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“COMICHE” IN OSPEDALE TRA CELATI, GOFFMAN E ASTERIX

 

Ogni volta che purtroppo ho a che fare con gli ospedali, il pronto soccorso, la sanità pubblica penso queste cose:

1) che se sento ancora qualcuno che sostiene o agisce affinché si taglino ulteriori fondi ai servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, informazione) perché “così paghiamo meno tasse” o “perché abbiamo un debito enorme”….Ecco, se lo sento ancora, non rispondo delle mie azioni;

2) che Non c‘è più paradiso di Gianni Celati è un racconto visionario e decisivo, dove si dice tutto ciò che conta, tutto l’essenziale, sia sugli ospedali che sulla società contemporanea. Leggetelo, è bellissimo. Lo trovate nella raccolta Cinema naturale (Feltrinelli, 2001, libro vincitore del premio Chiara di quell’anno);

3) che per chi dice che chi lavora nel pubblico è un fannullone i casi sono due: o non ha mai avuto a che fare seriamente né con la sanità (beato lui!), né con la scuola (poveretto!), oppure è un farabutto in malafede. Oppure ancora sta scherzando, ma sono scherzi di merda.

Ah, a proposito, mentre sono in ospedale, al pronto soccorso, mi giunge la conferma che Calenda&Renzi candideranno Letizia Moratti presidente della regione Lombardia. Letizia. Moratti. Sì, proprio la principale responsabile della distruzione della scuola pubblica, durante i governi Berlusconi, con la controriforma della scuola che porta il suo nome, con i suoi tagli radicali.

Avevano già fatto abbastanza per meritarsi il nostro (o almeno il mio, ma so di non essere solo) disprezzo politico, Calenda e Renzi, ma ogni giorno ci danno nuove occasioni per confermare questo brutto sentimento nei loro confronti, che ci piacerebbe tanto poter evitare.

Se poi si resta un po’ di più al pronto soccorso, ovvero come minimo le canoniche 5-6 ore per un codice azzurro, cioè mediamente critico, il libro di Celati da leggere assolutamente diventa un altro: Comiche (Einaudi, 1971, ma recentemente ripubblicato da Quodlibet per la cura di Nunzia Palmieri).

Stando qui, in ospedale, sembra di stare nel libro: gente che farnetica, scene comiche e tragiche, malati in barella che urlano ad altri malati deambulanti “cosa giri?!”, altri malati che imprecano e bestemmiano contro l’Italia e contro medici e infermieri, colpevoli di non avergli assegnato un secondo loro meritatissimo codice arancione…

L’ospedale così si trasforma, come nel libro di Gianni Celati, in un manicomio. Sono entrambe, del resto, istituzioni concentrazionarie, istituzioni totali, come le chiamava Erving Goffman.

Aggiornamento delle 14.09.
Ancora al pronto soccorso, entrato alle 9 per dei banalissimi (ma urgenti) raggi.
In questo momento, una paziente molto anziana e male in arnese, ferma da sola sulla lettiga, urla a squarciagola, di continuo, parlando da sola e autorispondendosi, simulando un tripudio di voci, tutte nella sua testa, dunque apparentemente sragionando (ma a me pare invece piuttosto lucida nei contenuti che esprime):
“Carlaaaaa! Dove sei? Carla vieni qua che ti voglio vedere. E poi: Danielaaaaa! Non c’è!!!!! Vieni qua che andiamo via. Voi non andate via. Io voglio andare a casa mia. E poi: “basta, spegnete le luci”. E ancora: “Milvaaaaaaaa!!!!! Carlaaaaa! Mi tiri via quella roba lì? Carla mi porti a casa? Ho paura. Vienimi a prendere. Signoraaaaaa! Mammaaaaaa!!!!”

Mi sento sempre più dentro Comiche di Gianni Celati e mi chiedo quando mi lasceranno finalmente uscire dal libro (che amo, per carità, ma essere diventato uno dei personaggi mi sembra troppo). Oltretutto, ricordo che il regista Memè Perlini aveva chiesto una volta a Gianni di farne un film, che poi non si è mai fatto, ecco ora, che surreale onore, lo sto vivendo dal vivo, come una comparsa di quel lungometraggio mai girato (e che sarebbe ora di girare, cari registi di tutto il mondo in ascolto!).

Aggiornamento del giorno dopo alle 11.03
Rilasciato – come un ostaggio – dal pronto soccorso alle 17 di ieri (entrato alle 9 di mattina, come dicevo, per dei raggi).
Tornato a casa. Rientrato in ospedale oggi su richiesta del pronto soccorso per ulteriore visita di controllo, il settore è 1E0, ambulatorio 5. Mi dicono di andare all’entrata 1.
Chiedo in portineria come raggiungere l’ambulatorio in questione e le indicazioni sono le seguenti: ascensore fino al primo piano, arrivare al corridoio con la lettera E, riprendere l’ascensore per arrivare al piano terra.
Faccio così e mi rendo conto che dall’entrata 2, cioè dallo stesso piano della portineria, sarebbe stato sufficiente girare a sinistra e mi sarei risparmiato questo girotondo, arrivando perfettamente e rapidamente al settore giusto.
Arrivato comunque, anche se così tortuosamente, al settore indicato, vado all’ambulatorio 5, come scritto sulla mia prenotazione e come detto dal medico del pronto soccorso.
La dottoressa dell’ambulatorio 5 mi dice: no, deve andare all’ambulatorio 8. Ora non è più Celati, è Goscinny-Uderzo, Le dodici fatiche di Asterix, quel pezzo sul lasciapassare A-38 in cui i nostri eroi, Asterix e Obelix sfidano la burocrazia romana.

Eccoci qui. (To be continued…anche se spero di no!)

Aggiornamento del 12 novembre 2022, tre giorni dopo le avventure appena narrate.
Il presidente della regione Emilia Romagna e prossimo probabile candidato alla segreteria nazionale del Partito Democratico ha rilasciato una dichiarazione alla Nuova Ferrara in cui promette mai più attese così lunghe al pronto soccorso.

La sua credibilità è, però, nulla, perché il 18 gennaio 2020 aveva già promesso (sul Corriere/Bologna) questo:
“Sui pronto soccorso «serve una svolta sui tempi» che dovranno essere contenuti («massimo 6 ore fra l’arrivo, l’eventuale ricovero o il ritorno a casa»). «Inoltre cambieremo i codici e assumeremo nuovo personale e realizzeremo spazi in cui è più garantita la privacy. Lavorare nel sistema dell’emergenza-urgenza è uno dei lavori più usuranti, serve un sistema di premialità, ne parlerò con il ministro Speranza ma come Regione siamo pronti a mettere dei fondi nostri».”

POST SCRIPTUM
Ci tengo a ringraziare sentitamente tutti le/i mediche/medici, gli/le infermieri/e, gli/le OSS che ho conosciuto in questa 24 ore. Sono bravissime/i e fanno i miracoli, in una situazione di sovraccarico e stress lavorativo che è un grande scandalo italiano che dovrebbe essere quotidianamente al centro del dibattito pubblico e dei ragionamenti di qualsiasi governo, in modo da produrre immediati investimenti e risultati significativi e invece non lo è.

Quello che ho scritto accade in Emilia Romagna, regione notoriamente all’avanguardia sui servizi pubblici, quindi non oso immaginare cosa succeda quotidianamente in altre regioni italiane (vale a dire: lo immagino e credo di saperlo, purtroppo). Servono investimenti, ingenti e urgenti, nei servizi pubblici: sanità, scuola, trasporti, informazione.

Il governo Meloni lo farà? Dubito. È un governo di destra e gli investimenti nel settore pubblico non sono, storicamente, nelle corde della destra.
Ci vuole un governo di sinistra, peccato che la sinistra, che in Italia esiste e potrebbe anche essere maggioritaria, non abbia però alcuna rappresentanza politica credibile. Almeno per ora.

(To be continued anche questo, per fortuna!)

SUM, ERGO COGITO
Essere liberi vuol dire pensare.

 

Quando sento dire, e non da ragazzi ingenui e spontanei, che l’obbligo della certificazione verde implica togliere la libertà e che rappresenta un provvedimento paragonabile alle leggi fasciste, mi sento sconfortata. Sconfortata non solo perché questo indica che si è persa la capacità di usare la logica, ma soprattutto perché dimostra che lo studio della storia come maturazione di società, cultura e umanità sta scomparendo Una storia ridotta alla sola acquisizione di un accumulo indiscriminato e una giustapposizione di dati, senza riflessione.

La creazione del green pass è stata fatta proprio per garantire la libertà di tutti: se ci fosse stato l’obbligo del vaccino questa misura non sarebbe stata necessaria, ma il governo per adempiere al suo compito democratico l’ha ideata e implementata per rispettare due diritti: la salute di tutti e la libertà.
E’ è una garanzia reciproca. Una garanzia, seppur minima, per chi è vaccinato di interagire con chi non lo è senza rischi eccessivi, e per chi non è vaccinato di non essere causa di contagio agli altri.

Considerare il green pass un modo occulto di costringere la gente a vaccinarsi, come hanno insinuato le Destre e alcuni mezzi di informazione, è una lettura malevola che non rispetta questa intenzione democratica. È una presa di posizione gratuita che la Destra ha esercitato sul governo semplicemente per mostrare il suo potere, facendo azione di disturbo. Eppure, il compito dell’ Opposizione non dovrebbe essere di andare semplicemente contro al governo, ma rappresentare i temi delle minoranze che compongono la società, rendendo più democratica l’azione del governo. L’Opposizione fine a sé stessa crea instabilità, non democrazia.

La politica e le leggi vanno interpretate secondo i valori dell’umanità: altrimenti anche i principi su cui si basava il processo di Norimberga decadono. Eichmann non doveva essere giustiziato perché pedestre esecutore di leggi scritte. E anche Carola Rackete, la comandante della Sea Watch, doveva lasciar morire decine di persone per rispettare il Decreto Sicurezza–bis.

Queste ultime sembrano affermazioni retoriche, invece è una realtà che si sta attuando, per esempio, nel caso Riace.
Sono 15 sabati consecutivi che vediamo rumorose manifestazioni contro il green pass, mentre per la condanna a tredici anni di carcere di Mimmo Lucano per aver salvato delle persone e per aver trasformato una situazione di emarginazione in un motore di innovazione e sviluppo, non ce n’è stata che una sola, pressoché ignorata dai mezzi di comunicazione. E’ una nuova conferma che la stampa non svolge un servizio alla democrazia, ma segue piuttosto le leggi di mercato. E questo dovrebbe indignarci profondamente a prescindere dal nostro schieramento politico.

Sicuramente Mimmo Lucano per realizzare un progetto di accoglienza degno di quella che storicamente è stata la cultura italiana ha dovuto forzare dei regolamenti burocratici, in un paese e in un contesto nel quale la burocrazia per mantenere il proprio potere di controllo è arrivata, come spesso accade, alla disumanità se non addirittura all’assurdo.

Sappiamo ancora cos’è la democrazia?
Ci ricordiamo che la democrazia altro non è se non il tentativo di rendere storica e permanente la capacità di un’organizzazione di armonizzare l’esercizio della libertà personale – non solo individuale – con il bene comune? Che è lo strumento che permette di trasformare gli individui da atomi separati e in contrapposizione in soggetti intercomunicanti, solidali e collaborativi? Alla fine, vogliamo chiederci se siamo esseri che si limitano ad esprimere le leggi della chimica e della fisica, oppure se siamo esseri liberi che danno senso alla vita qualificandola secondo i propri valori di condivisione e comunione?

Avvenimenti come questi fanno emergere la superficialità dei comportamenti delle persone e l’incapacità di riflettere sulla realtà che diventa sempre più complessa e sempre più esigente. Questa è una conseguenza del depotenziamento della scuola pubblica, inteso sia per quanto riguarda gli investimenti e la percentuale di spesa pubblica, sia perché il ruolo della scuola è stato reso sempre più marginale nell’organizzazione generale della società stessa. La conseguenza immediata è che non si dà più peso e tempo alla necessità di pensare.

Cosa vuol dire pensare?  Oggi la scuola non lo insegna più.
L’istruzione pubblica manca doppiamente a questo ruolo di costruzione del pensiero: prima di tutto, eliminando l’educazione civica ha privato le nuove generazioni dell’abitudine a riflettere su cosa sia la democrazia, privandole anche delle nozioni di base relative alle istituzioni che la reggono e alle loro funzioni.
Il risultato paradossale è che la gente accusa il governo di non essere democratico e poi non va a votare. Questa mancanza di elementare educazione e cultura civica ha reso possibile l’impoverimento del linguaggio tanto da permettere la confusione tra concetti quali potere, politica e partito, che vengono usati come sinonimi, quando i loro significati non sono affatto coincidenti.
Altrettanto grave è che la scuola oggi non sia più finalizzata a educare la persona a sapere chi è, chi vuole essere e dove vuole andare, ma semplicemente a essere funzionale a una logica capitalistica che ha come scopo quello di avere successo, dove il successo si identifica solo con il diventare ricchi.

Oggi la scuola non insegna che pensare è entrare dentro il significato delle conoscenze e includerle in un processo storico e all’interno di un contesto. Pensare vuol dire dare senso e significato reale alle parole, considerandole nella complessità del ragionamento in cui sono espresse. Per questo pensare ti rende libero: perché ti permette di sapere chi sei e chi vuoi essere, ti aiuta a individuare i criteri per riconoscere dove sei, sapere che ci sono gli altri e ti rende consapevole anche di possedere gli strumenti per esprimere tua soggettività mettendoti in relazione e non in contrapposizione con l’altro. Senza conflitto.

Quando la scuola tornerà ad insegnare a pensare e ad essere creativi?  Quando riconoscerà il valore profondo di ogni persona? Quando riconoscerà che la persona, proprio perché unica e libera, è la risorsa che l’umanità attende per crescere e diventare sempre più libera e capace di individuare e rispondere al desiderio di una vita felice per tutti?

DAL VECCHIO AL NUOVO
La crisi della democrazia nell’era della complessità

E’ ora di incominciare a capire che siamo nell’era della complessità e che si è concluso il tempo della specializzazione esasperata. Questo non vuol dire che tutto l’accumulo di nozioni e della conoscenza enciclopedica sia inutile, anzi sarà il serbatoio da cui si potranno attingere le informazioni utili alla lettura e alla comprensione della realtà complessa, per poter rifondare la società, superando le insufficienze e gli erronei comportamenti, che hanno prodotto questa insostenibile realtà.

La novità governativa che sottolinea una nuova consapevolezza da parte della Presidentessa della Commissione europea Ursula Von der Leyen è l’aver intitolato Next Generation EU il progetto di finanziamento europeo in risposta a questa emergenza. Cioè non ha detto cosa, ma perché progettare e finanziare iniziative europee da parte dei singoli governi che ne sono i destinatari e quale dimensione queste debbano avere, cioè: almeno Europee.

Questa situazione ha accelerato la crisi della democrazia, che era già in atto nell’ormai consunta struttura democratica basata sullo scontro frontale fra forze dell’opposizione e forze di governo; in questi mesi il governo ha dovuto difendersi dai continui attacchi dell’opposizione, che hanno minato in questo modo l’autorevolezza delle scelte fatte e sottratto tempo e creatività al compito di costruire un progetto di fondazione di una nuova società, come richiede la crisi ecologica e la conseguente crisi sociale ed economica dovuta alla pandemia.

Non ha senso che, dal giorno dopo che si è eletto un governo, l’opposizione si senta legittimata ad affermare “da ora lavorerò perché questo governo cada”, come se i propri elettori vivessero in una realtà parallela, in una vita sospesa e non facessero invece parte dell’intera comunità del paese.

Queste due grandi crisi universali, ecologica e sociale, hanno sottolineato definitivamente che la terra è una per tutti e che l’umanità tende ad un’unica direzione. Da qualsiasi punto partano le società umane esse tendono a migliorare le proprie condizioni di vita e di sviluppo, espressione di una sempre maggiore libertà dalle necessità di pura sopravvivenza, fino all’espressione delle proprie caratteristiche individuali. Oggi è sempre più evidente che nessuno si salva da solo e che le scelte compiute dai singoli ricadono e coinvolgono, nel bene e nel male, l’umanità intera.

La pandemia ha messo in evidenza che i due ambiti che meno venivano considerati e che sono stati oggetto di tagli e impoverimento, perché considerati sacrificabili all’altare del PIL, sono i pilastri su cui si fonda la forza della società democratica: la cultura e il suo sviluppo e la salute e la cura della persona, per un continuo miglioramento della qualità della vita. Questi pilastri sono il fondamento della società democratica, perché riguardano il valore della persona umana e quindi la loro natura è complessa ed in continua evoluzione. Per questa ragione si tratta di argomenti che non possono essere affrontati per settori e ambiti separati, ma necessitano di una visione di pari complessità e lungimiranza.

Non si può quindi scindere la sfera dell’educazione della persona e del cittadino dalla sfera dell’espressione artistica e dei luoghi di fruizione di queste espressioni, come non si può separare il mondo della formazione dai luoghi della ricerca fino alla sua applicazione. Non si può sentir dire da Patrizia Asproni, Presidentessa di ConfCultura, che se non moriremo di Covid moriremo di “PEC”, per non essere in grado di accedere ai finanziamenti stanziati a sostegno di questo comparto.

La salute non si può separare dalla qualità della vita, in tutti i suoi momenti e in tutti i suoi aspetti, dalla nascita alla maturità, come pure dalla dimensione della singola persona, alla dimensione di comunità. Non si può accettare che il maresciallo Marco Diana – morto per le conseguenze del contatto con i proiettili all’uranio impoverito durante campagne militari all’estero e che ha dovuto lottare per far riconoscere la sua malattia come professionale – debba affermare in punto di morte: “Non so se è peggio il cancro o la burocrazia.” I funzionari statali dovrebbero, sentendo queste parole, essere i primi a vergognarsi profondamente e domandarsi il senso del loro impiego.

Una classe politica, che accomuna in un unico provvedimento e senza alcuna distinzione i cinema e i teatri alle sale bingo e da gioco, mostra quantomeno la sua incapacità di valutazione delle priorità, e l’appiattimento della lettura della realtà all’unico aspetto della produttività economicistica. Una classe politica che non si affretta a cancellare le complicazioni burocratiche che soffocano sia la democrazia che la capacità imprenditoriale dei cittadini, mostra per lo meno la sua impotenza rispetto al potere delle varie corporazioni, come quella dell’impiego statale, che sono state usate in modo clientelare in tempi di crescita del benessere e che adesso mostrano tutti i limiti di una struttura che si è moltiplicata per legittimarsi su una logica di controllo e di divieti.

Questo momento di crisi, la cui soluzione si basa su cittadini responsabili dei loro gesti e consapevoli del loro valore perché parte di una comunità più ampia, ha messo in evidenza il vero limite strutturale dell’organizzazione burocratica, che con la scusa dell’uguaglianza fonda le scelte sui protocolli dei loro deresponsabilizzando gli organi istituzionali e il singolo cittadino delle conseguenze dei loro comportamenti e delle loro scelte.

C’è bisogno di creare una cultura che dia valore alla persona, come fondamento concreto di una società che vuole dirsi umana. Bisognerebbe cogliere l’occasione per creare una nuova realtà politica come l’Europa Unita, riqualificando il concetto di democrazia in grado di governare il territorio e che abbia come scopo lo sviluppo di una società ecologica, che abbia come finalità la qualità della vita in ogni sua forma e non il Prodotto Interno Lordo.

Non sarebbe ora, quindi, di cogliere questo momento come occasione per darci gli strumenti per uscire dal disorientamento e dall’attuale senso di sconforto e di depressione, puntando sul nuovo anziché aggrapparsi al vecchio?

