni. Del resto dovremmo prevedere che i più piccoli, una volta cresciuti e passati alle medie, riterranno tutto ciò normale e senza dubbio privo delle difficoltà iniziali.
Se pensiamo ai nostri quattro percorsi come corrispondenti a quattro corsi completi dell’attuale scuola media sarebbero necessarie dodici aule per ospitare ogni singola classe.
Noi abbiano sostituito le classi con i laboratori e poiché solitamente nelle nostre scuole oltre alle aule ci sono un laboratorio di arte, uno di scienze e forse anche uno di musica, oltre all’aula di informatica che spesso viene usata per tecnologia e alla palestra, ci rendiamo conto che il problema di un uso degli spazi diverso dalla tradizionale classe non si pone, anzi potremmo trovarci con qualche spazio in più a disposizione, che potrebbe consentire una migliore distribuzione degli orari tra i laboratori.
Il nodo vero della nostra proposta sta nelle risorse umane e intendo quelle docenti.
Così formulata, la nostra idea di scuola richiede 120 ore settimanali per l’area italiano, storia e geografia (6 docenti+12 ore). Mentre per l’area matematica e scienze: 93 ore (5 docenti+3 ore). Per la prima e seconda lingua 82 ore (4 docenti+10 ore). Per musica, arte e tecnologia 27 ore ciascuna (1 docente+9 ore), infine per scienze motorie e sportive 22 ore (1 docente+4 ore). Un capitale professionale di almeno 22 docenti, contro i 19/20 di un attuale istituto di scuola media, con quattro corsi completi a 30 ore settimanali.

Se però proviamo a considerare la nostra nuova scuola come se fosse una media attuale in cui funzionano due corsi a tempo normale e due corsi a tempo prolungato, il quadro cambia perché in questo caso avremmo qualcosa di più di 22 insegnanti.
È chiaro che far coincidere un’idea del tutto nuova con una struttura vecchia è impresa pressoché improba. Ma per chi fa i conti della spesa, e mi sembra giusto che sia così perché si tratta di denaro pubblico, è importante sapere che, a prescindere dal merito delle cattedre, la spesa non lieviterebbe, sarebbe a pari costo.
A noi però interessa affrontare le questioni pratiche, perché in questo caso il monte ore insegnanti risulterebbe mal distribuito rispetto alle ore curricolari che abbiamo da coprire. Le 30 ore della cattedra di italiano che ci troviamo in più dovremmo poterle scambiare con le ore che ci sono necessarie per poter coprire tutte le ore da noi previste per le lingue, musica, arte e tecnologia.
Purtroppo l’articolo 6 del DPR n.275 dell’8 marzo 1999 è più morto che vivo, mi riferisco all’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo riconosciuta alle scuole, che però non mi pare particolarmente praticata, ma che a tutt’oggi costituisce l’unica strada praticabile per ottenere, sulla base di un progetto riconosciuto, le compensazioni d’organico necessarie.
Altrimenti, per chi volesse nelle condizioni attuali cimentarsi nello sperimentare la nostra idea di scuola, non resta altro che riportare le discipline ai quadri orari ministeriali, sottraendo le ore che abbiamo assegnato in più a matematica e alla seconda lingua. Inoltre non va dimenticato che il percorso Avanzato da noi proposto è sempre costituito da soli due corsi, o consentendo di terminare la scuola con un anno di anticipo o di recuperare un anno perso. Per le ore che restano eccedenti non si tratta di grandi quantità, per cui possono essere compensate con il fondo di istituto o con le risorse previste per le attività di recupero.

