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Vite di carta. Non ci sono santi, maschere sì: Veronesi e Romagnoli due libri a confronto

Sto leggendo contemporaneamente due libri, La forza del passato di Sandro Veronesi [Qui] e Non ci sono santi di Gabriele Romagnoli [Qui]. Non mi succede spesso di portare avanti letture parallele, ma in questo periodo ho un buon motivo per farlo (ricostruire alcuni incontri avvenuti quando ero in servizio al mio Liceo) e poi mi diverte scoprire i punti di contatto tra due libri così diversi.

Nel primo il narratore-protagonista, Gianni Orzan, racconta, mentre la vive, la fase più strampalata della sua esistenza. Uno sconosciuto lo avvicina e in più occasioni gli svela il passato di suo padre morto da poco, con rivelazioni che a ogni puntata paiono sempre più assurde: era una spia russa comunista, che aveva vestito i panni di un militare dell’esercito italiano e che per tutta la vita si era nascosto sotto una falsa identità anche al figlio (ma non alla moglie che sapeva la verità).

Il secondo contiene i resoconti che Romagnoli fa del suo giro attraverso l’Italia e delle strane figure di Italiani in cui si è imbattuto, tutte vere, in carne e ossa, anche se finiscono per essere le undici Maschere paradossali, che meglio rappresentano la natura italica antica e nuova.

I libri li ho davanti a me come due grandi mosaici e mi diverte accendere le tessere che si richiamano tra loro, guardandole ora di qua, ora di là nei punti del disegno narrativo in cui si trovano. Ora accendo per esempio quelle che fanno luce su due padri che si somigliano: da una parte illumino la figura del padre misterioso di Gianni Orzan, dall’altra il Generale che Romagnoli incontra a Trieste e che, nel capitolo L’inverno del generale o dell’invecchiamento, racconta le fasi della propria vita e la sua recente felicità.

Maurizio Orzan si chiamava in realtà Arkady Fokin, era un giovane ufficiale del controspionaggio di Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale ed “era una specie di genio”; a lui era stata affidata una missione estrema: assumere l’identità di un italiano, entrare nei servizi segreti militari italiani e mantenere una posizione di comando tramite regolare carriera. Missione di importanza radicale nel periodo della divisione in due blocchi che stava interessando l’Europa dopo la fine della guerra.

Missione che Maurizio Orzan aveva portato avanti fino all’ultimo dei suoi giorni, dietro la maschera di padre severo e di democristiano incallito. Inevitabilmente in disaccordo con il figlio. Veronesi racconta benissimo lo straniamento che questa verità provoca in Gianni Orzan, la sua destabilizzazione totale. Anche se Gianni, che è uno scrittore di libri per ragazzi, alla fine sa ritrovare un nuovo equilibrio personale e familiare e si destreggia a tessere una nuova osmosi tra il vero della sua vita tutta rivisitata e il verosimile dei suoi libri.

non ci sono santi 2006Del vecchio Generale  Romagnoli deve avere cambiato il nome, ma non i fatti della vita, non le parole dette durante il loro incontro nel centro di Trieste. Il Generale ha una giovanissima moglie cubana che lo rende felice, ma racconta che le due figlie “indipendenti e progressiste”, che gli hanno dato anche dei nipoti, non la vogliono conoscere e anzi si rifiutano di incontrare anche lui. Imprigionate nello stereotipo della vecchiaia come ultimo e decadente stadio della vita, non gli perdonano di avere aperto invece un nuovo ciclo nella propria esistenza.

Ma il discorso che rende il Generale ancora più simile a Maurizio Orzan è un altro. Anche ora sorrido mentre rileggo questo passo, in cui Romagnoli, dopo averlo ascoltato mentre ripercorre la sua lunga carriera a partire dalla avventurosa campagna d’Africa nel 1941, conclude: ”Non capì mai l’Esercito e l’Esercito non capì lui. Non sapevano, per esempio, che era comunista. Non si limitava a votare comunista, aveva proprio la tessera”. Bel colpo e bella Maschera sul volto del generale.