SCHEI
Non è un paese per vecchi

Oggi ho accompagnato mio padre ultraottantenne in Posta e in farmacia. Mio padre non è più molto lucido, ma oggi ho avuto la certezza che, anche se lo fosse, sarebbe impazzito lo stesso. Sarebbe impazzito nel tentativo di fare operazioni banali, essenziali, d’ordine e non di concetto. Lo dico perchè sono impazzito io per lui. In Posta dovevamo svincolare una polizza scaduta. Soldi suoi. Era il terzo appuntamento per la stessa operazione. Le prime due volte era andata male, la prima per un documento scaduto da rinnovare, la seconda perchè non trovavamo l’originale di polizza. Oggi avevamo tutto, documento in ordine e originale di polizza. Perfino l’imbarazzata consulente gongolava, felice di poterci accontentare, finchè, verso la fine della procedura telematica, il computer le ha messo un blocco. “La polizza è in stato anomalo”, “non so cosa significhi”, “forse perchè è scaduta”. Ha chiesto assistenza al numero verde – gli impiegati della Posta per risolvere un problema devono fare lo stesso numero dei clienti, quello che ti presenta sei opzioni commerciali e, se riesci a schivarle tutte come in un percorso di guerra, arrivi a poter parlare con un operatore. La conclusione è stata che dobbiamo mandare una raccomandata ad una sede centrale per chiedere lo svincolo, perchè la polizza è “radicata” in un altra sede – alias, mio padre la stipulò in un altro ufficio, del luogo dove allora risiedeva. Dopo la risposta alla nostra raccomandata, dovremo tornare la quarta volta pregando il dio delle scartoffie. Però intanto mio padre firmava sopra un display e non sulla carta, vuoi mettere. Una figata, il progresso tecnologico. Tempo trascorso nel bugigattolo che violava ogni norma sul distanziamento, un’ora e mezza. Mio padre che soffre d’insonnia nel frattempo si era abbioccato, e ridestandosi ha commentato: “Grazie signorina, la prossima volta che non riesco a prendere sonno so cosa fare, vengo in Posta”.

Poi ci siamo avviati verso la farmacia. Dovevamo acquistare un nuovo farmaco per un problema che il geriatra gli aveva diagnosticato. Ci aveva raccomandato, il geriatra, di andare dal medico di famiglia col suo responso perchè è il medico di famiglia che può fare la ricetta per ritirare il farmaco. Ci aveva raccomandato anche, il geriatra, di presentarsi in farmacia, oltre che con la ricetta, anche con il piano terapeutico, così ci avrebbero dato più di una confezione, in modo da coprire almeno i primi due mesi di terapia. Allo sportello, la farmacista ci ha detto, dopo un’affannosa telefonata di conferma dei suoi dubbi, che non poteva darci lei la prima confezione del farmaco, ma che avremmo dovuto recarci alla farmacia ospedaliera. La risposta alla mia domanda di spiegazioni è stata “perchè è la procedura”. Mentre ci recavamo alla farmacia ospedaliera mio padre fantasticava di farsi tagliare l’alluce del piede destro, perchè camminarci sopra gli dava un dolore acuto, e ormai di strada ne avevamo fatta. Allo sportello della farmacia ospedaliera, una giovane farmacista ci ha detto che della ricetta del medico di famiglia non se ne faceva nulla; che poteva darci solo una confezione del farmaco, perchè il geriatra aveva redatto un piano terapeutico mancante di un codicillo essenziale per poter avere il diritto di ritirare almeno due confezioni, e che quindi avremmo dovuto tornare entro un mese alla farmacia ospedaliera per ritirare la seconda confezione, ed andare di nuovo dal geriatra per farci correggere dallo sbadato il piano terapeutico. La giovane farmacista si è prodigata con ardore didascalico nello spiegarci l’assenza di questo codicillo, mostrandoci un facsimile di piano terapeutico corretto, contenente il codicillo. Mi sono sentito di dirle che se due esercenti la professione sanitaria (tra cui uno specialista) non parlavano tra loro la stessa lingua, non poteva pretendere che la parlassi io. Quale, poi? Quella dello specialista o quella della farmacista?

Preciso che nessuna delle persone con cui siamo entrati in contatto si è mostrata maleducata. Tutte hanno ricordato a me come andava compilato il loro compitino, e se il compitino di ciascuno non dialogava con il compitino dell’altro non era un problema loro, era un problema mio e di mio padre.

Il film “Io, Daniel Blake” di Ken Loach racconta di un carpentiere vedovo di 59 anni che ha un infarto, in seguito al quale il medico lo dichiara inabile al lavoro. Il film lo mostra alle prese con la richiesta di disoccupazione, presentabile solo via internet, e con una chiamata per il ricorso dell’indennità per malattia. Daniel si trova senza alcuna fonte di reddito, fra il medico che gli vieta di tornare a lavorare, l’attesa di indennità per malattia in seguito all’infarto e la ricerca di un lavoro per avere il sussidio di disoccupazione. Daniel riceve una telefonata dove viene informato che è stato dichiarato abile al lavoro, e che quindi non ha diritto al sussidio di disoccupazione. Deve però rinunciare a un lavoro per cui aveva lasciato il curriculum, visto il divieto del medico a lavorare. All’ennesimo incontro al Job Center, Daniel decide di dare un ultimatum alla struttura, che gli ha negato il sussidio accusandolo di scarso impegno nel cercare una occupazione, ma che non gli fissa mai una data per il ricorso. Si piazza davanti al palazzo e scrive con la vernice spray sul muro del Job Center “Io, Daniel Blake, esigo una data per il mio ricorso prima di morire di fame”. Così facendo si guadagna la simpatia dei passanti e l’attenzione della stampa, nonchè un ammonimento dalla polizia. Daniel trova un avvocato che decide di assisterlo nel ricorso, che visto come si sono svolti i fatti ha molte probabilità di vincere. Poco prima dell’inizio del processo, Daniel va in bagno ma lì ha un altro infarto e muore.

Le pellicole di Ken Loach hanno questa capacità di farti sentire che non sei lo spettatore di un film, ma colui al quale prima o poi accadrà qualcosa di analogo a quello che è successo a Daniel Blake. Infatti quando una piccola o grande sfiga, o il semplice fatto di invecchiare, ti costringe a prendere contatto con la rete dei servizi alla persona, se sei da solo sei già morto. La peculiare brutalità della burocrazia contemporanea risiede nella capacità di farti impazzire dentro un labirinto creato proprio da quella tecnologia che dovrebbe risolverti i problemi. Come si può pensare che un ottantenne medio possa gestire i propri adempimenti iscrivendosi a piattaforme telematiche, o scaricando una app? Come si può pensare che una persona anziana possa accendere un proprio fascicolo telematico e accedervi attraverso uno username, una password e un otp che gli arriva sul telefonino? Come si può pensare che una persona anziana possa riuscire a dialogare con un numero verde che ti tiene in attesa per ore o che ti consente di parlare con un essere umano solo se riesci a sgattaiolare oltre la miriade di opzioni puramente commerciali che fanno da barriera al servizio di assistenza?

La cronaca personale con la quale ho esordito (e che non ho arricchito, per non annoiare, coi tentativi di truffa legalizzata orditi ai danni degli over ottanta da sicarietti delle forniture che fanno semplicemente il loro sporco lavoro) non ha nulla di particolarmente tragico o anomalo, e proprio in questa normalità risiede la sua ordinaria ferocia. Il nostro non è un paese per giovani, e non è un paese per vecchi.

 

 

Arabeschi

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Non so se esista un’espressione più efficace per mostrare, ad un alieno che piovesse sul nostro Paese, le entità che governano la vita in Italia. Un arabesco è una decorazione e una complicazione, sofisticata e inutile, un intreccio di ramificazioni infinite, un labirinto di percorsi che fa smarrire l’uscita. Ne siamo avviluppati in un ufficio pubblico, nell’interpretazione di una norma, dentro una circolare applicativa, alle prese con una procedura di autorizzazione, morsi da un velenoso codicillo fiscale. Nel frattempo, tutto ciò che conta viene coperto da un velo nero arabescato, dietro il quale muoiono i migliori, eliminati e celebrati.

“In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi.”
Ennio Flaiano

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Per leggere i germogli delle settimane passate, clicca [Qui]

DENTRO LA CRISI
Una specie animale in estinzione o una nuova umanità?

La definiscono la crisi simmetrica, cercando con questa definizione di metterla in fila a altri momenti critici della nostra storia recente, come la crisi del 2008, quasi a renderla più gestibile, ma si rendono ciechi.
Con questa definizione che vuole essere tranquillizzante si rendono ciechi, più o meno in buona fede, e incapaci a riconoscere in questo momento storico una novità e una complessità che secondo me ha l’eguale o per lo meno il comparabile, nella comparsa dell’homo sapiens sulla terra.

C’è la crisi del sistema climatico che ha stravolto la ciclicità delle stagioni su tutto il pianeta mettendo a rischio il mondo agricolo e dell’allevamento che da quel sistema dipende direttamente, che prelude a tempi di grande siccità a momenti di grandi alluvioni sempre più frequenti e violenti nel loro manifestarsi. Queste rappresentano in maniera molto esplicita la qualità del pensiero che ispira i nostri comportamenti che sono di sopraffazione del più forte sul più debole che preferisce la violenza del bisogno e la fatalità della necessità, alla ricerca e costruzione delle relazioni umane e sociali.
Questo dissesto è stato provocato e costruito dalla logica del consumo di cui l’essere umano è l’origine, pur sapendo che queste risorse sono finite e che per rigenerarsi richiedono un tempo che non corrisponde certo alla velocità dei nostri spostamenti di cose e di persone.

C’è la crisi economica accelerata e resa più devastante e violenta perché simultanea in tutto il pianeta. La pandemia ha messo in evidenza la stratificazione degli elementi di squilibrio non solo economico ma logistico e distributivo della cosiddetta globalizzazione e conseguente finanziarizzazione che ha creato spazi di desertificazione non solo di territori ma di città.
Tutto questo è stato possibile isolando le città  dai loro territori, assediandole con i capannoni dei centri commerciali e ponendole in questo modo in contrapposizione tra loro, il mondo rurale contro il mondo urbano, il mondo tradizionale con il moderno, lo statico contro il dinamico, come se queste realtà fossero realmente così, come se queste contrapposizioni fossero vere.
Conseguenza logica e diretta dell’aver ridotto la complessità della qualità della vita alla logica del profitto, scopo ultimo del consumo. Si è ridotta la diversità dei territori del mondo, ad un unico modello quello statunitense, che ha a disposizione larghi spazi omogenei di territori e di clima, la produzione agricola e la sua raccolta e distribuzione, sacrificando la diversificazione delle colture.
Soprattutto in Italia che ha un territorio composto da molteplicità di situazioni territoriali, climatiche e perciò storico-sociali assolutamente diversificate e che vede questa sua ricchezza di diversità come elemento negativo che è di ostacolo al modello produttivo dominante. Questo, oltre a desertificare i territori, in Italia ha desertificato le città, trasformandole quando va bene in musei all’aria aperta, trasformando la nostra storia in una nostalgica memoria di un tempo perduto, invece di considerarlo il nostro patrimonio sociale, culturale, politico ed economico a cui attingere e far riferimento per la nostra evoluzione storica e di civiltà.

C’è la crisi della democrazia che fino ad oggi rimaneva sottotraccia e poco visibile ai più perché troppo presi a guadagnare la sopravvivenza che in questi ultimi vent’anni è diventata il problema principale per la maggior parte dell’umanità compresi i paesi più evoluti e ricchi che, per un piatto di lenticchie, hanno svenduto la loro primogenitura di società in grado di realizzare nella storia un mondo di giustizia e di  qualità umana degna di questo nome. Infatti hanno svenduto la loro capacità di vivere la libertà per un briciolo di sicurezza, per mantenere i loro privilegi, senza capire a quale dono rinunciavano, senza capire che sopprimevano la speranza per la maggior parte dell’umanità.

C’è la crisi sociale che ha raggiunto livelli insostenibili sia per le società che costringono all’emigrazione i propri cittadini, sia per quelle che subiscono immigrazione che vedono sempre più velocemente ridursi gli spazi di sopravvivenza di un minimo di qualità della vita sempre più insostenibile per la diffusione planetaria degli avvenimenti.

C’è la crisi sanitaria che ha messo in evidenza gli squilibri che la scelta liberista ha prodotto nel mondo e il conseguente impoverimento culturale necessario all’invadenza di questo modello economico -sociale che vuole una umanità definita dal bisogno della condizione del presente senza alcuno spazio aperto ad un futuro possibile e diverso.

A questo è funzionale lo strapotere della burocrazia che in nome della norma e della sicurezza ha reso quasi impossibile l’evoluzione sociale esercitando un controllo sempre più stringente degno dei regimi totalitari e trattando i cittadini come bambini incapaci di intendere e di volere, salvo che per pochissimi privilegiati. Tutto questo aggravato dalla velocità dell’accadimento degli avvenimenti e dalla centralizzazione degli strumenti tecnologici che invece di essere utilizzati per distribuire ricchezza e conoscenza vengono utilizzati a privilegiare sempre meno individui e a concentrare sempre di più il loro governo e i loro profitti a tutte le dimensioni.

A conseguenza diretta di questa centralizzazione tecnologica c’è la crisi dell’informazione che non è più  libera perché le agenzie sono tutte private quindi non al servizio della democrazia ma del profitto. Perciò chi possiede la proprietà non sempre ha interesse a divulgare le informazioni, se non quelle che sono funzionali al suo business.

C’è una inusitata convergenza a livello planetario di tutte queste sfaccettature della società umana in una crisi culturale e antropologica che molto probabilmente più che essere un effetto è la vera causa di questo sconquasso globale che viene definita l’era dell’antropocene dove l’essere umano viene descritto come il vero cancro del mondo naturale che non deve far altro che programmare la propria estinzione o per lo meno il proprio drastico ridimensionamento fino a diventare una realtà irrilevante nell’ordine naturale. Siamo arrivati al punto che dobbiamo decidere cosa vogliamo essere e diventare come esseri umani: vogliamo estinguerci come una specie animale violenta e predatrice o vogliamo inaugurare la storia  di una nuova umanità? Possiamo continuare a definirci esseri limitati fin dalla nostra origine dal nostro essere malvagi, incapaci di fare autonomamente scelte costruttive se non guidati da qualcuno più grande di noi oppure dal caso che per sua natura sceglie il più forte, oppure iniziamo a riconoscere la nostra umanità desiderante di bene e perciò capace di operare scelte che trasformano in meglio la realtà.
Possiamo  iniziare a riconoscere nella nostra umanità il senso dell’intera creazione, che è in attesa che l’umanità trasformi la singolare libertà di essere, in espressione della propria unicità come un ulteriore spazio di libertà per tutti. Questo può avvenire solo nella reciproca capacità di riconoscersi come meravigliosa novità e sceglierci come amici.

Hera preistorica

La novità è che la richiesta della tariffa agevolata per il conferimento dei rifiuti va rinnovata ad Hera ogni anno. Nessuno sapeva niente, anche perché all’atto della domanda non l’hai trovato scritto da nessuna parte e ti sei impegnato a comunicare ogni variazione che comportasse il venire meno del tuo diritto.
Così Hera, accorgendosi che nessuno si reca agli sportelli per chiedere il rinnovo, in data 4 marzo invia una lettera ai suoi utenti, tra i quali mia suocera, informandoli di aver prorogato la scadenza delle domande di rinnovo dal 31 gennaio al 31 di marzo.
La lettera fornisce all’utente gli orari degli sportelli a cui rivolgersi, il numero verde da chiamare e l’elenco dei documenti necessari alla richiesta, specificando che è sufficiente presentare la copia di uno solo tra quelli previsti.

La lettera altro non dice. Così quando ti rechi allo sportello di Hera, per rinnovare la tua richiesta, scopri che non hai la delega, modulo di cui ti fornisce diligentemente un solerte operatore addetto alla accoglienza. Considerare che chi necessita di presidi sanitari forse non è autonomo è uno sforzo che evidentemente i nostri tempi non consentono più alle menti umane addette alla comunicazione tra Hera e l’utenza.
Passi. Te ne torni a casa a far firmare la delega a tua suocera più che novantenne e nel frattempo ti sorge il dubbio che la lettera ricevuta oltre a tacere della delega possa aver taciuto anche su altro. Allora decidi di chiamare il numero verde, il quale sostiene che i documenti indicati nella lettera per il rinnovo della richiesta non sono a scelta, sono tutti da presentare, così scopri che l’operatore con cui stai parlando ne sa meno di te.

La prima cosa che mi chiedo è perché il rinnovo della agevolazione non si possa fare on line, tramite una semplice e-mail, allegando la scansione dei documenti richiesti. Si risparmia tempo, denaro, carta e anche mal di fegato.
E qui continuo a restare basito di fronte al persistere nel nostro paese del conflitto tra burocrazia e digitale. Si pretende di rivoluzionare la democrazia trasformandola in diretta attraverso le piattaforme on line, ma una questione di elementare democratizzazione dei servizi e delle utenze come il rinnovo di una richiesta non si riesce a digitalizzare.

Non c’è alternativa. Mi reco, con la mia delega e tutti i documenti necessari, al nuovo sportello Hera di viale Cavour, perché quello di via Diana è decisamente scomodo. Mi viene assegnato un numero. Altre dodici persone vengono prima di me. Fantasticare che avrei potuto fare tutto da casa con l’aiuto del mio computer, non fa che accrescere la mia ‘muffa’. Finalmente sul display, perché, ironia della sorte, le nuove tecnologie non possono mancare, compare il mio numero d’ordine.
L’operatrice di fronte alla quale mi siedo porta un nome che non voglio svelare, significa corona dei martiri, lei certo deve saperlo e non ha alcuna intenzione di essere martirizzata dalle mie domande e dalle osservazioni che nel frattempo ho accumulato, fatte di suggerimenti che vorrei comunicare ad Hera per vedere di migliorare il suo servizio.

Quando all’interlocutrice porgo il certificato dell’Asl attestante che mia suocera soffre di incontinenza stabilizzata, come previsto dalla lettera ricevuta, essa reagisce stizzita, informandomi che lei non è un medico.
Sfido chiunque a essere in grado di mantenere la calma. Per quale mai arcana ragione, io, recandomi allo sportello di Hera, quello di viale Cavour, avrei dovuto aspettarmi di incontrare di là dal tavolo un medico? Cara ragazza cos’è che ti ha fatto scattare una simile reazione? Il certificato dell’Asl è stato galeotto. Quello stesso compreso nell’elenco dei documenti a scelta. Lei ne ammetteva uno solo: la bolla di consegna dei pannoloni. Evidentemente è stata programmata così.
Perché le cose sono peggiorate quando, sebbene un po’ su di giri anch’io, le ho fatto notare che il certificato firmato dal medico dell’Asl dichiara per iscritto che mia suocera è un’incontinente “stabilizzata”. E se è “stabilizzata” che senso ha che Hera pretenda tutti gli anni il rinnovo della richiesta?

L’operatrice, che non ama la corona dei martiri di cui pure porta il nome, mi svela di essere debole nel lessico, non conoscendo il significato della parola “stabilizzata”, e che comunque sono le nuove disposizioni del regolamento comunale, di cui non c’è alcun riferimento nella lettera inviata agli utenti. Ma la nostra amica, carente d’ogni elementare nozione, evidentemente, a conferma delle sue parole, con un colpo di genio mi mostra che nella lettera ricevuta, oltre al logo di Hera, in alto a destra c’è lo stemma del comune di Ferrara, per poi abbandonare stizzita la sua postazione e farsi sostituire da una collega decisamente più abile nel front office.
In realtà mi rendo conto che alla mia interlocutrice allo sportello di viale Cavour devo le mie scuse, perché entrambi siamo vittime della preistoria, che ignora l’era digitale e le promesse del 5G, continuando a umiliarci con i suoi riti di sudditanza e di soggezione, e Hera che noi paghiamo è sua complice.