Dalla classe al laboratorio
Chi fa il nostro mestiere conosce bene come la didattica per laboratori, a partire da Dewey, è un’idea che almeno dal secolo scorso attraversa la ricerca educativa per il rinnovamento della pedagogia e della scuola. In Italia ha avuto la sua maggiore espressione nel pensiero di Francesco De Bartolomeis.
È la concezione dell’ambiente di apprendimento come luogo in cui si esercitano non la ripetitività dei saperi, ma la ricerca, il pensiero critico, la creatività e la produzione. Obiettivi che possono essere perseguiti solo organizzando la scuola come una struttura a laboratori, con una gestione degli spazi e dei tempi nella massima flessibilità. Il gruppo classe viene superato e sostituito da gruppi mobili, preferibilmente eterogenei al proprio interno. L’insegnante assume la funzione prevalentemente della regia, di guida e di supervisione.
La tradizione migliore della didattica attiva ha individuato nel sistema dei laboratori non un accompagnamento estemporaneo delle attività scolastiche, ma l’ossatura della scuola stessa.
Quest’idea ha segnato uno dei momenti più innovativi della nostra recente storia dell’educazione, quella stagione tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso che tanto contribuì a dare contenuto metodologico al tempo pieno e che indicò nuove vie da percorrere ai servizi educativi territoriali.
È questa riflessione che ci rende difficile pensare che non ci sia una sostanziale differenza tra uno spazio concepito essenzialmente come contenitore di banchi e di alunni, da uno spazio predisposto come luogo di un sapere agito.
Nelle nostre classi attualmente si celebrano indifferentemente tutte le materie. Al contrario, il laboratorio potremmo definirlo come un ‘luogo dedicato’, che difficilmente corre il rischio di tradursi in un ‘non luogo’.
Cosa significa ‘luogo dedicato’? Non è difficile da comprendere, se pensiamo, ad esempio, alle biblioteche. Una biblioteca è concepita per contenere migliaia di volumi e i modi della loro fruizione.
Perfino la palestra è un luogo dedicato, uno spazio che contiene sia gli attrezzi necessari alle attività ginniche, sia lo spazio per poterle esercitare.
Né la biblioteca, né la palestra li definiamo laboratori, ma nei fatti lo sono molto più delle nostre classi, perché in essi si agisce e si produce con un obiettivo specifico, che altrove non potrebbe essere realizzato.
La classe è il luogo della lezione, della trasmissione dei saperi e da questo punto di vista è totalmente indifferente, ora dopo ora, il succedersi delle lezioni.
Il laboratorio è il luogo degli artefatti, contiene gli strumenti per produrli e per questo non può che essere dedicato al suo specifico compito. È il luogo dove i saperi non si ascoltano solo, ma con essi ci si esercita e ci si addestra, attraverso processi trasformativi intenzionali, appunto gli artefatti, i prodotti di quel sapere che permettano di misurare le competenze, prodotti concreti che possano essere mostrati, discussi, esaminati, sondati e ammirati.
Nella classe si succede di tutto, nel laboratorio avviene qualcosa, qualcosa di specifico con la funzione per cui è stato pensato, c’è coerenza tra il mio agire e lo spazio in cui agisco, nel laboratorio si procede per livelli di addestramento e nel mio fare ho la dimostrazione diretta della competenza raggiunta.
Quel livello raggiunto è il credito che la scuola mi riconosce, è la tappa che sul mio percorso di apprendimento di questa o quella disciplina ho già conquistato.

Conclusione
Mi rendo conto che per generazioni cresciute con un’unica idea di scuola sia difficile concepire la possibilità che ne possa esistere un’altra, per di più senza storia e senza riscontri pratici sulla sua fattibilità, convenienza ed efficacia. È sempre troppo rischioso abbandonare le nostre certezze per rincorrere le idee di un improvvisato visionario di questioni di scuola.
Eppure se ho scritto, se ho cercato di misurarmi con una materia così difficile e rischiosa, è perché penso che non sia più rinviabile la nostra responsabilità di adulti, in particolare di chi la scuola la conosce, di offrire ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze una scuola migliore, per loro, per il loro futuro, perché l’avventura dell’apprendimento e del sapere sia sempre una esperienza meravigliosa, non mortificante, ma semmai entusiasmante. E se la scuola continua ad essere sempre la stessa, pressoché identica a quella da noi frequentata alla loro età, questa scuola certo non può essere la migliore.
A me questa scuola è sempre stata stretta, non è mai piaciuta, né da studente, né da insegnante, neppure da dirigente.
Dirò anch’io come Condillac a proposito della sua statua. Credo che i lettori che si metteranno esattamente al mio posto non faticheranno a capire quest’opera; gli altri mi opporranno difficoltà innumerevoli.

