La politica della promessa: l’Italia a quattro anni dal bivio del 2030
La politica della promessa: l’Italia a quattro anni dal 2030
I Global Goals — che in Italia conosciamo meglio come Obiettivi di Sviluppo Sostenibile — sono stati definiti nel settembre 2015.
In quell’anno, i leader di ben 193 Paesi (54 africani, 48 asiatici, 44 europei, 35 americani e 12 oceanici) si sono riuniti e hanno firmato un patto storico chiamato Agenda 2030 con l’intento di costruire un “Mondo sostenibile” entro il 2030.
L’Agenda unisce tre dimensioni fondamentali della nostra vita che sono l‘economia, la società e l’ecologia. I 17 obiettivi, chiamati appunto goal, affrontano le sfide più urgenti della nostra epoca.
Si va dal tentativo di azzerare la povertà estrema e la fame nel mondo, alla garanzia di un’istruzione di qualità per tutti, alla parità di genere, alla tutela delle risorse naturali (come l’acqua pulita e l’energia rinnovabile), fino alla lotta contro il cambiamento climatico e la protezione degli oceani e delle foreste. Inoltre, il piano ricorda che non può esserci uno sviluppo sostenibile senza pace, giustizia e una forte collaborazione tra gli Stati.
Oggi ci troviamo nella fase finale di questo percorso e il bilancio è complesso. Sebbene siano stati fatti passi avanti in settori come la diffusione delle energie rinnovabili e la digitalizzazione, le crisi globali degli ultimi anni hanno rallentato la marcia.
In molti ambiti la strada è ancora in salita anche se i Global Goals restano un punto di riferimento importante per governi, aziende e cittadini che vogliono impegnarsi per un futuro più equo e sostenibile.
L‘Italia presenta un quadro a due velocità, in cui poco più della metà degli indicatori che sostanziano i singoli goals registra miglioramenti nel lungo periodo. Secondo quanto rilevato dal Rapporto SDGs 2026 dell’Istat e dal Rapporto di Primavera 2026 dell’ASviS, permangono gravi e strutturali ritardi in aree cruciali come la povertà, l’istruzione e l’energia pulita. In base ai dati aggregati di queste due analisi, la situazione dell’Italia si articola così:
- Miglioramenti complessivi: i dati dell’Istat mostrano che il 53,8% degli indicatori statistici registra progressi positivi nell’arco dell’ultimo decennio, evidenziando segnali positivi nel PIL pro capite, nell’innovazione e nella riduzione delle emissioni di gas serra (-2,8%).
- Aree in forte arretramento: Il Rapporto di Primavera dell’ASviS lancia invece l’allarme su preoccupanti passi indietro in settori chiave. In particolare, aumentano la povertà assoluta (che tocca quota 5,7 milioni di persone) e le disuguaglianze.
- Il divario con l’Europa: quasi il 49% degli indicatori italiani si trova in una posizione di svantaggio rispetto alla media dei Paesi dell’Unione Europea (UE27) secondo l’Istat. Inoltre, le proiezioni quantitative dell’ASviS indicano che ben 22 target su 38 risultano attualmente irraggiungibili entro la scadenza del 2030, inclusi gli obiettivi legati alla quota di energie rinnovabili.
A livello globale, le proiezioni dell’ONU evidenziano come una serie di shock geopolitici e macroeconomici imprevedibili (la pandemia da COVID-19, le guerre in Europa e in Medio Oriente, le conseguenti crisi inflazionistiche e i tagli agli investimenti) abbiano azzerato o invertito anni di progressi. Nel contesto attuale, solo il 16%-18% dei target globali è in linea con la tabella di marcia, mentre oltre la metà registra ritardi macroscopici o netti arretramenti.
Già nel 2015 si era strutturato, in sede di definizione degli obiettivi dell’Agenda, un importante dibattito tra ciò che è “desiderabile” e ciò che è “fattibile”. I 17 Goals non sono stati concepiti come una semplice lista di previsioni macroeconomiche o piani industriali a breve termine, bensì come un’agenda politica universale e una bussola morale.