Scuola: partenza rimandata, vergogna assicurata

In questi giorni, nel nostro Paese, inizierà un nuovo anno scolastico.
Non sarà un avvio normale ma una partenza rimandata; infatti, a causa di ritardi nello svolgimento di una serie di operazioni di assegnazione dei docenti alle scuole, molti insegnanti non sono stati ancora nominati e, nella migliore delle ipotesi, saranno in cattedra solo la seconda settimana di scuola.
Questi ritardi non sono da imputare ai dirigenti scolastici o ai funzionari degli uffici provinciali bensì ad una perversa logica ministeriale che non riesce ad organizzare i tempi di alcune operazioni in modo tale da garantire alle famiglie e al personale scolastico un inizio regolare.
Credo che questo, fra i diversi paradossi che riguardano la scuola italiana, sia probabilmente il più significativo perché quando non si riesce a garantire il normale funzionamento di un “organo costituzionale” vuol dire che il Paese ha un problema molto serio; quando poi questo problema non lo si riconosce come tale vuol dire che la situazione è davvero tragica.
In moltissimi istituti italiani questi ritardi provocheranno disagi importanti alle famiglie, come ad esempio la riduzione dell’orario della prima settimana di scuola.
Gli insegnanti e i dirigenti scolastici ci stanno mettendo la faccia, nelle riunioni con i genitori, per spiegare un disastro di cui non sono responsabili.
Viene da chiedersi come la scuola possa pretendere fiducia dalle famiglie quando non riesce a trasmetterla nelle piccole cose fondamentali, come si possa condividere un patto di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia se non si riesce a garantire un puntuale inizio d’anno scolastico, come si possa essere credibili se, nei fatti, ci si dimostra incredibili.
Lo sforzo di chi vive la scuola tutti i giorni sta proprio in questa sfida educativa difficilissima: riuscire a dimostrare la credibilità dell’istituzione a partire soprattutto dalla passione, dalla coerenza, dalla preparazione e dall’impegno con cui la maggior parte del personale scolastico si rapporta con gli studenti e con le famiglie.
Al Ministero dell’Istruzione il problema dei ritardi è conosciuto da tempo, come sono conosciuti anche i disagi che si arrecano alle famiglie e le disorganizzazioni che si creano a scuola: l’unica cosa purtroppo ancora sconosciuta da quelle parti è la vergogna.
Sarebbe opportuno che chi rappresenta il cosiddetto “governo del cambiamento” dedicasse qualche spiegazione ai cittadini ma, ahimè, non credo che chi è abituato a parlare alle pance sia interessato a fare uno sforzo di onestà e a rivolgersi alle teste delle persone.
Come maestro elementare sono diventato insofferente a quei politici che, con i loro paroloni, promettono di rivoluzionare la scuola ma, con i loro atti, non riescono a garantirne la normalità.
Come genitore sono indignato verso chi sta operando per attaccare e svilire la scuola della Costituzione proponendo una scuola che insegni a “crepare” di precarietà e non a “creare” un futuro migliore.
Come cittadino prendo atto della dichiarazione del Ministro Bussetti al Meeting di Comunione e Liberazione (“Vogliamo che tutte le operazioni avvengano in regola contemporaneamente. Qualche problema come sempre ci sarà ma noi siamo pronti a intervenire per risolverli”) ma, proprio per questa sua incapacità ad intervenire per risolvere il problema, mi sento di chiedere che il Ministro chieda scusa alle famiglie per l’orribile inizio di anno scolastico che stanno vivendo e che vivranno.
Ricomincerò ad ascoltare con più attenzione le parole di un Ministro quando smetterà di promettere interventi straordinari ed inizierà ad occuparsi di garantire il funzionamento ordinario cioè quando lo sentirò impegnarsi non su grandi cose eccezionali ma su una piccola cosa normale come l’avvio regolare dell’anno scolastico fin dal primo giorno di scuola, per tutti gli alunni, in ogni parte d’Italia, con tutto il personale necessario.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La ricetta della ‘predella’

Paese fortunato l’Italia, mentre il nuovo presidente del consiglio presenta il programma del suo governo al senato senza mai citare la scuola e l’istruzione, Ernesto Galli della Loggia, che ha a cuore le sorti del nostro sistema formativo, dalle pagine del Corriere della Sera fornisce in dieci punti la sua ricetta al nuovo inquilino di viale Trastevere.
La ricetta della “predella” per elevare di qualche centimetro agli occhi della classe e dell’opinione pubblica lo “status” dell’insegnante. Divisa e alzata in piedi all’ingresso del docente in aula ed altre amenità a cui il nostro intellettuale italico ci ha assuefatti, ci manca solo il saggio ginnico a fine anno.
È sorprendente come sia facile sopperire ai ritardi del nostro sistema scolastico, Galli della Loggia ce l’avesse detto prima avremmo evitato di collocarci per anni agli ultimi posti delle classifiche Ocse Pisa.
Non serve fare dell’ironia, perché la “predella”, oggetto d’arredo d’altri tempi, sta a dimostrare la sensibilità che il nostro Ernesto Galli della Loggia nutre per l’apprendimento e il suo spazio, per l’ambiente di apprendimento, quell’ambiente dell’apprendimento che oggi è al centro delle più avanzate ricerche in campo didattico e relazionale.
Mentre le migliori scuole nel mondo, dallo stato di Washington alla Danimarca, da Rhode Island ad Amsterdam, personalizzano i percorsi di apprendimento, investendo sull’autonomia e la responsabilizzazione degli studenti, rivoluzionano gli ambienti di apprendimento abbattendo i muri delle aule e delle classi, la ricetta del nostro editorialista del Corriere della Sera va contro corrente, con un vezzo tutto italico, quando si parla di scuola, di riproporre l’usato garantito, il ritorno al passato.
È ora di piantarla con mettere in primo piano lo studente, al rogo la dannata pedagogia da don Milani alla Montessori e Dewey, da Freinet a Malaguzzi, ritorniamo piuttosto alla gerarchia, sì, perché la cattedra e la sua collocazione sulla predella sono l’emblema di una relazione di tipo gerarchico. Di uno spazio piramidale, pensato in funzione dell’ascolto, dell’ordine, dell’ubbidienza e della disciplina, con i banchi allineati rivolti verso la cattedra, polo dell’attenzione e dei riti di classe: lezione, compiti, interrogazione. Una organizzazione funzionale ad una società di tipo gerarchico-militare nella burocrazia e nel lavoro, che forse Ernesto Galli della Loggia non si è accorto che non c’è più e che non è magari che a continuare a vagheggiarla poi ritorna.
È probabile che ad Ernesto Galli della Loggia sia sfuggita la lettura delle “Indicazioni Nazionali” che da tempo sono legge per le scuole del nostro paese dove sta scritto: “Il ‘fare scuola’ oggi significa mettere in relazione la complessità di modi radicalmente nuovi di apprendimento (…) La scuola si deve costruire come luogo accogliente, coinvolgendo in questo compito gli studenti stessi. (…) L’organizzazione degli spazi e dei tempi diventa elemento di qualità pedagogica dell’ambiente educativo e pertanto deve essere oggetto di esplicita progettazione e verifica. (…) L’acquisizione dei saperi richiede un uso flessibile degli spazi, a partire dalla stessa aula scolastica, ma anche la disponibilità di luoghi attrezzati che facilitino approcci operativi alla conoscenza…”
Ma la forza prorompente del suo pensiero sta nell’aver compreso che basta indossare una divisa, battere i tacchi e mettere gerarchicamente in cattedra gli insegnanti, togliersi dai piedi genitori e famiglie, che si apprende di più, che si impara meglio e che si formano le nuove generazioni. Come dire l’ignoranza al potere, senza neppure bisogno di rendere conto a nessuno.
Viene il dubbio che al populismo si accompagni l’intenzione di avere un popolo ubbidiente, disciplinato e incolto. Un film che abbiamo già visto e che mai ci saremmo aspettati che qualcuno pensasse di rispolverare dalla cineteca della storia.
È vero che l’ignoranza non sa di essere ignorante, per cui nessuno dirà mai che questa nostra scuola per funzionare davvero avrebbe urgente necessità di colmare il deficit di preparazione e di cultura di tanta parte dei suoi docenti, di recuperare i ritardi sul cosa apprendere e sul come si dovrebbe studiare dentro e fuori dalle nostre aule, ma questo, ahimè, non lo troveremo mai scritto, perché l’ignoranza, in quanto tale, non lo potrà mai scrivere.
Oltretutto l’ignoranza è anche cieca, perché basterebbe guardarsi attorno, in giro per il mondo, per incominciare a imparare cosa e come è necessario cambiare le nostre pratiche d’aula.
Questo non c’è nella ricetta di Galli della Loggia, il quale è cosi intriso di aperture e nuovi orizzonti, di Europa e di cultura mitteleuropea da invitare il titolare del Miur a non consentire agli studenti e alle studentesse delle scuole italiane di varcare i confini nazionali, in nome di quanto è bello e istruttivo il “locale”.
I nostri giovani non hanno bisogno di viaggiare per farsi una cultura, sono più che sufficienti i confini del proprio pensiero e di casa propria, tanto, in virtù delle buone idee del Galli della Loggia e del governo che si prospetta, non saranno mai cittadini né del loro paese né del mondo e, dunque, molto meglio Busto Arsizio di Berlino.

Lessico contemporaneo molto (poco) famigliare

di Grazia Baroni*

In un mondo nel quale sta prendendo piede una struttura burocratica che, anziché fornire un servizio pubblico efficace, si affida al mercato assicurativo privato, la democrazia è in pericolo. Freud aveva previsto il rischio: “le persone sono disposte a cedere gradi di libertà in cambio di una falsa sicurezza”, diceva.
Successivamente il mercato ‘assicurativo’ ha indotto la tendenza alla ricerca di un colpevole che è funzionale alla logica del profitto. Quando si parla di sicurezza bisogna tenere conto che chi la richiede è una persona che o è suddito e non ha nessuna responsabilità, o è cittadino, libero e perciò responsabile. Di conseguenza, bisogna sempre modulare tra la persona che si realizza nella società attraverso una cittadinanza attiva e responsabile e la sicurezza di cui ha bisogno per sé e per chi gli sta attorno. Tuttavia, la sicurezza non deve mai prevalere sulla persona come valore.

Come è arrivata qui la mentalità della sicurezza?
Portando esempi parziali, giocando sull’ignoranza delle persone, confrontando dati non confrontabili e questo è stato fatto dall’informazione sostenuta in parte dai governi, in parte dalle aziende. Con una società sempre più complessa, per il cittadino è difficile raggiungere l’informazione utile e su questo hanno giocato coloro che traggono vantaggio dalla mentalità ‘assicurativa’.
Certo, c’è sempre il rischio che chi ha la possibilità, o per ruolo o per situazioni economiche o sociali, possa giocare sulla buonafede e sull’incompletezza della legge. Ma questo è inevitabile: la libertà comporta rischio. Bisogna accettare il fatto che si può sbagliare. Non prevedendo il futuro, quella di sbagliare è una possibilità concreta.

La convergenza di alcuni fattori culturali, tecnologici e socio-politici, rende urgente la necessità di chiarire il significato di alcune parole fondamentali per la nostra società democratica. Si tratta di termini o concetti che, all’apparenza, sembrano distanti e scollegati, ma che invece interagiscono in un reciproco potenziamento di effetti sulla realtà poco controllabile a causa della complessità e velocità di trasformazione sia nei suoi effetti positivi che, purtroppo, in quelli negativi.

Parliamo di concetti e parole fondamentali e caratterizzanti la nostra realtà, quali:

  • Sicurezza
  • Democrazia
  • Politica
  • Burocrazia
  • Uguaglianza
  • Giustizia

Questi concetti, nel loro interagire, stanno ricomponendosi in modo preoccupante in un pensiero che via via legittima sempre più la sopraffazione di un gruppo di persone sulle altre e che, di conseguenza, finisce per riproporre il modello autoritario del nazi-fascismo come soluzione.
Si deforma il linguaggio perché si usano queste parole sostituendo al significato originale un nuovo significato, oppure scambiando la parte con il tutto o il mezzo con il fine.

Sicurezza. Quando si parla di sicurezza, bisogna tenere conto che quando la si richiede sui luoghi di lavoro, sulle strade o nei trasporti è più che legittima e comprensibile, ma il concetto non deve essere esteso all’ambito del sociale. In questo senso si banalizza il nostro desiderio di vivere in una società accogliente e rassicurante perché pacifica chiamandolo sicurezza.
L’unico modo per rendere la società accogliente ed equa – secondo il modello della polis – è ridurre le ingiustizie sociali e sviluppare le buone relazioni. Per questo si è inventata la democrazia al posto del potere assoluto, per creare un ambiente che permetta questo processo. E’ un processo in positivo e non un processo difensivo.
Chi promette la sicurezza barattandola con spazi di libertà sa di promettere il falso perché non esiste sicurezza assoluta dal momento che il futuro non si conosce. Si può tentare di ridurre il rischio ma non promettere la sua totale e permanente eliminazione.
E’ solo dando a ciascuno pari opportunità – e quindi la possibilità di accedere ai servizi per sviluppare le proprie aspirazioni – che si arriva a una convivenza non solo pacifica, ma gratificante. Una persona soddisfatta della propria esistenza non accumula rabbia e non cerca capri espiatori.
Ma restiamo consapevoli che neanche così si elimina il rischio che qualcuno scelga di sopraffare un altro. L’uomo è tale proprio in quanto libero di scegliere.

Democrazia. Per il secondo termine, la democrazia, si scambia il mezzo con il fine, definendo come democrazia il metodo del voto a maggioranza. La democrazia è, invece, la costruzione di uno spazio di libertà comune per l’esercizio delle libertà personali per cui, nella molteplicità delle proposte possibili per raggiungere questo obiettivo, si usa il metodo di scegliere quello che la maggioranza dei cittadini riconosce come la via da percorrere.

Politica. In questa logica di ambiguità del linguaggio la politica, che è l’arte dell’uso della parola e del confronto – inventata per sostituire la guerra come metodo per conquistare e controllare un territorio – viene invece usata come esercizio del potere attraverso la corruzione e la distribuzione di privilegi.

Burocrazia. Viene usata come sinonimo di insieme dei servizi amministrativi, necessari per la gestione di uno Stato democratico, quando invece è una struttura che nasce perché un potere centralizzato abbia possibilità di controllo sull’intero Stato.
La burocrazia si rende apparentemente funzionale alla democrazia attraverso il concetto di uguaglianza dei cittadini che però riduce il cittadino ad una unità quantitativa. Riducendo il cittadino a un numero si permette la standardizzazione della procedura che è quella che certifica il funzionamento del servizio.
Essendo la procedura la garante del funzionamento del servizio, chi lavora nella burocrazia è solo responsabile di rispettare la procedura, quindi, in questa organizzazione perversa sparisce l’esercizio della responsabilità personale, negando in questo modo la democrazia nella sua essenza.

Uguaglianza. Questa parola ha due effetti perversi: uno il ridurre il soggetto a numero, l’altro il mettere in evidenza le differenze come qualcosa di negativo. Insomma, la diversità marca una distanza e una contrapposizione, anziché sottolineare il valore dell’unicità del soggetto.
La diversità, vista come valore negativo, spinge a fare tribù, a riconoscersi tra simili, perché la solitudine fa paura, e quindi porta a fare gruppo attorno a ciò che si sceglie come valore del simile, che sia il colore della pelle, la divisa o la lingua.
Alla democrazia, invece, sarebbe omogeneo il concetto di parità perché riconoscerebbe il cittadino come un soggetto unico e portatore di valori e di diritti al pari di tutti gli altri cittadini. L’unicità non permetterebbe la standardizzazione ma pretenderebbe sempre l’armonizzazione della norma alla singolarità di ogni cittadino.

Giustizia. Con la parola giustizia si definisce il desiderio umano dell’essere riconosciuti nella propria singolarità e di vedere le cose collocate al loro giusto posto; invece oggi si utilizza per indicare l’insieme delle leggi che definiscono il limite a comportamenti oltre i quali si retrocede dal livello di civiltà raggiunto. Se si sovrappone al desiderio di giustizia il valore sanzionatorio della legge si arriva al giustizialismo o allo sterminio del diverso.

Avvicinandosi il giorno delle elezioni sfruttando gli avvenimenti violenti di Macerata, o strumentalizzando e alimentando la paura dei flussi migratori, il tema della sicurezza diventa sempre più dominante. Si promette sicurezza proponendo leggi di esclusione di categorie e di gruppi sociali, di controllo di polizia e di territorio, modelli che ripropongono schemi nazionalisti e una società classista piramidale che non hanno niente a che fare con la democrazia.

Siamo sicuri che sia realistico pensare che un governo autoritario porti sicurezza?
E’ sicuro un mondo dove ogni comportamento è codificato e quindi nessuno è responsabile?
E’ certo che sia più sicuro un mondo nel quale si permette a chiunque di farsi giustizia da sé?
E’ auspicabile un mondo nel quale si toglie ai bambini e ai giovani il loro spazio di esperienza perché non c’è nessuna assicurazione che voglia coprire il rischio che comporta la loro vitalità?
E’ un mondo che risolve o che crea i problemi?

Tra la burocrazia e la sicurezza siamo arrivati a una società impersonale, senza responsabili, ma composta solo da colpevoli contro i quali soltanto la legge potrà fare ‘giustizia’.
La realtà umana e la società sono complessità che non possono essere semplificate. Bisogna rispettarle e conoscerle. Ci vogliono partecipazione e impegno da parte di ciascuno per risolverne le incompiutezze e migliorare il mondo.

*Grazia Baroni, è nata a Torino nel 1951. Dopo il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento si è laureata in architettura e ha insegnato disegno e storia dell’arte nella scuola superiore durante la sua trentennale carriera. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana.
Dal 2016, anno della sua fondazione, fa parte del gruppo Molecole, un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando con altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento.

IL TEMA
Accoglienza, voce del verbo dividere

Grande è il potere delle parole, più grande ancora quello delle immagini, ma più forte di tutto è il peso dell’esperienza personale e diretta. Allineare concetti in forma di discorso, immagini costruite da altri ed esperienze personali è una sfida che bisogna affrontare ogni giorno e che diventa tanto più difficile quanto meno i concetti sono condivisi, la parole date per scontate, le immagini assunte come rappresentazioni stereotipate della realtà.

Accoglienza, ad esempio, è una parola che scalda il cuore ma che esiste solo se accompagnata da un’altra parola oggi abusata: libertà.
Posso accogliere solo liberamente, solo se accetto come persona, come famiglia e come comunità di aprire le porte del cuore, della mente e del luogo che sento come casa all’altro; posso accogliere solo se ho sufficienti risorse morali, relazionali ed economiche per farlo e posso accogliere se l’altro accetta quel poco o tanto che posso offrire in spirito di condivisione. Posso accogliere se sono in grado di voler comprendere le differenze, se voglio gestirla in un’ottica di reciproco arricchimento. Per accogliere devo ammettere suoni, parole, odori, costumi che non conosco; ma, per poter accogliere, devo contare anche sulla disponibilità dell’altro.
L’accoglienza così intesa non può essere quella imposta con la forza di decreti legge ed ordinanze che obbligano ed impongono con l’impersonalità tipica della burocrazia. Né può essere quella imposta dal timore di incappare nella distruzione della reputazione da parte dei pasdaran del pensiero politicamente corretto. Queste sono, semplicemente, la negazione dell’accoglienza: sono, anzi, un’altra forma di violenza, un calcolo cinico, che scarica su cittadini impreparati problemi e responsabilità che riguardano innanzitutto la politica, gli stati, la comunità internazionale, la grande finanza, le grandi imprese.
Per poter accogliere, una comunità deve essere forte, deve avere un’identità, una sicurezza e una coesione che oggi, in molti casi manca; per accogliere bisogna poter offrire lavoro ed essere in grado di far rispettare le regole, senza se e senza ma. E la possibilità di lavoro deve esserci realmente, così come, dall’altra parte, ci deve essere la volontà di guadagnarsi da vivere onestamente.
Oggi purtroppo la situazione italiana è ben diversa: la disoccupazione è drammatica, milioni di italiani, compresi gli stranieri residenti regolarmente (oltre 5 milioni di persone) e i sempre più numerosi immigrati naturalizzati e di seconda generazione (probabilmente 2 milione di “nuovi italiani”), sono a rischio di povertà; a fronte di questo, il flusso in aumento di migranti sulla rotta mediterranea (oltre 500.000 negli ultimi 3 anni) è composto in stragrande maggioranza da giovani maschi subsahariani, poche le donne, pochissime le famiglie, come attestano al di là di ogni ragionevole dubbio i dati ufficiali del Ministero e di Unhcr che ovviamente pochissimi hanno voglia di andare a vedere. I problemi del lavoro si mescolano con l’insicurezza percepita e la paura.