Leggi la Prima Parte

DOSSIER
Una scuola nuova è possibile/1

Comincia questa settimana l’analisi condotta da Giovanni Fioravanti su ipotesi e prospettive per una scuola nuova, finalmente aperta a concetti di organizzazione, apprendimento e formazione rivolti alle esigenze delle future generazioni

“Conoscenza significa incontrarsi, dichiararsi, riconoscersi. Attraverso l’incontro e le dichiarazioni, riconoscere ciò che ogni singolo alunno è e ciò che sono io, e cioè, in questo caso la proposta formativa, la strada che come scuola ti propongo di percorrere insieme”

Nonostante i numerosi ostacoli che negli ultimi decenni sono stati frapposti allo sviluppo di un discorso nuovo sulla scuola nel nostro Paese, facendoci scontare ritardi i cui risultati ci collocano agli ultimi posti delle classifiche internazionali, qualcosa credo di ormai irreversibile è maturato nella cultura delle nostre scuole.
Penso al rapporto tra saperi e competenze, penso alla necessità di dotarsi di strumenti di misurazione e di valutazione che forniscano importanti dati sul funzionamento del nostro sistema scolastico e dei suoi istituti, penso ad una crescente tendenza a personalizzare i percorsi di apprendimento. Potrei aggiungere altre importanti questioni come il tema dell’autonomia, delle certificazioni, dei debiti e dei crediti, l’etica della rendicontazione sociale e ancora altro. A riflettere, un lessico pedagogico inimmaginabile solo poco tempo fa. Certamente estraneo ai secoli da cui proviene il nostro sistema scolastico.
Ma soprattutto penso al tema dell’ambiente di apprendimento, alla necessità di progettare nuovi ambienti di apprendimento capaci di meglio supportare la formazione e la crescita delle generazioni del 21esimo secolo, penso che non possiamo continuare a ostinarci nel rimanere identici al passato.
Proprio per questo sono personalmente convinto che non è più rinviabile un serio e approfondito discorso sul modo d’essere delle nostre scuole. Non servono scorciatoie e non serve farsi prendere dall’urgenza, a meno che non si sia pienamente consapevoli che l’accelerazione forse può essere utile a recuperare un poco del tempo perduto, ma è ben lontana dall’avviarci verso quel “nuovo” di cui avrebbe bisogno oggi la nostra scuola.
Solo l’evocazione dei temi che sopra ho elencato dovrebbe essere sufficiente a suggerirci quanto essi facciano a pugni con una scuola che sostanzialmente da oltre centocinquanta anni continua a funzionare allo stesso modo. È possibile?

Come sono organizzate le nostre scuole
Proviamo a pensare come sono organizzate le nostre scuole.
In tanto le classi. Le classi si formano per età e di conseguenza anche l’insegnamento è programmato e impartito per età. L’aspettativa è che ad ogni anno scolastico corrisponda una certa quantità di apprendimenti acquisiti nelle diverse discipline del programma.
Chi stabilisce tutto ciò? Le disposizioni nazionali impartite dal ministero dell’istruzione o, comunque, entrate a far parte della normativa consolidata nel tempo.
La scansione annuale di quanto prescritto dalle disposizioni è compito delle scuole e al loro interno dei docenti, sia collettivamente che individualmente.
Potremmo rappresentarlo con un diagramma di flusso:
Ministero – Scuola – Docenti – Classe – Alunno

Per un malato preso a carico da una struttura ospedaliera avremmo un diagramma di flusso simile:
Ministero – Ospedale – Medici – Reparto – Paziente

Comune a questi due diagrammi è la partenza, costituta da un capo, da una testa che è una potestà sociale: il Ministero, espressione della volontà politica.
Quindi un luogo fisico, un edificio, una struttura logistica. Il personale che opera professionalmente, l’assegnazione a una frazione o particella della struttura. La fine è sempre l’individuo-persona.
Anche percettivamente si coglie che al di sopra della persona sta sempre dell’altro, dal politico, al fisico, fino ad organi che agiscono. Ad occhio si coglie la subordinazione, comunque la dipendenza.
Per ottenere un bene, un vantaggio, siamo disposti a sottostare a un ordine prestabilito.
Poiché dal macro non possiamo prescindere perché ci contiene e organizza la nostra vita, proviamo a pensare ad un ordine diverso per ottenere lo stesso bene. A noi interessa pensarlo per la scuola.
Una ipotesi potrebbe essere questa:
Ministero – Alunno – Scuola – Docenti – Classe

