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Vite di carta /
Le vite nel “Canto della pianura” di Kent Haruf

Vite di carta. Le vite nel Canto della pianura di Kent Haruf

Sentivo il bisogno di immergermi in altre vite e le ho trovate nel Canto della pianura di Kent Haruf, il primo romanzo della Trilogia della Pianura pubblicato nel 1999 che ha consacrato la scrittura di Haruf.

Non sono esperta di narrativa americana del Novecento, ritengo tuttavia che la sua sia una scrittura di grande qualità. Un lettore più preparato di me, Eraldo Affinati, dice in copertina che nel libro “si sente il ritmo di Hemingway, l’epica di Faulkner e la malinconia di Čechov“.

Sono in grado di cogliere solo il primo dei riferimenti, avendo letto in gioventù quasi tutti i romanzi di Hemingway e soprattutto I quarantanove racconti, i primi a cui va la mia memoria. Ricordo il ritmo della vita quotidiana e la brevità di alcuni segmenti temporali immessi nel racconto. Testi fatti di dettagli, costruiti per accumulo di scatti fotografici con il punto di vista del personaggio e fatti di parole straordinariamente visive.

Così nel Canto di Haruf una treccia di vite si forma sotto i nostri occhi dentro la cittadina immaginaria di Holt, in Colorado. Ci sono i due fratellini Ike e Bobby, i loro genitori che si stanno separando, la giovane Victoria nei mesi della sua gravidanza e dopo, quando gli anziani fratelli McPheron la accolgono nella loro casa.

C’è una insegnante benefattrice che tiene unite le vite nella treccia con la sua sollecitudine volitiva.

Spicca la violenza proterva di una famiglia, padre-madre-figlio liceale, che conoscono sono la volontà di imporsi sugli altri con la forza e con la menzogna, quel tipo di americani che stiamo conoscendo dai telegiornali.

Il montaggio alternato del romanzo ci induce a passare da una protagonista all’altro, spingendoci a spostare l’attenzione sui fatti che accadono a ognuno di loro e ad aggiornare di volta in volta il loro vissuto. A unire le loro storie è lo spazio in cui vivono, è il tempo della vita quotidiana che ci viene restituito dalla scrittura di Haruf.

Da un lato le case e le strade della cittadina, dall’altro la pianura sono il dentro e il fuori di ogni vita: vediamo i percorsi urbani che come circuiti prestampati aspettano i personaggi presso le stazioni della scuola, del bar, del luogo di lavoro.

Le giornate sono fatte di incontri più o meno abituali e di azioni più o meno collaudate, le abitudini a un tratto messe da parte da un elemento che le perturba.

Le situazioni famigliari si percepiscono difficili anche solo per una parola non detta, un silenzio che si prolunga o uno scorcio sulla solitudine in una stanza in penombra.

Anche la pianura che si stende attorno a Holt è paesaggio che determina, simbolo della accettazione di ogni destino.

Quando Victoria, dopo un periodo a Denver, sceglie di tornare dai fratelli McPheron per partorire la sua bambina, ciò che vede dalla corriera entrando nella contea di Holt è “la campagna…di nuovo piatta e sabbiosa, con i suoi boschetti di alberi rachitici intorno a fattorie isolate e le sue strade sterrate che andavano esattamente da nord a sud, come le linee in un libro illustrato per bambini”.

In una di queste fattorie isolate Victoria sta tornando per fermarsi a vivere e a dare la vita, così come le accade intorno: “c’erano le recinzioni in filo spinato lungo i fossi rettilinei in cui le mucche pascolavano con i loro vitellini e qua e là una giumenta fulva con un puledro appena partorito”.

A rendere l’interiorità di ogni personaggio provvedono i gesti a cui assiste o che fa, il vento che soffia, il corpo degli animali allevati nelle fattorie, le stelle che “infinite e distanti” emanano una luce bianca.

Il contesto è reso con tale lucidità da non poter essere accostato che a quel sentimento, a quello stato d’animo. Presentato quando è già in atto.

La scena finale restituisce una volta di più la coralità in cui vivono uomini, animali, cime degli alberi e vento. “Diciassette miglia a sud di Holt” è una sera di fine maggio, la veranda della fattoria dei McPheron e il cortile recintato accolgono la brezza gradevole nell’ora prima di cena. Ci sono i ragazzini e gli adulti e c’è la nuova vita della bambina.

È tempo che ritorni dentro la mia, con il viatico della brezza ritrovata.

Nota bibliografica:

  • Kent Haruf, Canto della pianura, Enne Enne Editore, 2015 (traduzione di Fabio Cremonesi)

Cover: https://pixabay.com/it/images/search/colorado/

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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