In tale situazione, l’obbligo di accoglienza senza se e senza ma, professato e sostenuto da alcuni, ma non accompagnato da piani, programmi e soprattutto, opportunità di lavoro rischia di acuire un profondo malessere sociale, di produrre risentimento e rancore soprattutto in quella parte di popolazione esausta e impoverita dalla crisi, che vede come fumo negli occhi la presenza sempre più numerosa di nullafacenti che ciondolano per ogni angolo d’Italia in attesa che l’Amministrazione faccia lentamente il suo corso.
Vi sono in Italia persone ed organizzazioni oneste pronte ad accogliere ed è giusto e nobile che possano farlo. Vi sono persone ed organizzazioni ben protette dai loro privilegi che parlano di accoglienza ed aggrediscono in modo violento chiunque osi rompere il tabù del politicamente corretto ma sono ben lontane dal voler condividere qualcosa. Vi sono persone che parlano male, in modo politicamente scorretto, ma sono sempre in prima linea quando c’è bisogno di fare, nell’emergenza e nell’impegno volontario. Vi sono organizzazioni e persone che campano e prosperano con il business dell’accoglienza e persone e famiglie che hanno saputo costruire relazioni genuinamente umane e reciprocamente arricchenti; vi sono persone che non condividono affatto questo modo di fare accoglienza che scarica le esternalità sulle collettività più fragili ed hanno tutto il diritto di esprimere le loro perplessità e il loro dissenso senza essere tacciati di razzismo, almeno fin che siamo in democrazia. E vi sono anche persone che non sopportano più tutto questo, contrarie all’industrializzazione dell’accoglienza, persone spaventate ed incattivite, che protestano e criticano. Forse vi sono anche persone razziste, ma quasi sempre il rifiuto non si estende al migrante straniero che lavora e produce, ma si indirizza fortemente contro chi pretende e ne approfitta, chi non lavora, chi delinque, chi non intende affatto conformare i propri comportamenti a quelli previsti dalla cultura ospitante. E piace pensare che tutti questi siano comunque cittadini che votano e pagano le tasse, esseri umani, spesso fragili che, come i migranti, richiedono tutele, cure e attenzioni.
Si fa presto dunque a dire accoglienza senza se e senza ma, soprattutto quando non se ne pagano le esternalità negative; altra cosa è subirne le conseguenze inattese indesiderate (Hirshmann ci ha insegnato che esse esistono sempre), direttamente e in prima persona, soprattutto quando l’accoglienza è malamente organizzata e peggio gestita.

Esemplare in tal senso la polemica sulla recentissima manifestazione di Milano per l’abbattimento dei muri e l’accoglienza dei migranti, definita da alcuni nobile esempio di un’Italia aperta ed inclusiva e, da altri, spettacolo insensato ed indegno. Non stupisce certo il commento di Salvini che l’ha definita “la marcia della sinistra col portafoglio pieno” che “dimostra che si chiedono più diritti e più accoglienza per i migranti senza conoscere davvero i problemi”. Stupisce – e molto – invece il commento spietato quanto lucido di Luca Ricolfi, sociologo di chiara fama e uomo di sinistra, pubblicato su “Il Giorno” e ripreso da altre testate che così commenta quanto affermato dal leader leghista: “Spiace doverlo dire, ma mi pare sostanzialmente vero. Aggiungerei una cosa: spesso chi è per l’accoglienza ‘senza se e senza ma’ più che non conoscere i problemi, semplicemente non ne ha. Ad esempio, non vive in un quartiere degradato o non abita in un alloggio popolare in cui il racket delle occupazioni, non di rado gestito da stranieri, la fa da padrone. O semplicemente guadagna abbastanza da potersi permettere un impianto di allarme moderno o qualche altra forma di protezione personale. Per non parlare dei casi più sgradevoli, tipo i politici che predicano il dovere dell’accoglienza e girano con la scorta”. E proseguendo nel discorso, commentando la svolta proclamata dal ministro Minniti, il sociologo rincara la dose: “Una simile svolta è uno degli eventi più improbabili dell’universo perché qualsiasi politico di sinistra sa perfettamente che, se appena accenna sa usare il cervello, il proprio cervello intendo, non quello del partito o se per caso gli scappa di dire quel che pensa è pronto il plotone di esecuzione dei difensori dell’ortodossia buonista: vedi la pioggia di contumelie che i vari Saviano hanno riservato alla Serracchiani che aveva espresso un concetto di puro senso comune morale: il male che fai a un tuo benefattore è particolarmente spregevole».
Parole dure, intellettualmente corrette, politicamente scorrettissime.

Ora, va detto che tra i firmatari del manifesto di sostegno all’evento (e si suppone partecipanti alla marcia) vi erano non solo politici e militanti del pensiero globale politicamente corretto, ma anche persone socialmente impegnate e, diciamolo, al di sopra di ogni sospetto speculativo. I vari Zanotelli, Ciotti, Erri de Luca sembrano difficilmente etichettabili come ipocriti tout court o personaggi meramente legati all’interesse finanziario connesso alla cosiddetta accoglienza. Tra i partecipanti vi saranno certo stati rancorosi che abbisognano di un nemico da etichettare come fascista e razzista, schiere di giovani extracomunitari reclutati alla bisogna, politici che hanno fiutato qualche tipo di futura convenienza, organizzazioni altamente interessate nello spartire il ricco bottino messo a disposizione dal governo, ipocriti ben lontani dal condividere la vita con i più bisognosi; ma, altrettanto certamente, vi saranno state molte associazioni pulite, persone e famiglie in assoluta buona fede, cattolici, atei e mussulmani favorevoli al dialogo interreligioso, operatori del sistema di accoglienza seriamente impegnati, giovani dei centri sociali orientati alla creatività e magari pure qualche curioso festaiolo interessato al colore e ai ritmi africani.

Si tratta di sciami, più che di strane alleanze ideologiche, dove in nome di uno slogan diventato brand, marchio di successo (“bisogna costruire ponti ed abbattere muri”) si ritrovano insieme interessi diversificati e non raramente totalmente opposti. Sciami che si aggregano intorno ad emozioni e sentimenti più che a serie riflessioni, che però lasciano tracce, impronte digitali, storie che girano alimentando opposte visioni, suscitando sentimenti ed emozioni diverse. Ecco allora, guardando un po’ oltre la manifestazione milanese, parlare fra loro gli operatori di pace genuini con i cattolici vicini a Bergoglio (che pure non fa sconti al neoliberismo imperante basato sulla cultura dello scarto e parla, senza mezzi termini, di “terza guerra mondiale a pezzi”); ecco i finanzieri che appoggiano e sponsorizzano certe Ong (open society ad esempio) riversandovi le quote dei loro guadagni sanguinosi generati con la speculazione finanziaria che pure, i primi, riconoscono come causa dei drammi del cosiddetto terzo mondo; ecco strane comunità di intenti che condividono l’idea della globalizzazione e della distruzione di stati e nazioni per opposti motivi ed interessi: gli apostoli del neoliberismo e di quella libera circolazione di merci e persone che sposta i benefici in mano privata socializzando le perdite e i difensori delle vittime di questo processo singolarmente marciano insieme sotto la stessa bandiera (“abbattere muri, costruire ponti”). Eppure sembra del tutto evidente che i valori degli uni e degli altri, i loro intenti, le loro passioni siano molto differenti. Gente impegnata concretamente per qualcosa (per gli scartati appunto, i poveri, i vecchi, i disabili) insieme a gente che lotta contro qualcosa; gente che lotta per costruire, insieme a gente che lotta per distruggere un nemico che deve essere innanzitutto costruito, entrambi con il segreto scopo di dare un po’ di senso al proprio essere. Associazioni di quartiere insieme ad Ong globali che raccolgono le donazioni di cittadini onesti non meno che quelle, cospicue, dei grandi finanziatori che hanno causato la crisi (e con questa continuano ad arricchirsi) o delle multinazionali che, attraverso queste donazioni, si presentano come moralmente e socialmente responsabili.

Per certi versi è il trionfo di quel pragmatismo neoliberista che ha conquistato il cuore e le menti delle persone di ogni credo e di ogni cultura (tanto meglio quanto più scolarizzate), che si organizza su temi specifici in nome del profitto (qui ben schermato dalle dichiarazioni umanitarie), basato su una concorrenza spietata, dove ognuno è imprenditore di se stesso e non esistono né beni pubblici né beni collettivi che devono essere privatizzati in nome dell’efficienza. La vittoria di quello stile di pensiero, fatto proprio anche da molti imprenditori morali, tutto focalizzato sulla massimizzazione dell’interesse di breve periodo e totalmente indifferente verso le estraneità negative che altri dovranno affrontare o subire: tanto saranno comunque pagate dalla collettività. L’abiura del grande pensiero che osa guardare nel lungo periodo in un mondo dove la struttura e il futuro stesso sono demandati al gioco impersonale della grade finanza, la cui realtà ha preso il posto del tempo meteorologico e delle bizze della natura.
Per altri versi l’emergere di una nuova costellazione di attori le cui relazione stanno cercando nuove forme di interazione finalizzata ad affrontare un futuro emergente tutt’altro che chiaro. Ma è proprio tra i confini degli spazi presidiati da attori che hanno idee e posizioni all’apparenza inconciliabili che si celano le migliori opportunità di apprendimento e di innovazione.

Strani effetti della complessità e di una globalizzazione non più definibile tramite le vecchie categorie della tramontata società industriale, un mondo dove le opinioni non devono essere disturbate dai fatti. Un mondo dove il problema non è più quello dei migranti che passa, per così dire, in secondo piano, ma quello di uno scontro tra gruppi (con relative organizzazioni e rappresentanze politiche) che nel bel mezzo del dichiarato relativismo sono convinti di avere una superiorità morale a prescindere e gruppi che si sentono fortemente minacciati da qualcosa che non approvano e percepiscono come profondamente ingiusto. Ma un mondo che comunque deve essere interpretato nella sua globalità non meno che nelle sue manifestazioni.

Bisogna allora e con assoluta urgenza, come ha suggerito Barbara Arcari, ricercatrice sociale, commentando un articolo apparso di recente su questo giornale, “trovare una via fattiva di riflessione e di intervento che coniughi l’inevitabile senso di frustrazione e smarrimento che ci coglie se osserviamo la complessità dei problemi ad un livello globale (infinitamente grande) e il senso di possibilità, di creazione, generazione che sperimentiamo ogni volta che lavoriamo sul livello locale più prossimo a noi, qualunque esso sia (infinitamente piccolo)”.
Perché è a questo livello che si costruisce integrazione e questa può fiorire solamente in un ambito di libertà non distorta dalla violenza verbale e sempre aperta all’argomentazione.

POLITICA
Gli Stati nazionali sono in agonia.
Multinazionali e tecnocrati pronti a staccare la spina

di Vincenzo Masini

La critica all’establishment e al suo stile politically correct deve oggi incentrarsi su un’analisi della crisi della democrazia come frutto della sottovalutazione del cambiamento epocale prodotto dalla globalizzazione e dall’ingresso imprevisto sulla scena politica di 75.000 multinazionali (di cui circa 400 con un orizzonte di interessi mondiale), che sono il vero luogo delle decisioni politico-economiche che orientano il mondo.

Non è un caso che le consultazioni democratiche si orientino verso i populismi per cercare di fermare o rallentare il processo di dominio sul mondo di questi potentissimi gruppi di interessi (a cui le diverse fazioni micropolitiche dei partiti tradizionali fanno riferimento pensando in questo modo di poter ricavare qualche fetta di potere come servi sciocchi). Non è nemmeno un caso che i più fini politologi pensino che, fino a quando gli Stati hanno ancora un potere giuridico-legislativo, sia il caso di rendere democraticamente elettive le cariche dei consigli di amministrazione di queste multinazionali che, tendenzialmente, rappresentano la nuova forma di governo mondiale nella web society. E propongono questa operazione di democratizzazione prima della tendenziale estinzione degli stati postmoderni. Dopo, sarebbe ovviamente troppo tardi.

A ben vedere gli unici Paesi che hanno ancora dignità di Stato moderno sono solo quattro – gli Usa, la Russia, la Cina e l’India – che, per la loro estensione la loro organizzazione statuale possono ancora confrontarsi con le superpotenze dell’economia transnazionale. Gli altri Stati hanno in gran parte perso la loro identità per permeabilità dei confini, per fragilità degli ordinamenti, per impossibilità di intervento sui processi macroeconomici, per dipendenza dai processi finanziari internazionali e per incapacità di gestione amministrativa delle loro risorse. Queste ultime gestite con margini di manovra insignificanti rispetto alla necessità di ripensare, riprogettare e ricostruire l’idea stessa di stato sociale.
La consunzione degli Stati moderni appare evidente, sotto i nostri occhi, nel concreto fallimento dell’idea di welfare state (egualitario, erogatore di servizi, amministratore della fiscalità, equanime, onesto e improntato alla giustizia sociale) di cui non solo non vi è più traccia, ma nemmeno più idea. La progressiva disintegrazione degli Stati moderni avviene sotto la spinta di molteplici fattori. Da un lato l’irrimediabile crisi fiscale, con la conseguente impossibilità di pareggio di bilancio. Tale crisi fiscale è strettamente connessa alla globalizzazione, che consente alle multinazionali di localizzare le unità produttive e le unità amministrative a seconda delle loro convenienze. Le unità produttive dove il costo del lavoro è più basso, magari godendo contemporaneamente dei contributi e degli incentivi statali nei paesi dove hanno la sede amministrativa. Nel 2016 sono state più di 20 le multinazionali (Bialetti, Omsa, Rossignol, Ducati Energia, Benetton, Calzedonia, Stefanel, Telecom, Wind, Vodafone, Sky Italia, Almaviva, Magneti Marelli, Bianchi, Vesuvius, per citarne alcune) che, dopo aver ricevuto incentivi da parte dello Stato, hanno delocalizzato la produzione in altri paesi licenziando i loro dipendenti in Italia.
Le unità amministrative, invece, nei paesi dove la tassazione dei loro utili è più bassa giocando sulla mancanza di regolamentazione fiscale internazionale. Basti pensare alla sede fantasma della Apple in Irlanda, da dove convoglia con facilità gli utili nei paradisi fiscali, o alla sede di Amazon in Lussemburgo dove paga solo l’1% di tassazione. Un calcolo di massima su tali forme di evasione, perfettamente legale poiché gioca sui vantaggi offerti dalle arretratezza degli Stati rispetto alla velocità operativa delle multinazionali, vede nella somma di mille miliardi il mancato introito fiscale degli stati europei evaso dalle multinazionali.

Dal lato dei bisogni, la segmentazione burocratica delle forme assistenziali di welfare manca di una idea guida in grado di orientare il futuro assetto complessivo della società e non risolve i conflitti sociali determinati dalla mancanza di strategia e di obiettivi: come risolvere, per esempio, il conflitto tra i fondi erogati per l’accoglienza di migranti e le condizioni di povertà in cui versano migliaia di cittadini italiani? E da cosa dipendono questo e altri conflitti che hanno eroso la possibilità di far esistere il welfare? E qual è la principale causa della progressiva estinzione degli Stati e la vincente organizzazione mondiale delle multinazionali, che sanno fare meglio degli Stati e soprattutto sanno fare a meno degli Stati?

L’idea ottocentesca di Stato la cui Costituzione è centrata sull’homo faber (la repubblica fondata sul lavoro) richiede o una ridefinizione del concetto stesso di lavoro o la ridefinizione del fondamento costituzionale incentrando, per esempio, il significato dello Stato sul principio guida della solidarietà.
I principali valori di riferimento della modernità sono stati la libertà, l’uguaglianza e la fraternità e le diverse forme di democrazia hanno rivestito il ruolo di metodo per realizzarli e ampliarli anche a valori di accettazione, tolleranza (figlie della libertà), giustizia e progresso sociale (figli dell’uguaglianza), accoglienza e responsabilità (figlie della fraternità).
Se nella attuale contingenza della globalizzazione si può osservare il ruolo delle multinazionali come destrutturatore dei criteri valoriali del welfare, si deve però notare anche che, nel corso dei decenni più recenti, ciò che ha sistematicamente impedito agli Stati postmoderni la realizzazione di un sistema di funzionante di welfare è stata la burocrazia.

L’idea weberiana di burocrate a cui ci siamo assuefatti era incentrata su:
– la fidelizzazione del burocrate al sistema gerarchico che è andata in crisi da quando il lavoro burocratico non è più consacrazione e appartenenza a una casta venerabile e prestigiosa, ma diventa una professione con una carriera simile alle altre, sindacalmente tutelata con forme di contratto collettivo stipulate con “se stessa”.
– l’impersonalità nelle relazioni esterne e interne sistematicamente influenzate da mediazioni di “convenienza politica e sociale”, che utilizzano diverse velocità nell’espletamento delle pratiche demandate al potere della burocrazia.

Il fondamento del potere della burocratico è infatti l’inerzia, ovvero il deliberato rallentamento (coperto da motivi sempre misteriosi) delle trafile a meno che una potenza esterna non faccia pressioni per velocizzarle.
La presenza di un sistema formale di regolamenti non è più la ragione della struttura piramidale gerarchica nell’organizzazione burocratica giacché il burocrate conosce bene i sistemi per aggirare quella complessità crescente del sistema che la burocrazia stessa produce, governa e regola rendendo inossidabile il suo potere.

Solo sostituendo la sbagliata concezione weberiana di burocrazia con quella dimentica (o rimossa?) del potere delle élites del nostro Vilfredo Pareto si riesce a comprendere l’evoluzione della burocrazia in tecnocrazia con due principali conseguenze.
Per i burocrati di basso rango non prescelti per l’ingresso nelle élites è iniziata una fase di profonda alienazione che li ha condotti all’inefficienza selettiva e a vere e proprie sindromi passivo-aggressive versi cittadini, alla finzione della neutralità, alla disuguaglianza selettiva, alla incapacità addestrata teorizzata da Veblen, alla deformazione professionale di Warnotte, al ritualismo operativo fino all’assenteismo organizzato.
I burocrati di alto rango, prescelti attraverso i canali privilegiati della conoscenza burocratica del funzionamento dei concorsi pubblici, della selezione per titoli, dell’incarico ad personam – ovviamente motivato in modo burocraticamente perfetto e blindato – sono stati selettivamente cooptati all’interno della casta dei tecnocrati al servizio e compartecipi della superclass delle multinazionali e delle sue diramazioni di potere vigenti nei diversi paesi proprio attraverso le diverse tipologie di tecnocrati attive nei settori chiave degli stati. Tecnocrati e Superclass e le loro organizzazioni internazionali hanno infatti in comune l’odio per le democrazie politiche degli Stati sovrani e con molta lucidità ne vedono la progressiva dissoluzione.

Gli Stati possono però evolvere verso forme più mature, anche tendenzialmente più democratiche e solidaristiche, attraverso la nascente web society, e vogliono incidere sull’ordine mondiale per non perdere il privilegio di auto confermarsi per cooptazione. Vilfredo Pareto descriveva molto bene questi processi di cambiamento quando affernava che “la storia è un cimitero di élite”. Se infatti l’élite non è più in grado di agire con una buona cooptazione di membri e, soprattutto, con idee razionali di organizzazione per l’intera società ma solo attraverso azioni non logiche guidate da residui primitivi di ricerca di potere personale, decade o produce effetti invalidanti e distruttivi per l’intera società (crisi economiche, sociali, conflitti, guerre, ecc..).Per evitare il baratro verso cui ci stanno facendo avvicinare è necessario scegliere semplicità in luogo di complessità crescente (specie sul web), trasparenza in luogo di opacità e popolarità in luogo di tecnocrazia.
Vota per chi vuoi ma, se ami la democrazia, scegli con cura candidati non burocrati o tecnocrati o candidati imparentati con loro.

IN PRIMO PIANO
Andiamo a picco nel mare della burocrazia.
Ecco come salvarsi dall’ossessione del controllo

Alzi la mano chi non ha una pessima opinione della burocrazia ed alzi la mano chi, immaginando la burocrazia, non pensi subito all’Italia. Alzi la mano, infine, chi non associa la burocrazia all’inefficienza, ad un passato superato dall’avvento delle tecnologie digitali e dalla avvenuta conquista di nuove libertà.
Ebbene, nel tempo del web e dell’informazione globale, il tema della burocrazia – le cui radici risalgono fino all’Egitto dei faraoni – è, invece, quanto mai attuale, e come spesso accade per le questioni importanti, dato per scontato; sorte questa, che lo accomuna ad altri concetti simbolo dell’occidente come democrazia, libertà e diritti.
Come noto, il termine burocrazia designa l’insieme di pubblici uffici e pubblici funzionari delegati a gestire e controllare, in modo impersonale ed unitario, i processi amministrativi necessari ad attuare quanto stabilito e regolato dal potere centrale di uno Stato. Per estensione si chiama burocrazia anche l’apparato amministrativo di partiti, sindacati, scuole, aziende. L’impersonalità, il ricorso alla norma scritta, l’onnipresenza della gerarchia, l’automaticità delle procedure, ne sono caratteristiche chiave insieme alla conclamata resistenza al mutamento.