La prima cosa che si nota è come, così facendo, abbiamo accorciato la distanza tra il Ministero, potremmo dire la politica, e l’alunno, tra la partenza e quella che precedentemente era la fine.
Cosa significherebbe questo in concreto? Significherebbe che il Ministero, cioè l’espressione della politica, deve in primis farsi carico dell’alunno, occuparsi di lui.
Del resto nessuno oggi oserebbe negarne la centralità, ma potremmo osservare, en passant, che la centralità è prevista nel processo educativo, non in quello politico.
Eppure, è forse il caso di riflettere che, se all’accoglienza dell’alunno si antepone la scuola, questa non può che essere burocratica, per cui su tutto prevale il principio della certificazione, della rispondenza, della attestazione, si ricercherà, dunque, una sua collocazione corrispondente ai principi di questa autenticazione prestabilita. È facile comprendere che questo è il primo passo per portare a compimento il tradimento della dichiarata centralità dell’alunno.
L’età anagrafica è un accidente cronologico, non può essere la sintesi della sostanza di una persona. Emerge che ciò su cui bisogna decidere è se deve prevalere la somma degli anni accumulati o l’individuo.
Nel nostro diagramma la scelta è compiuta: l’alunno.
Allora cosa significa nei fatti per l’alunno, entrando a scuola, incontrare gli insegnanti anziché la classe? Prima di tutto essere accolto come singolo, come persona con una storia, che chiede di vivere parte della sua vicenda nella scuola che ha eletto. E la scuola è il luogo dove operano le persone che professionalmente sono preparate per accompagnarlo in questo percorso.
Per fare questo bisogna conoscersi. La conoscenza diviene il primo atto e dovere di ogni accoglienza scolastica. Conoscenza significa incontrarsi, dichiararsi, riconoscersi. Attraverso l’incontro e le dichiarazioni, riconoscere ciò che ogni singolo alunno è e ciò che sono io, e cioè, in questo caso la proposta formativa, la strada che come scuola ti propongo di percorrere insieme.

La Proposta Formativa
Ecco il punto di partenza del lavoro di ogni scuola: conoscere ogni soggetto prima di agire. Dovremmo fare precedere l’accoglienza all’iscrizione e fare assumere all’atto di iscriversi una natura diversa, di cui dirò più avanti.
È difficile, è impossibile? Non credo. Così facendo non si riescono a formare le classi in tempo per l’inizio dell’anno scolastico, con ritardi nella formazione degli organici?
Proviamo a simulare. Prima di tutto distinguerei tra gli alunni che si iscrivono per la prima volta e quelli che già frequentano la nostra scuola.
In secondo luogo passerei a definire la funzione docente, non più come sancita dall’articolo 395 del T.U in materia di Istruzione, D. Lgs. n. 297 del 16 aprile 1994: «La funzione docente è intesa come esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della cultura […]».
Ma come successivamente descritta dal coesistente articolo 26 del CCNL della scuola del 2009, quindici anni dopo: «La funzione docente realizza il processo di insegnamento/apprendimento volto a promuovere lo sviluppo umano, culturale, civile e professionale degli alunni […]. In attuazione dell’autonomia scolastica i docenti […] elaborano, attuano e verificano, per gli aspetti pedagogico–didattici, il piano dell’offerta formativa, adattandone l’articolazione alle differenziate esigenze degli alunni e tenendo conto del contesto socio – economico di riferimento, […]».
C’è incompatibilità tra i due articoli? Certamente no. Ma il contratto del 2009 esplicita come l’attività di trasmissione propria della funzione docente debba essere interpretata: non è la relazione frontale docente-alunno il perno, bensì la funzione organizzatrice e mediatrice degli apprendimenti propria degli insegnanti.
Su tutto prevale, non la scuola e i docenti, che restano nella dimensione dei mezzi, degli strumenti, delle risorse umane e professionali, ma l’organizzazione e la mediazione degli apprendimenti in funzione della peculiarità di ogni singolo alunno che alla scuola si rivolge. Ciò comporta che a monte la funzione docente si sia esplicata nella traduzione della prescrittività dei programmi e delle indicazioni nazionali in percorsi di apprendimento o, se vogliamo usare un termine più appropriato, in piani di studio.
Cosa significa tutto ciò in concreto? Significa che a priori è necessario sistematizzare i saperi e le competenze proprie di ogni disciplina in un algoritmo. Algoritmizzare i percorsi di apprendimento, sostituendoli alla vacuità delle tradizionali programmazioni didattiche e dei piani dell’offerta formativa. È compito dei docenti di ogni disciplina individuare i saperi e le competenze, temporalizzarli in livelli di apprendimento, assegnando ad ognuno un valore o credito, fino alla certificazione finale del ciclo di studi, primo, secondo, biennio e triennio delle superiori. Il sistema dei crediti, in uso in tutto il mondo e che anche l’Europa ci chiede, dovrebbe essere il meccanismo migliore. Indicare come nel percorso di studi di quella disciplina si procede da un livello inferiore a quello superiore e la somma dei crediti necessari per ogni disciplina alla certificazione del superamento del ciclo di studi.
Ogni scuola così facendo si doterebbe di piani di studi o percorsi disciplinari, dove per ogni disciplina è chiaramente esplicitato, a prescindere da chi sarà il docente:
1. Che cosa si deve apprendere e saper fare;
2. La scala dei livelli di apprendimento;
3. Quanto vale, in termini di crediti, nel percorso di formazione individuale quello che viene appreso;
4. Quando si può considerare concluso il percorso di apprendimento per quella disciplina;
5. Le modalità di verifica degli apprendimenti, gli strumenti di misurazione e i criteri di valutazione.