Impossibile non citare il sociologo Max Weber che, nella sua celebre conferenza La politica come professione, ha tracciato il confine insuperabile di questa dinamica distinguendo l’Etica della convinzione (quella di chi agisce seguendo puramente un ideale desiderabile e giusto in sé, senza curarsi delle conseguenze pratiche) e l’Etica della responsabilità (quella di chi valuta freddamente le conseguenze fattibili delle proprie azioni reali). Weber sosteneva che il politico ideale deve riuscire a unirle entrambe: l’ambizione del desiderabile e il realismo del fattibile.
Quando un’istituzione o un governo decidono di mescolare l’orizzonte dell’ideale con quello del fattibile, compiono un’operazione che ha profonde ripercussioni sulla psicologia collettiva. Fissare un traguardo come “azzerare la povertà” o “sconfiggere il cambiamento climatico entro il 2030” non è un semplice esercizio burocratico, ma significa utilizzare la speranza delle persone come un vero e proprio carburante politico per generare consenso ed entusiasmo.
Il problema sorge nel momento in cui questa promessa si scontra con la realtà dei dati economici, producendo un costo umano e sociale in almeno tre ambiti della nostra società.
Il primo impatto si consuma sulla pelle dei singoli cittadini. Immaginiamo una persona comune che, mossa dalla speranza di un futuro più pulito, decide di accogliere l’appello delle istituzioni compiendo sacrifici personali ed economici, come investire i propri risparmi per acquistare un’auto elettrica o cambiare le proprie abitudini quotidiane in nome della sostenibilità.
Quando questa stessa persona apre i giornali e legge i dati reali, scoprendo che le emissioni globali continuano a salire perché le infrastrutture statali sono inadeguate o perché l’energia viene ancora prodotta con il carbone, sperimenta una seria delusione. La frattura tra il suo sforzo ideale e l’inefficacia pratica del sistema circostante genera un vuoto emotivo che si traduce in un malessere che gli psicologi chiamano eco-ansia.
Lo stesso impatto investe la sfera dei governi. Per la classe politica, sventolare un obiettivo sostenibile in campagna elettorale rappresenta una risorsa straordinaria per accendere l’entusiasmo degli elettori. Tuttavia, una volta al potere, i ministri e i legislatori devono fare i conti con la fattibilità reale, scontrandosi con i limiti di bilancio, la burocrazia e le crisi impreviste.
Quando un governo si accorge che i dati ufficiali mostrano un peggioramento sistemico dell’abbandono scolastico o della povertà, nonostante le promesse di risanamento, si trova intrappolato nella sua stessa retorica.
La politica tende così a rifugiarsi in micro-interventi di facciata o in una comunicazione aggressiva che giustifica i ritardi e scardina le colpe. Questo cortocircuito distrugge la fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato, alimentando l’astensionismo e la convinzione che la politica sia solo una fabbrica di parole vuote, cosa che di suo assolutamente non è.
Infine, il costo di questa confusione logica mina la credibilità delle grandi istituzioni internazionali. Quando organizzazioni come le Nazioni Unite lanciano slogan globali solenni impegnandosi a eradicare la fame nel mondo entro una data precisa, stabiliscono un vincolo morale con l’umanità.
Se poi lo scenario geopolitico internazionale muta, le guerre bloccano le rotte commerciali dei beni di prima necessità e l’inflazione fa impennare il costo del cibo, i dati globali ricominciano inevitabilmente a peggiorare. Mostrando una palese impotenza nel tradurre il desiderabile in fattibile, le grandi istituzioni perdono la propria autorità agli occhi dell’opinione pubblica. Vengono percepite come entità distanti e incapaci di incidere sul mondo reale, indebolendo proprio quel legame di cooperazione globale che sarebbe indispensabile per risolvere i problemi concreti.
Si può quindi concludere che trattare un “desiderio” come se fosse un progetto a scadenza fissa non accelera il progresso, ma sovraccarica la società di frustrazione, trasformando i dati reali in una costante smentita delle speranze.