Dalla somma di ritratti come questo Romagnoli ricava il quadro di una sorprendente Italianità, ancora più straniata per lui che gira il Belpaese dopo essere stato a lungo all’estero e perciò percepisce se stesso come un alieno e gli Italiani con cui dialoga come lo specchio dell’Italia di oggi. “Un paese che gioca con le illusioni, si convince di avere un futuro perché ha avuto un passato. E non si accorge del declino, che non è quello raccontato dalle cifre dell’economia.” È un sogno nel cassetto della avvocatessa laureata a pieni voti che sogna di apparire come soubrette in tv; sono le consapevoli bugie del maresciallo di Varazze, che mette insieme notizie improbabili e le divulga ai giornali. È un Paese che ha accettato di barattare la realtà con la rappresentazione.

Di mercoledì una settimana fa, dopo avere fatto la spesa consueta al mercato nella piazza del mio paese, sono stata di nuovo in banca. L’incontro è durato quasi due ore e ne sono uscita provata, con addosso una stanchezza sconosciuta. Quanti numeri percentuali, quante schermate di computer piene di parole lontane dal mio mondo, o del lessico bancario, o dell’inglese della tecnologia e del software.

Mi sono domandata che moneta ho io da spendere in un mondo così. Che chiocciola sono e quale casa porto con me sulle spalle. Porto con me l’interesse alle situazioni che formano i destini. Ne conosco tantissime, quelle che mi sono capitate e quelle che ho letto nei libri. Alla pari. Porto anche l’abitudine a decifrare le dinamiche del comunicare; so riconoscere se il direttore della filiale spara i paroloni che solo lui conosce, perché è a corto di argomenti. Riesco a fare presente al momento giusto quello che la normativa dice a mio favore e me la cavo, per stavolta.

Altre volte ho saputo riconoscere nei miei interlocutori certe timidezze mascherate da fredda competenza, da moti di ostentata spavalderia. E sempre più spesso, se vedo l’altro in difficoltà, mi vengono le parole giuste per metterlo a proprio agio, farlo sentire accolto nella interlocuzione. La letteratura avvicina alla vita, anche a quella pratica, anche quando da un incontro bisogna portare a casa un risultato e un utile. Lo fa con dinamiche tutte sue e, anche se è la cosa più disinteressata che io conosca, sa arrivare a un piccolo successo, un ‘profitto’. Se non altro esercita alla tolleranza. Permette di risalire dalla piccineria di un atteggiamento contingente alle potenzialità delle persone che, più spesso di quanto si creda, è collocata in un punto più alto.

Credo di avere condiviso nella mia maturità quello che dice Romagnoli in una delle ultime pagine: oltre le differenze e la varietà delle esistenze le altre persone ci riguardano.
Dal libro di Veronesi invece traggo una riflessione bellissima che il protagonista fa quando riceve la visita di sua madre, mentre si trova in ospedale con una spalla rotta. Vuole farle capire che ora anche lui sa la verità su suo padre, ma prima di far uscire le parole pensa di dirle:

“Dev’essere stata ancora più dura per te, che non sei mai stata russa, comunista, mandata in missione, per te che eri solo una ragazza piccolo borghese del Nomentano… Eppure, in un certo senso, deve essere stato anche più facile, poiché per te si è trattato di amare e non d’altro… Tu quello sapevi fare, amare, e quello hai fatto: hai amato, e sei andata avanti amando, senza stare a distinguere cosa c’era di vero e di finto. Per te è stato tutto vero, in fondo, perché per non sbagliare, davanti a quella vita così complicata, hai amato tutto”.

I libri a cui faccio riferimento nel testo sono:

  • Sandro Veronesi, La forza del passato, Bompiani, 2000
  • Gabriele Romagnoli, Non ci sono santi. Viaggio in Italia di un alieno, Mondadori, 2006

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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