La scuola non si presenta più con un generico, spesso impolverato, Piano dell’Offerta Formativa, ma con la qualità di una concreta e scandita proposta di studio, disciplina per disciplina, della quale è chiamata a rendere conto socialmente, con la quale si fa carico di ogni singolo studente, con cui concorda l’impegno e il lavoro richiesti e quanto questi valgono nel suo percorso formativo.
Insomma il POF perderebbe la “O” per divenire PF: Proposta Formativa. Da un indistinto piano dell’offerta formativa, a una precisa, articolata, qualificata proposta formativa.

Il Patto Formativo
Abbiamo scritto per ogni disciplina un percorso di apprendimento suddiviso in passi, in step, assegnando ad ogni passo un valore o credito. Perché l’abbiamo fatto? Per garantire flessibilità ai nostri percorsi, non tutti hanno la stessa gamba nel camminare, c’è chi ha bisogno di riposare prima di riprendere il cammino, c’è chi corre più veloce. Ma qui non si torna mai indietro, ciò che è stato percorso deve essere acquisito una volta per tutte, è già stato conquistato, piccolo o grande che sia, tanto o poco.
Se questa flessibilità non fosse prevista in partenza, difficilmente potremmo assolvere a quel compito proprio degli insegnanti di adattare “l’articolazione” della Proposta Formativa “alle differenziate esigenze degli alunni”.
Ecco l’incontro, l’accoglienza, la conoscenza: il patto formativo che la scuola stipula con ogni singolo alunno e la sua famiglia. Se vieni in questa scuola dovrai fare questo, se vorrai progredire nei tuoi studi, ma puoi scegliere come articolarlo.
Il patto formativo, quindi, non prevede solo di cosa è lastricato il cammino dell’apprendimento, deve concordare anche come ogni singola ragazza e ragazzo, ogni singola bambina e bambino può o intende percorrerlo. Ecco la flessibilità. Concreta, reale, pensata non in funzione della scuola o degli insegnanti, ma in funzione del soggetto che apprende.
Motivazioni, compiti, tempi, ci diceva Bloom, sono le variabili e le caratteristiche dell’apprendimento scolastico. Allora bisogna agire su tutte queste tre varianti, perché non sempre sono sincroniche, l’esperienza ci suggerisce la prevalenza della loro diacronia.
L’incontro tra famiglia, alunno e scuola deve concludersi con la individualizzazione del percorso di apprendimento scelto, per cui non tutti gli alunni della stessa età in quell’anno scolastico faranno tutti le stesse cose. Servirà per concordare quanti crediti per ogni disciplina ogni alunno intende acquisire, se per tutte le discipline o per una parte di esse, o per ogni disciplina, o alcune di esse, una sola parte dei crediti previsti dalla proposta formativa. In questo modo viene disegnato il percorso scolastico di ciascun alunno e siglato con la famiglia il patto formativo che corrisponde ad una somma di crediti sul totale dei crediti necessari al compimento del ciclo di studi.
Solo dopo aver concluso il patto formativo si procede all’iscrizione dell’alunno che non verrà inserito o assegnato ad una classe secondo l’età cronologica, ma bensì a un percorso di apprendimento, corrispondente a quanto concordato tra scuola e famiglia nel patto formativo. Per ogni disciplina si avranno blocchi di percorsi formativi comuni o simili che consentiranno alle scuole di quantificare le necessità di organico, non più calcolate sulle classi, ma sul monte ore da coprire disciplina per disciplina.