La mentalità del burocrate si è andata conformando in ottemperanza a queste regole e si è tosto caratterizzata per l’adesione incondizionata al principio del rispetto della norma, ripiegandosi spesso sul valore degli atti e della carta a dispetto dei risultati, della chiarezza, dello spirito di servizio e della capacità di tenere relazioni significative con i cittadini. Spinta all’estremo la mentalità burocratica diventa patologica e condiziona pesantemente i fruitori del servizio con la sua incomprensibile implacabilità: il soggetto che ne cade vittima, dal fortino della sua specializzazione tecnica, può agire in contrasto alle leggi, ai valori e ai fini dell’organizzazione di appartenenza, in casi estremi può agire nell’illegalità mantenendo la parvenza della legalità. Ciò che conta non è il retto agire secondo standard morali e valoriali, non sono le azioni realmente svolte né le conseguenze di esse: ciò che conta, alla fine, è semplicemente avere le carte a posto. Questo tipo di mentalità è fortemente spinta da una società che fa della produzione e riproduzione del controllo il suo feticcio e la sua regola; controllare i prodotti, le organizzazioni e i loro processi, controllare i territori, controllare la rete internet, controllare gli ambienti chiusi, controllare i bilanci e i flussi finanziari, controllare le persone e i loro comportamenti sul lavoro. Le motivazioni che caratterizzano questo tipo di mentalità sembrano collocarsi tra due opposte tendenza: da un lato il freddo calcolo connesso al possesso del potere e alla possibilità di servirsene in modo legalmente non sanzionabile e, dall’altro, il senso di impotenza e mancanza di potere, l’insicurezza che porta a trincerarsi dietro le regole e le norme che proteggono dall’onere di assumere una responsabilità diretta e personale.

Questo tipo di mentalità burocratica, che non raramente degenera nel malaffare, non è affatto confinata nei meandri della Pubblica Amministrazione: essa è presente, seppure con forme e gradazioni diverse, in molti settori della vita sociale e contribuisce ampiamente a quel crollo della fiducia e a quella ossessione crescente per il controllo che caratterizza i nostri giorni. La penetrazione di questo tipo di mentalità è davvero sbalorditiva.

La si nota nella clamorosa proliferazione di linee guida, regole, norme, regolamenti, leggi, che hanno reso la Comunità Europea un labirinto disorientante dove si perdono gli stessi burocrati; una mole di atti che nessun singolo individuo è in grado di conoscere e maneggiare in autonomia, spesse volte in contraddizione tra di loro e con le immancabili postille che fin troppo spesso negano la sostanza degli intendimenti iniziali. Una complessità che di fatto depotenzia la buona politica, favorisce il potere delle lobby e rende impossibile qualsiasi forma di verifica al cittadino. La si intuisce nei grandi progetti finanziati dall’Unione Europea, dove buona parte delle risorse deve essere impegnata nella pura gestione e rendicontazione amministrativa, attività per la quale esistono un gran numero di imprese specializzate e di professionisti in grado di parlare la neolingua burocratica inaccessibile ai profani e, appunto, di produrre le carte giuste nel giusto momento, secondo i precisi standard dell’iter burocratico.

Lo si nota nei complicatissimi adempimenti che riguardano le imprese non meno che nella vita quotidiana dei singoli, dove ormai diventa difficile operare senza l’assistenza di qualche professionista capace di aiutare il cittadino a districarsi nella babele di norme ed aggiornamenti che riguardano tasse e tributi, adempimenti e scadenze amministrative varie. La si vede all’opera nelle aziende socialmente irresponsabili ma perfettamente allineate alla lettera piuttosto che allo spirito delle norme e delle leggi, non meno che nell’agire quotidiano di manager e funzionari che compiono coscienziosamente il loro dovere in vista della esclusiva massimizzazione delle loro opportunità di carriera e della reputazione che ne ricavano.

Paradossalmente, una componente di questo spirito la si coglie anche (ed assai più tristemente), nella costante richiesta, da parte di cittadini e gruppi di cittadini organizzati, di regole e di leggi sempre più specifiche e particolari, di controlli e di verifiche che, spesso, sono avanzate proprio da coloro che fanno della condanna dell’inefficienza burocratica la loro bandiera. Si può riconoscere in questa esigenza di regolazione crescente un estensione di quella società dei controlli descritta da Michael Power che, garantendo certezze di tipo giuridico e normativo, blandisce le insicurezze crescenti dei cittadini e diffonde quell’ansia di controllo che è retaggio caratteristico di ogni burocrazia.
Le tecnologie digitali, lungi dal risolvere questi problemi, esaltano ed amplificano, potenziandole, alcune delle assunzioni di un modello burocratico che fa del controllo il suo fondamento. Oggi infatti i dispositivi digitali consentono un monitoraggio minuzioso di ogni tipo di processo, rendendo per molti versi automatico ed impersonale il faticoso compito della vigilanza; il nascente web delle cose (IOT) e solo il primo passo che porterà con ogni probabilità alla creazione di un web delle persone capace di garantire un monitoraggio totale, non solo dei comportamenti ma anche dei parametri vitali (corporei) di ogni individuo connesso. Un compito ovviamente, che può essere svolto solo da macchine calcolatrici che siano in grado di supportare potenti algoritmi di calcolo basati sull’intelligenza artificiale, un processo automatico che, tra l’altro, finirà con l’escludere un intera classe di lavoratori attualmente attivi nel settore altamente articolato dei controlli.

Soprattutto quest’ultimo aspetto inquieta profondamente gli spiriti liberi e quanti intendono fare dell’evoluzione personale, dell’apprendimento costante, della responsabilità, della partecipazione e del rapporto diretto con l’altro, l’orizzonte del loro agire. Preoccupa infatti una simile potenza tecnologica nelle mani di mentalità burocratiche patologiche; preoccupa la deriva verso l’ottemperanza ottusa alla regola rispetto ai suoi risultati e preoccupa, infine, il trasferimento della responsabilità verso meccanismi automatici impersonali anche per questioni banali e quotidiane, nella presunzione che questi, meglio degli umani, sappiano affrontare decisioni complesse e stressanti. E’ oggi improbabile che questo processo possa essere interrotto o reindirizzato stante la contemporanea e massiccia richiesta di ulteriore controllo da parte degli individui, alimentata dalla paura e dal senso di insicurezza crescente.
Si tratta di un doppio movimento con il quale bisogna fare i conti seriamente, pena la creazione di un Panopticon tecnologico che susciterebbe l’entusiasmo di Jeremy Bentham: unica soluzione è forse un salto di consapevolezza civile e personale da parte di un gran numero di cittadini, maggiore educazione, più conoscenza e responsabilità, più confidenza con la tecno-scenza e con i meccanismi psicologici e sociali che rendono carente il nostro modo di pensare; sperando, naturalmente, che lo spirito burocratico patologico non abbia ormai infettato in modo irreversibile l’intera società.

Al centro l’individuo: Legacoop Estense traccia la rotta per coniugare impresa e progresso

Per costruire il futuro non bisogna restare soggiogati al passato, ma salvaguardare i valori positivi sfrondandoli dagli errori. Legacoop Estense intende progredire nel proprio percorso di impresa mantenendo l’individuo al centro del progetto economico, facendo perciò leva su principi quali associazionismo e cooperazione. Sono questi i cardini di una società che si cura del benessere diffuso delle persone e ragiona oltre i limiti perimetrali del territorio e delle convenienze. “Manteniamo la rotta” è l’impegno ribadito da una realtà aziendale di primissimo piano del nostro Paese, che proclama di voler operare (anche controcorrente) al di fuori della logica del mero economicismo.

Il 24 febbraio 2017 segna quindi una tappa significativa per Ferrara e per il futuro del suo territorio. E quello del Teatro “Nuovo” è apparso lo scenario lo scenario più adeguato per ospitare, dopo nemmeno un anno dalla sua fondazione, l’assemblea delle cooperative di Ferrara e Modena, che, nel rinnovarsi proclamano dunque fedeltà ai valori fondativi. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni e la bussola, emblema rappresentativo dell’evento, guida protagonisti e partecipanti verso il concetto di aggregazione, elemento necessario per mantenere “la rotta del cambiamento”.

Francesca Federzoni, Vicepresidente Legacoop Estense, introduce la storyline di questo progetto, descrivendo importanti risultati conseguiti in questi pochi mesi dalla nascita della fusione. Dal 6 marzo 2016 ad oggi il cambiamento è stato continuo, nata come progetto ora è una realtà, una famiglia allargata in un territorio allargato. Degni di nota sono la maggior presenza nel settore servizi alla persona e all’impresa, la presenza femminile media è salita al 40% e molto diversificata nei diversi settori e la stabilità del rapporto patrimonio netto e prestito associato. Nonostante gli investimenti quantificati in 4,5 milioni (nel 2015) in tirocini formativi, tra le note dolenti persiste una diminuzione d’investimento nella formazione, un trend che occorre invertire. Il concorso Bellacoopia è una valida innovazione che certifica il connubio tra cooperazione e sostenibilità con istruzione. Per quanto riguarda la questione ‘giovanile’, la presenza e partecipazione dei giovani è rappresentata da un segno ‘più’, sono infatti 11 le nuove cooperative costituite da essi, con alti profili di studio e che operano in settori innovativi. Oltre all’aumento della produzione del 17,2% sul biennio precedente e ad una riduzione dei costi pari al 11,1%, l’utile prodotto è stato dedicato al patrimonio.
La relazione di Andrea Benini, presidente Legacoop Estense, si apre con il saluto a Giuliano Grandi, presidente Agci e convinto promotore dell’Alleanza. Egli parla di crisi come: “un cambiamento strutturale, di come i soggetti meno colpiti siano le grandi aziende, chi lavora all’estero, ha innovato, chi ha elevato capitale umano e scarsa dipendenza finanziaria. Ma non tutti sono in queste condizioni a Ferrara e Modena. Territori di grande vitalità che in questi anni stanno affrontando situazioni difficili e lottano per mantenere il proprio status.” Continua identificando il disagio sociale dei lavoratori: “La nuova povertà diffusa. Alle persone in povertà estrema, si affiancano i cosiddetti working poors (persone che hanno un’occupazione, ma non riescono a condurre una vita dignitosa) e i giovani disoccupati che non arrivano a fine mese.” E la mancata risposta politica ai problemi: “Il paese non cresce abbastanza e il debito resta alto. La politica sembra avvitata in un conflitto permanente, che impedisce di affrontare i problemi reali e impostare strategie di lungo periodo. Il peso di tasse e burocrazia resta elevato nonostante gli importanti sforzi del precedente Governo.” Ma la finestra che si affaccia al futuro è spalancata e colma di opportunità da cogliere, iniziando da questa nuova associazione con cui sono stati superati i confini provinciali di Modena e Ferrara: “Abbiamo seguito le rotte che legano Ferrara e Modena. La manifattura, il marchio del Ducato Estense e la strada vera, sperando che arrivi presto, la Cispadana.”
L’Emilia-Romagna è la regione più performante d’Italia.” I primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: “Abbiamo creato un’unica società di servizi, procedendo all’incorporazione di Lcs e Finpro. Oggi l’azione integrata di Legacoop Estense e di Finpro consente di fornire alle cooperative una gamma maggiore di servizi in termini di qualità e quantità. Si pensi a Sportello Consip a gare, Ufficio studi, Ufficio legale e legalità, Ufficio comunicazione. Stiamo progettando un servizio di “Sos false cooperative.”
Tiziano Tagliani, sindaco di Ferrara, solleva inizialmente alcune problematiche quotidiane che interessano Ferrara, la regione Emilia-Romagna e il paese: “La trasformazione costituzionale che è in atto nel nostro paese necessità della ricerca di un equilibrio. Crisi economica, crisi dei consumi e crisi del debito (Carife), in particolare quest’ultima registra un rapporto fisiologico tutt’altro che agevole, ha determinato un impoverimento ulteriore del nostro territorio.” In tempi come questi la risposta rappresentativa c’è stata: “L’amministrazione comunale ha registrato un taglio del nostro debito di 70 milioni. L’alleanza territoriale che abbiamo costruito è una soluzione notevole e proficua in ottica di rilancio del territorio a livello strategico.” E anche un’opportunità innovativa che può rendere molto competitivo il territorio rispetto agli altri competitor: “Pensiamo alle infrastrutture, che sono il motore delle nostre imprese, la cispadana risolve un problema che è di tutta l’Emilia-Romagna, agevola il sistema logistico.” Dello stesso avviso il sindaco di Modena Giancarlo Muzzarelli: “Parlo di competizione territoriale, invito le forze sociali e istituzionali a guardare oltre i confini amministrativi e valorizzare le relazioni, le sinergie. Strategie comuni e protocolli, che riguardano infrastrutture come la cispadana, non intesa solo come opera dei nostri territori, ma è un’opera strategica per dare futuro all’Emilia-Romagna. L’importanza di una infrastruttura che rivoluzionerà l’area centrale del sistema della regione.”
Martina Bagnoli, Direttrice Gallerie Estensi, illustra il rapporto Economia-Cultura, un’importantissima sinergia e fiore all’occhiello del nostro paese, sfatando il mito secondo il quale li vede agli antipodi: “Molto spesso negli ultimi anni si è parlato della cultura come vero motore trainante dell’economia italiana. Il Sole 24 ore ha quantificato circa 250 miliardi mossi, il 17% del Pil italiano. Questo non è solamente una peculiarità italiana, bensì anche in altri paesi dati significativi raccolti hanno confermato questo trend. Sottolinea: “Discorsi sul Pil e sugli introiti non possono essere l’unico fattore determinante per gli investimenti sulla cultura.”

Burocrazia e apocalisse

di Vincenzo Masini

Postmoderno e web society
L’ipotesi di interpretazione della fase storica attuale è che la fine dell’epoca moderna (le scoperte geografiche nel pianeta, la nascita degli stati moderni, le rivoluzioni industriali, la nascita delle multinazionali e la globalizzazione) si eliciti in nuove formazioni sociali ed organizzative rese possibili dalle nuove forme di connessione comunicativa dell’informatica.
1
Ciò significa che possiamo far transitare nella nuova epoca e nei nuovi modelli di relazione il buono o il cattivo che è stato prodotto dall’epoca moderna.
Dal mio punto di vista il BUONO sono i valori su cui sono state costruite le democrazie e il CATTIVO sono i limiti ed i difetti delle democrazie stesse.
Per BUONO intendo i sette (1) principali valori su cui tutti concordiamo (responsabilità, impegno per la giustizia, libertà, generosità, pace, uguaglianza e fedeltà).
Per CATTIVO intendo il principale strumento utilizzato dai diversi poteri per impedire la realizzazione di tali valori e cioè la burocrazia.
Questa espressione va letta destrutturando il fatalismo con cui ad essa ci arrendiamo per interpretarla invece come una vera e propria struttura artatamente costruita contro la realizzazione del BENE per l’uomo e ipocritamente mascherata come esigenza. Intendo cioè dire che l’umanità può fare a meno della burocrazia, anzi DEVE impedire che il suo contagio entri nella nuova web society (2).

Web society, valori e nativi digitali
La trasmissione culturale dei valori relazionali prodotti in epoca moderna verso le nuove generazioni di nativi digitali è fortemente compromessa dal relativismo culturale che è cresciuto all’ombra del “politicamente corretto” e cioè l’accettazione della trasgressione come strumento di liberazione delle istanze emozionali individualistiche mascherate sotto le forme ipocrite dei “movimenti di liberazione” delle minoranze dall’oppressione della “maggioranza conservatrice e oppressiva”.
L’epistemologia della tolleranza non può confondere l’accettazione con il proselitismo prepotente che installa la sua logica nelle nuove generazioni impedendo loro di reinterpretare e rivitalizzare, con nuove logiche, i valori prodotti nella modernità attraverso i pruriti di vecchie e nuove forme trasgressive (3).
Anche in questo caso la contaminazione burocratica è la principale causa della caduta della trasmissione culturale perché confondendo la legalità con la giustizia impedisce la formazione del sentimento di valore nell’intimo della coscienza della persona che delega e si affida alle regole (spesso arbitrarie) degli amministratori della presunta legalità.

L’irresponsabilità della burocrazia
La crisi degli stati moderni e della realizzazione del welfare state è strettamente connessa all’incapacità delle formazioni burocratiche di gestire la complessità. Ben lontana dall’analisi classica weberiana (controllo impersonale e formalizzato) la burocrazia attuale si presenta come deformazione professionale del burocratica, come incapacità addestrata nel prendere decisioni, come scaricabarile, come ricerca del perfezionismo formale, come apparato di potere che tende a perpetuarsi sottraendo energie positive ai sistemi sociali, come apparato di regole per assicurare a se stessa il suo perpetuarsi, come brodo di coltura dei gruppi di interesse “opachi alla visibilità sociale” clientelari, mafiosi o massonici, come continuo spostamento dei mezzi in fini, come macchina in grado di autoriprodursi contaminando i principi democratici, come struttura autoreferenziale del tutto priva di responsabilità nei confronti dell’ambiente umano che la circonda.

Il concetto di semplicità
La semplicità è una dote della relazione umana che distingue l’essenziale dal superfluo. Su questa base è possibile valutare la soglia di formazione del modello burocratico di organizzazione sociale. Oltre la soglia di tre passaggi nell’esercizio del controllo formale della filiera organizzativa si forma la catena burocratica a meno che non venga posto in essere un nodo reticolare decisionale su TUTTO il percorso organizzativo, a monte ed a valle. La soglia di tre non è solo applicabile agli individui concreti che amministrano ma anche agli oggetti amministrativi che debbono essere utilizzati. Laddove una decisione comporti l’osservanza contemporanea di tre o più oggetti amministrativi (leggi, decreti o regolamenti) pertinenti all’atto su cui si deve esercitare una decisione, emerge il costrutto del pensiero burocratico che tenderà più a proteggere se stesso che a prendere una decisione favorevole alla risoluzione di un problema concreto.
La realizzazione della semplicità è possibile solo spostando l’accento sul problema concreto verso cui l’amministrazione si rivolge, sia esso un bersaglio del soccorso o una vittima dell’ingiustizia (4).
Il processo di controllo del controllo del controllo, tipico della burocrazia, decade di fronte al ruolo dell’essere umano che viene soccorso o che viene considerato vittima. E’ la sua soggettività la ragion d’essere della amministrazione e quindi della potenziale semplificazione del sistema burocratico. Tale riorganizzazione è urgente prima che la burocrazia riesca a contaminare (come purtroppo già sta facendo) la semplificazione comunicativa potenziale nella web society. Proprio per la complessità che la burocrazia ha artatamente introdotto nell’informatizzazione, al fine di mantenere il suo potere, siamo di fronte ad una enorme delusione collettiva dinnanzi a portali incomprensibili, a modelli e moduli informativi deliranti, a comunicazioni impersonali inutilmente filtrate e canalizzate che tendenzialmente inducono a preferire la vecchia comunicazione cartacea (che riappare oggi frequentemente come un doppione) rispetto alla istantaneità della comunicazione informatica.

La vittima e la Real Justice
La “Real Justice”, o “giustizia riparatoria”, fa riferimento a una corrente di pensiero che inaugura un nuovo modo di guardare la giustizia penale e civile concentrato sulla riparazione del danno arrecato alla persona e sulla relazione tra amministratore e utente soccorso o tra autore e vittima del reato, piuttosto che sulla punizione del reato – anche se la Real Justice non preclude la carcerazione o altre sanzioni punitive-. Tale prospettiva pone un netto cambiamento nel modo di concepire la sanzione. Essa rappresenta prima di tutto un invito a ripensare alla “ragione d’essere” della sanzione e alle conseguenze del reato. Si tratta di un’apertura ad un nuovo modello culturale. In un momento storico in cui in Italia viene sottolineato lo stato di crisi della giustizia penale, stanno suscitando interesse le varie esperienze di common low di Real Justice, che pongono l’accento sulla dimensione riparativa e su quella relazionale della pena, coinvolgendo i rapporti psicologici tra le persone direttamente coinvolte nel fatto criminoso. La due funzioni principali del modello ripartivo sono dunque “riparare” il danno subito e “trasformare la relazione interpersonale”. L’attenzione è posta sulla relazione invece che sulla punizione, con l’obiettivo di restituire alla vittima e all’autore del reato un senso di identità all’interno della società. La terza funzione è quella di responsabilizzare l’autore del reato nell’ottica di una sua riabilitazione. Una quarta funzione può essere vista nell’esigenza pratica di sfoltimento del carico delle strutture giudiziarie e penitenziarie
Gli strumenti della giustizia riparativa appaiono difficilmente catalogabili. Le tecniche utilizzate dalla real Justice cambiano da paese a paese e prevedono diversi gradi di coinvolgimento dei soggetti interessati al reato. Le indicazioni essenziali (5) sono state date con i documenti preparatori del Decimo Congresso delle Nazioni Unite “Prevention of Crime and Treatment of Offenders” svoltosi a Vienna nel 2000. Nel documento dell’ONU vengono elencate alcune tecniche tra le quali: apology (scuse formali scritte o verbali), community/familiy group conferencing (dialogo esteso ai gruppi parentali, presuppone l’ammissione della colpa) victim impact statements detti comunemente VIS (incontri in cui viene narrato dalla vittima il modo in cui il crimine ha inciso sul modo di vivere) peacemaking circles (creazione di partenership fra comunità e apparato di giustizia per la determinazione della pena da infliggere al reo), community ristorative board (gruppo di cittadini preparati a colloqui con l’autore del reato a cui viene proposta una serie di azioni riparative; il reo si impegna per iscritto a porle in essere, l’adempimento o il non adempimento delle stesse viene sottoposto alla corte di giustizia). La “Real Justice”, che si fonda sulla connettività comunitaria, è stata dapprima applicata ai casi di vandalismo e di bullismo, nasce nel mondo anglo-americano ed è attuata in Canada, Nuova Zelanda, Australia, U.S.A., mentre è del tutto marginale in Europa e in particolare nel nostro ordinamento giuridico.

