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Tino Stefanini, il sopravvissuto

Il Tino Stefanini, il sopravvissuto

…Bravo Tino, bravo nan…che te vegnet de lontan…
San Vittor cinquanta dì, cinquanta nòtt,
cinquant’ann a la casanza a ciapà i bòtt,
tì fiulòtt a trebulà  “’se foo in la vita?..resti
chì che vendi al latt o voo a strus a ciapà i ratt?..”
L’è la strada, i amis, la ròba, l’è la fuffa del destin,
el brusacuu, te s’ciòppa el coo, “…Tino, oh Tino,
‘s’te fee?..A robà o a laurà?..” El perchè ‘l se po’
dì no…domandeghel, vialter, a chi ‘l gh’è puu.[1]

… Lui invece, il Tino, c’è ancora; c’è eccome. Siamo a Bruzzano. Centro commerciale che neanche nell’ormai prossima astronave per Marte si farà così felice calca. Io che vègno dal terragno finemondo della provincia più bassa che si può, come un selvaggio entrato a Fort Laramie, mi sorprende e di brutto mi infilza sto borderleri[2] di inurbati scalmanati.

D’un tratto, ecco che lo vedo. Seduto solitario. D’antica eleganza, giacca, camìsa, severi barbisi alla Van Cleef, appena si intaglia che lo punto, alzo la mano in segno di pace, parte in un largo sorriso. Abbraccio, birra, spritz e noccioline, eccomi davanti uno dei tre superstiti della banda più famosa. Il capofila, il Renato Vallanzasca già nemico pubblico numero uno, combatte l’ultimo suo duello con un malanno brucia cervello; l’Osvaldo Monopoli, detto il Cico, ci ha ottant’anni e ormai gli basti. Resta lui, il Tino Stefanini. È lui l’estremo testimone.

È un sopravissuto. A cinquant’anni di casanza. A San Vittore così come all’Asinara (la Cayenna!..). Alle botte, le faide, le risse, gli spari, le fughe, la perdita, l’attesa, da tutto e da tutti la lontananza: dalla storia al contrario. Perché il Tino Stefanini questo ha fatto. Dove i più andavano di là, lui è andato di qua.

Nato nel triangolo del postMilano Affori/Quarto Oggiaro/Comasina, da famiglia milanese tutt’altro che miserina, la madre (donna forte e vivace) a gestire un bel, seppur periferico, ristoro, solo ci avesse avuto testa e privilegio di puzza sotto il naso, avrebbe, il Tino, potuto mettersi in bèrta un bel mestiere meneghino… che so… aprirsi l’officina del ricambio, la ditta dei bulloni, forse studiare ai piani alti. E invece no.

Di quei tempi, il rione era pieno di gente che di grana non ne aveva… ma non è mica questo… il rione straboccava di milanesi scampati ai disastri della guerra, veneti disossati dall’alluvione polesana, fameliche masnade di sudisti, su al nord buttati a calci in culo dove solo potersi garantire un piatto di pasta, una casa popolare, la fabbrica e la schedina della Sisal (…Milan e poeu puu…Chi ‘l vòlta el cuu a Milan le vòlta al pan…)[3]… ma neanche questo serve a capire.

Già. Perché capire? Eh sì. Sa neanche lui, il Tino, perché ha cominciato la trista sarabanda… “…il quartiere della Comasina era la zona più irrequieta…i picchiatori più temuti erano Michelone, Clemente, Carlo e Pino Bue. La schiera dei ragazzi emergenti si formava con Marco, Giorgio, Tasso, Pinella, Alberto, Franco, il biondo, Zanzara, Careccia, Ciapum, Straniero, Claudio Calegari, Michetta, Osvaldo,… e poi c’eravamo noi… io, Vlady, Schitta, Pino, Gianni, Andrea, Claudio Basanisi, Wando, Oriano, Gady e altri amici persi lungo la strada… più eri cattivo e più contavi… io volevo contare più degli altri…”.

Così, un dì come tanti, il Tino scassa la portiera di una macchina la prima che gli capita sotto mano. Ci va su. Fa un pezzo di strada… poi ne prende un’altra… un’altra ancora (… quan la se ciapa ona strada…)[4]. Fino a trovarsi ferro in mano ad entrare in quella banca… altolà è una rapina!… e vederseli tutti lì, uno sull’altro, quei tanti bej danee per cui gli altri si dannano la vita a timbrare il cartellino, versipelle sbassà la crapa[5] al capetto quello di turno.

Così va avanti per un po’. Quand’ ecco un giorno entrare in scena el pussee bèll[6], con più fegato e mattana della truppa squinternata. È il Renato Vallanzasca (…“aveva un coraggio della madonna…”). Il Tino ragazzotto ne rimane all’istante folgorato. Vallanzasca!L’è luu el maester[7] di tutti quelli che ci han prèssa di far su soldi a scanso di fabbriche, officine e crape basse.

Come va?… Va che il Tino, vuoi che è sveglio assai, vuoi che ribolle di salvàdeghi ormoni, lui insieme ad un’altra ventina di assoluti tipastri del rione, ben presto diventa cuu e camisa [8] con chi, col sangue e omnia sorta di bislacchi ghiribizzi, scriverà a larghe mani la storia criminale di Milano anni settanta. Sì, la banda Vallanzasca. La terribile banda Vallanzasca. È lì che il Tino fa sfracelli. Scassa, assalta, spara, sgomma, scappa e dà di matto…

*****

… Mentre gli altri, l’amico per la pelle Antonio Colia detto il Pinella, il Rossano Cochis detto il Nanu o se volete il Mandingo, l’Angelina Corradi, il Vito Pesce detto Pesciolino, il Tasso, lo Zanetti, il Gatti, il Careccia, il Carluccio e una valanga ancora sono ormai nell’ombra dei più, lui, il Tino Stefanini, eccome se c’è ancora.

