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Vite di carta. Se a Spinoza viene negato il caffè

Oggi c’è un tempo meraviglioso. E’ mercoledì e tra le bancarelle del mercato al mio paese si infilano strisce di cielo blu. Da queste parti sono rare le giornate così limpide, c’è un venticello frizzante che fa pensare alla primavera, a certe giornate di marzo e alle loro promesse.

Deve essere per il clima tanto gradevole che sto incontrando più carrozzine del solito, intendo quelle che amorevoli badanti conducono con a bordo il loro anziano passeggero. In realtà è una signora piuttosto avanti negli anni quella che si sta avvicinando; la conosco di vista da sempre, ma è oggi il giorno in cui mi fermo un momento a commentare con lei questo sole così tiepido.

Conosco la sua giovane badante, viene dalla Polonia e dal primo istante in cui l’ho vista mi ha ricordato la bella canzone di Baglioni Le ragazze dell’est. Anche quando mi ha raccontato dei suoi due bellissimi bambini, che purtroppo va a trovare poche volte all’anno e che vivono con la nonna, ho continuato a vederla come una bambina delicata. Di lei mi piacciono la premura e la dolcezza. L’ho vista ‘lavorare’, sprigionare verso l’anziano di turno una pazienza antica da figlia e madre insieme.

Niente caffè per Spinoza si insinua piano piano nel venticello di questa giornata e mi riporta il vento di Livorno e la luce accecante dello studio del professor Luciano Farnesi. È un libro intenso e toccante, l’ho letto la scorsa estate e lo sto rileggendo in preparazione dell’incontro con l’autrice, la violoncellista e ora scrittrice Alice Cappagli.

Dentro ci sono alcune vite che si incontrano e convivono per un tratto di strada, prima di tutto quella dell’anziano professore di filosofia che da tempo ha perduto la vista e quella della sua giovane badante, che per contratto deve non solo accudirlo ma anche leggere per lui. Attorno si muovono le vite di familiari e amici del professore; quanto a Maria Vittoria, la governante, gli affetti sono pochi e inautentici e il suo vissuto familiare fa acqua da tutte le parti.

I due si abituano gradualmente alla convivenza: Maria Vittoria impara ad assecondare le esigenze del professore, lo nutre con piatti delicati ma gustosi, gli pulisce la casa e gli prepara l’amato caffè. Lo rispetta e ne ammira l’attitudine a speculare, a far lievitare i piccoli fatti della vita quotidiana accompagnandoli con le letture dai libri prediletti.

Marvi interrompe allora la farcitura dei pomodori, si asciuga le mani e rintraccia il volume che il professore intanto le localizza sugli scaffali della vasta libreria. Pascal, Epitteto, Seneca e Spinoza, per citare i filosofi che lui ama di più, fanno breccia nello studio attraverso la voce di lei. Le prime volte Marvi legge con timidezza, poi impara a lasciarsi attraversare dalle massime che escono dai libri: la percorrono i significati, le piacciono i suoni che pronuncia.

Il suo romanzo di formazione, di questo si tratta in fondo, procede a braccetto con la decadenza fisica del professore; lui le insegna come ritrovare la consapevolezza di sé, lei gli dedica tutta la comprensione, il rispetto e la solidarietà di cui è capace. E’ diventata una allieva arguta, tanto che è sua l’iniziativa di negare a Spinoza uno dei tanti caffè che prepara per il professore ed i suoi amici mentre discutono insieme di filosofia morale. Ridono alla sua battuta: Spinoza “non è quello che si è beccato la maledizione?”. Meglio escluderlo dalla gradevole bevanda, non restasse mai sullo stomaco!

Le scelte che Marvi farà, di riprendere a studiare, di separarsi dal marito che la umilia, prendono forza durante le giornate nella casa ventosa del professore. E’ una donna nuova, quella che sostiene il professore nei suoi ultimi giorni, quando “la vita è proprio come un arazzo scolorito dai raggi del sole“. Quando segue la lettura di alcuni Pensieri di Pascal al funerale del professore pensa a lui senza tristezza, sente di essere venuta ad “accompagnare un’anima che alla fin fine sapeva vedere l’invisibile“.

Appena tornata a casa riapro il libro. C’è un pensiero che voglio ritrovare, al di là del bel rapporto umano tra Marvi e il professore. Di un legame così, affettuoso e complice, ho avuto la prova anche poco fa nel mio incontro con la vecchia signora e la sua badante bambina.

Per fortuna ho segnato i passi che mi sono sembrati più toccanti e ora posso dare forma a quello che Marvi legge verso la fine del libro; è un pensiero di Pascal richiesto dal professore, forse uno di quelli che la figlia ha letto durante il suo funerale. Dice così: “Fra noi e l’inferno o il cielo non vi è frammezzo che la vita, che è la cosa più fragile del mondo“.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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