Real Justice e burocrazia
La semplificazione della burocrazia è possibile inserendo strumenti di Real Justice nel rapporto tra cittadini e amministrazione. Non si tratta solo di percorrere le vie delle associazioni finalizzate allo scopo di riformare una legge o delle associazioni di consumatori o di sportelli del cittadino ma di una filosofia operativa che ha al centro il soggetto soccorso (l’utente) e si fonda sul suo protagonismo e sulla sua insindacabile soddisfazione.
Nella logica che ogni bisogno è un’emergenza (più o meno acuta ed urgente) la soddisfazione del bisogno rende necessario il superamento della burocrazia che si dissolve di fronte ad un atto di riparazione, di aiuto o di soddisfazione pienamente esaudito. L’unica legalità che conta è quella del bisogno poiché i criteri della legalità burocratica sono inefficienti per la valutazione delle procedure che, volta per volta, vengono inventate di fronte all’emergenza. L’emergenza ha solo bisogno di protocolli consolidati di azione ovvero di quelle corrette azioni per risolvere il problema che vengono progressivamente migliorate attraverso l’esperienza senza MAI diventare procedure formali.
Posta in mano all’utente del soccorso e cioè al destinatario del servizio la possibilità di valutare a posteriori del servizio ricevuto la sua soddisfazione si conferisce a tal soggetto il vero potere di destrutturazione della macchina burocratica che ha amministrato il servizio. Laddove egli non abbia ricevuto adeguata soddisfazione la macchina burocratica che ha organizzato il servizio sarà immediatamente smantellata e sostituita da altre persone e da altri processi mettendo la burocrazia in un costante stato di potenziale mora. L’equilibrio che dovrà essere costruito per contenere abusi o follie dell’utente sarà stabilizzato da una funzione apicale di difesa dei processi amministrativi attuati. Funzione sottoposta anch’essa al possibile smantellamento da parte dell’utenza non soddisfatta.
Tale processo va ben oltre l’analisi della customer satisfaction (anch’essa burocratizzata in moduli o in inutili sportelli di reclami) perché pone nelle mani dell’utenza il potere di mantenere in vita la macchina organizzativa e di mantenere il ruolo degli amministratori.
Il processo che a prima vista appare deflagrante è molto più semplice e meno drammatico di quanto appaia nella sua formulazione ove sia seguito dai sistemi di comunicazione diffusa di cui la web society dispone. Può essere mediato da sistemi di votazione diretta della pluralità di utenti, può presentare tempi e modi di trasformazione mediati (ma anche la mediazione temporale può essere destrutturata dal potere dell’utenza), può trovare accordi ed indicazioni per la trasformazione ma tutto ciò deve avvenire a valle della soddisfazione dell’utenza e non nel corso della somministrazione del servizio.
L’amministratore può anche agire per la soddisfazione del bisogno dell’utenza attraverso percorsi non sanciti formalmente ed anche non rispettosi dei regolamenti e della legalità ed essere assolto da provvedimenti o condanne sulla base della dichiarazione dell’utenza soccorsa che testimonia favorevolmente verso l’amministrazione (in tal caso assolutamente non burocratica).
Tal tipo di processi di Real Justice possono indurre stati ansiosi nel lettore che non ha pienamente destrutturato in sé quella forma di pensiero indotto dalle credenze che l’amministrazione debba essere una macchina automatica in grado di fornire stabilmente prestazioni. L’automatismo è tipico delle macchine informatiche ma non delle organizzazioni umane che quando cadono in tale trappola logica perdono il senso per cui sono state costruite e consentono l’esercizio del dominio e del comando dei vertici burocratici sulla pluralità degli attori e, contemporaneamente, clientelismo e corruzione.

L’Apocalisse della burocrazia
Mi sia consentito da credente una interpretazione della previsione di capillare controllo contenuta nell’Apocalisse di San Giovanni: «E le fu dato di animare la statua della bestia fino al punto di farla parlare, sicché la statua fece mettere a morte tutti quelli che non si prostravano davanti a lei. Ed essa fece sì che tutti, e piccoli e grandi, e ricchi e poveri, e liberi e servi, ricevano un’impronta sulla loro mano destra o sulla loro fronte, di modo che nessuno possa comprare o vendere, se non chi ha l’impronta, il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza! Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia; perché è un numero d’uomo. E il suo numero è seicentosessantasei».
Lo sviluppo della macchina burocratica antiumana va indubitabilmente in questa direzione e gli elementi del controllo capillare per consolidare il suo potere sono sotto i nostri occhi. Potenziata dall’informatica e dalle connessioni della web society essa sarà la negazione della relazione affettiva umana e, attraverso la trasformazione dei gruppi di interesse opachi alla visibilità sociale in multinazionali potrà avere alleati di potere che la renderanno invincibile.
Questo è il motivo per cui costruiamo molecole che, anche se sono in questa fase sempre più piccole e invisibili, sono le uniche forze in grado di contrastare la diffusione della malattia relazionale e opporsi al dilagante disagio mentale. Il secolo attuale dovrà risolvere l’enigma che sta alle spalle della relazione se vorrà curare le follie regressive che si sono insinuate, attraverso i veicoli dell’ipocrisia e della burocrazia, nei diversi sistemi organizzativi, amministrativi e politici, fino a corrompere il concetto stesso di democrazia.
Costruire i legami che tengono insieme le molecole è la via praticabile da chi voglia tendere a relazioni interpersonali evolute e sa di non potersi accontentare di gravitare intorno alle correnti comunicative. C’è un “di più” nelle potenzialità dell’uomo che si realizza solo quando riusciamo a vedere realizzati i valori costruiti nei secoli dell’evoluzione relazionale della nostra specie.

I valori
Ma anche quando i flussi comunicativi della politica e dell’economia siano guidati da valori, e non da interessi che producono disgregazione, accade che, in una stessa molecola, c’è chi privilegia coscientemente o inconsciamente un valore rispetto ad un altro.
Se provate a scrivere su un foglio e chiedete in quale ordine di priorità (da 1 a 7) ciascuno li metta scoprirete quanto le diverse scale di valori divergano tra di loro (e anche quanto siano cambiate in noi stessi a seconda degli eventi e delle fasi della vita). I valori di cui le singole persone e le micromolecole sono portatori sono spesso in lite tra di loro: è più importante la generosità verso tutti o la fedeltà verso le persone intorno a noi? che rapporto c’è la fedeltà e libertà? è prevalente l’impegno per la giustizia o mantenere la pace? come conciliare i diversi livelli di responsabilità che gli individui si assumono con l’uguaglianza tra tutte le persone? come possono andare d’accordo libertà e responsabilità? Cosa viene prima e cosa viene dopo?.
Se osserviamo i flussi comunicativi che stanno alle spalle delle ideologie politiche di riferimento salta immediatamente agli occhi che ciascuna di esse, pur non negando importanza a tutti i precedenti valori, ne privilegia alcuni piuttosto che altri e cerca di attrarre consenso sulle pratiche che li affermano.
La potenza della relazione delle macromolecole organiche e vitali sta nella costruzione di sostanze relazionali che risolvono il precedente enigma: è l’equilibrio nelle relazioni che risolve il dilemma tra senso di responsabilità (verso i propri cari o il proprio ambiente di vita) e la generosità accogliente. E’ la ricerca comune della verità nel rapporto interpersonale che concilia fedeltà e libertà. E’ la trasparenza relazionale che concilia uguaglianza e libertà. E’ la qualità dell’affiatamento interpersonale che mette insieme generosità e fedeltà. E’ l’armonia a far collimare l’ansia della responsabilità con la tranquillità della pace. Ciò che collega l’essenza dell’uguaglianza con la potenza di chi, per realizzarla, trasmette un impegno fuori dal comune (quindi non uguale) è la condivisione sublime dello stesso sentimento empatizzato e socializzato (6). Ed è la costruzione dell’accordo perfetto che media tra pace e lotta, impedendo alla pace di diventare indifferenza e all’impegno di diventare guerra.
Ma tali sostanze relazionali, ovvero lo spirito prodotto dalla concreta realtà dello stare in relazione tra persone, non può rimanere confinato in molecole con individui atomizzati. Per coagularsi sempre di più ha bisogno di reti di macromolecole che contengano ben definite tutte le sostanze relazionali menzionate pur realizzando lo specifico carisma di ciascuna.
Nei quarant’anni di sviluppo e di evoluzione sociale successivi alla seconda guerra dei trent’anni (e cioè l’intero periodo delle guerre mondiali del secolo scorso, dal 1915 al 1945), le sostanze relazionali in circolazione nella società erano distribuite con un buon mix. Negli anni ’90 l’eccesso di concentrazione organizzativa e di controllo hanno trasformato le aziende in multinazionali, gli stati in burocrazia, le aggregazioni sociali spontanee e volontarie in argilla inconsistente, le comunicazioni sociali in mainstream (7).
Per uscire da questo trentennio distruttivo che ha concluso il processo di trasformazione del postmoderno in web society c’è bisogno di forme molto più consapevoli che nel passato di riaggregazione delle molecole. Ciò che un tempo era chiamato discernimento spirituale tra il bene ed il male porta oggi in nome di consapevolezza e ciò è giusto perché coinvolge anche la persona che discerne nell’opera di comprensione di sé in relazione con l’altro. Ma contiene il rischio dell’intimismo di chi, consapevole dei suoi limiti e della sua pochezza, si astiene dal giudicare. Che egli voglia essere così liberal da non voler condannare può essere comprensibile, ma l’assenza assoluta di giudizio o è un’ipocrisia o è una cretinata.
Se le molecole vogliono crescere debbono condividere ma non possono condividere con chi non condivide, altrimenti vengono rapinate della loro sostanza relazionale e si estinguono. Se le molecole vogliono accogliere debbono discernere tra chi accoglie l’accoglienza e chi la sfrutta, altrimenti perdono identità. Se le molecole vogliono essere tolleranti debbono sapere che non si può tollerare l’intolleranza, altrimenti ci si disperde nel conflitto o nella diaspora.
Accoglienza, tolleranza e condivisione (generosità, pace e fedeltà) sono spinte all’azione socio solidale gestita attraverso le sostanze relazionali dell’equilibrio, dell’accordo e dell’affiatamento senza fughe nell’intimismo individualista psicologico che le corrompe. Ciò accade quando la generosità dell’accoglienza è prodotta dal senso di colpa, la pace e la tolleranza dall’indifferenza burocratica e la fedeltà della condivisione dalla paura dell’essere abbandonati alla propria solitudine.
Le molecole che si aggregheranno hanno bisogno di costruirsi autorevolezza per poter essere protagoniste di un nuovo tipo di comunicazione indispensabile nella web society e la autorevolezza è determinata dal dichiarare ed agire in un chiaro senso del limite. Oggi le molecole debbono agire in nome del senso del limite e collegarsi con tutti i sistemi relazionali che posseggano il senso del limite.
Sia ben chiaro che l’amore non ha limiti e confini perché l’amore che provo oggi è più grande di quello che ho provato ieri e la personale possibilità di farne esperienza è la caratteristica principale del divino che si situa nell’umano, ma questa espansione empatica e irradiante è nella persona e nelle sue scelte e non può essere nelle relazioni sociali che, per definirsi, hanno bisogno di limiti.
Tutte le aggregazioni sociali che hanno prodotto nel corso della storia relazioni evolute sono state avanguardie di cambiamento nelle epoche di trasformazione. La coesione sociale all’interno di questi gruppi li ha resi unici e definiti. Il clima relazionale intorno a Pitagora, Socrate, Gesù, Francesco d’Assisi, Teresa D’Avila, Mahatma Gandhi, Nelson Mandela e milioni di altre persone rimaste sconosciute ha prodotto frutti indiscutibili per l’evoluzione e per la salvezza dell’intera umanità perché tali relazioni evolute lasciano tracce nell’inconscio collettivo sotto forma di quella prospettiva desiderante a cui si tende intuendo la possibilità della felicità per gli esseri umani. Tutte queste formazioni avevano un chiaro senso del limite mentre la capacità affettiva dei loro leader e dei loro membri superava ogni limite nella loro originaria individualità.

NOTE:
1 – Questa classificazione dei valori (che rilegge la logica delle virtù cardinali e teologali) non è arbitraria perché tende a ridurre entro un numero memorizzabile di categorie la propensione ai valori che si forma nella coscienza individuale dopo averne vissuto e sperimentato l’efficacia, la bellezza e la bontà nella relazione sociale. Ad esempio il valore relazionale dell’amicizia si traduce nella soggettività della persona nel valore della fedeltà verso l’amico, il riconoscimento della propria importanza da parte di altri si percepisce dopo essersi assunti la responsabilità del servizio di aiuto e/o di solidarietà, ecc.
2 – Prendo ad esempio l’attuale scandalo dei 28 milioni di euro donati dagli italiani per i terremotati ancora fermi nel conto aperto presso la Tesoreria Centrale dello Stato e che non possono essere usati in ragione del «protocollo d’intesa» tra la Tesoreria e le società di telefonia che hanno raccolto gli sms solidali. Prima è necessario predisporre un’analisi dei danni nelle singole regioni che deve essere sottoposto a un comitato di garanti che deve verificare il rispetto delle norme nell’utilizzo dei fondi). Questo esempio di contaminazione degli strumenti di connessione partecipativa non è semplicemente uno stupido ed inefficace strumento di controllo ma rappresenta una forma di potere che il triplice scopo di opporsi alla partecipazione, minare la fiducia interpersonale e riservarsi la possibilità di gestire tali fondi in modo clientelare o corruttivo. NON E’ UNA NECESSITA’ ORGANIZZATIVA E DI CONTROLLO INDISPENSABILE PERCHE’ LE VIE PER AGIRE DIVERSAMENTE SONO MOLTEPLICI COSI’ COME LO SONO ANCHE GLI STRUMENTI DI CONTROLLO INNOVATIVO (più avanti si discuterà dei modelli di Real Justice9.
3 – Prendo ad esempio la liberalizzazione delle droghe che non può diventare un incentivo al consumo travestendosi da difesa dei diritti del tossicodipendente. Nella vecchia legge 162 era contenuta una importante novità e cioè la definizione del tossicodipendente come “irresponsabile” e non come “delinquente” e quindi non punibile penalmente ma sanzionabile con la perdita di alcuni diritti: la patente di guida, il porto d’armi, la possibilità di accedere ad alcune professioni ad elevato contenuto di responsabilità sociale (medico, parlamentare, pilota d’aereo, per fare alcuni esempi). L’interpretazione burocratica delle Prefetture e dei Sert ha completamente stravolto tale criterio.
Una identica logica si è affermata nelle teorie di genere – sacrosante quando conducono a comprendere e tollerare le diverse inclinazioni del maschile e del femminile ma pericolosa quando scardina gli archetipi dell’identità biologica riproduttiva- ; nell’uso improprio della separazione coniugale – sacrosanta quando sancisce la fine di relazioni senza fondamento-; nella liberazione sessuale – sacrosanta perché elimina i sensi di colpa ma perniciosa laddove favorisce e legittima le nevrosi di perversione e l’utilizzo del sesso come strumento di potere-; nel successo sociale dell’ideologia dell’eccellenza – sacrosanta quando favorisce l’emersione dei meriti ma inumana quando è realizzata con la sopraffazione dell’altro con l’inganno, la manipolazione, l’opportunismo, la corruzione e la clientela-; nel femminismo – sacrosanto quando afferma l’identità del femminino ma pericolosa quando è solo conflittuale contro il maschile imitando peraltro i peggiori difetti del maschio (vedi le donne soldato e non più pacifiste e non violente)-; nella accettazione senza condizioni delle patologie mentali – sacrosanta quando evita la discriminazione e potenzi l’aiuto della comunità verso soggetti deboli, ma pericolosa quando legittima la maniacalità dell’abuso e/o reintegra con facilità delinquenti che non sono nemmeno pentiti del male che hanno commesso-; lo stesso processo accade nelle dichiarazioni di principio delle diverse carte dei diritti umani – sacrosante ma utili solo per le azioni di indignazione giornalistica senza nemmeno essere correnti di pensiero mainstream-; equivalenti livelli di impotenza sono rintracciabili nelle proposte di legalità nei buoni cittadini proposte dall’Unicef che non determinano esperienze di limiti oppure di fronte al sacrosanto (e qui ci sta propro pertinentemente) catechismo della Chiesa Cattolica del 1997, che non può agire come modello di comportamento diffuso per l’ipocrisia di etichette prive di sostanza.

4 – Il termine utente di un servizio porta ad una visione impersonale del bisogno ponendo tutti gli utenti nelle stesse condizioni e dimenticando che non vi è ingiustizia più grande di dare cose e prestazioni uguali a bisogni diversi. Per questo il termine soccorso, che implica la costante emergenza nei confronti del bisogno, è molto più pertinente poiché inferisce il carattere di urgenza efficiente al lavoro amministrativo. La vittima è invece colui che non ha ricevuto l’assistenza a cui aveva diritto in quanto essere umano o che è stato ingiustamente leso da qualche reato penale o civile esercitato contro di lui.
5 – Per analizzare alcuni casi pratici si rinvia ai vari siti internet (si indicano a titolo esemplificativo: www realjustice.org; www iirp.org/au/; www restaurativejustice.org). La “real justice” contempla la necessità di condurre i colpevoli di fronte alla vittima con l’assistenza di un mediatore (o in alcuni casi due mediatori per condizione di parità tra le parti o di un equipe), o meglio di counselor specializzati in tecniche relazionali, in modo che i colpevoli vedano le conseguenze dei loro gesti e le vittime possano esprimere il loro vissuto e incontrare “l’umano” che è in loro per giungere ad una riparazione del danno causato. Il fine principale che la Real Justice si pone è quello di ricostruire o costruire la relazione interpersonale alla presenza di un terzo altamente qualificato, neutrale e disponibile all’ascolto per promuovere pace, armonia, saggezza, riparazione. La necessità di riparazione si basa sul principio che più gli esseri umani sono felici, produttivi, cooperativi, più alta è la probabilità di effettuare cambiamenti positivi nel loro comportamento.
6 – Tutti gli uomini sono diversi ma percepiscono la loro uguaglianza nel vivere le stesse emozioni e gli stessi sentimenti in qualunque cultura essi vivano. La caratterista della sostanza relazionale sublime è insita in questo incontro tra sensibilità diffusa e carismi che la interpretano. Il sublime si realizza nella gloria sperimentata dal protagonisti (che non è narcisismo o megalomania ma soddisfazione per la propria realizzazione) e l’ammirazione sperimentata dai popoli per gli eroi (che non è invidia per un ruolo ma ammirazione e desiderio di imitazione). L’incontro con il sublime è una delle sensazioni più appaganti che l’essere umano possa sperimentare.
7 – Mainstream è una corrente di pensiero o un trend che fa corrente e determina un seguito di individui, parte di una massa e non di una formazione relazionale. Sono mainstream il politicamente corretto, le teorie di genere, le mode, votare SI o NO al referendum, scegliere Microsoft o Macintosh, Apple o Windows, Tim o Vodafone, Gmail o Yahoo, Dalla Vostra Parte o Piazza Pulita, ecc. Questi esempi rappresentano le caratterizzazioni dei sistemi di connessione (e non di relazione) nella web society.

