Presto di mattina: Andrea Zerbini, il rabdomante della Parola
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Presto di mattina: Andrea Zerbini, il rabdomante della Parola
A volte capita, nella vita, di fare incontri … antichi. Così quando mi è successo di “ascoltare “per la prima volta Andrea Zerbini (Don Andrea) – era una… mattina, presto, ne sono sicuro – ho colto subito il pregio e la rarità di questo “ritrovamento”: ascoltandolo e leggendolo ebbi subito l’impressione di trovarmi di fronte a un… rabdomante della Parola.
E quindi non è un caso che oggi, dopo aver letto il suo ultimo Presto di mattina dal titolo Il rabdomante della pace, non potevo non ricordare quella mia prima impressione e non dedicare ad Andrea questa amichevole testimonianza.
Come un rabdomante autentico che non cerca l’acqua direttamente, ma ciò che l’acqua fa segretamente, così Andrea non si affida all’evidenza ma agli effetti secondari: ai ciottoli, per così dire, più lisci che raccontano il passaggio dell’acqua, ai cuori che si fanno meno duri perché qualcosa li ha sfiorati, ai terreni che custodiscono un segreto che non si vede ma insiste.
In questo, Don Andrea non è solo. Una poetessa americana, scomparsa nel 2019, Mary Oliver, con la sua attenzione radicale al mondo vivente, è al pari di Andrea, un’altra rabdomante: percepisce la parola non come dottrina ma come vibrazione, come un movimento che ammorbidisce il cuore e lo rende più attento all’altro, più permeabile al mistero. Anche lei riconosce l’invisibile dai suoi segni minimi: un animale che si ferma, una foglia che trema, un silenzio che cambia qualità.
E poi c’è Teilhard de Chardin, paleontologo e mistico, che cercava Dio nelle pieghe della materia, nelle stratificazioni del tempo geologico. Anche lui rabdomante, ma di un’altra profondità: quella in cui il paesaggio stesso diventa rivelazione, dove ogni roccia è una memoria e ogni fossile un indizio di un disegno più grande. Per lui il segreto non è sopra, ma sotto: nelle forze che spingono la vita verso la complessità, verso la coscienza, verso il fuoco.
Così, questo omaggio ad Andrea Zerbini può essere letto come un incontro tra tre forme di rabdomanzia: quella pastorale e umana di Don Andrea, quella poetica e naturale di Mary Oliver, quella cosmica e terrestre di Teilhard. Tutti e tre, a loro modo, avvertono la (e sulla) stessa cosa: la sorgente invisibile che scorre sotto le parole, sotto i gesti, sotto la storia, e che si lascia riconoscere solo da chi ha imparato a leggere i segni minimi, le tracce laterali, i piccoli miracoli che non fanno rumore.
Ci sono parole che cercano di spiegare il mondo, e parole che invece lo ascoltano. Le prime vogliono interpretare, ordinare, definire. Le seconde si avvicinano in punta di piedi, come chi entra in una stanza già abitata. Le parole di Don Andrea appartengono a questa seconda specie rara: non pretendono di dire la verità sul mondo, ma di lasciarsi sorprendere da ciò che il mondo ha da dire.
Nella sua rubrica Presto di Mattina, Don Andrea non commenta la realtà: la ascolta. E ciò che ci restituisce è sempre una meraviglia, una piccola epifania, un frammento di luce che non viene da lui, ma dal mondo stesso. È una postura spirituale che ricorda da vicino quella di Mary Oliver, che ha fatto dell’attenzione una forma di preghiera, e quella di Teilhard de Chardin, il gesuita che vedeva nella materia una continua rivelazione.
C’è un’ora del giorno in cui la fede non ha bisogno di essere spiegata: basta guardare. È l’ora in cui Don Andrea, nella sua rubrica, ci invita a un gesto semplice e radicale: aprire gli occhi. Le sue parole non cercano di convincere, ma di risvegliare. Sono finestre, non argomentazioni. E in questo gesto di apertura risuona una parentela profonda con Mary Oliver, e Teilhard de Chardin.
Tre voci, tre mondi, un’unica intuizione: la fede nasce dall’attenzione.