D’altra parte, è altrettanto vero che fissare obiettivi ambiziosi e fortemente desiderabili ha il potere intrinseco di alzare l’asticella del fattibile. Questo dinamismo rispecchia un meccanismo psicologico universale, riscontrabile sia nella crescita personale degli individui sia nell’evoluzione delle istituzioni.
La vera sfida non è fare piani basati solo su ciò che è subito realizzabile, perché limitarsi al presente porta a cambiare poco e ad essere ripetitivi. Bisogna invece puntare su obiettivi futuri ambiziosi ma flessibili, che permettano un progresso reale. Solo un saggio equilibrio tra la spinta ideale e il realismo operativo può generare quella tensione positiva necessaria al cambiamento, evitando al contempo di scivolare nella sterile frustrazione dei singoli e delle istituzioni.
Se una pianificazione ancorata esclusivamente al presente rischia di tradursi in un pigro conservatorismo — alimentato da un diffuso pessimismo culturale — l’adozione di obiettivi deliberatamente titanici come quelli dell’Agenda 2030 ha avuto l’indubbio merito di scuotere le coscienze e innalzare l’asticella delle nostre possibilità tecnologiche e sociali. Contemporaneamente però, ha generato frustrazione relativamente alla effettiva raggiungibilità degli obiettivi posti.
Questa esperienza è la dimostrazione concreta di un fenomeno generalizzabile a molte istanze programmatorie e attesta come la via d’uscita dal cortocircuito della frustrazione collettiva risiede nella ricerca di un “desiderata compatibile”: un orizzonte capace di rimanere flessibile di fronte alle grandi crisi geopolitiche ed economiche globali.
Solo integrando l’ambizione valoriale con un’onesta etica della responsabilità, fondata su risorse reali e cronoprogrammi concreti, le istituzioni potranno riconquistare la fiducia dei cittadini. Trasformare l’utopia in una traiettoria visibile è l’unico modo per evitare che il nobile cammino verso il 2030 si areni nel cinismo, dimostrando che il progresso non è un destino garantito, ma una tensione quotidiana tra il mondo che desideriamo e quello che sappiamo concretamente costruire.
Aldilà dei confini dell’Agenda 2030, la ricerca di un punto di equilibrio tra desiderio e fattibilità rappresenta un nodo strutturale della razionalità e della coscienza di ogni singolo essere umano e di ogni sistema sociale. Questo equilibrio si spezza drammaticamente quando si verifica una dissociazione tra chi detiene il potere decisionale e chi deve concretamente operazionalizzare quelle scelte.
In contesti caratterizzati da questo tipo di dissociazione, si assiste a uno sbilanciamento artificiale e forzato dell’asticella verso l’alto, guidato da una forma di autoritarismo istituzionale: l’autorità non decreta la fattibilità di un obiettivo sulla base di dati oggettivi, ma la impone per via gerarchica come un dogma insindacabile. Si riproduce così uno dei meccanismi di potere più antichi e diffusi, caratterizzato da una netta spaccatura tra la cabina di regia e la base esecutiva.
Le strade per un cambiamento reale, tuttavia, esistono e sono chiaramente visibili se si sposta lo sguardo verso le nuove generazioni. I ventenni di oggi non sono semplicemente individui iper-tecnologizzati, ma i portatori di un paradigma culturale inedito, caratterizzato da una struttura d’azione radicalmente orizzontale che demistifica le vecchie gerarchie d’autorità.
Muovendosi con naturalezza in un ecosistema ibrido, a metà tra l’umano e il digitale, questi giovani possiedono una consapevolezza pragmatica e acuta dei processi di causa-effetto e dei limiti strutturali della realtà. Per loro, la legittimità di una scelta non discende dal ruolo di chi la impone, ma dalla sua concreta sostenibilità pratica. Per declinare l’ambizione ideale in un progresso effettivo, l’unica via d’uscita è quindi quella di colmare la distanza tra i decisori e gli implementatori.
È necessario un dialogo intergenerazionale condotto senza pregiudizi al fine di costruire una collaborazione efficace che riguarda la difficile (e sempre in mutamento) definizione di ciò che è “auspicabile” e contemporaneamente “realizzabile”.
Cover: Foto di Mohamed Hassan da Pixabay
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