NO: la parola che difende ciò che conta
NO: la parola che difende ciò che conta
Aspettavo come tutti l’esito del voto al referendum e riflettevo sulla vita democratica di un Paese, in cui una piccola parolina può diventare un bivio. Accade ogni volta che siamo chiamati a votare per un referendum, e accade soprattutto quando il quesito tocca la struttura stessa della nostra convivenza civile.
Il referendum sulla separazione delle carriere ci chiedeva di scegliere tra un “sì” che promette “semplificazioni” e un “no” che difende equilibri delicati. Un “no” che nasce dalla consapevolezza che la giustizia non è un meccanismo da smontare e rimontare con leggerezza. Un “no” che si fonda sulla protezione di un principio: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Pertanto è un “no” che non chiude, ma custodisce.
Ed è proprio da qui che vale la pena partire: dal valore profondo di questa piccola parola che, quando serve, diventa un argine, un gesto di responsabilità
Viviamo in un’epoca che celebra il consenso, la disponibilità, l’adattamento. Dire “sì” è facile, rassicurante, quasi automatico. Dire “no” richiede invece un atto di coscienza. Significa assumersi il peso della scelta, accettare l’impopolarità, difendere un principio anche quando la corrente va altrove.
Il “no” è un confine. E i confini, in democrazia, non sono muri ma garanzie.
Permettetemi quindi un breve excursus tra alcuni famosi “no” della letteratura che hanno fatto anche la storia e che hanno plasmato la coscienza collettiva.
La letteratura ci ha regalato alcuni dei rifiuti più potenti mai pronunciati. Rifiuti che non distruggono, ma illuminano. Rifiuti che non negano, ma affermano.
Il “No, grazie!” di Cyrano
Nel celebre monologo di Rostand, Cyrano rifiuta protezioni, favori, scorciatoie. Il suo “no” è un atto di fierezza: meglio perdere restando integri che vincere tradendo sé stessi. È un rifiuto che non isola, ma eleva. Ricordate?
Orsù che dovrei fare?
Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,
e dell’edera a guisa che dell’olmo tutore
accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi invece di salir per forza?
No, grazie!
Dedicar com’usa ogni ghiottone,
dei versi ai finanzieri? Far l’arte del buffone
pur di veder al fine le labbra di un potente
schiudersi in un sorriso benigno e promettente?
No, grazie!
[…]
E che dire del famoso “preferirei di no” di Bartleby lo scrivano melvilliano?
In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro che gli è stato assegnato ma, a un certo punto, si rifiuta di svolgere altri compiti, sconcertando il suo capo con la risposta “preferirei di no” (nell’originale, “I would prefer not to“). Poi smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase: preferirei di no.
Con quella frase ripetuta come un mantra il mite scrivano di Melville oppone alla prevaricazione una resistenza silenziosa. Non urla, non spiega, non combatte. Semplicemente si sottrae. Quel “preferirei di no” è un rifiuto che disarma perché non è aggressivo: è un’affermazione di dignità in un sistema che vorrebbe ridurre l’individuo a funzione.
Poi ci sono alcuni no pronunciati a costo della vita come quello del poeta russo Osip Mandel’štam
Il poeta disse “no” a Stalin con una poesia. Una poesia che ritraeva il dittatore con immagini feroci, irridenti, imperdonabili. Quel “no” gli costò tutto: la libertà, la salute, la vita. Eppure, proprio per questo, resta uno dei rifiuti più luminosi del Novecento. La parola che non si piega al potere.
Viviamo senza sentire sotto di noi il paese
a dieci passi le nostre voci sono già belle e sperse
e dovunque ci sia spazio per quattro chiacchiere
si dà una mezza conversazioncina
là ti ricordano il montanaro del Cremlino
le sue tozze dita come vermi grassi
come pesi di ghisa le sue parole esatte
se la ridono gli occhioni di blatta
e rilucono i gambali dei suoi stivali.
Attorno una masnada di gerarchi dal collo fino
i favori di mezzi uomini sono il suo trastullo
chi fischia, chi miagola, chi frigna
lui solo spauracchio e picchia
un decreto dopo l’altro elargisce come ferro di cavallo
a chi nell’inguine, a chi in fronte, a chi nell’occhio
o al sopracciglio
è una pacchia ogni esitazione che decreta
e un largo petto di osseta.
[novembre 1933]
E per finire ricordiamo il “no” della poetessa polacca Wislawa Szymborska, che nel suo discorso per il Nobel, rivendica il valore del dubbio che fa dire “non so”, un no coscienzioso ed educato. Il suo “non so” è un rifiuto gentile ma radicale: no alle certezze assolute, no ai dogmi, no alle risposte prefabbricate. È un “no” che apre, che invita a cercare, che mantiene vivo il pensiero.
In tutti questi esempi, il rifiuto non è mai sterile. È un atto che produce senso, che genera possibilità, che difende qualcosa di fragile e prezioso.
Così è anche per il referendum. Dire “no” non significa opporsi al cambiamento, ma rifiutare un cambiamento che rischia di indebolire un equilibrio costituzionale già messo alla prova. Significa credere che la giustizia non sia un terreno da plasmare secondo umori del momento, ma un pilastro da proteggere con cura.
Forse dovremmo reimparare a usare ed osare questa piccola parola senza timore. Dovremmo insegnarla ai bambini, praticarla da adulti, rispettarla negli altri. Perché un “no” ben detto non è un muro innalzato per paura di ipotetici nemici ma una rete resistente che potrebbe salvarci da pericolose cadute.
Cover: immagine di Fondazione della Libertà per il Bene Comune
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