Penso che l’esperienza e il tempo consentiranno alle scuole di elaborare alcuni patti formativi standard in grado di rispondere alle più diffuse esigenze di individualizzazione dei percorsi di apprendimento, inoltre, se effettivamente si giungesse ad assegnare ad ogni scuola un organico funzionale, tutto sarebbe più semplificato ed ogni scuola sarebbe in grado di offrire alcune flessibilità piuttosto che altre.
Se ipotizziamo un istituto comprensivo con mille studenti tra primo e secondo ciclo e che ogni anno si abbia il 35% di nuove iscrizioni, si tratterebbe di concludere 350 patti formativi. Spaventa?
Non direi. Impegnando sette docenti tra primaria e secondaria (ma questa distinzione non è necessaria per forza di cose, essendo la Proposta Formativa patrimonio di tutta la scuola) si potrebbero portare a compimento in una decina di giorni nei mesi di gennaio e febbraio, anche marzo se necessario.
E gli alunni già iscritti? Al termine dell’anno, anziché trovarsi la pagella, che insieme ai voti e alle bocciature scomparirebbe, per lasciare il posto ai crediti e a eventuali debiti da saldare, concordano con l’insegnante di ogni disciplina, sulla base del rapporto crediti-debiti accumulati, come proseguire il loro percorso. La somma di questi accordi costituirà il loro patto formativo per l’anno scolastico successivo, che la scuola provvederà a comunicare alle famiglie.
Mi sembra che così procedendo il rischio di iniziare l’anno scolastico con i percorsi di apprendimento non organizzati e senza l’organico docente necessario sia in gran parte scongiurato.

continua la prossima settimana

Dalla famiglia alle famiglie: fenomenologia di una mutazione in atto

di Cecilia Sorpilli

Non esiste un modo di essere e di vivere che sia il migliore per tutti […] La famiglia di oggi non è né più né meno perfetta di quella di una volta: è diversa, perché le circostanze sono diverse.

Èmile Durkeim

Unioni civili, famiglie ‘allargatissime’ o ‘ristrettissime’, coppie miste, divorzi che diventano guerre all’ultimo sangue, convivenze brevi o a lungo termine. La famiglia sta scomparendo? Anche le fiction della tv, ‘I Cesaroni’ o ‘Un medico in famiglia’, tanto per citarne alcune, ci mostrano un modello di famiglia molto distante da quello a cui siamo sempre abituati a pensare e alcuni, soprattutto i più nostalgici, potrebbero concludere che la famiglia non esista più. Niente di più sbagliato! Semplicemente il concetto di famiglia sta evolvendo e mutando come evolve e muta la società.
Anna Laura Zanatta, docente di Sociologia della famiglia presso l’Università La Sapienza di Roma, autrice di numerosi saggi sul tema, sostiene che vi sia una scissione tra strutture e relazioni familiari e che la famiglia, nella vita individuale, tenda a passare sempre più da esperienza totale e permanente in esperienza parziale e transitoria. Per questo, nel libro ‘Le nuove famiglie’, afferma: “possiamo vedere l’instabilità familiare come uno degli aspetti dell’instabilità dell’intera società di oggi, definita da autorevoli sociologi come società del rischio o società dell’incertezza”.