Tino Stefanini uscito da galera

Siamo all’astronave commerciale di Bruzzano, la mattina che fa caldo. Ho davanti un uomo che si è fatto cinquant’anni di galera. Che ha fatto di tutto per farsi ammazzare e più volte c’è andato vicino un pelo. Ma… strano…non sento puzza di morte. Ormai, di questa vita, per stare in tema, ci ho il callo dell’ergastolano. Nessuna lacrimosa illusione, per pietà. De riff o de raff,[9] la verità, forse, è solo questa: la Storia è zuppa di sangue. Ognuno, in fin dei conti, fa la guerra sua. Fino al giorno in cui capisci che…

“… La guerra è finita…”.

Lo dice lui, il Tino Stefanini. Anzi no…ché dirlo parrebbe esercizio di querulo esteta… lo scrive nero su bianco. Perché il Tino, ora che ha concluso con lode la solfa carcerata, che sconta il resto dei suoi giorni come tutti (… il baretto, il football, gli amici, il pranzo con la cena…), il Tino Stefanini ha fatto un libro.

Un gran bel libro. La Comasina, Vallanzasca e io. Che racconta ‘me l’è andada una vita di strombazzi sanguinosi e patimenti. Sono pagine trecento e passa. Mì l’hoo leggiuu…l’ho letto… tutto di un fiato… ed era dai tempi del Non c’è scampo del Jack Black (quello con prefazione di W. Burroughs… minga un pirla…) che, tra le mani, non mi urticava un qualcosa di così esplosivo.

Sì, sì, Jack Black, ma anche, qua e là ben concimato nelle terre delle vite squinternate e invero criminali, quel matto dell’Edward Bunker, se non anche del Jack Henry Abbott. Di questo il Tino non credo abbia granché contezza. Ha il carisma del simpatico perenne, il milaneson d’altri tempi che ama infarcire la boutade al dialetto quello vero. Un uomo semplice, il Tino… onesto. Che ha scritto solo della sua vita, quella con la morte che la vedi dritta in faccia. E bona lì… è riuscito a uscirne vivo… redivivo…

In ospedale, bucato da una scarica di mitra…

…“Vidi entrare una suorina, era Angela Corradi, Angelina bellissima da giovane e ora smagrita e con un saio bianco da suora, piangeva e mi si avvicinò prendendomi le mani: “Tino, quanto sangue…”, risposi: “sì, però stavolta è il mio…”, le lacrime le scendevano su quel viso ormai avvizzito. Fu l’ultima volta che vidi Angela, la tatuata con la svastica della Banda Vallanzasca…”…

Sì. Non c’è scampo. Bisogna guardarselo fino in fondo l’inferno che ci tocca. Chi non lo fa, ecco, quello si che è un disonesto…

 

Il mucchio selvaggio, i terribili del Vallanzasca, oggi, c’è più. Hin mòrt tucc.[10] Resta il Cico che ci ha ottant’anni; il Renato Vallanzasca sepolto in una RSA con un male nella testa che sa neanche più chi è (… perché non dargli la Grazia?…).

Resta il Tino. Il Tino Stefanini. Che ha scritto un libro, un gran bel libro. Il Tino che ogni giorno pensa e ripensa alla sua vita. Che, forse, uno straccio di perdono, alla fine, se lo è dato…

Ciao Tino…ciao nanfa ‘l bravo, neh[11]

Note:

[1] Bravo Tino, bravo nanuccio…che vieni da lontano…San Vittore cinquanta giorni, cinquanta notti,  cinquant’anni in prigione a prender botte, tu ragazzino impaziente “cosa faccio nella vita?..Resto qui che vendo il latte o vado a quel paese?..” E’ la strada, gli amici, la roba,  è il ciarpame del destino, il brucia culo,, ti scoppia la testa, “…Tino, oh Tino, cosa fai?..rubi o lavori?.. “ Il perché non si può dire…domandateglielo, voi, a chi non c’è più!

[2] Carnaio

[3] Milano e poi più…Chi volta il culo a Milano lo volta al pane.

[4] Quando si prende una strada…

[5] Abbassare la testa.

[6] Il più bello.

[7] E’ lui il maestro.

[8] Culo e camicia.

[9] In un modo o nell’altro.

[10] Son tutti morti

[11] Fai il bravo

In copertina Cover: Renato Vallanzasca e Tino Stefanini alla sbarra – foto dalla pagina Facebook “Milanoelamala”

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Luigi Balocchi

Luigi Balocchi nasce il 30 Giugno 1961 a Mortara In Lomellina. Nel 2007, pubblica per Meridiano Zero -Il Diavolo Custode-, romanzo sulla vita e le gesta del bandito Sante Pollastro. Nel 2010, pubblica con Mursia il romanzo -Un cattivo Maestro-; nel 2018, per la GoWare -Il Morso del Lupo-. Nel 2016 pubblica per Puntoacapo la raccolta poetica -Atti di Devozione-. Del 2022 è la raccolta -Coeur Scorbatt-, in lombardo, con la quale, per la sezione dialettale, vince la XL edizione del premio di poesia “Giuseppe Tirinnanzi” di Legnano. Nel 2024, per Manni editori, pubblica -Barlicch Barlòcch, poesie dell’eros lombardo-. Ha collaborato con le riviste letterarie Niederngasse e Redness. Attualmente, collabora con Terra Insubre, rivista dell’omonima associazione culturale. Tra le voci più originali della letteratura in lingua lombarda, suoi scritti trovano spazio su Il Segnale, Atelier, Nazione Indiana.

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