Mary Oliver ha scritto: “Non so esattamente cosa sia una preghiera. So come prestare attenzione” (da The Summer Day). È una dichiarazione che potrebbe essere la chiave di volta dell’intero suo lavoro. Per Oliver, la preghiera non è un atto separato dalla vita: è un modo di stare nel mondo, di lasciarsi toccare da ciò che accade.
Nelle sue poesie, la natura non è mai sfondo, ma interlocutrice. Un’oca selvatica, un cervo, un filo d’erba diventano maestri spirituali. In The Summer Day, dopo aver contemplato una cavalletta che le si posa sulla mano, la poetessa conclude con una domanda che è quasi un esame di coscienza:
“Dimmi che intendi fare con la tua unica, selvaggia e preziosa vita?”
È una domanda che Don Andrea sembra rilanciare ogni mattina, quando invita i lettori a riconoscere la preziosità del quotidiano. Le sue meditazioni sono spesso attraversate da un gesto simile: fermarsi, osservare, lasciarsi sorprendere. Come se dicesse: “La vita è già un Vangelo, se la guardi bene.”
Se Mary Oliver porta la spiritualità nel bosco, Teilhard de Chardin la porta nel cosmo. Il gesuita francese, spesso osteggiato dalla Chiesa del suo tempo, ha immaginato un cristianesimo in cui la creazione non è un evento passato, ma un processo in via di realizzazione. La materia non è ostacolo allo spirito, ma suo veicolo. Il mondo non è un teatro, ma un “corpo” in cui Dio si lascia intravedere.
In Il Fenomeno Umano, Teilhard scrive che l’universo è “in tensione verso un centro di amore”, e che ogni creatura, anche la più piccola, partecipa di questa evoluzione spirituale. La sua visione è una teologia della relazione: tutto è connesso, tutto è in cammino, tutto è chiamato a diventare luce.
Don Andrea, che ha studiato Teilhard con passione, porta questa intuizione nella vita quotidiana. Le sue meditazioni mattutine sono teilhardiane nel senso più profondo: vedono il divino non fuori dal mondo, ma dentro il mondo, nelle sue pieghe, nei suoi gesti minimi, nelle sue fragilità.
Sbaglierò, ma trovo che tra la Oliver e Teilhard, Don Andrea è il ponte vivente. Della poetessa americana incarna la capacità di ascoltare la natura come maestra spirituale; dal gesuita, la visione cosmica di un mondo in cui tutto è in evoluzione verso l’amore.
In Wild Geese, Oliver scrive:
“Devi solo lasciare che il morbido animale del tuo corpo ami ciò che ama”.
È un invito alla misericordia verso sé stessi, alla riconciliazione con la propria natura. Teilhard avrebbe sorriso: per lui, l’umano non è chiamato a negare la propria corporeità, ma a trasfigurarla. Don Andrea, nelle sue meditazioni, sembra dire la stessa cosa: la fede non è una fuga dal mondo, ma un modo più profondo di abitarlo.
La rubrica Presto di Mattina è una liturgia dell’alba. Ogni mattino è un nuovo inizio, un nuovo fiat lux. Mary Oliver ha scritto molte poesie che cominciano all’alba: la luce che cresce, un animale che si muove, un gesto che si compie. In quelle immagini c’è una teologia implicita: la creazione continua.
Teilhard lo dice esplicitamente: “La creazione non è finita; continua ancora e sempre.” Don Andrea lo avverte come un esperto rabdomante: ogni mattina è un invito a ricominciare a cercare la sorgente a credere che anche oggi è qui da qualche parte intorno a noi.
Forse è questo il dono più grande di un rabdomante della Parola: convincerci della sorgente invisibile che ci passa sotto, farci sentire che c’è sempre un mattino che inizia, e che proprio per questo, bisogna stare in silenzio, e attentamente in ascolto. Mary Oliver, con la sua poesia, e Teilhard, con la sua visione cosmica, camminano accanto ad Andrea come due compagni di viaggio inattesi. Tutti e tre, a modo loro, ci insegnano che la fede è un atto di fiducia nel mondo, un lasciarsi sorprendere, un dire sì alla vita che ci viene incontro.
E allora, io ringrazio questi presti di mattina, nei quali posso ascoltare la voce di Don Andrea come si ascolta un canto d’alba: non per capire tutto, ma per lasciarmi toccare. Perché, come scrive Oliver, “la vita è almeno questo: essere pronti a essere stupiti”.
Grazie Andrea, dello stupore.
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