Notare che oggi si parla sempre più di famiglie e non di famiglia al singolare perché emerge una molteplicità dei modi di vivere insieme e di esperienze relazionali che l’individuo può sperimentare nel corso della propria esistenza. L’uso del plurale ‘famiglie’ chiarisce che non vi è in atto una dissoluzione o crisi irreversibile, ma una trasformazione.
Nel passato la famiglia non era immune da instabilità, ma tale instabilità era causata da eventi ineluttabili o involontari, come un lutto, che non mettevano in discussione il matrimonio come istituzione. Oggi invece il moltiplicarsi delle forme familiari e l’instabilità che spesso le caratterizza sono originate da scelte volontarie dei soggetti, a livello individuale o di coppia, come la scelta di separarsi e ricostruirsi una vita fuori dal matrimonio.

Numerosi autori oggi cercano di indagare gli elementi economici, sociali, culturali, che contribuiscono a mettere in discussione il modello tradizionale di famiglia nucleare e che allo stesso tempo spiegano l’emergere delle nuove forme familiari. Maria Caterina Federici, professore ordinario di Sociologia all’Università di Perugia, afferma che sul mutamento della famiglia influisce la trasformazione delle “morfologie abitative” che permette alla coppia di essere autonoma e indipendente dalla famiglia di origine sia perché sceglie di vivere in altro luogo, sia per le abitudini e la cultura che costruisce per il nucleo formato. Secondo Piergiorgio Sensi, filosofo e docente di Teologia Morale Fondamentale presso la Scuola diocesana di Teologia ‘Leone XIII’ di Perugia, nell’epoca attuale, definita ‘modernità liquida’ da Zygmunt Baumann, anche i rapporti tra i sessi assumono la caratteristica della liquidità fuggendo dal consolidamento, dall’assumersi un impegno e una responsabilità nel lungo periodo. Inoltre l’inserimento della donna nel mondo del lavoro comporta che le madri abbiano meno tempo da dedicare ai figli e che, spesso, il padre non riesca a supplire sia temporalmente che affettivamente al vuoto generato dall’assenza della madre. Questo porta le famiglie a rivolgersi sempre più spesso ad agenzie formative extradomestiche a cui i genitori finiscono per delegare molti dei loro oneri educativi. Infatti Luigi Pati, preside della facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, afferma che “si assiste ad un depotenziamento socio educativo della famiglia che ha creato una vera e propria dipendenza dai cosiddetti ‘esperti’, incaricati di risolvere qualsiasi problema”.

Accertato che la famiglia non corre il rischio dell’estinzione constatiamo semplicemente una mutazione. Non a caso Alessandra Gigli, ricercatrice in Pedagogia generale e sociale e docente di Pedagogia delle famiglie, Pedagogia generale e sociale e Pedagogia della comunicazione e della gestione dei conflitti presso la Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione Università di Bologna, intitola il proprio volume ‘Famiglie mutanti’. La mutazione di cui parla Gigli racchiude in sé una pluralizzazione delle forme familiari che non per forza deve essere visto come elemento negativo. Vanna Iori, Professore Ordinario di Pedagogia Generale e sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel libro ‘Separazioni e nuove famiglie: l’educazione dei figli’, afferma che “l’universo familiare assume sempre più l’aspetto di una ‘costellazione di famiglie’ eterogenee nella composizione, nella tipologia, nei vincoli relazionali, nei fini e nei modi dell’educazione dei figli”.

La frammentazione che connota oggi le famiglie italiane non crea solo una differenziazione e moltiplicazione delle strutture, ma anche dei bisogni, degli stili di vita, dei consumi, dei rapporti con il sistema di welfare e con il mondo del lavoro. Per comprendere al meglio struttura, funzionamento, criticità e risorse della famiglia odierna è opportuno focalizzare l’attenzione sulle principali tipologie in cui essa si estrinseca: famiglie ricostituite, monogenitoriali, ricongiunte, famiglie di fatto, coppie miste.

Nelle prossime settimane verrà dedicato un articolo di approfondimento ad ogni tipologia familiare per comprendere al meglio peculiarità, punti di forza e di criticità delle diverse costellazioni che compongono l’universo famiglia.

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