LA RIFLESSIONE
Europa e burocrazia

di Grazia Baroni

La parziale bocciatura della riforma Madìa della Pubblica Amministrazione rende evidente quanto la riforma costituzionale, se pur imperfetta, sia necessaria e vitale per lo sviluppo dell’Italia a prescindere dal risultato referendario del 4 dicembre. Quando la Corte Costituzionale ha fermato la riforma Madìa, che poneva un limite temporale alle dirigenze delle amministrazioni e di fatto creava i presupposti per aumentare la produttività e l’efficienza della pubblica amministrazione, si è resa palese la volontà dei burocrati di difendere i propri privilegi, altrettanto ha fatto con vigore nella campagna per la bocciatura della riforma costituzionale, mostrando la potenza della struttura burocratica nei suoi propositi di autoconservazione.

D’altronde, votare Sì al referendum avrebbe rappresentato un tentativo di dare stabilità all’Italia e soprattutto all’Europa creando un dilemma per coloro che hanno votato, perché questa Europa, nella forma in cui si sta delineando, non piace quasi a nessuno, se non a chi si sta avvalendo di questa realtà per occupare un posto di lavoro che è anche prestigioso e ben remunerato. Oggi sappiamo come sono andate le cose e la fragilità dell’Unione Europea è proporzionalmente maggiore.

Il dilemma, però, oggi ancor più di ieri, rimane: come cambiare questa Europa senza distruggerla?

E perché non piace questa Europa? Sostanzialmente perchè si fa riconoscere dalla cittadinanza dei singoli Stati europei solo attraverso le regole procedurali emanate dal Parlamento che sono vincolanti a tal punto da finire per ingessare la sua economia impedendone lo sviluppo. Però, nonostante questo, gli Stati Nazionali si affidano a tale struttura burocratica proprio perchè non si fidano gli uni degli altri. La burocrazia porta alla deresponsabilizzazione e riduce al minimo le differenze; le caratteristiche nazionali che sono la ricchezza dell’Europa vengono appiattite togliendo il senso stesso del progetto europeo. Di questo si fanno forti le destre che infatti ultimamente stanno prendendo potere in Europa.

Purtroppo il Parlamento Europeo non ha un mandato legislativo non essendoci uno Stato d’Europa, può solo svolgere funzione di controllo su ciò che la Commissione Europea promulga e che non sono mai direttive finalizzate a creare lo sviluppo armonico di uno Stato unitario e democratico ma linee di confine per compromessi produttivi e commerciali tra Stati in competizione tra loro e unici veri mandatari di deleghe popolari elettive, quindi gli unici legittimati democraticamente a scelte politico- economico – sociali vere e proprie.

Il risultato è che l’Europa esiste soltanto in quanto burocrazia e in quanto tale non può essere democratica (lo dice la parola stessa: burocrazia è il potere delle procedure, non del popolo) e questa realtà è dovuta al fatto che ciascuno Stato Nazionale, nonostante due guerre mondiali e decine di milioni di morti, non sia ancora capace a cedere la propria a sovranità per un progetto più ampio e più adeguato ai tempi come sarebbe lo stato democratico degli Stati Uniti d’Europa. Uno stato che vada oltre ai nazionalismi e che possa rappresentare una nuova realtà politica, progettata interamente dal nuovo a partire dalla sua struttura amministrativa. Una struttura amministrativa fondata sul concetto di democrazia, intesa come libertà personale in uno spazio di libertà comune, che si sostituisca a quella attuale burocratica e massificante che identifica la democrazia con l’omologazione; questa sarebbe l’unica vera sfida per iniziare il terzo millennio, in modo democratico in un mondo globale.

Sarebbe il primo passo per un cambiamento universale perchè si può constatare oggi che il problema della burocrazia come struttura organizzativa delle società odierna, invece di facilitare il cambiamento e lo sviluppo, tende a frenarli, a creare una sempre maggior corruzione e a sostituirsi al potere legislativo politico in tutti gli stati, siano essi monarchie, repubbliche o dittature.

Questo accade perché, guardando la storia della burocrazia, si rende evidente come essa sia nata a servizio della monarchia assoluta. All’epoca è stata molto efficacie e funzionale, ma con l’evolversi delle forme di governo, dalla monarchia parlamentare alla repubblica, non si è rinnovata se non nella razionalizzazione delle sue procedure grazie alle quali è diventata sempre più pervasiva e invasiva senza deviare dalla sua funzione di organo di controllo.

In uno stato veramente democratico, la burocrazia dovrebbe essere sostituita da una Pubblica Amministrazione la cui definizione descriva lo scopo gestionale dell’organizzazione della quale sarebbe la struttura, cioè la democrazia parlamentare.

Per realizzare un cambiamento di tale portata è necessario riflettere su alcune questioni:
• Cosa è la burocrazia e a cosa serve?
• Cos’è l’amministrazione e a cosa serve?
• Burocrazia e democrazia possono convivere o sono antagoniste?
• Uno stato ha necessariamente bisogno della burocrazia?
• Come trasformare l’esoscheletro da scarafaggio Kafkiano nel quale ci troviamo prigionieri in endoscheletro di un organismo libero e capace di trasformarsi?

La questione è importante e complessa, richiede una collaborazione di creatività, un dialogo tra ipotesi perciò sento la necessità di condividere tali interrogativi e riflessioni.

Chi è Grazia Baroni – brevi note biografiche
Grazia Baroni, nata a Torino nel 1951. Ha ottenuto il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento. Laureata successivamente in architettura, ha insegnato per decenni e con passione disegno e storia dell’arte nella scuola superiore di secondo grado, cercando di coniugare l’arte con la vita e la coscienza. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e attiva collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana da decenni.

L’OPINIONE
Semplificazione, rimedio per molti nostri mali

18.590 letture al 27 agosto 2016 (Pubblicato il 1 ottobre 2014)

In tempi di confusione, cosa c’è di meglio che mettere un po’ d’ordine?
Intendiamoci, non l’ordine di infausta e terribile memoria, ma quello che potrebbe garantirci un po’ più di serena convivenza e un miglior funzionamento dello Stato. Come? Attraverso regole nuove, duttili, intelligenti. Comprese e condivise.
Questa almeno è la tesi di Cass Sunstein, giurista – insegna Diritto all’Harvard Law School, negli Usa – e “studioso della razionalità e dell’irrazionalità dei nostri comportamenti economici” recita il risvolto di copertina del suo ultimo libro, “Semplice”, edito quest’anno in Italia da Feltrinelli.
Sunstein ha diretto, su incarico di Barack Obama, l’Office of Information and Regulation Affair (Oira) per ripensare radicalmente il modello di governo su cui si reggono gli Usa.
Compito immane, tutt’altro che concluso. Tuttavia, il libro narra l’esperienza di tre anni, dal 2009 al 2012, di Sunstein alla guida di questo ufficio, creato nel 1980, e dei notevoli passi avanti percorsi nel semplificare leggi e regolamenti in molti campi della vita civile: dalla sicurezza nazionale alla stabilità finanziaria, dalla discriminazione sessuale all’assistenza sanitaria, all’energia, all’agricoltura alla sicurezza alimentare e in altri ancora. Insomma, un ufficio potente, senza il cui nulla osta nessuna importante regolamentazione può essere rilasciata dall’amministrazione americana.
L’Oira – che non lavora in solitudine, ma al servizio del presidente e in stretta collaborazione con il suo ufficio esecutivo – ha supervisionato 2 mila regole emanate dalle agenzie federali ed ha introdotto una notevole quantità di norme e regole che, afferma Sunstein, hanno salvato migliaia di vite e prodotto notevoli benefici economici: dal 20 gennaio 2009 al 30 settembre 2011, ben 91, 3 miliardi di dollari Tutto questo perché, prima di emanare i provvedimenti, ci si è posti qualche domanda essenziale: se la gente li capisce, come farli conoscere all’opinione pubblica, quanto costa applicarli, quante persone potranno trarne vantaggio e così via.
Introdurre regole nuove e semplificatrici potrebbe far bene alla realtà italiana? Certamente. Le leggi da noi sono troppe e scritte spesso in modo incomprensibile, le norme attuative sono lunghe, noiose e difficili da applicare; i procedimenti amministrativi sono viziati da ripetitività, sovrapposizioni, lungaggini, complicanze di vario genere, la nostra burocrazia è tra le peggiori del mondo, per non parlare della corruzione e dell’illegalità che si manifestano ovunque.
Se la memoria non mi inganna sono stati pochi i tentativi importanti di semplificazione legislativa. Ricordo ad esempio il dizionario che rendeva più comprensibile il burocratese della pubblica amministrazione, voluto dal ministro Cassese. L’introduzione delle autocertificazioni e della firma digitale, l’informatizzazione di alcuni procedimenti, la stagione delle liberalizzazioni hanno rappresentato alcuni passi in avanti.
Ma una vera e propria rivoluzione non è avvenuta: soprattutto, quel che manca nel nostro Paese è la propensione mentale a rendere più semplici le basi della convivenza e del rapporto tra il cittadino e lo Stato. Aggiungiamo l’ostinato rifiuto di molti a rispettare le regole, ed ecco perché continuiamo a farci del male.

ELOGIO DEL PRESENTE
Pubblica amministrazione bloccata dalla zavorra clientelare

Si ripete da anni che la Pubblica amministrazione è un tassello importante della modernizzazione di un Paese, essenziale per un’economia competitiva come per una buona qualità della vita. Il rigore con cui sono stati trattati casi di comportamenti scorretti da parte di dipendenti pubblici offre un segnale positivo di cambiamento di clima, ma rischia di nascondere la vera questione e il problema più grave che sta sotto il funzionamento della Pa nel nostro paese. Un’Amministrazione efficiente è possibile solo a partire da un ripensamento chiaro delle funzioni e dei compiti dei diversi livelli istituzionali.
Come sottolineava qualche tempo fa Cottarelli nel suo lavoro sulla spending review, la grande parte della spesa pubblica è vincolata dalle spese per il personale, quindi non può essere compressa, se non attraverso una revisione dei compiti del pubblico, delle sue articolazioni istituzionali e delle funzioni. Esigenza difficile da affermare se persino il Cnel rivendica funzioni per contrastare il suo scioglimento.
L’esperienza indica che dove esistono funzioni utili è possibile migliorare l’efficienza. Pensiamo agli uffici anagrafe dei Comuni o ai servizi sanitari: le tecnologie digitali hanno contribuito a snellire procedure; ciò insieme a qualche intervento organizzativo ha migliorato la qualità dei servizi, consentendo ad esempio di avere documenti in tempi brevi o di ricevere i risultati delle analisi mediche sul proprio computer senza spreco di tempo e (teoricamente) risparmiando personale. Purtroppo resta l’impressione che il personale risparmiato resti parcheggiato in funzioni inutili, dietro a sportelli pressoché deserti. Ovviamente qualunque responsabile del personale sa bene che le persone non sono tutte facilmente ricollocabili per competenze, cultura, flessibilità. Certo, ma le resistenze poste alla riallocazione delle risorse non dovrebbero essere tollerate.
Vi è poi un altro aspetto ancora più serio: può essere razionalizzato un compito connesso a una funzione reale, ma quando la funzione non esiste (perché è stata inventata da una politica interessata solo ad aumentare gli spazi clientelari) nessuna razionalizzazione è possibile. Perché è stato sempre tollerato l’assenteismo? Perché non era urgente che fossero svolti i compiti assegnati al personale assente.
La riforma della Pubblica amministrazione è un aspetto cruciale dell’efficienza di uno Stato e dell’economia. Qualità eccellente dei dirigenti e degli operatori, informatizzazione diffusa che consenta l’accesso in remoto ad una gran parte di operazioni e uno stile di lavoro rigoroso rafforzerebbero nei dipendenti la convinzione di contribuire al bene comune e nei cittadini un sentimento di fiducia.
Ma a monte, si tratta di ripensare il rapporto tra pubblico e privato, tra diversi livelli dell’Amministrazione, tagliando le sovrapposizioni, eliminando funzioni obsolete o che potrebbero essere privatizzate.
Ci voleva Zalone per raccontare l’esilarante situazione dei dipendenti delle Province, spinti a una mobilità impossibile per svolgere compiti improbabilii? Cosa si aspetta in Italia ad accorpare i comuni che hanno meno di 5mila abitanti? Si tratta del 70% dei comuni italiani: non sono in grado neppure di presentare un programma agli elettori, non hanno un soldo per chiudere le buche dei marciapiedi, né per fare scelte di nessun tipo, in quanto il bilancio copre a malapena le spese del personale. E non sono forse troppe le regioni e non sono forse duplicate molte funzioni tra queste e lo Stato? E’ questo il coraggio che serve per un paese moderno. Ho l’impressione che la resistenza non venga dai fannulloni, ma dall’approccio clientelare seguito dalla politica a cui sarebbe necessario davvero cambiare verso.

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

IL FATTO “Dieci anni per sanare le ferite del sisma. I nostri amministratori? Rassegnati”

“Avevo previsto servissero 10 anni per ripristinare i danni del sisma alle chiese di Ferrara, ora non so se basteranno…”, dice un battagliero don Stefano Zanella, che non nasconde il suo fastidio. “Completeremo l’opera il giorno della resurrezione dei morti”, gli fa eco, sarcastico, Aniello Zamboni. E’ stato scoppiettante l’incontro in biblioteca Ariostea organizzato da Ferraraitalia per fare il punto sulla ricostruzione post-terremoto. “Avere demandato al commissario regionale la gestione del procedimento è stato un autogol”, sostiene il presidente provinciale di Italia nostra, Andrea Malacarne. E spiega: “I problemi attuali sono in parte dovuti al terremoto, in parte al precedente degrado”. E siccome il commissario ha mandato solo per liquidare i rimborsi relativi al sisma, insufficienti per fare fronte alla situazione, la palla torna a Roma con significativa perdita di tempo.
In sostanza, le chiese (in particolare) e parte del patrimonio monumentale cittadino era già in stato di cattiva manutenzione prima del terremoto e l’evento sismico ha evidentemente peggiorato le cose. Ma le perizie distinguono fra i danni del 2012 e quelli preesistenti, così la trafila burocratica si complica e i tempi si allungano.

“C’è da piangere – ha affermato sconsolato Zamboni, direttore dell’ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi, introducendo il suo intervento – la situazione è tragica“. E poi ha snocciolato il rosario delle chiese in agonia: “Ancora ben lontane dal ripristino San Paolo, Santa Maria in Vado, Santo Spirito e San Domenico dove sono stati realizzati solo interventi preliminari. A San Benedetto i lavori non sono ancora iniziati nonostante il progetto sia stato approvato. Nella cattedrale la situazione è stata solo tamponata in attesa degli interventi veri e propri. E poi c’è la bellezza sfigurata delle Stimmate, di San Francesco, di Sant’Agnese, di San Giuseppe santa Rita e santa Tecla, l’oratorio dell’Annunziata… Non avrei mai immaginato che la permanenza di opere d’arte nei saloni arcivescovili, ove sono state temporaneamente depositate, si sarebbe prolungata per tanto tempo”.
Lo sconforto è grande, ma non lascia spazio alla rassegnazione: “Mi appello alle associazioni culturali e alla società civile affinché faccia sentire la propria voce e solleciti le istituzioni a intrervenire”. Il fatto di essere riconosciuti patrimonio Unesco non agevole le cose? domanda qualcuno fra il pubblico. “Posso ridere? – replica Zamboni – non godiamo di alcun privilegio, il patrimonio ecclesiastico è l’ultimo a essere considerato”.

Se possibile ancora più caustico è apparso don Zanella, vice del medesimo ufficio Beni culturali. Lucidissima la sua analisi: “Il ferrarese medio non ha riportato grossi danni dal sisma e non si è reso conto di quel che è accaduto. Qualcuno si è spaventato solo quando, dopo due anni e mezzo, è stata decisa la chiusura del duomo. Allora non era sicuro? si sono detti i nostri concittadini. No, non era sicuro. Ma lo abbiamo scoperto in ritardo, perché i primi soldi per fare analisi serie sono arrivati nel 2014″.
“Dobbiamo dire che non è vero che non abbiamo avuto danni importanti – esorta don Stefano – e dobbiamo considerare che le chiese non possono essere trattate alla stregua dei capannoni, la storia va rispettata“. Certo Ferrara rispetto al modenese, al bolognese o al mantovano ha patito meno crolli e meno vittime, ma questo è accaduto – spiegano in coro Zanella e Malacarne – “perché qui già dopo il terribile terremoto del Cinquecento si è costruito con criteri antisismici“. I danni, dunque, non sono risultati appariscenti, non ci sono stati crolli, ma molti edifici risultano comunque gravemente compromessi“.

“Le difficoltà maggiori in questi tre anni sono state causate dalla burocrazia – afferma con schiettezza Zanella – E quando dico burocrazia intendo procedure lunghe e tortuose, inefficienza…”.
Il ripristino è iniziato dalle chiese meno danneggiate: 11 su 14 sono state sistemate. Ora ce ne sono altre 22 da curare. Sono stati presentati 18 progetti, mancano quelli del duomo, del palazzo arcivescovile, delle chiese di Porotto e Viagarano Mainarda che necessitano ancora di verifiche”. “Bene, dei 18 progetti presentati sapete quanti ne sono stati approvati? Uno! Quello di Santa Maria Nuova e San Biagio. Se senti la Regione la colpa è dei tecnici che sono imprecisi, se senti i tecnici dicono che la Regione è puntigliosa. Io per non sbagliare dico che la colpa è di tutti. Risultato? Dei 21 milioni stanziati come anticipazione sul piano per la ricostruzione, per ora sono arrivati solo 900 mila euro“.

“Nonostante le buone tecniche costruttive adottate dopo il terremoto del Cinquecento che hanno evitato i crolli, Ferrara ha comunque patito danni consistenti e diffusi”, ha confermato Andrea Malacarne presidente di Italia nostra. “La situazione delle chiese è particolarmente grave, ma la progettazione – lamenta – poteva essere fatta in sei mesi, invece sono passati tre anni ormai…”. Che fare? “Gridare ovunque che Ferrara è stata terremotata e va aiutata, dallo Stato e dalla Regione. Pretendere che si mantengano le procedure emergenziali , scongiurare il rischio che si piombi nella gestione ordinaria perché tempi e procedure ci sarebbero avversi”. I nostri amministratori sono sul pezzo? “No, sono troppo timidi e rassegnati“.

Cosa attendersi in futuro in funzione della riprogettazione che farà seguito al ripristino del patrimonio storico? “L’ampliamento della biblioteca Ariostea con l’integrazione di casa Nicolini e casa Minerbi” spiega ancora Malacarne. “E poi il pieno recupero di palazzo Schifanoia e palazzo Massari. Italia nostra vigilerà e solleciterà“. Ma Malacarne sollecita giustamente anche un salto di qualità nella progettazione: “Non basta ripristinare, bisogna ragionare in grande, osare, come si fece ai tempi delle Mura…” . Roberto Soffritti, presente in sala fra il pubblico, gongola… “L’anno prossimo ricorre il cinquecentenario rossettiano, Italia nostra ha lanciato un progetto sulle basiliche ideate da Biagio Rossetti, potrebbe essere un volano attrattivo per il turismo”.

In apertura di incontro, di turismo aveva parlato la coordinatrice delle guide ferraresi, Virna Comini, lamentando la latitanza delle istituzioni: “Dopo il terremoto, per un anno e mezzo di turisti a Ferrara non ne sono arrivati. Ci siamo sentite abbandonate a noi stesse. Abbiamo il contatto diretto con chi visita Ferrara, ma il Comune non ci consulta mai, né per avere valutazioni né per condividere la progettazione”. E’ stato fatto poco per propiziare una ripresa, dice in sostanza. Lamenta l’assenza di un percorso di visita delle chiese, ormai quasi tutte chiuse per lavori. E riferisce delle lamentele dei turisti per la presenza sulla piazza e sul corso del mercato del venerdì, che condiziona negativamente il godimento dei monumenti.

A margine del dibattito sul patrimonio monumentale, è stato riservato uno spazio di intervento per registrare la significativa testimonianza di uno sfollato centese, Massimo Vignola, che ha riportato il dramma delle famiglie che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti del terremoto. “La mia casa è stata resa inagibile dalla scossa, sono stato costretto a vivere per oltre due anni in un container di metallo. La situazione non è risolta. Secondo una perizia la mia abitazione è da abbattere, secondo un’altra ha un danno da 15mila euro…”. La burocrazia non risparmia nessuno. Ma dietro il mondo delle scartoffie c’è qualcuno che paga e soffre davvero.

IL PROGETTO
Partecipare alla soluzione dei bisogni comunitari: ecco “l’Albo dei cittadini” volonterosi

Suggerimenti, necessità, ostacoli. Con le giornate di venerdì 15 e sabato 16 si è concluso il ciclo di incontri dedicato al dibattito e alle proposte del percorso partecipativo “Ferrara Mia, insieme per la cura della città”, incentrato sulla collaborazione tra Comune e cittadini nell’attuare progetti di cittadinanza attiva.
Nel corso delle iniziative, molto seguite dai cittadini, i vari gruppi di dibattito hanno portato alla luce proposte, idee ma anche difficoltà di attuazione e problemi legati alla burocrazia. Per comprendere quali sono i progetti di cittadinanza attiva delle altre città e rapportarsi con realtà diverse, nel pomeriggio di venerdì 15 sono stati invitati a parlare delle loro realtà l’architetto Federica Ravazzi, che si è occupata della riqualificazione delle periferie, l’assessore del Comune di Bologna Luca Rizzo Nervo, gli assessori Enrico Capirone e Giovanna Codato del Comune di Ivrea, Laura Sinagra Brisca del Comune di Chieri, Paolo Tamagnini da Reggio Emilia e il sindaco di Massarosa, Franco Mugai. Proprio quest’ultimo ha spiegato come, dopo il decreto Sblocca Italia, sia stato possibile creare un Albo dei cittadini disposti a rendersi attivi a partecipare ad alcune attività previste, come la manutenzione di strade e parchi. I cittadini che aderiscono a questi progetti ricevono il sostegno da parte del Comune e la riduzione della Tari del 50%. Molto apprezzato anche il progetto dell’architetto Ravazzi che, facendo parte del gruppo di lavoro G124 (gruppo del senatore Renzo Piano sulle periferie e la città che sarà), ha raccontato la sua esperienza di riqualificazione di una zona della periferia romana, mostrando il video del progetto “Sotto il viadotto”.

Tutte le esperienze sono unite da un filo che collega le varie realtà, l’amore per la propria città e il volersi riappropriare degli spazi pubblici abbandonati a loro stessi, perché possano rivivere ed essere utilizzati al meglio dalla comunità. Ma c’è anche un aspetto negativo presente in ogni città: la burocrazia, lenta e piena di cavilli, e la comunicazione con il Comune. C’è chi propone cambiamenti a livello nazionale e, forse, utopici, come il cambiamento delle regole edilizie per poter rimuovere dell’amianto e mantenere la sostenibilità edilizia. Altri invece pensano ad una modifica degli uffici organizzativi, ipotizzando un solo referente a zona, per poter creare un patto di cittadinanza attiva senza dover confrontarsi e discutere con troppi rappresentanti comunali.
Le proposte sono tante, e si sviluppano nella mattinata di sabato 16: c’è chi chiede un ingresso facilitato per l’associazione Nuova Terraviva, bloccata da una zona a traffico limitato e chi, come il centro sociale la Resistenza, vorrebbe la messa in sicurezza della struttura dopo il terremoto, poiché le associazioni culturali non sono in grado di finanziare da sole questi lavori.
Ci si divide in gruppi, per capire cosa è realmente possibile realizzare e quali sono le difficoltà legate alla macchina organizzativa e burocratica. E sorgono i dubbi. Per esempio: è possibile immaginare un coinvolgimento attivo e partecipate del cittadino se il progetto non è ristretto a un parco o a un area fisica, definita e contingentata, ma si amplia – come quello proposto Patrizia Moretti – al terreno esteso della tutela sociale e per questo prefigura un carattere di organicità e continuità? Tanti punti su cui confrontarsi, scade il tempo e i tavoli cambiano, nuovi volti e nuove proposte che, raccolte al termine degli incontri, saranno analizzate e studiate dal Comune, per creare strumenti adatti alla collaborazione dei cittadini con i tecnici comunali, per rendere Ferrara sempre più nostra.

LA RIFLESSIONE
La semplificazione

Ricordo un ministro per la Semplificazione normativa, un certo Calderoli, chirurgo maxillo-facciale prestato alla politica, che aveva promesso la semplificazione della burocrazia e che si era elettoralmente riscaldato al rogo di non so quante migliaia di leggi e norme dichiarate obsolete.
Senza giungere però a cassare l’avviso dell’avviso. Ti avviso che ti ho avvisato.
Si tratta di uno zelo o scrupolo sancito da una sentenza del 1998 della Corte costituzionale, nel caso in cui la notifica di un atto giudiziario non venga recapitata direttamente nelle mani del suo destinatario o di qualcuno che si impegni a fargliela pervenire.
Sarà capitato a tanti, immagino, al rientro a casa di trovare nella cassetta della posta una striscia di carta bianca con la quale le Poste italiane avvisano dell’esistenza di una Raccomandata A.R. di cui non è stato possibile effettuare il recapito per assenza del titolare o di persone abilitate a ricevere l’atto. E vi si avvisa che ‘l’avviso di giacenza’ è stato immesso in cassetta. E dove se no, visto che proprio lì l’avete trovato?
Ora siete informato che avete sei mesi di tempo per recarvi all’ufficio postale indicato per ritirare l’atto che vi riguarda, cosa che tutti facciamo con una certa celerità, ansiosi di sapere se si tratta di una contravvenzione o di qualcosa d’altro del tutto inaspettato. Comunque che vi diate da fare o meno, che abbiate scoperto o meno il foglietto bianco nella buca della posta, trascorsi dieci giorni, la ‘notificazione’ è data per eseguita, c’è scritto sempre sul foglietto bianco che avete appena prelevato dalla vostra cassetta.
E allora perché il giorno dopo vi arriva dalle Poste italiane un’altra Raccomandata A.R. che all’interno custodisce una striscia bianca perfettamente identica a quella che il giorno avanti avete rinvenuto nella vostra cassetta postale?
Vi hanno preso per insipiente? Se poi le Poste danno comunque per notificato l’avviso di deposito dopo dieci giorni, a cosa serve questa ulteriore raccomandata, che per un attimo vi fa pensare d’essere improvvisamente perseguitato da una catena di atti giudiziari?
Il tutto perché la materia del recapito degli atti giudiziari è disciplinata dall’art. 8, secondo comma, della legge n. 890 del 1982, comma ritenuto incostituzionale dalla Corte Costituzionale, che nel caso di mancata consegna ha imposto l’invio della ‘Comunicazione di Avvenuto Deposito’ per raccomandata con avviso di ricevimento.
Si tratta di quelle disposizioni che hanno tanto il sapore della capziosità dell’avvocato Azzeccagarbugli di manzoniana memoria. Perché, se trascorsi dieci giorni devo comunque considerarmi notificato, l’ulteriore raccomandata non è altro che un leguleio spreco di tempo e di denaro.
Mi rifiuto di immaginare l’accumulo di strisce bianche e di buste dalle gamme di verdi impossibili, quasi da autostoppista galattico, nella cassetta delle lettere di un destinatario assente contumace ai reiterati avvisi dell’avviso.
C’è addirittura una letteratura nelle AVVERTENZE che stazionano entro finestre, due per dieci, sulle buste rettangolari del ‘Servizio notificazione atti giudiziari/amministrativi’ e sulla conseguente ‘Comunicazione di avvenuto deposito’, vere e proprie trame da scriverci un romanzo, se si pensa ai personaggi e ai luoghi che evocano.
Intanto il protagonista che deve giungere nelle mani del suo destinatario assume l’identità fascinosa di ‘plico’, deve essere assolutamente consegnato all’intimità di una persona di famiglia, e qui la storia si dipana tra i conviventi, anche quelli dai legami deboli come possono essere conviventi solo temporanei, fino alla servitù della casa o persone al servizio del destinatario, e allora si possono immaginare gli intrighi di dimore patriarcali. C’è pure il dramma della malattia mentale, il plico rifiuta il soccorso di mani psicolabili o irresponsabili come quelle dei giovinetti al di sotto dei quattordici anni. Ma non disdegna il portiere dello stabile, altro personaggio di rilievo, quasi medium magico, che mai deve mancare in tutte le favole che si rispettino.
Alla fine, se tutti gli sforzi risultassero vani, nel tentativo di giungere tra le mani dell’eletto, al povero plico non resta che l’ingrato destino d’essere rinchiuso nella gabbia della cassetta postale, in febbrile attesa d’essere liberato.
Ma le avvertenze prevedono anche un altro finale per il plico, quello di essere affisso alla porta d’ingresso del suo anelato destinatario, come una sorta di editto esposto allo sguardo di tutti alla faccia dell’odiosa privacy.
Forse ‘semplificazione’, al contrario di quanto la parola, quasi fosse un falso amico, suggerisce, è davvero troppo complicata da realizzare. Così perdura la sovranità della carta ai tempi della rivoluzione tecnologica, che poi tanto rivoluzione evidentemente ancora non è.

I gettoni degli amministratori, un promemoria per il nuovo anno

Sui giornali, e anche nella rete, nelle settimane scorse si è parlato con insistenza dei gettoni degli amministratori pubblici, da Roma fino alle più remote periferie dello stivale, a volte a ragione, altre un po’ meno, a volte, ancora, a torto. Se n’è parlato con insistenza, ma il dato preoccupante è che si rimane alla superficie del problema e così, dopo un po’, tutto va nel dimenticatoio e la pubblica opinione lasciata a periodiche e cicliche arrabbiature. E la questioni restano insolute.
In pochi continuano a sottolineare e a richiamare la ruggine del modello organizzativo della pubblica amministrazione, le molteplicità delle sovrastrutture nei livelli istituzionali e gli eccessi degli enti e delle società di gestione della cosa pubblica.
Infatti ci troviamo di fronte ad una mastodontica macchina pubblica quasi impossibile da gestire nei diecimila meandri in cui si sviluppa, e anche ad una periferia dei territori pieni di incongruenze, di farraginose relazioni, di spezzettamenti, di ruoli e funzioni allocati in siti impensabili e, quindi, siamo di fronte ad un marasma difficilmente dipanabile.
Anche l’informatica più avanzata, i software e gli hardware di nuova generazioni e le più avanzate strumentazioni del web non riescono quasi più ad affrontare un caos da big bang.
Non è più possibile avere più di ottomila municipi, più di ventimila municipalizzate e partecipate, decine di migliaia di consulenze, autonomie e statuti speciali disseminati ovunque, pezzi di pratiche e di procedure dormienti nei corridoi degli uffici pubblici e quegli intrecci che fanno impazzire il cittadino, ormai sfinito dal ‘pellegrinare’ da un ufficio all’altro per un certificato e un’autorizzazione.
Nel riportare questi fatti ci si ferma solo a quanti soldi prendono, se troppo o troppo poco, i tantissimi mandarini incuneatisi nelle burocrazie pubbliche, oltre alle ricollocazioni dei fine mandati di amministratori e dirigenti.
Certo non è un bel vedere, anche per le storture e i privilegi di alcune nicchie di cui si sente di questi tempi, ma quello che serve è altro. Serve alleggerire e snellire la macchina e l’organizzazione. Serve trovare la giusta dimensione per le governance, servono vere competenze, individuare gli obiettivi, un linguaggio comune, dare struttura ai costi, riallocare le risorse, avere le certezze e quanto serve per l’efficienza e per l’economicità, oltre all’efficacia.
Da non dimenticare l’auditing, e chi non ci sta può restare a casa. Parole sante, direbbero i più, ma quante volte le abbiamo sentite e dopo tutto come prima, o quasi? Ferrara, Cuneo e Verona comprese.
E’ vero che il dire spesso non sta nel fare, che resistere ormai è il tema dominante per non intaccare ataviche incrostazioni e fortezze cristallizzate, ma dobbiamo sapere tutti che se rimaniamo ancora così non ci resterà che allargare le braccia e rassegnarci al peggio.
La sfida sta nel cambiare, nel cambiare verso una strada possibile. Ma quanta fatica, anche nel nostro domestico.

L’INCHIESTA
Siae: c’è chi dice no. L’avvocato Aliprandi: “Troppa burocrazia, poca trasparenza”

Un’inchiesta in cinque tappe per approfondire le ragioni delle critiche nei confronti della Società italiana autori ed editori.

3. SEGUE Oggi la parola passa a Simone Aliprandi, avvocato esperto in materia di diritti d’autore, specializzato in creative commons, copyleft e open source.

Perché si oppone alla Siae?
Io tecnicamente non mi oppongo alla Siae e ci tengo a precisarlo una volta per tutte. L’attività che svolgo sul tema Siae ha squisitamente un intento divulgativo e informativo. E se spesso i miei interventi si soffermano su aspetti critici del modello Siae è perché appunto questi aspetti critici stanno iniziando a raggiungere l’attenzione del grande pubblico, anche grazie ad attività di informazione come quella svolta da me e da altri colleghi. Ad ogni modo, non amo molto essere qualificato come uno genericamente contro la Siae. Innanzitutto perché essere contro la Siae in sé non ha molto senso; la Siae è un’istituzione pubblica e quindi si comporta in un determinato modo perché la legge italiana ed europea glielo consente. Poi bisogna anche dire che la Siae fa un lavoro prezioso (quello dell’intermediazione dei diritti d’autore) che qualcuno deve pur fare; che questo lavoro si possa fare con metodi più moderni ed efficienti è un’altra questione.

In base alla sua esperienza di consulente, quali sono le principali richieste o problematiche che gli artisti che revocano la loro iscrizione, o che non si iscrivono affatto, incontrano?
Una delle motivazioni più ricorrenti è di carattere banalmente economico. Essere associati o mandanti Siae ha dei costi fissi, mentre gli introiti che un autore può ricevere come proventi Siae sono commisurati a quanto le sue opere vengono effettivamente utilizzate. Ne consegue che, salvo il caso di opere di particolare successo, molti autori si trovano a versare in quote annuali più di quanto raccolgono. Da lì la legittima domanda: “Ma allora che senso ha?!”
Un’altra motivazione, che possiamo definire più tecnica, è il passaggio ad un’altra collecting society estera alternativa alla Siae. È questo il caso, ad esempio, di autori che hanno esigenze particolari, legate al tipo di mercato cui si rivolgono e al tipo di utilizzazioni che vengono fatte delle loro opere.
Infine, inutile negarlo, c’è anche una motivazione essenzialmente ideologica. La Siae, proprio a causa dei suoi punti dolenti (eccessiva burocrazia, poca trasparenza) non riscuote sempre grande simpatia tra gli utenti e questo fa sì che molti preferiscano prenderne le distanze.

Che cos’è il copyleft?
Il termine copyleft nasce negli anni 80 in seno al movimento del software libro e può essere oggi utilizzato con vari significati. Nel suo senso più ampio fa riferimento ad un modello alternativo di gestione del diritto d’autore attuato con l’applicazione di licenze che consentano la libera ridistribuzione delle opere e in alcuni casi anche la loro modifica. Le licenze più note su questo modello sono le licenze del progetto Gnu per quanto riguarda il software e le Creative Commons per tutti gli altri tipi di opere creative.

Quanto è diffuso questo modello?
E’ difficile quantificare, dato che le opere rilasciate con licenze open sono sparse per tutta la rete. Però basti pensare che, per qualsiasi ricerca venga fatta su Google, tra i primi risultati si trova quasi sempre una contenuto sotto licenza Creative Commons: cioè una voce di Wikipedia. L’enciclopedia libera che tutti siamo ormai soliti consultare è infatti uno degli esempi di maggior successo del modello copyleft. E se consideriamo che ad oggi la versione inglese di Wikipedia contiene più di 4 milioni e mezzo di articoli…

Auspica una fine del monopolio Siae dei diritti d’autore? Pensa sia possibile?
In generale i monopoli legali (cioè creati dalla legge) non sono segno di un sistema economico molto moderno. Ma c’è sempre il rischio che la liberalizzazione di un servizio faccia ancora più danni se non fatta con le dovute accortezze. Quello che auspico è che si arrivi ad una seria riflessione sulle nuove esigenze poste dai nuovi mercati digitali e globalizzati e che quindi si faccia una legge che ponga le giuste basi per un’evoluzione liberalizzata e concorrenziale dell’intermediazione dei diritti d’autore. Da un po’ di tempo si discute di una imminente direttiva europea che ponga i principi di base affinché tutti gli stati dell’Ue che ancora hanno situazioni di monopolio siano tenuti a innovare le loro normative. E vista l’inerzia del legislatore italiano in materia di diritto d’autore, l’intervento dall’alto dell’Unione Europea sembra l’unica soluzione.

3. CONTINUA [leggi la quarta puntata]

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Precedenti articoli dell’inchiesta:

Le cattive compagnie

Chi ha avuto a che fare con una compagnia telefonica avrà levato gli occhi al cielo più di una volta.
Per concludere un contratto e avere un servizio, cioè per incassare soldi, qualsiasi operatore può impiegare anche solamente una decina di minuti.
Il tempo necessario per apprezzare i benefici di una tecnologia in grado di facilitare la vita in modo sorprendente.
Poi, dal momento in cui hai messo la firma sopra un foglio, inizia la via crucis.
Possono anche trascorrere mesi prima che qualcuno si faccia vivo e venga a casa per montarti l’attrezzatura arrivata per posta e per la quale hai implorato l’aiuto di un tecnico, perché fra cavi e libretti d’istruzioni, la cui lettura implica tempi di vita davvero poco saturati, uno non sa da che parte girarsi.
Così si entra nel meraviglioso mondo del wifi.
Quando poi si arriva al momento di disdire anche solo una parte del servizio, ad esempio una chiavetta che non si usa, la via crucis si fa anche in salita degna del tour de France.
Torni dall’operatore che ti ha fatto il contratto, il quale ti dice che è semplicissimo. Basta collegarsi in internet sul sito della compagnia e disdire ciò che non serve, oppure ti indica una seconda strada che, anche facendosela spiegare più volte, non si capisce quale sia.
“Ma non potrebbe collegarsi lei direttamente in rete e, dati contrattuali alla mano, farmelo ora?”, domandi. Purtroppo l’operatore ti risponde che non può farlo e nemmeno è possibile parlare con un essere umano che ti faccia la procedura.
Torni a casa e provi. Sul sito della compagnia telefonica per orientarsi servirebbe una guida alpina. Si può addirittura arrivare a chattare con un ignoto operatore, il quale ti sottopone una batteria di domande da fare perdere il senso dell’orientamento. E non solo, per la verità.
Può capitare che l’operatore, che per comodità potremmo chiamare Cristina, mosso da pietà ti chiami pure.
Finalmente, si potrebbe pensare. Nulla di più sbagliato. La telefonata si dimostrerà per niente risolutiva, perché nemmeno la pur suadente Cristina ti dice che può farlo personalmente e che devi ritornare a complulsare il sito della compagnia telefonica. Ha accesso a tutti i tuoi dati contrattuali personali, forse anche quante volte ti soffi il naso in un giorno, ma quella cosa non è abilitata a farla. Salvo, al termine della conversazione, chiederti di valutare da uno a dieci il grado di soddisfazione dell’assistenza.
Dopo ulteriore tempo indefinito di navigazione senza meta e dopo aver oltrepassato barriere di username, password, batterie di domande fino a: “il tuo amico preferito nella vita”, e levato inutilmente gli occhi al cielo per invocare assistenza divina, alzi infine bandiera bianca.
Non rimane che la strada legale, viene da dire, per la ovvia gioia di avvocati e associazioni di consumatori.
Prima considerazione conclusiva: si sbaglia a pensare che burocrazia e muri di gomma siano un problema unicamente della pubblica amministrazione italiana, perché questa cortina fumogena alzata ad arte parla da sola su trasparenza e semplificazione anche nel privato. La formula magica “Customer satisfaction”, non a caso declinata in inglese, assomiglia più alla presa in giro che alla soddisfazione del cliente.
Seconda considerazione conclusiva: mi pare che esperienze come queste siano lo specchio esatto di un Paese, che ha sempre visto i cittadini non come soggetti di diritti ma come delle mucche da mungere.
Il 4 novembre si celebra la festa dell’unità nazionale. Ecco, sarebbe meglio piantarla con i fiumi di retorica sul sentimento di coesione nazionale e cominciare, piuttosto, a far sentire i cittadini italiani meno estranei e più in casa loro, almeno nel proprio Paese.

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

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